Cinque mesi di guerra: insuccessi, successi e punti di domanda

di Andrea Ferrario

Un punto della situazione sulla guerra del Cremlino contro l’Ucraina a cinque mesi dal suo inizio, in cui si analizzano nell’ordine: gli insuccessi militari delle forze russe, unitamente ai suoi problemi interni di ordine economico e politico; i notevoli successi conseguiti dall’Ucraina, ma anche i numerosi punti di domanda riguardo a un’eventuale sua controffensiva e al suo futuro economico; le posizioni degli Usa, dell’Ue e dei paesi Nato in genere, e il modo in cui la crisi interna che affligge la Cina incide sull’approccio della stessa alla guerra.

Intorno al 24 giugno scorso, allo scadere del quarto mese della guerra russa contro l’Ucraina, molti osservatori avevano constatato che non c’era quasi nulla di diverso da dire rispetto alla precedente scadenza mensile. Un’osservazione che condivido, e non a caso mi sono astenuto dallo scrivere allo scadere del quarto mese un aggiornamento del punto della situazione che avevo scritto a fine maggio, a tre mesi dall’inizio dell’aggressione armata del Cremlino.

Oggi che siamo ormai giunti alla fine del quinto mese di guerra ci sono nuovi elementi sufficienti per fare un punto della situazione di ampio respiro. Lo divido qui in tre capitoli, cominciando dalla Russia, a livello sia di sforzo militare che di situazione interna, passando poi all’Ucraina, negli stessi termini, e al contesto internazionale.

LA RUSSIA, LA SUA GUERRA E LA SUA SITUAZIONE INTERNA

Obiettivi mancati e insuccessi militari

La prima considerazione per quanto riguarda la Russia è che, passati ormai numerosi mesi, appare aver completamente mancato tutti gli obiettivi che, in un momento o nell’altro, ha enunciato:

– “Denazificazione”, termine da tradursi come decapitazione della dirigenza politica di Kyiv e distruzione della nazione ucraina. La dirigenza di Kyiv è saldamente al suo posto e compatta, la nazione ucraina mai come oggi è stata così unita e assertiva di se stessa.

– “Smilitarizzazione”, nonostante i duri colpi subiti, le forze armate ucraine rimangono nel complesso efficienti e decise, ricevono armi e forme di addestramento che prima del 24 febbraio non si sarebbero mai potute sognare, godono ancora nel complesso di un alto morale.

– “Liberazione del popolo oppresso del Donbass”, i progressi compiuti nella conquista territoriale dell’intera regione sono stati minimi rispetto al tempo trascorso, la distruzione del tessuto urbano ed economico del Donbass là dove i russi avanzano è totale, la stragrande maggioranza della popolazione è fuggita, nelle zone che Mosca controllava già dal 2014 l’uso dei maschi locali come carne da macello al fronte e i disastri economici causati faranno probabilmente perdere al Cremlino il sostegno passivo della minoranza filorussa sulla quale in qualche modo poteva contare.

– “Fermare la minaccia della Nato”, sconfitta su tutti i fronti: la Nato è coesa come mai lo era stata negli ultimi decenni, il gruppo dei paesi Nato più ostili alla Russia ha ora una voce molto più forte all’interno dell’alleanza, le forniture di armi Nato all’Ucraina sono arrivate a livelli mai previsti in precedenza e, ultimo ma non da meno, è ormai sicuro un ulteriore ampliamento della Nato, con l’adesione di Svezia e Finlandia, fino a un lungo confine diretto con la Russia, ampliamento che prima del 24 febbraio nessuno avrebbe mai ipotizzato.

A cio aggiungerei un ultimo obiettivo mai dichiarato, ma evidente fin dall’inizio: “Asserzione della potenza della Russia come asse essenziale di un ‘nuovo ordine mondiale’”: sebbene la Russia abbia fatto sentire con forza il suo peso di ricattatore a livello energetico, nucleare e di rischio di fame mondiale, nel complesso gli esiti finora sono disastrosi: forti crepe nel suo cortile di casa, perdita di prestigio di fronte a tutto il mondo da parte del suo esercito e della sua industria degli armamenti, nessun alleato al suo fianco.

La seconda considerazione riguarda invece semplicemente il numero di mesi trascorsi: cinque, una cifra che ben pochi si sarebbero attesi il 24 febbraio a inizio del conflitto. Oltretutto, in questi cinque lunghi mesi la Russia ha ottenuto sul terreno risultati davvero miseri. Basti pensare che le forze russe hanno impiegato quasi tre mesi per portare a termine la loro operazione di conquista del 20% della solo provincia di Lugansk che a metà aprile, quando avevano dichiarato l’avvio della nuova fase della loro “operazione speciale”, non era ancora sotto il loro controllo. Severodonetsk e Lisichansk sono state conquistate con un enorme dispendio e logoramento di forze, e la prima è stata distrutta in misura tale che la propaganda russa si è astenuta dal mostrare immagini della propria conquista. In entrambi i casi però, questa “vittoria” russa ha mancato completamente l’obiettivo principale, cioè quello di accerchiare e catturare le migliaia di soldati ucraini che difendevano la città, tra le forze più preparate dell’esercito di Kyiv. I militari ucraini sono riusciti sia a difendere a lungo le due città logorando il nemico e guadagnando tempo sia, a differenza di quanto era avvenuto a Mariupol a maggio, a evitare di essere catturati dalle truppe di Mosca. A oltre tre settimane dalla conquista di Lisichansk, le forze russe appaiono ancora lontane dal raggiungere l’obiettivo di penetrare nelle due fortezze di Kramatorsk e Slavyansk, il successivo passo dell’avanzata pianificata da Mosca. Nel momento in cui scrivo, dopo tre settimane di tentativi, non sono ancora riuscite a conquistare l’obiettivo ben più ridotto di Seversk, di cui la propaganda russa ha annunciato la conquista, salvo poi svariati giorni dopo annunciare il grande successo… del suo accerchiamento, e poi, passati altri giorni, del suo imminente accerchiamento! Il gruppo di esperti militari ceco “Valka. Valka se nikdy ne meni” ha fatto un illuminante paragone storico tra l’odierna battaglia russa per la conquista del Donbass e alcune di quelle più note della storia moderna, constatando che già oggi quella del Donbass è tra le più lunghe e lente mai viste.

Putin missili

Dopo l’umiliante affondamento dell’incrociatore Moskva ad aprile, Mosca ha registrato un altrettanto umiliante sconfitta sul mare quando a giugno ha dovuto abbandonare l’Isola dei Serpenti nel Mar Nero, perché incessantemente bombardata dalle forze ucraine. L’isola aveva una sua importanza strategica, sia in generale come sostitutivo dell’incrociatore andato perso nella funzione di ombrello di protezione della flotta russa nel Mar Nero, sia perché poteva svolgere un ruolo importante nell’ambito di un attacco navale a Odessa, sia infine perché è relativamente vicina alle coste di un paese Nato come la Romania e alla foce del Danubio, pertanto poteva essere uno strumento per rendere più efficaci le minacce e i ricatti nei confronti dell’occidente.

