ASIA / Hong Kong: intrappolati nell’oscurità, lottando verso la luce
27 Maggio 2021
di Kuen Gor, da Borderless Movement, 15 aprile 2021
Di fronte all’arresto di 47 compagni di lotta, un militante e attivista sindacale di Hong Kong fa un bilancio “arrabbiato” delle proteste del 2019-2020. Un’analisi lucida e allo stesso tempo un’invettiva sprezzante contro i reazionari del mondo odierno, dal Partito Comunista cinese fino alla destra di Trump, con un invito a cercare nuove solidarietà per guardare al futuro.
Nota redazionale:
Quella che segue è la traduzione di un discorso tenuto da Kuen Gor, organizzatore sindacale di lunga data e attivista pro-democrazia, di fronte ai giornalisti presenti alla West Kowloon Magistrates’ Courts il 2 marzo 2021 in occasione del procedimento che ha negato la libertà su cauzione a 47 attivisti pro-democrazia, accusati di atti cospirativi mirati alla sovversione in base alla Legge sulla sicurezza nazionale.
Il tuo dolore è la gioia del governo
A proposito del rigetto della libertà su cauzione per i 47 attivisti pro-democrazia accusati di atti cospirativi mirati alla sovversione.
Un tempo, se la polizia voleva indagare su un sospetto, la legge le consentiva di trattenerlo solo per quarantotto ore. Se disponeva di prove sufficienti per incriminarlo, lo portava in tribunale. In caso contrario, doveva essere rilasciato. Oggi non è più così, come dimostra il caso dei 47 leader pro-democrazia arrestati. La polizia non ha prove sufficienti per portare chiunque sia di essi in tribunale e ha chiesto altri tre mesi di tempo per le indagini. Bene, nessuno le impedisce di indagare, ma perché nel frattempo non rilascia i 47 su cauzione? Dei 47 che erano già in libertà su cauzione [dopo il loro arresto iniziale a gennaio, quando sono stati incriminati formalmente solo il 28 febbraio], nessuno ha tentato di fuggire dopo avere pagato la cauzione.
La spiegazione del governo è che sono stati accusati di reati gravi. Una vera idiozia senza fondamento! Il modo in cui il Partito Comunista Cinese interpreta il termine “crimine grave” fa sì che in pratica ogni crimine possa essere un crimine grave. Il governo di Hong Kong ha ormai perso qualsiasi scrupolo, obbedisce ad ogni direttiva di Pechino mirata a distruggere completamente il principio del giusto processo. Basta esaminare le argomentazioni dell’accusa per rendersi conto della confusione che regna: non è nemmeno capace di capire chi è chi tra gli imputati. Ha persino sbagliato le generalità degli imputati, affermando che Eddie Chu Hoi-Dick è un consigliere distrettuale di Wong Tai Sin. Si tratta di un’esibizione di pura e semplice incompetenza. Come nel film Shaolin Soccer, dove gli arbitri sono tutti al soldo della squadra dei cattivi, i giudici che presiedono questa saga sono tutti tirapiedi di Pechino. Non vale la pena soffermarsi più di tanto sulla logica di Pechino che sta dietro a a questa macchina; è meglio prendere questa farsa come lo scherzo che è, e continuare a combattere una battaglia utile. Sarà una lotta lunga e ardua, quindi tanto vale approfittare di questi momenti di comicità per farci una bella risata. Gli aguzzini non avranno alcuna pietà di coloro che opprimono. Poiché sono sadici, il nostro dolore costituisce la loro gioia, pertanto una resistenza gioiosa è preferibile a una resistenza triste.

Kuen Gor
Qualcuno mi ha detto che i giudici che presiedono il tribunale non prendono tutta questa faccenda alla leggera. Ma certo! I tirapiedi dell’establishment si atteggiano a persone molto serie nel loro lavoro, perché per spacciare menzogne bisogna metter su una bella recita. C’è un abisso di differenza tra coloro che prendono sul serio la situazione di Hong Kong, che si rendono veramente conto del danno che viene fatto alla nostra città, e coloro che invece fanno solo finta di farlo.
