MEDIO ORIENTE-AFRICA / La borghesia siriana e la rivoluzione popolare

di Ghayath Naisse, dal sito Permanent Revolution, gennaio 2014

Il regime di Assad padre prima e quello di Assad figlio poi hanno sempre operato in stretta alleanza con la borghesia locale. La rivoluzione popolare del 2011 ha minacciato le stesse basi di questo potere e delle politiche di rapina che ha sempre condotto. La borghesia siriana lo sostiene sia finanziariamente, sia licenziando in massa e delocalizzando, con l’obiettivo di indebolire le masse popolari.

La rivoluzione siriana ha appena compiuto il suo terzo anno e continua ad affrontare la macchina omicida e distruttrice del regime dittatoriale. Le masse popolari hanno dovuto fare dei sacrifici enormi in questo periodo. Al numero delle persone uccise, che sorpassa ormai le 100.000, bisogna aggiungere i feriti e le persone scomparse, che sono centinaia di migliaia, per non parlare del fatto che la metà della popolazione siriana è costretta all’esilio interno o nei paesi vicini. Questo quadro fosco riguarda la situazione nelle zone dei ribelli fatte oggetto di distruzioni, dove vivono e lavorano le classi popolari, tra le quali la classe operaia, che sono in larga misura le forze sociali motrici della rivoluzione.

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Prima dell’ondata di rivoluzioni che ha scosso la regione la posizione politica degli ambienti della sinistra tradizionale, nazionalista e stalinista si contraddistingueva per un mix di retoriche che parlavano della rivoluzione futura o in corso come una rivoluzione nazionale democratica, mentre altri evocavano una rivoluzione in diverse fasi, la prima delle quali sarebbe stata quella di una rivoluzione nazionale democratica, ma con una “prospettiva socialista” molto lontana. Questi due concetti, che in realtà sono solo uno e sono di origine stalinista, si basano sull’idea dell’esistenza di una borghesia nazionale con la quale bisognerebbe allearsi per conseguire la fase nazionale democratica alla quale si punta, al fine di costruire un’economia forte, un settore industriale, un modello sviluppato ecc. Su questa concezione si basa tutta una serie di scuole terzomondiste che mettono alla gogna la borghesia mafiosa, compradora o che vive di rendita, curandosi di differenziarla da una borghesia industriale nazionale che avrebbe invece un ruolo orientato allo sviluppo. Alcune di queste scuole ritengono necessaria una direzione del “partito rivoluzionario” finalizzata a un’alleanza di classi diverse (“popolare-borghese nazionale”) in questa fase nazionale democratica. Nella realtà, questo vocabolario non fa che riportare all’esperienza dei “movimenti di liberazione nazionale” o alle “democrazie popolari” che si sono rivelate essere solo delle pure dittature capitaliste, o dei capitalismi di stato. In questo testo non ci occupiamo di un dibattito teorico riguardo alle summenzionate tesi, alle quali ci opponiamo. Analizzeremo invece la situazione attuale e reale della borghesia siriana per illustrare quale potrebbe essere il suo ruolo in queste rivoluzioni “democratiche”.

Una borghesia forte, possidente e che governa
I regimi degli Assad padre e figlio sono riusciti nell’arco di quattro decenni a riconfigurare una classe borghese forte e ampia. Nel corso di tre decenni il dittatore padre ha dato prova di una grande circospezione nel riassegnare alla grande borghesia il suo ruolo mediante misure attentamente studiate e un legame organico con il potere. Egli ha instaurato un regime di corruzione e di rapina generalizzati, con il quale i grandi burocrati di stato, e in particolare la cricca dirigente insieme ai suoi associati, si sono trasformati grazie al saccheggio delle ricchezze del paese in una grande borghesia immobiliare, commerciale e industriale. Tuttavia Assad padre aveva preservato in qualche misura il ruolo sociale dello stato, mantenendo la gratuità del sistema sanitario e dell’educazione, nonché le sovvenzioni ai prodotti di prima necessità. Egli aveva inoltre riassorbito una parte della disoccupazione creando posti di lavoro in una burocrazia statale di dimensioni eccessive, privata di una funzione produttrice, in particolare nell’esercito, negli apparati di sicurezza e tra i funzionari dell’amministrazione.