In questi cinque mesi di guerra, inoltre, la Russia ha subito diversi attacchi ucraini sul proprio territorio, con elicotteri, missili, droni o colpi di artiglieria, contro strutture militari, depositi di armi o di carburante, pattuglie di frontiera. L’obiettivo più frequentemente colpito è stato quello della città di Belgorod, snodo fondamentale della logistica di guerra russa vicino a Kharkiv, ma le forze di Kyiv hanno colpito anche più a nord, a Kursk e Bryansk, e a sud, nella regione di Rostov sul Don. E’ significativo che Mosca, se si eccettuano alcune occasionali timide minacce non seguite da fatti rilevanti, non abbia praticamente mai reagito a questi attacchi sul suo territorio: farlo significherebbe ammettere di fronte alla propria popolazione che la Russia non sta conducendo una “operazione speciale”, ma è in guerra, e che il paese è vulnerabile. Lo stesso vale per il crescente movimento partigiano russo (ma in alcuni casi le azioni sono probabilmente opera di sabotatori ucraini, per esempio i grandi incendi di aprile scorso), che colpisce ferrovie, uffici di reclutamento, auto di esponenti di regime o semplicemente decorate con la “Z” di regime e altro ancora. Si tratta di un movimento numericamente ancora marginale, non strutturato e dai metodi artigianali, ma il suo emergere segnala che il soffocamento con la repressione delle manifestazioni antiguerra di fine febbraio e inizio marzo non è stato una vittoria per il regime e, anzi, ha dato vita a un fenomeno clandestino che in presenza di un aggravarsi della posizione militare ed economica della Russia potrebbe trovare una molto più ampia terra fertile. A ciò si aggiunge, nelle regioni occupate dalla Russia nel sud dell’Ucraina, l’esistenza e la crescita di un movimento partigiano di resistenza, ben assistito dall’intelligence e dai sabotatori del governo centrale di Kyiv, che sta mettendo gravemente in difficoltà gli aguzzini di Mosca, i loro soldati e i collaborazionisti locali. In città come Kherson e Melitopol, ma anche in altri centri minori, si fa sempre più evidente la paura in cui vivono gli occupanti russi e i collaborazionisti al loro soldo, costretti a incrementare i rastrellamenti, le misure repressive e gli editti “imperiali”, con il risultato di incrementare ulteriormente il risentimento della popolazione locale nei loro confronti. Nel Donbass occupato dai russi e dalle loro marionette, i cosiddetti “separatisti”, ciò non sta invece avvenendo per una serie di motivi: l’esistenza di una massiccia macchina di repressione terroristica in atto già da otto anni, il vasto spopolamento dell’area in atto anch’esso da anni e salito alle stelle in questi mesi e, soprattutto, la totale disgregazione sociale conseguente non solo agli otto anni di “dittatura separatista”, ma anche alle distruzioni sistematiche causate dalle azioni militari di questi mesi, che hanno invece risparmiato Kherson, Melitopol e le altre aree del sud ucraino. Tuttavia, episodi importanti di resistenza si sono evidenziati anche nel Donbass occupato, per esempio con manifestazioni di mogli e madri di soldati mandati al fronte o con la vasta renitenza all’arruolamento.

A questo quadro complessivo di guerra lenta e sempre più difficile per Mosca si è aggiunto un elemento di portata tale da cambiare importanti coordinate, sempre a sfavore della macchina militare russa. Come avevo previsto nel mio precedente punto della situazione allo scadere dei primi tre mesi di guerra, negli ultimi giorni di giugno sono entrati in scena i nuovi e più potenti armamenti forniti dai paesi Nato, in particolare gli Himars. I nuovi sistemi lanciamissili giunti in prossimità del fronte sono in grado di colpire con precisione obiettivi fino a 60-80 km, sfuggendo tra l’altro facilmente ai controcolpi del nemico, e stanno fornendo un atout fondamentale all’esercito di Kyiv. Da alcune settimane quest’ultimo sta facendo saltare in aria con ritmo impressionante depositi d’armi e comandi militari russi, mandando ulteriormente in tilt la già farraginosa logistica di guerra di Mosca. In parallelo, le forze ucraine colpiscono anche depositi di carburante, aeroporti e linee ferroviarie. Se riusciranno a proseguire a un ritmo simile, i militari di Kyiv potrebbero arrecare un colpo sostanziale alla macchina da guerra di Mosca.

Aggiungo infine un’ultima osservazione. Se l’attenzione di tutti gli osservatori è ora concentrata sull’area di Kramatorsk e Slavyansk, o su Kherson, pochi hanno notato che da un mese circa la città di Donetsk, “capitale” del Donbass, è sottoposta ogni giorno a pesanti bombardamenti delle forze ucraine, sebbene non distruttivi delle strutture civili come quelli delle forze russe altrove. Oltre all’obiettivo generale di colpire strutture militari del nemico come altrove, mi sembra che nel caso di Donetsk ci sia anche quello di tenere in tensione e demoralizzare la popolazione, facendo così terreno bruciato intorno ai separatisti. Inoltre, essendo le truppe ucraine fin dall’inizio della guerra vicinissime alla città, non è da escludersi che Kyiv si riservi la carta di un attacco contro questa città, di estrema importanza anche dal punto di vista simbolico e politico, a seconda dell’evolversi della situazione, sebbene un’avanzata contro questa area metropolitana sia ardua da realizzare viste le sue dimensioni.