Se doveste venire a sapere che Dio in persona vi vuole morti, di sicuro impazzireste. Che il Partito Comunista Cinese continui pure a insistere con una simile follia! Non farà altro che spingere il popolo a resistere più duramente. Anche Hong Kong è a sua volta un luogo folle, dove la scelta tra agire secondo coscienza e guadagnarsi da vivere non è affatto una scelta. Molte persone non parlano non perché sono indifferenti, ma perché non possono permettersi di farlo visto che altrimenti metterebbero in pericolo il loro sostentamento.
Se volete la Democrazia, lottate per ottenerla!
Se solo alcuni dei magnati che hanno fatto le loro fortune alle spalle degli hongkonghesi avessero un po’ di fegato e si esprimessero contro il governo, aprirebbero le porte a un torrente di dissenso che sicuramente trasformerebbe la società di Hong Kong. La situazione di Hong Kong costituisce una sfida per tutti coloro che potrebbero fare una differenza. Un vantaggio dello status di Hong Kong come città internazionale è che il mondo intero è stato testimone della lotta degli hongkonghesi. Non è sufficiente denunciare il governo e tutti gli abissi di depravazione in cui è sprofondato; dobbiamo rivolgere il nostro sguardo scrutatore anche al branco di capitalisti transnazionali di Hong Kong – Li Ka-Shing, Lee Shau-Kee, e il resto dei magnati che si sono ingrassati sfruttando la classe lavoratrice della città – e chiedere loro: quando avete intenzione di fare qualcosa? Avete fatto le vostre fortune con questa città, una ricchezza sufficiente per una dozzina di generazioni. Cosa avete fatto per Hong Kong?
Come in ogni lotta contro un regime totalitario, gli alleati all’estero possono giocare solo un ruolo accessorio. Spetta al popolo difendere la propria posizione. Quando parliamo in modo poetico del nostro diritto all’autodeterminazione, ma omettiamo di agire secondo la nostra coscienza politica, è come se chiedessimo che Hong Kong venisse annessa da una potenza occidentale. Quello che gli hongkonghesi vogliono non è un ritorno al benevolo autoritarismo del regime coloniale britannico, anche se c’è una minoranza vociante che vorrebbe farvelo credere. Il dominio coloniale britannico ha mai creato una democrazia ad Hong Kong? Il risultato dell’era coloniale è stato chiaramente quello di esacerbare l’ineguaglianza socioeconomica fino ad un grado smisurato, a vantaggio esclusivo dei grandi capitalisti della città, che ora servono volentieri Pechino come hanno fatto in passato con Londra. Questi miliardari che avevano prosperato sotto i britannici, ora prosperano sotto i cinesi senza pensare minimamente al resto di noi hongkonghesi. Un ritorno ai brutti vecchi tempi del dominio britannico è qualcosa che nessuno di noi vuole.
Nessuno sa quando il popolo vivrà un risveglio politico, neanche il regime, i tempi della cui caduta sono ancora lungi dall’essere certi. Forse crollerà domani, e in tal caso avremo tutti motivo di festeggiare. Ciò che è fondamentale è non farsi illusioni fantasiose sul Partito Comunista Cinese. Come cittadini di questo mondo, non possiamo illuderci che ci possa mai essere una dittatura che abbia una coscienza. Ci saranno sempre persone che sperano in un imperatore benevolo, ma perché mai dovremmo lasciarci guidare da un imperatore?
È il popolo che deve governare se stesso! Dobbiamo sviluppare un alto grado di coscienza civica e politica per vigilare su coloro che ci governano. Cacceremo chi tra essi abusa del proprio potere. Recentemente mi è stato raccomandato un film, Il processo ai Chicago 7, che condanna la brutalità e la crudeltà dello stato americano, ma ci dice anche che gli americani hanno la possibilità di rovesciare legalmente un governo ingiusto una volta ogni quattro anni. Le elezioni democratiche sono canali attraverso i quali le persone possono generare cambiamenti. Ma i governanti eletti possono cambiare nel tempo, spesso in peggio; il potere assoluto corrompe, e il potere corrompe assolutamente. Il controllo su coloro che sono al potere e il contrappeso al loro agire alla fine vengono da ognuno di noi. Non bisogna riporre tutte le proprie speranze nella benevolenza dei governanti, perché possono rivelarsi dei despoti. Solo il potere del popolo può garantire che lo stato si comporti al meglio. È dovere di ogni cittadino coscienzioso uscire allo scoperto e opporsi all’autocrazia.
