LIBRO / La Cina, il virus e il mondo – Cap. 3 L’euforia per la “vittoria” seguita dai conti con la dura realtà

In questo terzo capitolo del libro “La Cina, il virus e il mondo” di Andrea Ferrario, che copre il periodo da metà marzo fino a metà maggio 2020, si affrontano temi come la guerra delle teorie cospirative tra Pechino e Washington, gli enormi problemi economici della Cina e l’ulteriore accentramento del potere di Xi Jinping

Cap. 3 – Cina: l’euforia per la “vittoria”, seguita dai conti con la dura realtà (inizio marzo-metà maggio 2020)

La propaganda interna

In Cina i primi segni di uscita dal picco di crisi tra fine febbraio e inizio marzo hanno generato una specie di euforia del regime, che ha inaugurato una stagione di propaganda trionfalistica. A livello interno la funzione essenziale di questa propaganda è stata quella di esaltare il Partito Comunista come organizzazione dall’estrema efficienza e profondamente benevola nei confronti del popolo. Anche il ruolo di quest’ultimo è stato messo in rilievo, ma solo come massa uniforme e anonima che agisce disciplinatamente sotto la guida del Partito. Infine, sono stati costantemente messi in rilievo il ruolo-guida di Xi Jinping e il culto della sua personalità.

Le iniziative propagandiste hanno però spesso generato presso la popolazione effetti opposti a quelli auspicati. E’ avvenuto per esempio in due episodi della prima metà di marzo. Nel primo, quando la vicepremier Sun Chunlan si è recata in visita in un quartiere di Wuhan dove la gente era ancora costretta a rimanere rinchiusa in casa dalle finestre delle case, nonostante le rigide misure di controllo sono partiti ripetuti e partecipati cori che scandivano “Falso! Tutto falso!” di fronte alla studiata scenografia idillica messa in atto per la visita ufficiale. Nel secondo episodio, il nuovo segretario del partito di Wuhan, Wang Zhonglin, ha suscitato indignazione tra i provatissimi abitanti locali quando ha affermato che era “necessario educare gli abitanti dell’intera città alla gratitudine, in modo tale che possano ringraziare il Segretario Generale [Xi Jinping], ringraziare il Partito Comunista Cinese, prestare ascolto al Partito, camminare con il Partito, creando una forte energia positiva” (si veda anche questo articolo del Financial Times). In quell’occasione la popolare scrittrice locale Fang Fang aveva commentato che “il governo dovrebbe mettere fine alla propria arroganza ed esprimere gratitudine a quello che è il suo padrone, cioè i milioni di abitanti di Wuhan”. Altri cinesi hanno alzato la voce contro l’arroganza del regime. Il professor Lu Jiahai, esperto di epidemiologia di Canton, ha affermato che “il sistema [di prevenzione messo a punto dopo l’epidemia di Sars nel 2003-4 e costato centinaia di milioni] avrebbe dovuto essere in grado di fare scattare un allarme immediato e se così fosse stato la malattia avrebbe potuto essere prevenuta. L’epidemia ha causato danni irreparabili al mondo intero. E’ un disastro per l’umanità. Dovremmo tutti riflettere sulle nostre responsabilità per questo disastro, invece di puntare indici accusatori”.

Un altro aspetto, come già accennato, è quello della glorificazione della persona di Xi Jinping, definito dalla propaganda con iperboli come quella di leader “dal cuore puro come quello di un neonato e per il quale il popolo è la priorità numero uno” o di “strumento sacro capace di stabilizzare anche le acque del mare” come ha detto Li Zhanshu, presidente del Congresso del Popolo, o ancora di personaggio aristocratico. La televisione di stato CCTV ha intessuto panegirici di Xi Jinping con affermazioni come quella secondo cui il suo operato durante la crisi del coronavirus dimostrerebbe “la sua grande leadership e la sua straordinaria saggezza di comandante in capo, il suo spirito eroico di timoniere che fa marciare il popolo in avanti nonostante le difficoltà, e la sua sincerità di leader del popolo che ama il popolo”. Se Kim Jong-un e i suoi adulatori vengono presentati da molti media mondiali come dei pagliacci e Xi Jinping e i suoi no, lo si deve evidentemente non alla sostanza di quanto dicono o fanno, ma al solo fatto che il primo è leader di un paese piccolo e povero, mentre il secondo è leader di una grande potenza.