Il fronte interno

Infine qualche parola sul fronte interno russo. La spavalderia esibita da Putin e dai suoi nel periodo più o meno compreso tra marzo e maggio, basata sul fatto che le sanzioni occidentali non avevano causato un immediato tracollo finanziario della Russia, come molti pensavano, ma avevano addirittura causato un rialzo delle quotazioni del rublo, mentre Mosca rimpinzava le proprie casse con i proventi della vendita di prodotti energetici a prezzi saliti di molto in conseguenza della guerra, si sta progressivamente dimostrando del tutto ingiustificata. Da una parte, la prospettiva per la Russia è quella di vendere sempre meno gas e petrolio, visto che i paesi occidentali si stanno organizzando in tal senso, e di poterlo fare a prezzi spesso più bassi (si vedano gli ingenti acquisti di gas a prezzi scontati da parte di Cina e India), dall’altra perdere in un solo colpo la metà delle proprie riserve monetarie (cioè i 300 miliardi di dollari sequestrati dai paesi occidentali) quando si sta conducendo una dispendiosissima guerra è in prospettiva un handicap notevole. Ma ciò che sta emergendo sempre più prepotentemente è l’effetto non tanto delle sanzioni che colpiscono le finanze statali, quanto di quelle che minano la cosiddetta “economia reale”. L’esempio giustamente più citato è quello dell’industra automobilistica russa, uno dei pochissimi settori industriali di una certa rilevanza nel paese e che dava lavoro a un ceto operaio maggiormente specializzato che era un elemento importante del sostegno, seppur passivo, al regime di Putin: a fine maggio la produzione automobilistica russa risultava calata del 97% anno su anno, 18 stabilimenti su 20 erano stati chiusi, e a questo effetto devastante sui produttori di auto va aggiunto quello più difficilmente quantificabile del vasto indotto. I lavoratori di queste e altre industrie in crisi generalmente per il momento non vengono licenziati ma, come è consuetudine in Russia, rimangono formalmente al loro posto di lavoro, con stipendi massacrati o addirittura nulli, continuando però a godere di alcuni benefit. Solo che questa soluzione può essere portata avanti al massimo per alcuni mesi, nel migliore dei casi, e in inverno se ne sentiranno più drammaticamente le conseguenze. Altri rapporti rilevano come sia gli stipendi sia più in generale i redditi della popolazione siano già in netto calo, come la quota dei crediti al consumo in sofferenza stia lievitando in misura enorme, come i settori che fanno affidamento su tecnologie occidentali (per es. il settore delle telecomunicazioni) abbiano infrastrutture sempre più traballanti per la mancanza di pezzi di ricambio, come le amministrazioni locali siano sempre più a corto di fondi e, addirittura, come in certi contesti vi sia una carenza di medicinali, per citare solo alcuni dei molti esempi possibili. E questo in un momento in cui di sicuro ci troviamo solo all’inizio degli effetti paralleli delle sanzioni occidentali e dei costi enormi della guerra. Completano il quadro alcune indagini di opinione secondo cui da giugno il sostegno alla guerra di Putin sta chiaramente calando, mentre la popolazione sembra essere sempre più confusa e depressa dalla situazione del paese, pur essendo apparentemente ancora lontana dal tradurre questi profondi disagi in opposizione aperta.

L’UCRAINA, LA SUA RESISTENZA E I PUNTI DI DOMANDA PER IL FUTURO

I punti forti

Gran parte dei risultati ottenuti dall’Ucraina li si può dedurre direttamente da quanto riportato sopra in relazione alla Russia. Che a cinque mesi dall’inizio di una guerra di aggressione messa in atto da un nemico che ha il secondo esercito del mondo il paese sia non solo ancora in piedi, ma addirittura nella posizione di potere prendere in considerazione importanti contrattacchi per riprendere il controllo di aree occupate dalla Russia, è già di per se stesso un evento di portata storica, indipendentemente da quelli che saranno gli esiti ultimi di questo conflitto. Di portata storica perché, in questa epoca di ascesa in tutto il mondo delle forze reazionarie più bieche e avventuriste, dimosta che una resistenza organizzata di popolo, con le armi e con altri mezzi, è possibile, e che questa resistenza può costruirsi tutti i presupposti per una vera lotta di liberazione vittoriosa. Questo è un grande regalo che Putin, contro ogni sua intenzione, ha fatto a tutti i democratici del mondo.

A questa constatazione preliminare generale, si può aggiungere che dopo cinque logoranti mesi di guerra la dirigenza di Kyiv, sia politica che militare, è nel complesso ancora compatta. Certo, in questo mese di luglio ci sono stati i licenziamenti del capo dei servizi segreti e della procuratrice generale, ma sembrano più il segno di un rinsaldarsi delle posizioni di comando che di un loro sfaldarsi. Il presidente Zelensky rimane un punto di riferimento ineludibile per la resistenza, e gli va ancora oggi dato il merito di avere svolto questo ruolo in modo eccellente. Gli è sicuramente stata di grande aiuto la sua precedente professione di attore e produttore e la sua esperienza di questi mesi conferma che la commedia, tanto bistrattata nei circoli intellettuali, è in realtà un arte nobile e utile. Prima del 24 febbraio si era rivelato un politico di ben scarso livello, come molti altri suoi colleghi di tendenza genericamente populista. Se oggi però Zelensky sta interpretando un eccellente ruolo di protagonista è perché la sceneggiatura la ha scritta non lui, o gli altri politici che lo circondano, ma il popolo ucraino, al quale va dato atto di avere dato prova di una sobria quanto efficace e tenace eroicità. Gli sviluppi sul terreno e le indagini sociologiche indicano chiaramente che gli ucraini, ivi compresa la maggioranza dei tanti russofoni, sono ancora oggi uniti come lo erano all’inizio della guerra nel volere la liberazione del loro paese dalla minaccia russa, nel volerla per tutto il paese senza cederne pezzetti per quieto vivere, e nel volere una vittoria per propria mano, non come vassalli di capitali estere. Da quest’ultimo punto di vista, la dirigenza ucraina si è mostrata molto efficace nell’essere sempre sistematicamente “all’attacco” nei confronti di ogni segno di cedimento delle capitali occidentali nel loro supporto, come le ondivagazioni dei paesi Ue che non vogliono “umiliare la Russia” e sognano la trattativa subito, i segni di arrendevolezza sul gas, le ostruzioni alle forniture di armi e altro ancora. Senza gli aiuti finanziari e in termini di armamenti corrisposti dall’occidente, l’Ucraina non riuscirebbe a fare fronte all’aggressione di Putin, ma non sta conducendo una guerra in cui si fa dettare modalità di combattimento e obiettivi, o si lascia convincere ad aprire inutili trattative che minerebbero la sua guerra di liberazione. Il fatto che l’Ucraina nel suo complesso resista su posizioni ferme e coerenti dopo cinque mesi in cui è sottoposta in tutto il suo territorio a bombardamenti e distruzioni immani è davvero eccezionale.

I punti deboli

Un’analisi della situazione fatta non gratuitamente, ma partendo dal presupposto che una piena vittoria finale degli ucraini è di primaria importanza non solo per loro, ma anche in generale per ogni futuro di democrazia e libertà nel mondo, non può esimersi però dal mettere realisticamente in luce anche i punti deboli, nella speranza che si risolvano nel tempo. E questi ultimi purtroppo non sono pochi.

La prima osservazione preliminare da fare è che se nelle primissime fasi della guerra l’Ucraina ha ottenuto grandi successi a nord e nell’impedire una marcia su Odessa a sud, ha anche subito una grande sconfitta nelle regioni di Kherson e Zaporyzhzhia, che sono state conquistate nella loro massima parte dalle forze di Mosca senza quasi colpoferire, probabilmente grazie a un buon lavoro di intelligence preventiva e alla collaborazione di traditori ucraini.