Organizzazione senza un “Grande Palco”
Una volta ero un proletario che si occupava solo di guadagnare abbastanza denaro per campare e non sapeva nulla di politica perché ritenevo che non servisse. Negli ultimi decenni, gli hongkonghesi sono stati fortunati e hanno vissuto vite di relativo agio e tranquillità nel quadro di uno status quo benevolo. Ciò è dovuto in gran parte alla posizione geopolitica e geografica unica di Hong Kong, che ci ha permesso di trarre enormi vantaggi dalla nostra relazione speciale con la Cina continentale, e dal lavoro degli hongkonghesi. Oggi quei bei tempi sono finiti. Siamo costretti a soppesare con attenzione le potenziali conseguenze personali di una presa di posizione contro il governo; io stesso non so se domani potrei essere un desaparecido, nessun può escluderlo. Ci troviamo di fronte a un regime che può eliminarti con la stessa facilità con cui si schiaccia una mosca, ma nascondersi e andare sottoterra è l’unica opzione? Ritirarsi non farà altro che incoraggiare il regime a invadere ulteriormente le nostre libertà, mentre una presa di posizione collettiva gli mostrerà la forza del popolo. Se Xi Jinping non temesse il popolo, non avrebbe bisogno di fare mettere sotto chiave intere città quando le visita. I cittadini comuni che Xi incontra sono tutti poliziotti travestiti. Perché ciò accade? I tiranni temono il popolo. Ma basta guardare al massacro di Tiananmen per rendersi conto che nel popolo ci saranno sempre degli eroi disposti a sacrificare la propria vita per resistere al regime.

Kuen Gor, sulla destra, durante una protesta di lavoratori
Il nostro imperativo ora è quello di organizzarci – alla luce del sole o di nascosto. Un principio centrale del movimento del 2019 contro la legge sull’estradizione è stato il rifiuto di dotarsi di qualsiasi organismo centrale di coordinamento, il cosiddetto “Grande Palco”. Certo, non dobbiamo necessariamente avere un’autorità centrale, ma dobbiamo comunque disporre di un’organizzazione. Nel momento in cui il nostro movimento sta subendo una feroce repressione da parte del regime e tutti noi siamo dispersi nel vento, gli atti individuali di coraggio ed eroismo finiranno per essere sacrifici senza senso. Ma se ci diamo un’organizzazione, le cose cambieranno. Saremo in grado di definire strategie e cooperare con altri gruppi che la pensano come noi. Il governo può mettere fuori gioco un ‘Grande Palco’ con facilità, ma è molto più difficile schiacciare un’organizzazione di massa sostenuta dal basso.
Lezioni dal nuovo movimento sindacale
Il regime attualmente sta reprimendo i dipendenti pubblici che si sono organizzati in sindacati. A causa delle particolarità storiche di Hong Kong, il movimento operaio e i sindacati della città sono sempre stati deboli – molte organizzazioni dei lavoratori sono sotto il controllo del Partito Comunista cinese, in particolare la Federazione dei Sindacati, che è la più grande organizzazione sindacale di Hong Kong. Se i dipendenti pubblici di Hong Kong si renderanno conto che i numeri possono dare sicurezza e forza, il movimento sindacale ne uscirà notevolmente rafforzato. I dipendenti pubblici sono 180.000, e anche se solo un decimo di essi si sindacalizzasse e scioperasse, si tratterebbe di un’enorme sfida per il regime. È indispensabile che vi sia un risveglio politico dei proletari della città, e anche se ciò non avverrà da un giorno all’altro, visto che c’è già voluto molto tempo perché si sviluppasse una coscienza di classe fra gli abitanti di Hong Kong, è sempre meglio tardi che mai. Il modo in cui il regime si è dato da fare per reprimere il nuovo movimento sindacale è una dimostrazione della forza e della potenza che una classe lavoratrice politicizzata possiede, altrimenti perché arrestare Winnie Yu, presidentessa della Alleanza dei Dipendenti dell’Autorità Ospedaliera (HAEA), insieme al resto dei 47 politici e attivisti pro-democrazia? Ho sostenuto l’HAEA quando ha cominciato a organizzarsi, e avevo avvertito i suoi membri che il governo li avrebbe presi di mira [a causa della minaccia che un sindacato forte rappresenta per il regime].
