NORD AMERICA / I semi della rivoluzione sono germogliati: che fare ora?

di Peter Hudis, da “New Politics”, 6 agosto 2020

Un’analisi della straordinaria stagione di lotte contro la violenza razzista apertasi negli Usa dopo l’omicidio di George Floyd e che ha mobilitato 26 milioni di americani, incontrando un’ampia solidarietà internazionale. Pur senza aderire al punto di vista marxista-umanista dell’autore, riteniamo che il testo qui proposto offra ragionamenti particolarmente stimolanti su questo movimento nato dal basso.

[Sul nostro sito sono liberamente scaricabili i “Libri di Crisi Globale”: Discorrendo di imperialismo di Ilario Salucci e La Cina, il virus e il mondo di Andrea Ferrario]

Parte I: La sfida posta da un nuovo punto di svolta storico

[Qui sotto riportiamo la sola traduzione della Parte I. La Parte II nell’originale inglese si trova qui]

I punti di svolta storici sono molto rari, ma oggi ci troviamo nel bel mezzo di uno di questi, dopo i due mesi di proteste pessoché ininterrotte contro gli abusi della polizia, contro il sistema di ingiustizia criminale e per una società umana che hanno travolto gli Stati Uniti e altre parti del mondo dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia il 25 maggio.

Queste proteste massicce e continue hanno come caratteristica lo scontro tra due opposti assoluti – da una parte le forze della morte, rappresentate dal comportamento omicida della polizia, dal razzismo, dalla misoginia, dalla distruzione dell’ambiente e dal dominio del lavoro morto (o capitale) sul lavoro vivo – dall’altra le forze della vita, rappresentate da coloro che aspirano all’emancipazione umana.

Niente evidenzia il lato mortale di questa contraddizione più della decisione presa alla fine di luglio dall’amministrazione Trump (sostenuta da tutto il Partito Repubblicano e da gran parte del Partito Democratico) di inviare centinaia di membri delle truppe federali del Dipartimento per la sicurezza interna, l’immigrazione e l’applicazione delle norme doganali in una dozzina di città, dove hanno sparato gas lacrimogeni, picchiando e arrestando – spesso senza preavviso o provocazione – centinaia di manifestanti. Non si tratta di una mossa passeggera volta a promuovere ulteriormente l’immagine di Trump tra i razzisti di estrema destra. Si tratta invece di uno sforzo per reprimere con misure militari dirette un movimento che finora si è dimostrato incontenibile. Queste mosse repressive sono senz’altro destinate ad intensificarsi dopo le elezioni presidenziali di novembre, soprattutto se Trump si rifiuterà di riconoscere il risultato del voto e di abbandonare il proprio incarico in caso di sconfitta.

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Non possiamo ancora sapere esattamente come si svilupperà e progredirà questo movimento (che nessuno aveva previsto prima della sua nascita alla fine di maggio). Ma una cosa sappiamo sicuramente: quando la storia improvvisamente si muove in avanti, non è sufficiente ripetere quello che hai detto, fatto, o pensato anche solo qualche settimana prima. O si coglie il flusso della storia e ci si muove insieme ad esso, oppure si viene riportati indietro rispetto al nuovo punto di svolta che è stato raggiunto.

I punti di svolta nella storia sono emozionanti, ma anche dolorosi e difficili da vivere. Occorre esserne consapevoli, mentre si cerca di capire cosa sta succedendo.

L’ondata di proteste che si è verificata negli ultimi due mesi è senza precedenti. Manifestazionni di carattere multietnico, in gran parte guidate da afroamericani, si sono verificati in 2.000 città, centri abitati e zone rurali degli Stati Uniti. Si stima che  solo negli Stati Uniti 26 milioni di persone abbiano partecipato alle proteste. La cosa più sorprendente è che ormai è diventato un movimento internazionale. Le proteste contro gli abusi della polizia, il razzismo e la disuguaglianza sociale sono scoppiate in una quarantina di paesi europei e latinoamericani e in diversi paesi dell’Africa e dell’Asia, coinvolgendo decine di migliaia di persone alla volta. E’ una cosa che non era mai successa prima d’ora.