Oltre a ciò, va osservato che dal punto di vista militare corrente, la situazione ci dice che la Russia continua a colpire su tutto il territorio ucraino, in alcuni punti continuamente o quasi continuamente, in altri occasionalmente ma spesso con effetti devastanti. Lo fa dal proprio confine con l’Ucraina, dagli aerei, dai sottomarini nel Mar Nero e addirittura dal Mar Caspio. La maggior parte delle fonti che seguono la guerra si lascia sfuggire, per esempio, che Kharkiv è tornata a essere bombardata, e spesso in modo massiccio, quasi ogni giorno. Gli Himars e gli altri armamenti occidentali qui non possono fare nulla, perché il governo di Kyiv per ottenerli ha dovuto sottoscrivere l’impegno a non utilizzarli contro il territorio russo. E dalla vicina Belgorod le forze russe hanno grande facilità a colpire la seconda metropoli ucraina. Vengono bombardate quasi quotidianamente anche la regione di Sumy, a nord di Kharkiv (per la quale vale lo stesso ragionamento sui limiti all’uso degli armamenti occidentali), e a sud la città di Mykolaiv. Il recente tragico bombardamento di Vinnitsya è una testimonianza dell’ampio raggio di obiettivi che la Russia riesce ancora a colpire. Un paio di settimane fa aerei russi hanno colpito aree della regione della capitale Kyiv, una sortita del tutto occasionale ma di forte portata simbolica. Le forze di Mosca, a quanto pare, hanno esaurito la massima parte dei propri missili di precisione, ma detengono ancora ampie scorte di missili e altri proiettili dei quali ormai si curano poco se sono o meno precisi, visto che uno dei loro obiettivi principali, se non addirittura il loro obiettivo principale, è quello di distruggere l’Ucraina in misura tale da renderla incapace di risollevarsi ed essere autonoma. Il paese sembra ancora lontano dall’essere in grado di sfuggire a questa minaccia. A ciò si aggiunge che se nel Donbass l’avanzata russa procede a passo di lumaca e con enormi sprechi di forze, per la Russia l’obiettivo di conquistare l’intera regione entro la fine dell’estate, seppure difficile da conseguire, rimane ancora raggiungibile.

Su un altro piano, tra gli esperti militari sono stati formulati anche molti dubbi concreti sulla capacità dell’occidente di continuare a fornire armamenti all’Ucraina con tempistiche che risultino effettivamente utili per una sconfitta dell’aggressione russa. Le capacità dell’occidente da questo punto di vista sono ingenti sul medio e lungo termine, ma su quello breve si scontrano con innumerevoli difficoltà nelle catene di approvvigionamento, nella gestione efficace delle linee produttive, dove tra l’altro alcuni elementi risultano fuori produzione da anni, nella reciproca compatibilità degli armamenti (anche in termini di successiva manutenzione celere sul campo) forzatamente molto diversi tra di loro vista la necessità di raccattarli di qua e di là in fretta se si vogliono risultati utili prima di ulteriori significativi avanzamenti russi.

Resistenti ucraini

I punti di domanda sulla capacità di condurre una vasta controffensiva

Il dubbio più grande riguarda l’effettiva capacità delle forze ucraine di organizzare un’efficace controffensiva su vasta scala. La cacciata delle forze russe dal nord del paese a marzo è stata un grande successo, conseguito tuttavia contro un nemico che aveva dispiegato un dispositivo finalizzato a una conquista rapida di centri nevralgici, molto diverso da quello ora dispiegato nel Donbass e nelle regioni del sud. Inoltre, allora le truppe russe si erano ritirate quasi senza combattere una volta resosi chiaro che il cosiddetto “piano A” era completamente fallito. A ciò va aggiunto che, così come le forze russe, anche le forze ucraine sono state alquanto logorate dalla battaglia nel Donbass, e hanno perso molti dei più preparati effettivi. A Kramatorsk e Slavyansk è schierato il meglio delle truppe ucraine – nel loro caso le possibili ipotesi sono in una misura o nell’altra preoccupanti per l’esercito ucraino: se le due città dovessero cadere e le truppe ucraine essere in parte consistente catturate o falcidiate, sarebbe un colpo durissimo per Kyiv, che avrebbe bisogno di lungo tempo per riprendersi; se le due città dovessero cadere sul modello di Severodonetsk o Lisichansk, quindi con un ritiro finale ordinato dopo un’estenuante battaglia, le perdite sarebbero comunque notevoli e richiederebbero tempo per porvi rimedio; se invece le due città dovessero resistere, si tratterebbe di un ottimo impulso per il morale degli ucraini, ma con ogni probabilità bisognerà ugualmente pagare il prezzo di un forte logoramento delle forze, che tra l’altro dovrebbero rimanere impegnate per la difesa da nuovi futuri attacchi russi.

Per una controffensiva che comporti una vittoria se non totale, almeno sostanziale, è necessario mettere in atto operazioni su vasta scala, con truppe ben addestrate, e con un supporto tecnico adeguato a un’offensiva di ampia portata su un fronte amplissimo. L’obiettivo massimo al momento ipotizzabile, la ripresa del sud e del Donbass, comporta sforzi giganteschi e il dispiegamento di mezzi adeguati a un’offensiva di enorme portata. L’Ucraina non dispone per esempio di un’aviazione minimamente adeguata (finora la Nato si è categoricamente rifiutata di fornire aerei, negli ultimi giorni ci sono state aperture, ma ancora del tutto vaghe e anche se dovessero concretizzarsi in modo consistente ci vorrà un bel po’ di tempo prima che l’Ucraina possa disporre operativamente di aerei da guerra forniti dall’occidente). Riuscire finora a non cedere il controllo dei cieli all’aviazione di Mosca è stato sicuramente un risultato eccezionale, vista anche l’enorme disproporzione di forze, ma tutt’altra cosa è avere un’aviazione capace di supportare un’offensiva: l’Ucraina semplicemente non ce la ha, mentre la Russia, pur con i limiti della mancanza di un controllo effettivo dei cieli, ce la ha eccome per difendersi. Lo stesso vale per il controllo del mare. E poi si pensi ai territori da conquistare, un’area vastissima e, soprattutto, con grandi centri urbani su cui è indispensabile ottenere un saldo controllo, ben più numerosi e importanti di Severodonetsk e Lisichansk con i loro circa 100.000 abitanti. Stiamo parlando di Kherson (ca. 300.000 abitanti), Melitopol (oltre 150.000), Mariupol (oggi in gran parte distrutta e spopolata, ma che rimane un territorio urbano che aveva più di 400.000 abitanti), Lugansk (400.000), Donetsk (oltre 900.000). E in mezzo decine e decine di centri urbani di decine di migliaia di abitanti. Tra di essi per esempio vi è Energodar, oltre 50.000 abitanti, che ospita la grande centrale nucleare occupata dai russi – con quali modalità potrà avvenire la riconquista visti gli immani pericoli che comporta una centrale intorno alla quale, o addirittura sulla quale, i folli ufficiali russi hanno posizionato pezzi di artiglieria e missili? Una delle tante armi di ricatto di cui dispone Putin, alla quale si aggiungono, come mezzo di guerra, il ricatto sul grano e quello delle armi nucleari. A ciò va aggiunto infine che il fronte di combattimento e ampissimo, pari a circa 2.500 km.