A Hundred Xi Jinpings will bloom

Dalla “scomparsa” del virus fino ai nuovi focolai

Come abbiamo già visto, a livello internazionale la Cina, dalla fine di febbraio e per circa un mese, si è attivata con grande energia proponendosi al mondo come un paese-modello che gli altri paesi avrebbero dovuto ringraziare per quanto aveva fatto. E’ evidente che il regime cinese, preso dall’euforia, si è illuso di avere risolto il problema del virus e delle sue conseguenze, nonché di potere fare un balzo in avanti nella proiezione del proprio potere a livello mondiale, approfittando della crisi in cui cominciavano in quel momento a sprofondare le altre potenze a causa del diffondersi dell’epidemia. L’illusione però è durata poco e, come vedremo, l’ostilità internazionale nei confronti della Cina è andata crescendo, mentre in contemporanea, a livello interno, è cominciata a emergere con maggiore chiarezza la gravità della situazione.

In contemporanea ai primi segni di un attenuamento dei contagi, Pechino ha subito provveduto a mettere a punto i primi piani per la ripartenza dell’economia, con la speranza di un rapido rimbalzo delle sue prestazioni. Il segno della svolta lo si è avuto il 10 marzo, quando Xi Jinping è uscito per la prima volta dopo oltre un mese e mezzo dalla propria roccaforte, il centro di Pechino, recandosi a Wuhan per una visita iperprotetta dalle forze di sicurezza e con i cittadini ancora reclusi in casa. Il 20 marzo per la prima volta dall’inizio dell’epidemia la Cina, almeno ufficialmente, non ha registrato più alcun nuovo contagio locale, ma in compenso negli stessi giorni si sono registrati i primi casi di persone positive che arrivano da fuori il paese, per la maggior parte studenti cinesi giunti in aereo dall’estero ma, come si scoprirà di lì a poco, anche lavoratori che arrivano via terra dalla Russia. Ben presto sono però emersi i primi nuovi focolai locali, in particolare nella provincia nord-orientale delle Heilongjiang, ma anche a Canton e Pechino. Verso fine marzo sono stati rilevati anche migliaia di casi di persone infettate, ma prive di sintomi sostanziali, i cosiddetti “asintomatici”, una categoria che tra l’altro non è mai stata inserita nei conteggi dei contagiati (e ancora nel momento in cui scriviamo Pechino continua a non inserirla, calcolandola a parte e abbassando così di molto il numero dei contagi rispetto alla realtà. Apro qui un inciso per osservare anche che la Cina è uno dei pochissimi paesi al mondo che non comunicano alcun dato sul numero dei test effettuati).

Dopo la visita di Xi a Wuhan il 10 marzo, le altre tappe dell’uscita progressiva dalle misure di emergenza più dure sono state la riapertura dei confini della provincia dello Hubei il 25 marzo, e il sostanziale allentamento delle misure di lockdown e reclusione a Wuhan l’8 aprile (va precisato però che nella città interi isolati e complessi abitativi, con i loro abitanti, ad aprile inoltrato erano ancora serrati da barriere invalicabili, o comunque sotto stretta sorveglianza dei comitati del partito). Queste tappe non si sono verificate senza incidenti, proteste e altri problemi. La riapertura dei confini dello Hubei è stata contrassegnata da violenti scontri alla frontiera con la confinante provincia dello Jiangxi. Altre province hanno posto seri ostacoli alla circolazione delle persone provenienti dallo Hubei, come per esempio quella dello Zhejiang, e all’interno dello Hubei la situazione era tutt’altro che rosea, tra tensioni, paura e rabbia. Non sono mancate nemmeno le proteste organizzate.