I cileni che sono stati feriti (e in alcuni casi accecati) dai gas lacrimogeni e dai proiettili di gomma nelle proteste dello scorso autunno stanno fornendo consigli agli attivisti statunitensi su come proteggersi; gli attivisti anti-Assad nella provincia di Idlib in Siria, l’ultimo baluardo rimasto dell’opposizione, hanno creato un murales antirazzista in solidarietà con il movimento Black Lives Matter. In altri paesi si contano decine di esempi di questo tipo. Come ha scritto un amico in India: ” Chi poteva immaginare che una sola scintilla negli Stati Uniti avrebbe scatenato un incendio mondiale nel giro di così poco tempo? È come se migliaia di primavere arabe stessero accadendo simultaneamente in tutto il mondo”.

Le proteste sono in gran parte spontanee, ma non disorganizzate. Il 31 maggio, un artista di Chicago che non era mai stato politicamente attivo a sinistra ha chiesto sulla sua pagina Facebook se qualcuno era interessato a organizzare un raduno nel North Side; ventiquattro ore dopo si sono presentate 5.000 persone e hanno marciato per sei ore. Vi sono innumerevoli altri esempi di una tale auto-organizzazione di origine spontanea. Allo stesso tempo, gli attivisti di base che da tempo partecipano alla lotta per il taglio dei finanziamenti alla polizia e l’abolizione del sistema carcerario hanno organizzato una serie di nuovi eventi negli Stati Uniti nelle settimane successive alla prima ondata di proteste alla fine di maggio e all’inizio di giugno, raccogliendo la partecipazione di nativi americani, immigrati asiatici, neri, latino-americani e giovani bianchi a un livello che non si vedeva da decenni.

L’aspetto più importante è che il movimento ha rimodellato il dibattito politico negli Stati Uniti. Proposte regolarmente respinte solo alcuni mesi fa dai liberali e dai radicali ormai logorati, come il taglio dei finanziamenti alla polizia, l’abolizione delle carceri e i risarcimenti, stanno diventando generalizzate. Una larga maggioranza del Consiglio comunale di Minneapolis si è espressa a favore della chiusura del dipartimento di polizia. Ci sono anche richieste di eliminare i sindacati della polizia, il più sistematico protettore dei poliziotti assassini. E’ sempre più diffusa la consapevolezza che i poliziotti non sono lavoratori, ma gendarmi del capitale che devono essere disarmati.

Molto è cambiato da quando i marxisti-umanisti hanno scritto il documento ” Da dove cominciare? Coltivare i semi della liberazione in un mondo lacerato” a metà aprile[1]. Nel riferire di una serie di importanti rivolte di massa verificatesi a livello mondiale nel 2019, il documento osservava che: “negli Stati Uniti non si sono verificate rivolte di massa di questo tipo in tempi recenti”. Ma si aggiungeva che “gli stessi semi di liberazione radicale auto-organizzata” sono stati piantati anche qui. Ora sono germogliati, come si è visto non solo dalle dimensioni ma anche dalla forma delle proteste. Queste spesso si differenziano dalle tradizionali marce, in quanto servono come strumenti per fornire aiuti alle comunità impoverite e come forum per discutere di questioni e idee. Donne che denunciano le violenze sessuali; immigrati che si oppongono alla deportazione; ex detenuti che denunciano la mancanza di misure per prevenire la diffusione del Covid-19; persone transgender che rivendicano i loro diritti – tutto questo e molto altro ancora. Il mutuo aiuto è una delle caratteristiche delle proteste che più colpiscono e in quasi tutti gli eventi viene fornita assistenza sotto forma di cibo, acqua, cure mediche e servizi legali. Le esperienze degli attivisti nelle assemblee cittadine del Cile nel 2019, che avevamo citato come esempio, valgono anche per la situazione che molti hanno sperimentato in queste proteste: “Stiamo vivendo una rottura totale con la vita quotidiana a cui eravamo sottoposti. Ecco perché l’atmosfera è del tutto speciale, rigenerante e persino gioiosa”. Stiamo recuperando un senso di umanità grazie alla ribellione e all’appropriazione di spazi nelle nostre comunità”[2].