Gli Himars, e le altre armi occidentali recentemente giunte in mano alle forze ucraine, servono a sconvolgere la logistica russa, e quindi a creare uno dei vari presupposti di una controffensiva di vasta portata. Un presupposto certo di primaria importanza, ma di per se stesso insufficiente. E i fatti dicono che i paesi Nato non prevedono attualmente di andare oltre a questo livello di aiuto. Quindi cantare vittoria per l’arrivo dei nuovi armamenti occidentali e/o per la lentezza dell’avanzata russa e/o per le gravi difficoltà economiche interne di Mosca è a mio parere, e purtroppo, del tutto prematuro. Spero di sbagliarmi, ma a giudicare dai fattori attualmente in atto mi sembra evidente che in assenza di un crollo (non solo di una forte crisi) del sistema statale russo, una piena vittoria in tempi relativamente rapidi (per es. la primavera dell’anno prossimo), sia un’impresa impossibile. Ovviamente su questo aspetto pesa anche il contesto internazionale, che analizzo poco più sotto.

La disastrosa situazione economica interna

Prima di passare al contesto internazionale è necessario spendere qualche parola anche sulla situazione economica interna dell’Ucraina. I danni subite dal paese in cinque mesi in virtù delle distruzioni arrecategli, del blocco delle sue esportazioni, in particolare di quelle agricole, e in generale dal dovere dirottare le proprie risorse sulla guerra, sono giganteschi. I 300 miliardi di dollari di riserve russe congelati, anche se a essi si aggiungessero le molte decine di miliardi di dollari di beni sequestrati ai suoi oligarchi o ad alcune entità russe, sarebbero totalmente insufficienti per coprire i danni fin qui subiti dall’Ucraina – e la guerra durerà sicuramente ancora molto. Recentemente il governo di Kyiv ha innalzato la cifra dei sussidi finanziari occidentali di cui ha bisogno per potere continuare semplicemente a funzionare: 9 miliardi di dollari al mese. Per farsi un’idea, è sufficiente dire che il Fondo Monetario Internazionale di norma accetta di prestare cifre di tale entità da spalmare su più anni a economie dalle dimensioni rapportabili a quelle dell’Ucraina, solo dopo lunghe trattative e imponendo condizioni capestro. Che ne sarà poi più in generale dell’economia ucraina nel corso dei mesi a venire, con la maggioranza dei suoi settori completamente fermi o in ginocchio? Un’indagine di queste settimane dice che le aziende ucraine nel loro complesso mettono in conto di licenziare entro l’anno prossimo il 30% della forza lavoro. E che ne sarà di quel 25% circa della popolazione ucraina che vive come profuga all’estero o nel paese stesso? Dove tornerà e quando? Di cosa vivrà, considerate le distruzioni e la crisi economica? L’occidente (e lo stesso vale per la Cina, se un giorno dovesse entrare in gioco) si trova in una situazione economica di profonda problematicità, tra inflazione e stagnazione, e vi è seriamente da dubitare che sarà disposto a compiere sforzi per i quali dovrà inevitabilmente pagare un prezzo enorme. Difficilmente si riuscirà a uscire da questa situazione se non si prenderà in considerazione un esproprio totale degli oligarchi russi (ma anche di quelli ucraini!) come base per una pace duratura.

UN CONTESTO INTERNAZIONALE INSTABILE

Gli Usa, l’Ue e gli altri paesi Nato

L’amministrazione Biden continua a dare un ampio sostegno a Kyiv, in termini sia di armi sia di finanziamenti. Rispetto ai primi due o tre mesi della guerra si sono evidenziate alcune divergenze all’interno dell’establishment politico riguardo agli obiettivi ultimi di Washington per quanto riguarda la Russia, divergenze che potrebbero avere potenziali riflessi sul sostegno all’Ucraina, soprattutto in termini di armi. Ma allo stato attuale pare che le crepe apertesi siano state archiviate per essere eventualmente tirate di nuovo fuori in una fase più avanzata della guerra. Gli Usa però andranno al voto parlamentare questo autunno, ed è probabile che i democratici di Biden perderanno la già stretta maggioranza di cui godono, con i conseguenti riflessi sul margine di manovra del presidente nel suo sostegno a Kyiv. In generale, Biden sta registrando un consistente calo di popolarità per motivi principalmente interni, e la sua posizione complessiva è più debole rispetto a mesi fa. In una prospettiva più a lungo termine, ma non distantissima, incombe concretamente il pericolo di un ritorno di Trump alla presidenza tra due anni, o della conquista della stessa da parte di un suo analogo.

La quasi totalità dei paesi della Nato continua a dare sostegno al presidente Zelensky e alle forze armate ucraine. Allo stesso tempo l’alleanza continua ad aderire a una politica molto prudente nei confronti della Russia. Innanzitutto va sottolineato che la Nato in quanto tale non fornisce dispositivi militari “letali” all’Ucraina, a farlo sono solo alcuni dei suoi paesi membri nell’ambito dei rapporti bilaterali con Kyiv. Il ruolo più importante lo svolgono gli Usa, che tuttavia mantengono una certa prudenza. Per esempio alcuni hanno notato come, significativamente, alla vigilia dell’ultimo vertice Nato il presidente Biden abbia parlato solo della necessità di evitare una sconfitta dell’Ucraina, e non di aiutarla a vincere. L’unico paese Nato di primo piano che parla apertamente della possibilità di una vittoria dell’Ucraina e della necessità di aiutarla a perseguirla è il Regno Unito. I paesi Nato continuano ad ogni modo a non fornire aerei a Kyiv, pongono il veto dell’uso contro il territorio russo delle armi fornitele (e personalmente penso che lo pongano sottobanco anche all’uso delle stesse per colpire il territorio della Crimea), evitano di accedere al Mar Nero dopo avere ritirato ogni loro presenza navale all’inizio della guerra, e nel loro vertice di fine maggio hanno aumentato non il numero di truppe nei paesi più esposti a un eventuale attacco russo, ma solo quello degli effettivi già esistenti che devono essere disponibili per essere dislocati a rotazione sul loro fronte. Inutile dirlo, i paesi Nato si astengono anche dal dare qualsiasi aiuto alle forme di resistenza che si stanno sviluppando nei territori ucraini occupati o in Russia, che pure sono di importanza primaria. In generale, la linea seguita dai paesi Nato sembra essere quella di contenere con energia l’aggressività esterna della Russia, senza ovviamente arrivare a uno scontro diretto con la stessa ma anche, e questo è meno ovvio, senza giungere a mettere a rischio la tenuta dello stato russo, per il timore della voragine che ciò aprirebbe.