In direzione contraria a queste riaperture sono andati altri sviluppi, come il divieto totale di ingresso nel paese per i cittadini esteri varato il 28 marzo, divieto che vale anche per gli stranieri residenti in Cina (con l’eccezione per un numero limitatissimo di personale estero tecnicamente indispensabile e, da maggio, per gli alti dirigenti delle multinazionali). In realtà il numero più alto dei contagi di ritorno è dovuto ai cittadini cinesi, in gran parte studenti, tornati in patria dall’Europa o dall’America in preda al virus: il governo di Pechino, che per motivi “patriottici” non poteva applicare un divieto di ingresso anche a loro, ha risolto indirettamente il problema riducendo al lumicino il numero di voli con l’estero. Nel momento in cui scrivo, a metà maggio, tutte queste misure rimangono in atto.

Sul versante economico, il 17 aprile la Cina ha comunicato che nel primo trimestre il Prodotto Interno Lordo è calato del 6,8%, un record assoluto dal 1976, sebbene vi sia chi ipotizza che il calo sia ancora maggiore. Alcuni giorni dopo la provincia dello Hubei ha comunicato che il suo Pil è crollato del 39%, il peggior dato dalla guerra contro il Giappone nel 1938. Verso la metà di aprile nel paese si sono moltiplicati i nuovi casi di contagi locali, pià specificamente a Canton, a Pechino (sebbene il regime abbia sempre adottato misure particolari nella capitale per proteggere la nomenklatura che vi risiede) e soprattutto nella regione nord-orientale delle Heilongjiang, dove dopo i numerosi casi registrati al confine diretto con la Russia si è registrato un vasto focolaio nella città di Harbin, la cui area metropolitana ha una decina di milioni di abitanti. Una volta contenuto tale focolaio, verso maggio ne è esploso un altro nella prefettura di Jilin, sottoposta nuovamente a lockdown, con una diffusione in altre città delle Heilongjiang. La preoccupazione per l’arrivo nella provincia di persone contagiate che andrebbero a sommarsi ai contagi locali già in atto è tale che già ad aprile le autorità hanno pubblicamente annunciato il pagamento di un premio a chi catturerà migranti illegali. Nella prima metà di maggio il numero ufficiale dei nuovi casi di persone positive, inclusi gli asintomatici, si attestava mediamente a livello nazionale intorno a 20-30 al giorno (i dati dell’1 maggio, in calo, o quelli di una settimana dopo, sono esempi tipici), ma a metà maggio nelle aree nord-orientali in totale oltre 100 milioni di persone erano nuovamente sottoposte a dure forme di lockdown. Lo spettro di una ripresa dell’epidemia, nonostante la quasi totale chiusura del paese a visitatori dall’estero, quindi permane, come evidenzia il caso fortemente simbolico del primo nuovo focolaio di casi sintomatici a Wuhan dopo oltre un mese. Ma tra a aprile e maggio, più che il conteggio dei nuovi casi o le nuove misure di lockdown, a essere in primo piano sono stati altri temi, da quello delle misure economiche per contrastare la profonda crisi, fino alle manovre politiche per garantire la sicurezza interna e il potere della cerchia di Xi, o ancora alle tensioni internazionali, in particolare a quelle con gli Usa, con i quali si è aperta una vera e propria “guerra delle teorie cospirative”.