Si tratta chiaramente della minaccia più potente che Trump si trovaè trovato ad affrontare da quando è stato eletto. Ma non è una sfida solo per Trump. Minneapolis è una delle città più progressiste degli Stati Uniti; Clinton vi ha ottenuto il 65% dei voti nel 2016. Eppure dal 2012 solo l’1% delle denunce contro gli abusi della polizia ha portato ad azioni disciplinari. Bill de Blasio, il sindaco di New York, un liberale eletto per porre fine alla politica di “stop and frisk” (“ferma e perquisisci”) contro i neri e i latino-americani, ora difende i soprusi della polizia contro i manifestanti. E Laurie Lightfoot, la prima sindaca nera di Chicago, è stata una delle prime a imporre un coprifuoco che ha portato a centinaia di pestaggi e arresti – dando il proprio sostegno all’invio a Chicago di squadre di sicari federali da parte di Trump, dopo aver inizialmente espresso la propria opposizione. I manifestanti di oggi non cercano di riportare l’America a quella che era prima di Trump, ma si oppongono all’intera struttura del neoliberalismo che ha reso possibile la sua ascesa.

Come ha potuto un tale movimento emergere così velocemente, così inaspettatamente? Una delle cause principali è la pandemia, che ha messo a nudo le disuguaglianze razziali, di classe e di genere come mai prima d’ora. Le grandi imprese hanno ricevuto massicci aiuti di emergenza, mentre milioni di lavoratori licenziati hanno avuto poco o niente; la ricchezza netta dei miliardari americani è aumentata del 15% durante la pandemia, mentre milioni di persone soffrono la fame; Amazon e altre aziende hanno aumentato la produzione senza fornire dispositivi di protezione ai lavoratori – il divario di classe alimentato dal coronavirus è fin troppo evidente. Così come lo è il divario tra i sessi, poiché le donne costrette a lavorare da casa devono affrontare il doppio onere di occuparsi dei bambini a casa da scuola e dei parenti malati, senza ricevere alcun compenso e con scarsa considerazione. Il discrimine razziale è il più evidente di tutti, con i neri che soffrono di un tasso di mortalità doppio rispetto ai bianchi e i lavoratori latino-americani (soprattutto nel settore del confezionamento della carne e dell’agricoltura) che soffrono di tassi di infezione estremamente elevati.

Poiché il razzismo è il tallone d’Achille della società statunitense, e le relazioni di classe sono state strutturate secondo linee razziali sin dalla sua nascita, le rivolte contro la disumanizzazione razzista hanno storicamente fatto da catalizzatore di una messa in discussione delle relazioni sociali dominanti. E così è anche oggi. Le proteste non hanno sminuito la lotta di classe, ma l’hanno rafforzata, mettendo in luce le conseguenze mortali della vita sotto il capitalismo. Ed è per questo che molti, anche tra i bianchi della classe lavoratrice, si sono uniti ad essa.

Certamente, l’incremento dell’attivismo organizzato dei lavoratori durante la pandemia ha contribuito a preparare il terreno per questi sviluppi. Scioperi di autisti di autobus a Detroit, di lavoratori di Amazon a Staten Island, di addetti al confezionamento della carne in Iowa e Sud Dakota, così come proteste sindacali in Brasile, Costa d’Avorio, Pakistan, Palestina, Kenya, Italia e Germania contro la mancata protezione della sicurezza dei lavoratori durante la pandemia, sono tutte lotte che sono un segno (come ha affermato il sindacalista Ron Herrera della Contea di Los Angeles una settimana prima dell’assassinio di George Floyd) del fatto che “ci stiamo muovendo verso una ribellione dei lavoratori”. “[3] Ma c’è voluta la risposta all’assassinio di Floyd per far emergere tutto questo, in una forma nuova e inaspettata.