Facciamo un confronto tra l’HAEA e il PTU, il Sindacato Professionale degli Insegnanti, un’altra importante organizzazione sindacale. Il PTU vanta un numero di novantamila iscritti, ma è stato cooptato dal Partito comunista cinese, e quindi non è in grado di sfruttare il proprio potenziale per resistere al regime. La HAEA guidata da Winnie Yu aveva invece circa ventimila membri che hanno avuto il coraggio di scioperare. La forza di un tale sindacato ha terrorizzato il PCC, ed è per questo che Winnie Yu è stata arrestata. Il fatto che i sindacati pro-democrazia siano diventati obiettivi di così alto profilo per la repressione statale, significa che dovremmo evitare questa modalità di organizzazione? Naturalmente no. L’intensificarsi della repressione significa che dovremo semplicemente elaborare una strategia di resistenza flessibile.
Il modello ‘Un paese, due sistemi’ è definitivamente morto, ed è un’ottima notizia! Perché questo farà aprire gli occhi degli hongkonghesi sul fatto che la promessa di libertà e autonomia implicita nel concetto “Un paese, due sistemi” è sempre stata un’illusione. Questo concetto è imploso sotto la repressione delle proteste da parte del Partito Comunista Cinese, che non può più sognarsi di usare lo slogan “Un paese, due sistemi” a Hong Kong, come aveva fatto finora, per convincere Taiwan a unificarsi con la Cina continentale. Questo per noi è positivo: il mondo ora può vedere il regime del Partito Comunista Cinese come la dittatura totalitaria che è.
L’idea che la politica di “un paese, due sistemi” o che lo “stile di vita capitalista” di Hong Kong sarebbero rimasti immutati, come promesso, per cinquant’anni dal passaggio di consegne tra Regno Unito e Cina si è rivelata una pura e semplice fantasia. Lo stato di diritto è stato sostituito da un sistema in cui il diritto diviene una farsa, come dimostra la completa incapacità del Dipartimento di Giustizia di spiegare perché, dei 55 candidati pro-democrazia che avevano preso parte alle primarie, 47 sono stati incriminati e 8 invece no. La legge è diventata uno strumento arbitrario usato dal regime, da impiegare selettivamente contro i dissidenti che rifiutano di fare marcia indietro.
Il movimento per la democrazia e il parlamentarismo
Il movimento pro-democrazia deve partecipare alle elezioni che si terranno a Hong Kong a dicembre? Io penso di sì. Che le elezioni siano corrette o meno è irrilevante. L’establishment sarà felice se ci asteniamo totalmente, mentre se avanziamo la candidatura di una persona pro-democrazia per contestare un’elezione ingiusta, otterremo quantomeno l’effetto di denunciarla come una farsa.
Il punto importante è che senza un’opposizione che prenda parte alle elezioni, l’establishment avrà effettivamente il monopolio del discorso politico. Per gli hongkonghesi l’ingiustizia della situazione sarà del tutto evidente, ma l’establishment potrebbe essere comunque in grado di ingannare l’opinione pubblica internazionale sulla legittimità di queste elezioni, dimostrando così che Hong Kong è ancora “democratica”. Pechino ha assunto di fatto un controllo diretto su Hong Kong, quindi perché mai si preoccupa ancora di organizzare delle elezioni? Le elezioni sono solo uno strumento di inganno, una cortina di fumo per oscurare la realtà dittatoriale di Hong Kong. Finché continueremo a candidare persone pro-democrazia alle elezioni, il loro imbroglio risulterà evidente. Naturalmente, dovremo aspettare e capire come Pechino “riformerà” ulteriormente il sistema politico di Hong Kong in futuro.