La guerra di propaganda tra Cina e Stati Uniti

Dopo la svolta di metà febbraio, quando Xi e i suoi hanno cominciato a mettere in conto un notevole contenimento dei contagi e la ripresa delle attività economiche, si sono avuti subito i primi segni di quella che sarebbe stata una sempre più intensa guerra di propaganda tra gli Usa e la Cina, che nel momento in cui chiudo questo testo a metà maggio è ancora in corso. Il 19 febbraio il Dipartimento di Stato Usa ha stabilito che le sedi dei media statali cinesi negli Stati Uniti (come l’agenzia Xinhua, la tv di stato CGTN, China Daily) andavano considerate come “missioni estere”. Tale misura imponeva a detti media di comunicare al dipartimento i nomi dei loro dipendenti e di registrare ogni immobile in loro possesso. Gli effetti pratici erano quindi di fatto nulli, ma si trattava di un atto chiaramente ostile e dagli intenti propagandistici. La Cina ha reagito immediatamente e le misure che ha adottato sono apparse subito sproporzionate, perché comportavano un’effettiva limitazione delle informazioni riguardanti il paese che sfuggono al controllo del Partito. Il 20 febbraio, con il pretesto del  titolo scelto dalla redazione Usa per un pezzo di commento di un collaboratore esterno, titolo nel quale si definiva la Cina “il vero uomo malato dell’Asia” e senz’altro inaccettabile alla luce dei passati crimini del colonialismo, Pechino ha espulso dal paese tre corrispondenti locali del Wall Street Journal che, insieme all’altro quotidiano finanziario Financial Times, è una delle fonti più prodighe di informazioni fattuali sulla Cina. Nel giro di poche settimane Pechino ha espulso con altri pretesti anche i rimanenti giornalisti del Wall Street Journal nonché svariati corrispondenti del New York Times e del Washington Post. Poiché tali espulsioni non prevedevano la possibilità di sostituire i giornalisti costretti a lasciare la Cina, gli effetti in termini di censura sono stati notevoli e di lì a non molto sono stati aggravati dal divieto fatto a cittadini cinesi di lavorare per sedi locali dei media Usa. Questa campagna contro i giornalisti ha poi avuto una coda a metà maggio, quando la Cina ha negato il rinnovo dei visti a un altro corrispondente del New York Times e per ritorsione gli Usa hanno adottato norme analoghe a quelle applicate in Cina ai giornalisti occidentali, imponendo ai giornalisti cinesi l’obbligo di rinnovo trimestrale del visto. Si tratta di una regola apparentemente solo amministrativa, ma in realtà fortemente discriminatoria e d’ostacolo al lavoro dei giornalisti, come spiega in maniera articolata e con testimonianze dirette uno speciale di Chinese Storytellers.

La campagna di febbraio contro i corrispondenti esteri è stata solo il prologo di una ben più ampia e diretta guerra propagandistica e delle teorie cospirative tra Pechino e Washington. A cominciare è stata la Cina, i cui vertici politici hanno acquistato una maggiore fiducia in sé dopo avere arginato l’epidemia nel momento stesso in cui la Covid-19 cominciava a dilagare in Europa e negli Usa, come abbiamo constatato sopra. La misura di quanto il regime cinese abbia puntato sul proprio (presunto) successo rispetto a quella che in quel momento erano già gli evidenti fallimenti dei paesi occidentali di fronte al virus la dà un titolo del Quotidiano del Popolo del 16 marzo, che pubblicava un grafico dei dati secondo cui i contagi mondiali avevano superato quelli in Cina, esultando: “87.182 casi fuori dalla Cina! Il sorpasso!” (si veda anche Sinocism dello stesso giorno). Fin da inizio marzo Pechino aveva avviato una campagna internazionale di forniture (in massima parte a pagamento) di dispositivi contro il virus mirata a guadagnarsi simpatie e a fare dimenticare il disastro causato a livello mondiale. Forse però queste iniziative di chiaro stampo propagandistico hanno avuto finalità interne ancora più importanti, come quella di proiettare in patria l’immagine di uno stato cinese autorevole e ammirato dal mondo intero. La  “campagna italiana” della Cina di metà marzo è stata quella che ha riscontrato maggiore successo, grazie anche all’importante ruolo svolto in Italia dalla lobby filocinese, che giusto un anno prima, all’epoca della coalizione tra Lega e M5S, aveva portato alla firma tra Roma e Pechino di un accordo relativo all’iniziativa Belt & Road. Una campagna come molte altre accompagnata da palesi fake fabbricati da Pechino, come i falsi video sugli italiani che gridavano “Grazie Cina” dai balconi mentre le note dell’inno cinese risuonavano nelle strade di Roma.