In una parola, è probabile che oggi stiamo assistendo a un nuovo tipo di movimento multietnico della classe operaia.

Dopo che Biden ha vinto le primarie nella Carolina del Sud con un notevole sostegno degli afroamericani, alcuni hanno messo in dubbio la rilevanza del concetto marxista-umanista di “Masse nere come avanguardia”, sviluppatosi nel corso di 50 anni di esperienze maturate con le lotte per la libertà dei neri negli Stati Uniti. Ma hanno trascurato l’importanza dei giovani. La maggior parte dei giovani neri non ha votato alle primarie o ha scelto Sanders (che ha ottenuto il sostegno degli elettori neri e latino-americani sotto i 35 anni di età praticamente in tutte le primarie a cui ha partecipato). E non c’è dubbio che questo nuovo movimento è guidato e trainato dai giovani.

Nell’ambito dell’America nera il divario generazionale non si è attenuato, così come non si sono attenuate le divisioni di classe interne. Le due cose vanno spesso di pari passo, come si può riscontrare dal numero di neri democratici che difendono gli interessi delle grandi aziende e che (insieme a Biden) si oppongono ai crescenti appelli per un taglio ai finanziamenti dei dipartimenti di polizia. La nuova fase di una rivolta non si limita a unire le persone, ma accentua anche il divario tra chi vuole sradicare il sistema e chi vuole mantenere il proprio posto al suo interno.

Il ruolo centrale svolto dai giovani nelle proteste conferma la concezione marxista-umanista, articolata da Raya Dunayevskaya già nel 1958, secondo cui “Anche se i giovani non sono direttamente coinvolti nella produzione, sono quelli il cui idealismo, inteso nel senso migliore del termine, si combina con l’opposizione alla società adulta esistente in modo talmente unico da farli letteralmente schierare al fianco dei lavoratori in quanto costruttori di una nuova società”. “[4] Nelle manifestazioni i giovani bianchi tengono in mano cartelli come “Il silenzio dei bianchi equivale alla connivenza dei bianchi” e si interpongono tra la polizia e la folla in modo che le persone di colore abbiano meno possibilità di essere le prime ad essere picchiate con i suoi manganelli.  È come se anni di discussioni e dibattiti sulla teoria delle razze e sui privilegi dei bianchi fossero stati fatti propri da una nuova generazione. L’impatto di tutto questo probabilmente lo si sentirà ancora tra molti anni, anche se il movimento vivrà (come tutti gli altri) flussi e riflussi.

Proprio per questo motivo le forze della società borghese si attivano contro il movimento, screditandolo o cercando di cooptarlo in canali “sicuri”. Inizialmente lo hanno fatto tentando di imporre una separazione tra i manifestanti “buoni e pacifici” e quelli “cattivi e violenti”. Va da sé che ci sono sempre avventuristi che usano le proteste per i loro scopi limitati, così come vi sarà inevitabilmente la presenza di agenti provocatori e di poliziotti in borghese che creano scompiglio. Ma gli attacchi indiscriminati contro i saccheggi e le sommosse che hanno caratterizzato le prime fasi della risposta alla morte di Floyd, come se la violenza contro le persone equivalesse a quella contro le proprietà, trascurano completamente il nocciolo della questione, e cioè che è la violenza inflitta dal capitalismo razzista a generare tali azioni.