L’Ue, intesa sia come governi, sia come establishment economico e come opinione pubblica, ha notevolmente sbandato nel suo sostegno a Kyiv tra fine maggio e fine giugno, all’insegna dell’eterna illusione della via diplomatica come soluzione che potrebbe portare tutto a come era prima. Il “ritorno in riga” dell’Ue lo si è avuto sia per la posizione nel complesso sempre ferma degli Usa sia perché, semplicemene, Putin ha sbattuto la porta in faccia facendo capire che in questa fase le trattative non lo interessano assolutamente. Ma l’Ue, con i suoi poteri di veto incrociati e con il suo intreccio di stati dai diversi interessi, rimane sempre una bomba a orologeria per il proseguimento di un sostegno coerente all’Ucraina. Basti vedere come si è adoperata per fare desistere la Lituania dal blocco del transito di merci sanzionate dalla Russia verso l’exclave di Kaliningrad, così come in passato si era adoperata per cercare di ottenere, sempre dalla Lituania, la retromarcia dall’apertura di una rappresentanza ufficiale di Taiwan a Vilnius “per non irritare troppo la Cina”. Non sono poi certo di aiuto a una linea ferma i problemi economici, quasi tutti comuni anche agli Usa, come l’inflazione, la stagnazione, il debito, la perdita di valore dell’euro. Mosca ha sempre dalla sua, sul breve e medio termine, l’opzione di aprire e chiudere i rubinetti delle fonti energetiche e del grano, nonché di reiterare le minacce nucleari, per fare pressione sui governi e sulle popolazioni dell’Ue, avanzando al contempo allettamenti in termini di trattative. L’autunno e l’inverno saranno probabilmente decisivi per capire che direzione effettiva prenderà l’Europa.

Disaster

L’isolamento della Russia

Su altri fronti, Mosca si vanta di avere dalla sua parte la “maggior parte del mondo”. E’ una sciocchezza naturalmente, perché il Cremlino include in questa maggioranza due paesi che da soli hanno il 40% circa della popolazione mondiale, come India e Cina, ma che se si guarda ai fatti non sono dalla sua parte, visto che rimangono piuttosto a guardare. In realtà Mosca deve far fronte a derive anche nel suo stesso “cortile di casa”, come dimostra il caso del Kazakistan sempre più riottoso. La recente grande rivolta nella repubblica autonoma del Karakalpakstan, in Uzbekistan ha addirittura inviato un pesante segnale d’allarme al Cremlino non solo riguardo alle turbolenze nella regione, ma addirittura riguardo a quello che potrebbe succedere all’interno di una Federazione Russa dove non sono poche le nazionalità oppresse insofferenti. Più indirettamente, anche la rivolta popolare e il disastro economico nello Sri Lanka, così come la profonda crisi del Pakistan, o la ripresa vitalità degli insorti armati nel Myanmar la cui dittatura è armata da Mosca, sono una testimonianza di come il contesto internazionale in cui si muove la Russia va in senso ben diverso da quell che quest’ultima desidererebbe. L’India, il maggiore acquirente al mondo di armi russe, sta da parte sua diversificando da tempo gli acquisti e continua ancora adesso a guerra in corso a diminuire la quota di armi che acquista da Mosca. Lo stesso vale per i paesi del sud-est asiatico e in particolare per il Vietnam, un altro grande acquirente di armi russe. Secondo Nikkei Asia tale tendenza a cercare fonti per gli acqusti di armi diverse dalla Russia andrà aumentando a livello globale in conseguenza della pessima prova che le forze armate russe stanno dando di sé in Ucraina. Se a questo quadro complessivo si aggiunge anche la posizione fermamente anti-Mosca del Giappone (che non cambierà, e potrebbe addirittura rafforzarsi dopo l’uccisione di Abe), e quella simile, sebbene più moderata, di un’altro paese dall’economia molto importante come la Corea del Sud, il quadro complessivo per la Russia è davvero deprimente. Le rimangono Bolsonaro, gli ayatollah iraniani, e una manciata di piccoli paesi che non contano nulla nella politica internazionale.

La Cina

Oltre a quelli degli Usa e dell’Ue, il caso più importante da esaminare per cercare di capire come si potrà evolvere il contesto internazionale della guerra di Putin, e quindi in parte la stessa guerra, è quello della Cina. La posizione del paese rispetto alla guerra in Ucraina non è cambiata rispetto al mio ultimo punto della situazione di due mesi fa: si continua a riscontrare un notevole imbarazzo di Pechino. Tuttavia nell’ultimo paio di mesi la situazione interna del paese si è aggravata e allo stesso tempo si sta avvicinando sempre di più l’appuntamento fondamentale del congresso quinquennale del Partito Comunista che questo autunno, presumibilmente verso fine ottobre, dovrà incoronare Xi Jinping come segretario per il terzo mandato, sancendo così la sua “santificazione” a segretario di fatto a vita (ricordo che in Cina la carica di segretario del Partito Comunista è quella suprema dal punto di vista politico, molto più importante di quella di presidente). Si tratta di un appuntamento al quale Xi si sta preparando da quattro anni, cioè da quando sono state modificate le regole che stabilivano un massimo di due mandati. Nel corso di tale periodo il presidente cinese ha cercato di preservare la stabilità interna, vera ossessione del regime di Pechino, e allo stesso tempo di promuovere la proiezione esterna del paese, commettendo però un errore dopo l’altro (in campo economico, rispetto a Taiwan e Hong Kong e in innumerevoli altri campi ancora), su cui è poi il più delle volte dovuto intervenire come pompiere. L’ultimo macroscopico errore di questa lunga serie è stato quello di avere proclamato a inizio 2022 un’alleanza grandiosa e “senza limiti” con la Russia esattamente nel momento più sbagliato in cui poteva farlo, cioè a una manciata di settimane dall’invasione dell’Ucraina.

Questa serie di errori ha portato la Cina in un pantano, di cui descrivo qui sotto alcune coordinate essenziali.

Covid. Con l’arrivo dell’Omicron e delle sue sottovarianti Pechino non sa più che pesci pigliare. Il numero di volte in cui Xi ha annunciato la sconfitta definitiva dell’epidemia negli ultimi due anni ormai non si conta più. Per contenere il suo diffondersi deve ricorrere a lockdown totali o parziali. Secondo dati di Nomura di una decina di giorni fa, in Cina 31 città, per un totale di quasi 250 milioni di abitanti e che rappresentano nel loro insieme il 17,5% del Pil nazionale, erano in lockdown – cifre che danno un’idea dei costi che ciò comporta per il sistema economico cinese, ai quali vanno ad aggiungersi anche enormi spese a livello locale per i test di massa, i centri di isolamento ecc. Perché le autorità di Pechino proseguono con questa politica? I motivi sono di ordine sia sanitario sia politico. Da una parte, la campagna di vaccinazione non è andata bene e una quota alta di anziani, che comprensibilmente non si fida delle autorità di Pechino, è completamente scoperta (la stessa situazione a Hong Kong ha dato luogo a una strage tra i contagiati con l’Omicron), e a ciò si aggiunge che a due anni e mezzo da Wuhan il sistema sanitario rimane del tutto inadeguato per fare fronte a un eventuale alto numero di ricoveri. Dall’altra Xi, dopo la colpevole disfatta di Wuhan nel 2020, ha fatto delle politiche “zero Covid” una bandiera politica e di superiorità del “modello cinese” dalla quale non può affatto tornare indietro facilmente. Per quanto riguarda più concretamente gli sviluppi dell’ultimo paio di mesi, le autorità cinesi a inizio giugno hanno decretato la fine dell’epidemia, dopo il grande e lungo lockdwon di Shanghai ad aprile e maggio, per ritrovarsi poi con un nuovo dilagare dei contagi già prima di metà luglio.