Sempre nella prima metà di marzo, e più precisamente il 4 del mese, prendeva il via in Cina una campagna propagandistica massiccia, diffusa ossessivamente per settimane anche nei social, secondo la quale il nuovo coronavirus sarebbe stato portato in Cina dall’esterno, e più precisamente dagli Stati Uniti. Fino ad allora, dopo qualche breve screzio tra fine gennaio e inizio febbraio, gli scambi tra Washington e Pechino riguardo alla crisi del coronavirus erano stati sostanzialmente amichevoli, Trump e Xi si erano anche parlati al telefono. Il primo aveva perfino lodato in più occasioni il secondo per le sue capacità di leadership e il modo in cui la Cina aveva affrontato l’epidemia (si veda questo suo Twitter del 24 gennaio, o quest’altro Twitter del 7 febbraio).

L’avvio della campagna cinese è stato dato dato da un servizio di “Beijing News” basato su una dichiarazione di Zhong Nanshan, l’anziano e popolare medico che a fine gennaio era stato incaricato dal regime di dare la drammatica notizia che era in corso un’epidemia con contagio da uomo a uomo. Durante una conferenza del 4 marzo Zhong, senza aggiungere ulteriori particolari, aveva affermato che non vi erano prove che il virus fosse nato in Cina (affermazione senz’altro esatta, ma di scarsa rilevanza ai fini dell’attribuzione di responsabilità politiche, come vedremo nella parte analitica di questo libro). In realtà lo stesso Zhang circa una settimana prima aveva affermato di essere convinto che il virus si era originato a Wuhan, spiegandone i motivi. Ma che dietro al suo vago e indiretto accenno a una possibile importazione del virus dall’estero vi fosse la sapiente regia del regime cinese è risultato evidente quando lo stesso 4 marzo Zhao Lijian, portavoce del ministero degli esteri cinese, ha ripreso in modo strumentale la dichiarazione di Zhong, dando il “la” a una campagna sui social e sui media nella quale il virus “non originatosi in Cina” è diventato il “virus proveniente dagli Usa”. Il 12 marzo infatti lo stesso Zhao ha affermato nel suo profilo Twitter che l’epidemia è cominciata negli Usa, richiamandosi a uno degli innumerevoli siti cospirazionisti reperibili in rete. La teoria si è poi evoluta, ma sempre senza indizi concreti e giocando su una catena di fake news, come ha ricostruito nei dettagli il South China Morning Post. La tesi che più è stata fatta circolare è quella di una trasmissione da parte di militari Usa presenti a Wuhan a ottobre per i Giochi Militari internazionali, ai quali hanno preso parte circa 10.000 atleti  – l’intera rozza campagna è stata poi decostruita nei dettagli nella sue falsità, ma nella mediasfera cinese interamente censurata e regolata dalla propaganda ha raggiunto con successo centinaia di milioni di persone. Nelle settimane successive gli organi della propaganda statale cinese sono passati a sostenere la tesi di un’origine italiana del virus, o hanno rilanciato teorie cospirative che attribuivano al Sars-CoV-2 i casi di polmonite registrati l’estate scorsa negli Usa tra persone che utilizzavano sigarette elettroniche, e ben prima degli exploit di Trump in aprile sul virus uscito da un laboratorio di Wuhan, hanno avanzato sempre a marzo l’ipotesi che il virus fosse fuoriuscito da un laboratorio (americano in questo caso, ovviamente), in un turbinio di tesi reciprocamente contraddittorie che non fanno altro che dimostrare la loro malafede.

La staffetta della propaganda reazionaria e cospirazionista è passata poi nelle mani di Donald Trump, la cui campagna è cominciata nella seconda metà marzo, quando insieme al Segretario di stato Mike Pompeo aveva preso a definire in modo ossessivo e provocatorio il nuovo coronavirus come il “virus cinese” o il “virus di Wuhan” (va detto che la stessa propaganda cinese a fine gennaio e inizio febbraio aveva utilizzato in modo ossessivo la denominazione “virus di Wuhan”, nell’evidente tentativo di fare dell’epidemia un problema locale, non nazionale, esponendo così gli abitanti della città al razzismo di molti loro connazionali). Poi il presidente degli Stati Uniti se la è presa con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in effetti ridottasi a uno strumento di Pechino, alla quale infine il 14 aprile ha sospeso i finanziamenti. Sempre a metà aprile la Casa Bianca ha sposato la tesi secondo cui il virus avrebbe trovato origine in un laboratorio di Wuhan, dopo che alcuni media, da Fox News fino al Washington Post, gli avevano preparato il terreno. Quello della fuga dal laboratorio ad alta sicurezza di Wuhan è stato il vero cavallo di battaglia di Trump, che è giunto ad affermare di averne le prove, evitando però accuratamente di fornirle. A metà maggio, al momento della chiusura del presente libro, anche questa tesi sembra essersi sgonfiata, e la Casa Bianca fa circolare teorie narratologicamente meno coinvolgenti, come le accuse alla dirigenza cinese di avere occultato l’inizio dell’epidemia per fare incetta di dispositivi medici, oppure quelle di avere tentato di hackerare le ricerche Usa per la messa a punto di un vaccino.