Ciò che Vicky Osterweil ha scritto sulle proteste di Ferguson del 2014 vale per intero ancora oggi: “Creando una netta divisione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, o tra i praticanti della non violenza etica e quelli che vengono definiti saccheggiatori violenti, si riproduce la narrazione che criminalizza i giovani neri… Il saccheggio è estremamente pericoloso per i ricchi (e per la maggior parte dei bianchi) perché rivela, con un’immediatezza che si cerca di respingere con il moralismo, che l’idea della proprietà privata non è altro, per l’appunto, che un’idea, una forma di consenso fragile e instabile, sorretta dalla forza letale dello Stato”. Quando i dimostranti si appropriano del territorio e fanno saccheggi non fanno altro che rivelare come, in uno spazio senza poliziotti, i rapporti di proprietà possono essere distrutti e gli oggetti diventano gratuiti”[5].

Una volta divenuto chiaro che la stragrande maggioranza delle proteste era in realtà di natura pacifica, il tentativo di screditarle ha lasciato il posto alla tesi (avanzata soprattutto dai liberali) secondo la quale porre richieste così “radicali” come l’abolizione della polizia e delle carceri rischia di allontanare i potenziali “alleati” e rende più facile per Trump fomentare il “risentimento dei bianchi” contro il movimento. Ma come è diventato chiaro a chiunque guardi con attenzione, Trump e i suoi alleati dipingeranno sempre come un “radicale pericoloso” chiunque agisca contro la repressione dello Stato e la violenza della polizia – persino Biden viene da loro accusato di esserlo, lui che è stato a lungo complice degli sforzi per aumentare il potere della polizia e del criminale sistema di ingiustizia.

La spaccatura fondamentale che i recenti eventi hanno portato alla luce è quella tra due concetti di libertà. Su un fronte si definisce la libertà come l’individuo atomizzato libero da tutti i vincoli esterni, in particolare quelli che scaturiscono dalla vita di altre persone. Si tratta di un concetto esemplificato dai sostenitori di Trump che protestano contro le misure di distanziamento sociale… con le pistole in mano. Come ha detto una donna che si è rifiutata di indossare la maschera, “esistono diritti individuali, non diritti della comunità”.[6] Sull’altro fronte si definisce la libertà come la capacità di realizzare il nostro potenziale umano, al centro del quale vi è la cura e la sollecitudine per la vita delle altre persone. Si tratta di una posizione esemplificata dai manifestanti che insistono sul fatto che la vita degli altri, e in particolare quella dei neri, è importante. Queste due definizioni inconciliabili di libertà si basano su due concezioni radicalmente diverse dell’individuo. Una contrappone l’individuo alla società, ed è stata formulata da Margaret Thatcher quando ha detto “la società non esiste, esistono solo gli individui”; l’altra è stata espressa da Karl Marx quando ha detto “L’individuo è l’ente sociale”[7] e “La società non è costituita da individui, ma esprime invece la somma delle relazioni, dei rapporti in cui questi individui stanno gli uni con gli altri”[8].

Ma non fatevi illusioni: non si tratta di un mero scontro tra due nozioni astratte e metafisiche di “libertà”. È uno scontro di idee incarnate da due forze sociali antagoniste. Una è armata e sostenuta dal più potente esercito della terra, l’altra no.

Come diceva Frantz Fanon: “La sfida dei nativi al mondo coloniale non è un confronto razionale di punti di vista. Non è un trattato sulle cose universali, ma l’affermazione disordinata di un’idea originale proposta come assoluta. Il mondo coloniale è un mondo manicheo”[9].

La domanda ancora irrisolta è quale concetto di libertà prevarrà. La risposta dipenderà dalla lotta fino al traguardo ultimo, che è appena iniziata. Tutti coloro che aspirano alla libertà e alla liberazione devono prendere parte a questa lotta e non limitarsi a farvi da spettatori. E questa lotta comporta anche una battaglia di idee, che non sono mai qualcosa di secondario o trascurabile. Quale idea di libertà prevarrà – quella che cerca l’autocelebrazione egoistica come fine a se stessa (che è la sostanza del capitalismo), o quella che considera gli esseri umani come ontologicamente sociali e solidali (che è la sostanza del socialismo)?