Potranno anche reprimere i leader del movimento pro-democrazia, ma ci saranno sempre altri che possono prendere il loro posto, anche se non sono politici esperti. La storia ci insegna che presentare candidati dal profilo anonimo e non pretenzioso in elezioni farsa sotto regimi dittatoriali può essere un modo per mettere a nudo l’ingiustizia del sistema. Gli addetti ai lavori capiranno che questi candidati sono la nostra voce contro il regime. I candidati non devono necessariamente presentarsi come esplicitamente anti-PCC, né devono proporre una piattaforma politica coerente. Possono semplicemente essere cittadini che vogliono presentarsi alle elezioni. Noi sapremo benissimo come stanno in realtà le cose. È la nostra coscienza che deve guidarci, perché non ha più senso rispettare il dettato della legge quando possiamo essere arrestati per qualcosa che abbiamo fatto ieri e che oggi è stato criminalizzato. Le nuove regole rendono impraticabile questa opzione. Non importa – è ormai del tutto chiaro che, a Hong Kong, la legalità e l’illegalità non hanno nulla a che vedere con ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Non sono a favore di atti estremisti o suicidi. Ma tutti noi dobbiamo partecipare alla lotta al meglio delle nostre capacità, per quanto marginale possa essere il nostro contributo.
Cosa definisce un “patriota” nel senso in cui il termine viene usato dal governo di Pechino e cosa invece una persona favorevole all’indipendenza di Hong Kong? Il regime usa la semantica come un’arma, poiché ha il monopolio della definizione delle parole. Chi vuole candidarsi alle elezioni dovrebbe comunque candidarsi, e se il regime glielo impedisce, così sia. Se continuiamo a fare del nostro meglio, ci sarà speranza.
Il Partito Comunista cinese afferma che solo i patrioti devono governare Hong Kong, ma i leader del partito sono davvero dei patrioti? Se lo fossero, dovrebbero rivelare apertamente le ricchezze e i beni che possiedono, le loro società di facciata e i prestanome che riciclano il loro denaro sporco, o i familiari che lo hanno nascosto all’estero. Perché i figli dell’élite del partito evitano di usare i cognomi dei loro genitori e si nascondono dietro pseudonimi? I leader del partito dicono che dobbiamo essere tutti patriottici, eppure il paese di cui si preoccupano non è la Cina, bensì quello o quelli che concedono loro un secondo passaporto e servono come loro paradisi fiscali.

Protesta per il rilascio dei prigionieri politici
La lotta in Myanmar e la crisi del trumpismo
Coloro che erano disposti a sacrificare il loro sostentamento o il loro futuro per Hong Kong lo hanno già fatto stando in prima linea, e successivamente sono stati arrestati. Altri sono fuggiti dalla città e sono andati in esilio. Quelli di noi che non possono sopportare di vivere sotto la tirannia soffocante di un regime che soffoca ogni libertà di parola, e che credono che sia meglio morire in piedi che vivere in ginocchio, devono essere mentalmente preparati a diventare vittime della brutale violenza dello stato. Anche i medici in prima linea nelle proteste in Myanmar sono presi di mira dai soldati e dalla polizia del regime. La gente ha paura della morte, è vero, ma quando hai accettato la possibilità di morire allora forse diventa meno spaventosa. Tutti muoiono prima o poi. Sta a ciascuno di noi scegliere se vogliamo morire felici e liberi, o alla fine di una vita di sofferenza passiva sotto l’ingiustizia.
Qualcuno di voi [Kuen Gor evidentemente si rivolge ai giornalisti presenti – N.d.T.] dice che Trump è l’unico in grado di tenere testa a Pechino, ma è uno che abbaia tanto senza mordere. Chi è Trump? Un suprematista bianco, un misogino, un razzista e un nazionalista di destra. Simili brutture non dovrebbero nemmeno esistere, e la sconfitta elettorale di Trump è un piccolo barlume di speranza in un panorama che nell’ultimo decennio ha visto una recrudescenza della destra in tutto il mondo. Se questo spostamento a destra a livello internazionale continua, ci sarà inevitabilmente una guerra. Dobbiamo renderci conto che una terza guerra mondiale sarà una guerra nucleare che rappresenterà una minaccia per l’esistenza dell’umanità ancora più grande delle prime due guerre mondiali. Se non riusciamo a fermare la crescita del nazionalismo, dell’imperialismo e dello sciovinismo, ci troveremo di fronte a prospettive terrificanti.