Le teorie cospirative cinesi e americane svolgono una doppia funzione: da una parte, nell’arena globale, cercano di denigrare l’avversario al fine di aumentare la propria capacità di fare leva politicamente e di convincere altri stati a schierarsi al loro fianco. Dall’altra hanno chiari e fondamentali scopi interni. In primo luogo vi è l’obiettivo di sviare l’attenzione dalle rispettive macroscopiche responsabilità nella gestione dell’epidemia, una funzione più evidente nel caso di Trump. Quest’ultimo, al contrario dei suoi colleghi cinesi, si è scatenato con questa propaganda proprio nei momenti di maggiore crisi per i cittadini del suo paese, di fatto abbandonati a se stessi dal loro presidente, e inoltre con questa guerra propagandistica ha chiaramente inaugurato la campagna per le elezioni presidenziali del prossimo autunno. Ma l’obiettivo di sviare l’attenzione dalle proprie colpe è altrettanto importante per i vertici di Pechino, ben consci di avere avuto il ruolo storico di essere stati i primi a dare il proprio popolo in pasto al virus, causando allo stesso tempo una pandemia, e che di fronte alle fragilità sociali ed economiche del proprio paese hanno estremo bisogno di appoggiarsi a un patriottismo altrettanto sciovinista di quello di Trump.

La Cina è stata particolarmente aggressiva nelle proprie iniziative propagandistiche internazionali fino a fine marzo e inizio aprile, poi ha assunto un profilo drasticamente più basso, limitandosi nella sostanza a replicare alle provocazioni di Trump. Probabilmente a livello interno la campagna di marzo è stata di molto aiuto al regime, anche se non è dato sapere in quale misura esattamente. A livello internazionale invece le mosse messe in atto dalla Cina hanno sortito pesanti controeffetti che probabilmente Pechino non si attendeva, o perlomeno non ne attendeva le dimensioni. Nel complesso la Cina ha incassato un pieno successo solo in Cambogia, che era già praticamente un suo feudo, in Serbia, paese di scarso rilievo politico internazionale e, a un livello più importante, con il Pakistan. Ma non è nulla di fronte all’ostilità o alla sfiducia mostratele apertamente da molti paesi e in particolare, oltre che dagli Usa, anche dalla Gran Bretagna, dall’India, dal Brasile, dall’Australia, dal Giappone (si veda il relativo capitolo più sotto), da svariati paesi del Sud-Est Asiatico o dell’Africa (continente nel quale, secondo la Nikkei Asian Review, la Cina starebbe tra l’altro assistendo in generale a un fallimento delle proprie politiche di espansione economica) e, sebbene in modo non unitario, dall’Ue.