Tale prudenza che aveva portato a conservare una parte delle conquiste sociali è stata abbandonata da Bachar Al Assad, succeduto a suo padre nel luglio 2000. Assad figlio ha dato il via a dei cambiamenti economici neoliberali violenti e rapidi, sottovalutando la possibilità di una reazione sociale. Credeva che gli apparati repressivi del paese avessero dato il colpo di grazia a ogni tentativo di protesta per decenni. Si è trattato di un grave errore, perché le proteste non solo non sono cessate, ma hanno visto una recrudescenza a partire dal 2006. Il regime ha battezzato la propria politica neoliberale a antisociale, a beneficio della grande borghesia siriana, come “economia sociale di mercato”. Dopo l’ascesa al potere del figlio, il numero di coloro che vivono sotto la soglia della povertà è passato dall’11% al 33%. Se si aggiungono coloro che vivono con meno di due dollari al giorno nel 2009 i poveri in Siria, secondo le statistiche delle Nazioni Unite, erano la metà della popolazione.

Questa nuova borghesia si è impossessata del 70% del prodotto interno loro, secondo le statistiche del 2009. Tra di essa e la ristretta cerchia al governo vi era una sorta di tacito accordo: “arricchitevi come volete, ma lasciateci il potere”. Ed è ciò che in effetti si è verificato per quattro decenni. Il potere ha incluso in via simbolica alcuni uomini d’affari nel Consiglio del Popolo, che non ha alcun ruolo reale, e ha rafforzato i poteri delle Unioni industriali e commerciali. Egli ha inoltre costituito dei consigli degli imprenditori che hanno rapporti con 69 stati e consentono agli uomini d’affari di cooperare e di coordinarsi direttamente con le società e le istituzioni commerciali, bancarie e industriali di questi paesi. Tali consigli sono stati sciolti nel giugno 2013 a causa del loro declino dovuto all’embargo economico contro la Siria. La forma autoritaria di potere conviene alla borghesia siriana emergente perché, garantendo l’assenza di ogni ostacolo giuridico o sindacale alla propria ingordigia, non lascia alcuno spazio alla contestazione dello sfruttamento e delle politiche di rapina.

Quale borghesia nazionale?
Nei primi mesi della rivoluzione una parte di questa grande borghesia siriana ha espresso il suo sostegno al regime, mentre un’altra parte, e più precisamente il settore associato alla ristretta cerchia familiare dirigente, ha continuato a finanziare le milizie che le sono asservite. Ma come è noto i capitali non hanno né patria né religione e non conoscono che l’allettamento del profitto. Nel giro di un anno si è scatenata una fuga dei capitali di questa borghesia verso il Libano e altri paesi arabi e stranieri. Nel secondo anno la stessa ha chiuso le proprie fabbriche e licenziato arbitrariamente decine di migliaia di lavoratori, oppure ha delocalizzato o venduto le proprie fabbriche. La borghesia non ha avuto bisogno di molto tempo per comprendere il danno che la rivoluzione popolare costituisce per lei.

Il giornale “Alwatan” ha riscontrato il “licenziamento di oltre 89.000 lavoratori nel corso del primo anno della rivoluzione, di cui la metà nei governatorati di Damasco e del suo distretto, i dati ufficiali indicano che 187 imprese del settore privato sono state completamente chiuse tra il 1 gennaio 2011 e il 28 febbraio 2012”. Ma “questi dati non sono in alcun modo credibili, perché il numero di officine e fabbriche chiuse è prossimo a 500” [1]. Il “Financial Times” ha affermato che “gli imprenditori siriani hanno trasferito in modo discreto i propri capitali all’estero dopo l’inizio della crisi nel paese e alcuni economisti hanno affermato che tali movimenti si sono accelerati con lo spostarsi della violenza verso i centri commerciali di Damasco e di Aleppo” [2]. Il ricercatore Samy Abboud ha stimato i prelievi effettuati presso le banche siriane da titolari di conti (principalmente di esponenti della grande borghesia) alla fine del 2012 come pari a circa 100 miliardi di lire siriane [3]. Ma nessuno dispone di una valutazione precisa dell’entità dei capitali che la borghesia ha fatto fuggire, in particolare per quanto riguarda i capitali della ristretta cerchia familiare al governo. Secondo la Camera di commercio di Damasco, “si stima che questa fuga di capitali siriani sia pari a 20 miliardi di dollari” [4], una cifra sicuramente al di sotto della realtà.