Settore immobiliare, debito. E’ questo attualmente il punto di crisi più drammatico per la Cina. Il settore immobiliare è il perno dell’economia cinese, responsabile del 25% del Pil se si comprende anche il suo indotto. Inoltre, il 70% dei risparmi dei nuclei familiari cinesi è investito in immobili. Come se non bastasse, le amministrazioni provinciali e locali, che in Cina sono i soggetti responsabili della quota più importante di spesa pubblica, si finanziano in larga parte vendendo terreni per progetti immobiliari. A loro volta, le grandi banche sono fortemente esposte a un settore immobiliare sempre più drammaticamente insolvente e alle amministrazioni locali. La situazione del settore immobiliare oggi è molto peggiore di quella dello scorso autunno, quando la notizia dell’insolvibilità per almeno 300 miliardi di dollari del gruppo Evergrande è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Sono seguiti altri default miliardari di importanti gruppi del settore, grandi progetti immobiliari sono stati sospesi, i prezzi di abitazioni e uffici sono in netto calo, c’è un crollo verticale delle vendite di immobili e, di conseguenza, delle vendite di terreni da parte delle amministrazioni locali che al contempo devono affrontare un aumento della spesa a causa dell’emergenza Covid. Il governo, che negli anni passati aveva a singhiozzo effettuato qualche timido tentativo di rintuzzare l’enorme bolla del debito, ha fatto un’ennesima inversione di rotta nel primo e nel secondo trimestre 2022 immettendo in circolazione liquidità per centinaia di miliardi di dollari, riavviando quindi a pieno ritmo il gonfiarsi della bolla finanziaria. Ma è emerso in queste settimane un altro spettro per i burocrati di Pechino, una campagna di massa con la quale migliaia di persone che avevano acquistato preventivamente appartamenti ancora da costruire (è la norma in Cina), e ora in netto ritardo di consegna per via della crisi, hanno sospeso il pagamento delle rate, gettando nel panico il mercato. Questa campagna spontanea si è ampliata in una manciata di giorni fino a 91 città, per un totale di 300 progetti edilizi. Nello stesso periodo, c’è stata una corsa dei risparmiatori ad alcune piccole banche sull’orlo del fallimento, con relative manifestazioni subito represse. L’emergere di azioni di protesta contemporaneamente in più province è uno degli incubi più temuti dai vertici del Partito Comunista. Come se non bastasse, allo “sciopero” degli acquirenti di immobili si sono uniti i fornitori delle imprese di costruzioni, che non vengono pagati da mesi e che hanno sospeso le loro consegne di materiali o di servizi.

Vie della seta. In parallelo a questa crisi immobiliare e del debito interna, sta emergendo con più forza quella esterna delle insolvenze di molti paesi coinvolti nel megaprogetto cinese delle “nuove vie della seta”. A fine 2021 la Cina aveva crediti totali nei confronti di tali paesi per circa 850 miliardi di dollari, un’ampia quota dei quali è stata fornita dal sistema bancario statale cinese già esposto al settore immobiliare interno. Circa il 15% di questi debitori risultava già ufficialmente insolvente a fine 2021, e si può prevedere che la loro quota crescerà notevolmente nel 2022 in seguito alla situazione critica dell’economia mondiale (si vedano ad esempio i casi dello Sri Lanka e del Pakistan, grandi debitori nei confronti della Cina e sprofondati in gravissime crisi all’inizio di quest’anno). Inoltre, i prestiti cinesi sono tra i meno trasparenti al mondo ed è legittimo ipotizzare che la quota reale delle insolvenze dei paesi che hanno contratto prestiti presso la Cina sia più alta di quella ufficiale.

Oltre a questi tre fattori interni ed esterni fondamentali se ne potrebbero citare numerosi altri. Per esempio, la disoccupazione giovanile a circa il 20%, con masse sempre più ampie di nuovi laureati che si riversano sul mercato di lavoro senza trovare un’occupazione adeguata. Oppure su un altro piano i ritardi tecnologici della Cina nel campo delle microchip e di altre tecnologie, che costringono il governo a spendere fondi in misura gigantesca spesso senza risultati adeguati, oppure avviando produzioni economicamente in perdita. Sul piano militare, gli insuccessi della Russia nella guerra contro l’Ucraina hanno fatto scattare nella dirigenza di Pechino grandi campanelli di allarme per quanto riguarda l’ambizione della Cina di impossessarsi di Taiwan, un obiettivo che attualmente è conseguibile solo per mano militare, visto il forte consolidamento dei sentimenti indipendentisti nell’isola. Infine, contrariamente a quello che si crede, Pechino non sta traendo benefici economici dalla guerra della Russia. La vulgata giornalistica è che la Cina trae un grande vantaggio dalla guerra perché acquista gas russo a prezzi scontati. Ma il gas russo è responsabile solo di una quota molto piccola delle importazioni cinesi di fonti energetiche (perché non ci sono e non ci saranno ancora per almeno un decennio gasdotti di grande portata tra i due paesi), mentre la Cina è il più grande acquirente di petrolio al mondo, ivi incluso di petrolio russo, che sta acquistando a prezzi più che doppi rispetto al 2021 – il saldo netto è assai pesante per Pechino e può avere sul medio termine significativi effetti inflazionistici.

Questo elenco di fattori di crisi per la Cina, sebbene incompleto, è più che sufficiente per spiegare perché la Cina rimane a cinque mesi di distanza imbarazzata e immobile di fronte alla guerra di Putin. Ma non è detto che continui a lungo su questa linea. Il congresso autunnale del Partito Comunista sarà l’appuntamento fondamentale per capire dove andrà a parare, ma le decisioni non verranno prese in quella sede, bensì prima nei corridoi segreti di Pechino e il congresso non farà altro che ratificarle. Da questo punto di vista sarà fondamentale la tradizionale riunione a porte chiuse dei massimi vertici del partito che si tiene ogni anno nella località balneare di Beidahe, di norma nella seconda metà di agosto. Xi verrà pressoché di sicuro confermato, ma sarà importante vedere in autunno quanti e quali suoi uomini riuscirà a piazzare ai vertici e se già a settembre-ottobre ci saranno cambiamenti nell’ambito delle relazioni internazionali della Cina.