Non è affatto certo che la consapevolezza dell’idea di libertà intrinseca nelle proteste di oggi porterà a sviluppare una valida alternativa al capitalismo. Le idee nascono spontaneamente dalle lotte di massa, ma non una filosofia in grado di affrontare ciò che accade dopo la rivoluzione. Come diceva Dunayevskaya, la coscienza che sorge spontaneamente dal basso “non esaurisce la questione della cognizione, della filosofia rivoluzionaria di Marx”[10]. Se però si ritiene che la coscienza sociale che sorge dal basso esaurisca la cognizione, ne consegue che una filosofia della rivoluzione capace di dare una direzione alle rivolte spontanee è del tutto superflua. È questo l’approccio che è stato seguito da molti a sinistra e che ha portato all’abdicazione dalla responsabilità di fornire una visione del futuro in grado di indirizzarci oltre il capitalismo.

Come ha detto Marx una volta: “non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio: qui è la verità, qui inginocchiati! Noi illustreremo al mondo nuovi princípi, traendoli dai princípi del mondo. Noi non gli diciamo: abbandona le tue lotte, sono sciocchezze; noi ti grideremo la vera parola d’ordine della lotta. Noi gli mostreremo soltanto perché effettivamente combatte, poiché la coscienza è una cosa che esso deve far propria, anche se non lo vuole”[11].

Tale coscienza è necessaria perché, una volta raggiunta, il giorno della rivoluzione non potrà essere lontano. Anche qui prendiamo spunto da Marx: “Riconoscere i prodotti come propri e giudicare la separazione dalle condizioni  della sua realizzazione come separazione indebita, forzata – è una coscienza enorme che è essa stessa il prodotto del modo di produzione fondato sul capitale, e suona la campana a morte per esso, allo stesso modo in cui la coscienza dello schiavo di non poter essere proprietà di un terzo, la sua coscienza in quanto persona, fa sì che la schiavitù sia ridotta a vegetare artificialmente e abbia cessato di poter sussistere come base della produzione”[12].

[1] Si veda https://imhojournal.org/articles/where-to-begin-growing-seeds-of-liberation-in-a-world-torn-asunder.

[2] Citato in Juan Manuel Boccacci, “Citizen Assemblies Are Challenging the Neoliberal Model in Chile,” Orinoco Tribune, Feb. 3, 2020.

[3] Si veda Michelle Goldberg, “The Phony Class War,” The New York Times, May 19, 2020.

[4] Constitution of News and Letters Committees (1958), p. 2. L’organizzazione, che porta ancora questo nome, ha mancato tempo fa di essere all’altezza di tali principi, uno dei motivi principali che ha portato alla costituzione dell’Organizzazione Internazionale Marxista-Umanista.

[5] Vicky Osterweil, “In Defense of Looting,” New Inquiry, August 21, 2014.

[6] “Workers in Stores, Already at Risk, Confront Violence When Enforcing Mask Rules,” di Neil McFarquhar, The New York Times, May 16, 2020.

[7] Karl Marx, “Proprietà privata e comunismo”, Opere, vol. 3, Ed. Riuniti, 1976, pag. 326).

[8] Karl Marx, “Grundrisse”, Einaudi, 1976, pag. 211, trad. di Giorgio Backhaus

[9] Frantz Fanon, The Wretched of the Earth (New York: Grove Press, 1973), p. 41.

[10] Raya Dunayevskaya, Rosa Luxemburg, Women’s Liberation, and Marx’s Philosophy of Revolution (New Jersey: Humanities Press, 1981), p. 60.

[11] Karl Marx, “Lettera ad Arnold Ruge”, Opere, vol. 3, Ed. Riuniti, pag. 156

[12] Karl Marx, “Grundrisse”, Einaudi, 1976, pag. 441, trad. di Giorgio Backhaus

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