Non esistono studi affidabili sul numero di fabbriche delocalizzate all’estero per essere vendute o sfruttate, né di quelle che sono state distrutte o la cui attività è cessata. E’ sufficiente citare che ad Aleppo, la cui industria rappresenta il 36% del totale nazionale, il numero di imprese private che hanno cessato la loro attività ammonta a più di mille, con il conseguente licenziamento di oltre 500.000 lavoratori [5]. La borghesia industriale non ha delocalizzato la maggior parte delle proprie fabbriche di nascosto, ma lo ha fatto con l’assenso delle autorità siriane. E’ quanto ha confermato una dichiarazione del ministro dell’Industria e del Commercio estero egiziano, Hatem Salah, alla fine del marzo 2012. Secondo tale ministro, 80 fabbriche siriane erano state in tale data delocalizzate in Egitto, mentre “la presenza di 300 altre dipenderà dalla possibilità di disporre di terreni” [6]. Nel marzo 2013 il governo siriano ha comunque preso la decisione di vietare “l’esportazione” delle fabbriche. L’esperto economico Mohamad Said Alhalabi ha affermato da parte sua che “circa il 90% delle imprese industriali è stato delocalizzato all’estero con l’autorizzazione dello stato e l’accordo dei relativi proprietari” [7].

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La maggior parte della borghesia non si è limitata a vendere o a delocalizzare le proprie imprese e fabbriche, ma anche fatto fuggire la maggior parte dei propri capitali. Una quota importante di questa borghesia è fuggita all’estero, nell’attesa di vedere le altre classi, o settori di classe (in particolare quelli che tengono le redini del potere politico) consumarsi in un combattimento violento, fino a quando la situazione si calmerà consentendole così di ritornare e avere nuovamente una posizione dominante, a condizioni migliori per lei sul piano sia politico che economico. Un altro settore prospera invece grazie all’acquisto di terreni, alle attività di costruzione, ai traffici, alla speculazione, al monopolio dei rifornimenti e ad altre attività lucrative. Altri vengono definiti “signori della guerra”, poiché vivono solo di questo. Secondo informazioni concordi risalenti all’inizio del 2013 si può stimare che il numero degli “imprenditori siriani arrivati in Egitto sia pari a circa il 30% degli imprenditori fuggiti dalla Siria, vale a dire 50.000” [8]. Mazen Hamour, membro del consiglio di amministrazione della Camera di commercio di Damasco, stima che “il 60% degli imprenditori aveva abbandonato il paese nel momento in cui la crisi ha raggiunto il suo picco e che l’economia ha subito perdite stimate pari a 20 miliardi di dollari” [9]. Per Marwa Alytouni, membro del consiglio di amministrazione della Camera dell’industria di Damasco e del suo distretto, “il 70% degli imprenditori siriani si trova attualmente all’estero ed è un dato che spaventa” [10].

La classe operaia, gli sfruttati e il popolo
Le attività sindacali della classe operaia siriana sono state inquadrate in strutture ufficiali a partire dalla presa del potere da parte del partito Baath. Nel 1984 il potere ha integrato al suo interno la burocrazia sindacale sotto lo slogan del “sindacalismo politico”. La stessa cosa è avvenuta con l’Unione degli agricoltori, quella degli studenti ecc. Durante i primi mesi della rivoluzione, nel 2011, la borghesia ha utilizzato le strutture dei sindacati fittizi, grazie anche all’ampio ricorso alla repressione e al terrore, per fare partecipare numerosi lavoratori, funzionari e insegnati alle manifestazioni di sostegno a Bachar Al Assad. Ma temendo che tali manifestazioni potessero rivolgerglisi contro, mentre le forze del regime affrontavano le manifestazioni di massa degli opponenti, il potere ha messo fine a questi raduni di sostegno. Il regime teme in particolare due gruppi sociali, quello dei lavoratori e quello degli studenti. Il documento fondativo del Fronte nazionalista e progressista al potere, che comprende oltre al partito Baath anche piccoli partiti nazionalisti e stalinisti, includeva un paragrafo che impegnava tali formazioni a non prendere parte ad alcun attività in questi settori e nell’esercito.