Sulla nuova “Guerra fredda” tra Usa e Cina hanno versato fiumi d’inchiostro, utilmente o a sproposito, i media di mezzo mondo e non mi sembra il caso di aggiungere qui altro, se non riportare alcuni sviluppi di metà maggio che presi singolarmente possono passare inosservati, ma considerati nel loro complesso delineano quella che per Pechino è una minaccia ben più pericolosa delle roboanti sparate mediatiche di Trump. Nel giro di pochi giorni, gli Usa hanno disposto il divieto per il fondo pensionistico militare nazionale di investire in titoli cinesi, un accenno per ora limitato, ma concreto, a una possibile guerra finanziaria, al quale si è aggiunta un’ulteriore importante stretta sulle forniture americane al gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei. Inoltre il Wall Street Journal ha annunciato che TSMC, il produttore taiwanese che costituisce il fulcro dell’industria mondiale dei semiconduttori e rifornisce sia la Cina che gli Usa (si veda più sotto il capitolo su Taiwan e Hong Kong), ha deciso di costruire un impianto da $ 12 miliardi negli Usa, uno sviluppo che potrebbe riequilibrare questa industria strategica a svantaggio di Pechino. Infine, sul piano militare, nei medesimi giorni gli Usa inviavano due navi da guerra nel Mar Cinese Meridionale in un’area in cui una nave cinese (ufficialmente addetta ad attività di ricerca) conduceva manovre che minacciavano una nave della Malesia, un atto che è un chiaro appoggio militare di Washington a quest’ultima e contro la Cina. Accenni concreti degli Usa a una guerra finanziaria, una guerra tecnologica e una guerra militare nel giro di una sola manciata di giorni: un chiaro messaggio a Pechino.

Che le tensioni siano alte non solo a parole è quindi chiaro. I nessi tra l’economia cinese e quella Usa rimangono sempre molto forti ed è difficile immaginarsi in questo momento concretamente il “decoupling” di cui hanno parlato sia molti media sia lo stesso Donald Trump. Non dimentichiamo però che la grande crisi economica mondiale che già appare avviata potrebbe causare terremoti finora impensabili, sullo sfondo di un processo di distanziamento tra Cina e Usa che comunque è in atto già da tempo, in particolare in seguito alla guerra dei dazi. Al momento poi non sembra probabile che un’eventuale elezione di Joe Biden il prossimo autunno possa cambiare molto nei rapporti tra Washington e Pechino. Biden sta combattendo Trump con la sua stessa arma, accusandolo cioè di essere troppo debole nei confronti della Cina. I democratici, e svariati poteri forti che li sostengono, promuovono da un paio d’anni una linea politica anti-Pechino che appare ancora più dura di quella dei repubblicani, sebbene sia d’uopo precisare che nulla garantisce il proseguimento di tale linea una volta che un democratico sarà eventualmente eletto presidente, particolarmente in un contesto internazionale instabile come quello attuale.

Dopo avere tracciato fin qui a somme linee la successione dei principali sviluppi, ora punterò i riflettori su come il potere cinese sta affrontando alcuni aspetti fondamentali per la propria sopravvivenza, come l’economia, la sicurezza e la tenuta dei vertici.

Il “problema dei problemi”: l’economia

I problemi economici che la Cina si è trovata ad affrontare dopo il pieno “risveglio” dal sonno dell’epidemia sono molteplici: da come fare fronte all’aumento della disoccupazione, fino alle misure da adottare per dare sostegno alla produzione, possibilmente senza aumentare un livello del debito totale già proibitivo prima dell’epidemia, oppure ancora a come fare fronte a una situazione di economia mondiale in crollo verticale in seguito alla diffusione del virus. La prima comunicazione ufficiale riguardo alla politica economica generale che verrà seguita ha sorpreso un po’ tutti, visto che si dava per scontato un accentuamento del ruolo dello stato in ambito economico. Il Quotidiano del Popolo ha pubblicato il 13 aprile un editoriale nel quale si sottolineava l’importanza di applicare una politica di “economia dell’offerta” (supply-side) mirata a stimolare la domanda interna aumentando ulteriormente il ruolo già svolto dai meccanismi di mercato. Le aree che in particolare, secondo l’articolo dell’organo del Partito Comunista, devono essere oggetto di riforme orientate a un maggiore ruolo del mercato sono quelle dei terreni, della manodopera, del capitale (i tre “fattori della produzione” secondo la dottrina ufficiale), della tecnologia e dei dati. In particolare, come spiega il South China Morning Post, secondo una direttiva generale approvata dal Partito Comunista, i contadini potranno effettuare operazioni di compravendita della terra non coltivata, pur non essendone formalmente proprietari (da un punto di vista legale la proprietà rimane infatti collettiva) e verranno adottate misure per agevolare l’edificabilità dei terreni. Inoltre le città dovranno concedere permessi di residenza ai circa 300 milioni di lavoratori migranti interni, garantendo loro un equo accesso ai servizi come l’educazione e la sanità, facendo così di fatto cessare il sistema degli “hukou”, i permessi di residenza, sul quale per decenni si è basato il boom economico cinese e il controllo dello stato sulla classe lavoratrice. Non si capisce però assolutamente come il regime intenda applicare una tale riforma, visto che i costi per le amministrazioni locali sarebbero enormi (come minimo molte centinaia di miliardi di dollari), mentre il governo centrale negli ultimi anni ha notevolmente diminuito i finanziamenti loro destinati. In realtà misure di “abolizione dello hukou” erano state già annunciate in passato con l’accompagnamento della grancassa della propaganda, per esempio nel 2005 e poi ancora nel 2014, senza poi generare risultati apprezzabili, come testimonia il semplice fatto che vengano nuovamente annunciate a distanza di anni: il sistema dello hukou, nella sua essenza, è sempre pienamente in vigore.