Naturalmente, Joe Biden non è una valida alternativa. Se la Cina è una dittatura monopartitica, gli Stati Uniti possono essere definiti una dittatura bipartitica. Entrambi i sistemi di governo sono insostenibili e indesiderabili, ma anche in questo caso ci sono gradi diversi di giudizio negativo. In America ci sono strumenti di controllo e contrappeso di tipo democratico, ripristinati sulla base di un certo consenso popolare dopo la guerra civile, che limitano i danni che uno come Trump può causare. Non c’è nulla invece che possa frenare Xi Jinping.
Cosa ho da dire ai 47 attivisti pro-democrazia incarcerati? La maggior parte di loro sta affrontando la prospettiva di qualche anno di prigione. Direi loro di sorridere di fronte al proprio destino, se possono, perché è possibile farlo. Una volta ho visitato un’amica nel Centro di accoglienza di Lai Chi Kok [una prigione], e mi ha detto di avere avuto molte difficoltà ad adattarsi. Tuttavia, coloro che sono in prigione hanno il tempo di temprarsi nella mente e nel corpo, e gli amici che possono farsi mentre sono dentro potrebbero addirittura superare quelli che hanno fuori. La vita in prigione non sarà troppo noiosa poiché i detenuti sono nostri amici e compagni. A Lai Chi Kok ho visto molte facce familiari del movimento pro-democrazia, compreso Wu Chi-wai (un importante politico pro-democrazia). Che sia per le strade o da una cella, la lotta continua.
Hong Kong è diventato un posto folle. Tutti noi amiamo i nostri amici e la nostra famiglia, e siamo felici di ogni momento in cui possiamo visitare i nostri compagni incarcerati, perché non si sa mai se oggi è l’ultima volta che li rivedremo. Anche se oggi uno si ritira completamente dalla politica, non ha la garanzia di non essere arrestato o perseguitato dallo stato domani. Sono cose ormai del tutto fuori dal nostro controllo, ma c’è una cosa su cui invece conserveremo sempre il nostro controllo, e si tratta dei nostri pensieri, del nostro atteggiamento. Ognuno di noi dovrà in qualche modo affrontare la prova di come reagire all’attuale atmosfera di persecuzione e repressione.
Tutti i leader del campo filodemocratico, dai moderati ai radicali, sono stati arrestati. Cosa possiamo fare ora? La mia risposta è che vi è un’ampia molteplicità di approcci che possono funzionare, perché una lotta democratica è necessariamente pluralistica. Solo le dittature come quella del PCC adottano una visione binaria di noi contro di loro, dove o sei con me o sei contro di me. Anche lo stesso PCC non è un blocco monolitico perché al suo interno ci sono diverse fazioni. Non c’è bisogno di forzare le persone ad aderire ad un’unica linea di partito. Stiamo scalando la stessa collina in modi diversi, e ci sono molti sentieri che portano alla stessa cima.
Ma se in realtà non stessimo affatto scalando la stessa collina? Ci sono alcuni importanti opinion leader di Hong Kong che sostengono Donald Trump, e la loro lotta non è la mia. Queste persone si appellano a un autocrate affinché tratti con un altro autocrate, ma in realtà tutti gli autocrati sono indifendibili. Tuttavia, possiamo coesistere separatamente senza combatterci a vicenda. La lotta per la democrazia non deve degenerare in guerre intestine. Detesto quando la gente parla della “legge della giungla”, perché se sposi questo tipo di mentalità non sei un umano, ma una bestia selvaggia. La più grande capacità dell’umanità è quella di rifiutare e superare la mentalità del “lupo mangia il lupo” secondo cui il debole deve temere il forte.
Dobbiamo tutti accettare la realtà attuale, e cioè che il movimento ha raggiunto il suo punto più basso. In una tale situazione, insorgeranno inevitabilmente delle divisioni interne, poiché siamo sparpagliati ai quattro venti. Ma non dobbiamo aspettarci che un messia venga a salvarci, perché non ci sono più messia! Possiamo ottenere progressi quando a progredire sono i pensieri e gli atteggiamenti di ognuno di noi. Ritengo che dobbiamo tutti continuare a lottare guardando in avanti e facendo quello che possiamo. Hong Kong sta entrando in una notte lunga e buia, ma possiamo tutti continuare a lottare per prepararci all’arrivo dell’alba.
Kuen Gor
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.