Ma l’aggravarsi della situazione di ampi settori della popolazione ha causato nel 2006 una recrudescenza delle proteste e delle manifestazioni operaie e di massa, mentre lo scontento si è esteso alle strutture intermedie e di base dei sindacati ufficiali. All’inizio della rivoluzione si è osservato che la violenza del regime si rivolgeva in modo particolare contro le zone abitate dalle masse operaie e sfruttate nelle periferie di Damasco, Deraa, Homs, Aleppo e Dir Ez Zor. La borghesia ha inoltre proceduto a licenziamenti arbitrari e continui, anche nelle fabbriche lontane dalle violenze e in regioni sotto il controllo del regime. Quest’ultimo ha inoltre assediato imprese con le proprie milizie e i propri armamenti, tentando senza successo di arruolare settori operai nelle proprie forze, ma impendendo così allo stesso tempo ai loro membri di agire come una classe che difende i propri interessi, anche perché il crollo dell’economia e del livello di vita spinge chi ancora ha un lavoro a tenervisi aggrappato. Per quanto riguarda coloro che sono disoccupati, sono costretti a unirsi ai gruppi di opposizione, che corrispondono una diaria ai loro combattenti, oppure a unirsi all’Esercito nazionale di difesa siriano, una sorta di milizia di difesa del regime.

La situazione economica e sociale in Siria è più che tragica. Il numero di disoccupati ha raggiunto a inizio 2013 la cifra di 2,96 milioni che corrisponde a un tasso di disoccupazione del 48,8% [11], mentre la popolazione attiva reale si è ridotta a 3,1 milioni di persone quando nel 2010 era di 6 milioni. Ciò ha come conseguenza un’espansione del settore informale, come accade con i venditori ambulanti che propongono ogni tipo di prodotti, tra cui anche la benzina, o con i contrabbandieri. La situazione dei lavoratori e degli strati popolari si è a tale punto deteriorata che l’Unione dei lavoratori di Damasco, un sindacato ufficiale, si è trovata costretta a formulare alcune critiche nel proprio rapporto annuale. Quest’ultimo dimostra che lo stato ha accumulato molto denaro, facendo balzare l’inflazione al 75%. I prezzi, e in particolare quelli delle derrate alimentari e dei derivati del petrolio, sono aumentati in misura vertiginosa. Il rapporto indica che “la fuga dei capitali ha avuto come conseguenza la chiusura di migliaia di imprese e di fabbriche in Siria e un aumento della disoccupazione a tassi record, accompagnato dall’emergere di problemi sociali”. Gli affitti sono aumentati di oltre il 100%. Il sindacato ufficiale richiede aumenti salariali compresi tra il 30% e il 300% [12]. E’ inutile sottolineare che, insieme alla militarizzazione di un gran numero di rivoluzionari, alla violenza del regime e alla ferocia dei combattimenti in corso, tutto ciò ha reso la lotta della classe operaia, in quanto classe e sui luoghi di lavoro, estremamente difficile – anche se nelle fabbriche farmaceutiche di Damasco il 29 luglio 2013 si è svolto il primo sciopero operaio.

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Qual è la posizione della borghesia siriana?
La nuova borghesia di guerra ha tutto l’interesse di estendere nel tempo il conflitto, a condizione di potere riciclare i fondi che ha saccheggiato. Si possono trovare alcuni dei suoi rappresentanti nelle strutture politiche dell’opposizione, soprattutto nel Consiglio Nazionale Siriano e nella Coalizione delle Forze della Rivoluzione e dell’Opposizione, che però non si astengono certo dal collaborare con il regime stesso. Sono numerosi tra questi ultimi coloro che hanno messo le mani sui pozzi di petrolio e vendono la loro produzione al regime che dicono di combattere, mentre altri fanno contrabbando con la Turchia. La parte essenziale della borghesia siriana continua a ritenere che il regime sia il “suo” regime. Non fa nessun passo politico che esprima una posizione ostile nei suoi confronti né ne prende in qualche modo le distanze. Mouadh Alkhatib, l’ex presidente della Coalizione Nazionale, che voleva avviare un dialogo e un negoziato senza condizioni, esprimeva la posizione della sola borghesia di Damasco. L’unica iniziativa politica della borghesia siriana in quanto tale si è verificata vero la fine dei primi due anni della rivoluzione, dopo la riunione degli uomini d’affari svoltasi ad Amman, in Giordania, a fine marzo 2013. Battezzata “Iniziativa della coscienza siriana” prevedeva che Bachar Al Assad rimanesse al potere fino alla fine del 2014 e che il governo attuale rimanesse in carica con la sola sostituzione dei ministri della difesa e dell’interno [13].