A mio parere la dirigenza cinese si trova di fronte a due strade alternative. O riavvicinarsi in parte agli Usa, e di riflesso all’Ue, con i quali ha ancora enormi e profondi legami economici, per non aggravare ulteriormente la propria situazione interna. Oppure irrigidirsi e dare un maggiore sostegno a Mosca. Quest’ultima strada può a prima vista sembrare irrazionale alla luce della situazione odierna della Cina. Ma non bisogna dimenticare che le ambizioni di Pechino a livello internazionale si sgretolerebbero in presenza di una Russia sconfitta e di conseguenza condannata a un totale declino, o addirittura a un rivoluzionamento del suo sistema interno. Questo perché Pechino perderebbe la sponda di un paese che condivide analoghi progetti egemonici reazionari e che al contempo dispone di un dispositivo nucleare e di ricatto energetico di cui la Cina non dispone. Inoltre, la coordinazione e la similitudine dei due rispettivi sistemi militari è estremamente alta, impossibile da abbandonare per Pechino anche solo sul medio termine (le importazioni di armamenti della Cina dipendono in misura di addirittura l’81% dalla Russia, tra le altre cose – e la Cina, a differenza dell’India, altro paese dipendente dalla Russia per le armi, non ha la possibilità di diversificare in misura sufficiente, viste le sanzioni e l’ostilità del blocco occidentale). Una Cina senza Russia sarebbe una Cina fortemente ridimensionata, molto più debole, dalla solitudine messa completamente a nudo. Pertanto è del tutto razionale ipotizzare che la Cina si muoverà concretamente per dare sostegno alla Russia, soprattutto se quest’ultima sarà sull’orlo di una sconfitta militare e/o di un disfacimento interno. Se al contempo si evidenzierà una cedevolezza delle posizioni di Washington e Bruxelles, Pechino spingerà per una trattativa diplomatica che “non umilii la Russia”, come voleva Macron. Se la situazione invece diventerà drammatica per Mosca, Pechino potrebbe fornirle aiuti economici, tecnologici e militari.

Conclusione

A cinque mesi dall’inizio di questa guerra diventa sempre più chiaro che, come d’altronde accade in genere con le guerre, le cose non stanno andando come pianificato dall’aggressore. In particolare, risulta ormai evidente che Putin aveva un piano “A”, quello fallito a marzo, ma non un piano “B”, o perlomeno aveva un piano “B” messo insieme alla bell’e meglio. E come avevo già scritto in precedenza, ma è bene ripeterlo in una nuova panoramica d’ampio respiro, non aveva messo in conto tutta la portata della reazione occidentale, in particolare l’entità delle sanzioni, la tenuta per più mesi della coesione tra i paesi occidentali e il livello di forniture militari che avrebbero consegnato a Kyiv. In più, per motivi principalmente di razzismo verso i vicini di casa, ha totalmente sottovalutato la reazione degli stessi ucraini. Gli oltre tre mesi di lentissima avanzata nel Donbass hanno finora fruttato a Mosca solo la conquista di quel quinto della regione di Lugansk che ancora non controllava, nulla di più. Tuttavia è anche evidente che ormai Putin con questa guerra ha messo in gioco l’esistenza stessa del proprio regime, e più precisamente ha messo in gioco non solo il proprio potere personale, bensì la sopravvivenza dello stesso stato russo così come esiste da almeno un quarto di secolo. Per questo non può tornare indietro, così come non possono tornare indietro i cani da guardia di cui si è circondato al Cremlino. Gli esiti possibili dalla prospettiva di Mosca sono solo i seguenti: una vittoria che passi per la distruzione dell’Ucraina in misura tale da renderla incapace di esistere come nazione; un compromesso con l’occidente che gli permetta di riprendere la guerra sul breve o medio termine; la propria disfatta militare e politica totale.

Se le cose in questo momento stanno andando male per Putin, non bisogna dimenticare che alcuni importanti successi li ha ottenuti, al di là del Donbass: la conquista di vaste aree al sud senza spendere forze; l’occupazione di circa un terzo della regione di Kharkiv; un livello altissimo di distruzioni delle infrastrutture, del tessuto urbano e dell’economia dell’Ucraina. Inoltre, ha avuto il tempo di dare prova concreta per mesi delle sue enormi leve di ricatto, cui avevo accennato nel mio precedente punto della situazione: energia, grano e altri prodotti agricoli, nucleare. Ritengo che quest’ultima sia un’arma che il Cremlino si riserva ancora di usare nel caso in cui la Russia dovesse sentirsi vicina a una disfatta. I dubbi principali che probabilmente vuole risolvere prima di usarla non sono certamente di natura umanitaria, bensì riassumibili con le domande: come esattamente reagirà l’occidente? e se la usiamo, Cina e India ci volteranno le spalle? Alla prima probabilmente non troveranno mai una risposta sicura, ma se le cose si mettono molto male per Putin ciò non esclude l’uso da parte sua, come minimo, di un’arma nucleare tattica a scopo dimostrativo.

Il tempo lavora sia contro che a favore della Russia. Da una parte ha bisogno di raggiungere presto obiettivi visibili per potere poi tirare il fiato, dedicandosi nel contempo ad aspetti pratici, per esempio i referendum per l’annessione alla Russia delle varie aree conquistate (possibilmente in contemporanea con le elezioni amministrative che si terranno l’11 settembre in Russia). Inoltre, per motivi anche politici, deve conquistare come minimo tutto il Donbass prima che i rifornimenti di armi occidentali agli ucraini crescano ancora nettamente. Dall’altra più tempo passa e più è probabile che Putin ottenga successi nel logorare il fronte occidentale – buona parte dell’establishment Usa, e la maggioranza di quello Ue, teme molto i ricatti di Mosca e in più vede con orrore un’eventuale disgregazione della Russia e il caos che genererebbe. Dall’altra la Russia può portare ancora avanti la guerra, tra introiti energetici e ricatti vari, di sicuro ancora per un bel po’ di tempo. Non dimentichiamo che dal punto di vista economico l’Ucraina è oggi messa molto peggio della Russia.

Dopo i momenti difficili di fine giugno, Kyiv sta ottenendo nuovo impulso dagli armamenti finalmente giunti dall’occidente. Tuttavia colpire depositi di munizioni in territorio ucraino non è sufficiente per una vittoria, bisogna anche essere in grado di avanzare su un fronte vastissimo, città per città, e per i motivi spiegati sopra, ci sono vari punti di domanda sull’effettiva capacità delle forze ucraine di farlo. Inolte, i territori conquistati devono anche essere poi tenuti saldamente nel tempo, e questo aggiunge altri punti di domanda. La guerra in corso si sta profilando come una guerra che durerà ancora molto, salvo débacle del tutto impreviste sull’uno o sull’altro fronte che al momento non sono intravedibili.

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