Indipendentemente da quale sarà l’evoluzione della situazione in Siria, le rivendicazioni economiche e sociali saranno necessariamente al centro di ogni progetto politico futuro. Emergeranno in modo ancora più evidente perché ne saranno il motore essenziale, accanto all’aspirazione a mettere fine al despotismo e a ottenere libertà fondamentali. Il regime ha tratto profitto dal degrado delle condizioni economiche e sociali. La sua azione mira a spingere ampi settori delle masse verso la disperazione, a fare sì che si concentrino sulla sopravvivenza, sfuggendo ai combattimenti, alle distruzioni, alla fame e alle privazioni, con l’obiettivo di isolarli e di paralizzare il loro potenziale rivoluzionario. Il regime ci è riuscito in parte, visto che le “regioni liberate” soffrono degli stessi mali di cui soffrivano sotto la dittatura. A ciò si aggiunge la crescente influenza delle forze jihadiste e takfiriste, che tentano d’imporre relazioni sociali arretrate e propongono una visione reazionaria, immersa nell’arretratezza e nella bigotteria, nell’angustia della prospettiva della religione islamica, esibendo la loro volontà di imporre il Califfato. Tutto ciò è in evidente contraddizione con gli obiettivi della rivoluzione popolare siriana e fa di queste forze reazionarie e fasciste un ostacolo pericoloso al successo del movimento popolare. Allo stadio attuale della rivoluzione, e affinché quest’ultima possa vincere, il movimento popolare e la resistenza armata non hanno altra scelta che quella di assumersi le proprie responsabilità scontrandosi con queste forze reazionarie, anche con le armi se necessario, continuando a perseguire la rivoluzione contro il regime dell’oligarchia. E’ una condizione irrinunciabile per fare tornare la rivoluzione popolare al proprio corso originale, per la libertà, la democrazia, l’eguaglianza e la giustizia sociale.

Tutto ciò richiederà la convergenza delle forze per potere determinare una strategia di vittoria della rivoluzione popolare siriana. A nostra opinione bisogna proseguire senza esitazioni negli sforzi mirati a creare una direzione rivoluzionaria di massa, capace di appoggiarsi all’autorganizzazione popolare nelle regioni che sfuggono alla dominazione del regime, e di fare emergere una direzione unificata della resistenza popolare armata. Bisogna mettere fine alle varie bande e assediare i gruppi fascisti takfiristi, isolarli dal movimento di massa e schiacciari infine per il ruolo di sabotatori e di assassini che hanno svolto contro il movimento popolare. Per la sinistra rivoluzionaria la costruzione di un partito operaio socialista rivoluzionario rimane un compito urgente, una questione di vita o di morte nella fase attuale della lotta di classe.

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Note
[1] Site Anab Biladi, «  Le chômage, jusqu’où ?  », 4 aprile 2012.
[2] Secondo il sito del giornale Alzaman, 15 febbraio 2013.
[3] Samy Abboud, «  Les fonds syriens en fuite à l’étranger masqués, ce qui rend difficile leur retour  », sito dell’Economiste, 13 maggio 2013.
[4] Sito Cham Press, 12 febbraio 2013.
[5] Bassel Dioub, «  C’est ainsi que la forteresse de l’industrie syrienne s’est effondrée  », journal AlAkhbar Allubnania n° 1935, 19 febbraio 2013.
[6] Salam Saadi, «  Les usines de Syrie émigrent aussi  », sito Almudun, 4 aprile 2013.
[7] Sito Baladouna, «  L’industrie syrienne est malade mais ne meurt pas  », 4 giugno 2013.
[8] Sito Sky News, «  Des réfugiés syriens ayant rang d’entrepreneurs  », 30 gennaio 2013.
[9] Cham Press, «  Chambre de Commerce de Damas : la fuite des capitaux syriens estimée à 20 milliards de dollars », 14 febbraio 2013.
[10] Sito Anab Baladi, che riprende il Financial Times, «  Les malheurs des uns font le bonheur des autres  », les capitaux syriens fuités  », 31 marzo 2013.
[11] Cham Press, «  Le combat en Syrie, un choix économique pour les chômeurs  »20 luglio 2013, i dati forniti da questo articolo sono ripresi da uno studio del Centro siriano di ricerche politiche pubblicato quest’anno.
[12] Sito del giornale governativo Al Thawra, Unione dei Lavoratori di Damasco, «  Garantir un environnement de travail sûr  », 17 luglio 2013.
[13] Il rapporto datato 18 marzo 2013 del Centro di Informazione siriano nomina i dirigenti d’impresa all’origine di questa iniziativa: Ons Alkziri, Ratib Alchalah, Mouwafak Kaddah, Adel Mardini, Zina Yasji, Adib Alfadhel, Abdallah Aldardari.

(traduzione della versione francese dell’originale in arabo pubblicata dalla rivista “L’Anticapitaliste” http://www.npa2009.org/ n. 54 del maggio 2014)

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