Intanto il Consiglio di stato (l’analogo dell’italiano Consiglio dei ministri) ha approvato misure come tagli delle imposte sulle imprese per circa $ 230 miliardi e l’immissione nel sistema di circa $ 500 miliardi di capitali a basso costo grazie a misure come l’abbassamento delle quote delle riserve per le banche o le operazioni di risconto, un’altra manovra che, come le prime qui riportate, è di chiaro indirizzo liberista. Sempre sul fronte della manodopera, il 7 febbraio il Ministero delle risorse umane e della previdenza sociale (l’analogo del Ministero del lavoro italiano, ma è significativo che il regime “comunista” cinese utilizzi invece un termine aziendale come “risorse umane”) ha emesso una circolare che incoraggia le aziende a negoziare con i lavoratori diminuzioni dei salari e sospensioni del pagamento degli stipendi. In una Cina in cui esiste solo il sindacato di stato e il diritto di sciopero non è previsto dalla costituzione, tale “incoraggiamento” equivale a una piena autorizzazione e in effetti tali diminuzioni e sospensioni sono ciò che è avvenuto e avviene ancora oggi nella realtà, come abbiamo visto sopra. Secondo stime dell’Economist Intelligence Unit, quest’anno 250 milioni di lavoratori cinesi, pur conservando il loro posto, perderanno tra il 10% e il 50% del reddito percepito, un problema che diventerà strutturale, e non rimarrà solo un episodio transitorio.

Ufficialmente la Cina durante l’epidemia ha registrato un aumento ufficiale del tasso di disoccupazione di entità minima, dal 5,2% (23 milioni) al 5,9% (26 milioni), ma nel primo trimestre 2020, di questi 26 milioni di disoccupati solo meno di 1 su 10, cioè in tutto 2,3 milioni, hanno ricevuto sussidi di disoccupazione, secondo i dati del Ministero delle risorse umane riportati dal Financial Times. Ciò è dovuto a svariati fattori: i sussidi di disoccupazione sono molto bassi in Cina, ma per ottenerli è necessario passare attraverso estenuanti pratiche burocratiche; i pochissimi lavoratori migranti che vi hanno diritto pagano contributi alti nelle città in cui lavorano, ma per richiederli devono tornare nelle proprie zone rurali di origine, che versano sussidi irrisori; la maggior parte dei lavoratori migranti non è coperta da alcuna forma di previdenza contro la disoccupazione; l’assicurazione contro la disoccupazione copre principalmente i dipendenti delle grandi aziende statali, che attualmente licenziano meno, mentre quelli delle piccole e medie aziende, che licenziano di più, sono coperti in misura minore.

Per convincersi ancora di più dell’inaffidabilità dei dati cinesi sulla disoccupazione basta leggersi un recente articolo del Global Times, il tabloid in lingua inglese del Partito Comunista della Cina, scritto proprio per smentire le “falsità” occidentali riguardo alla disoccupazione in Cina, ma che ottiene l’effetto opposto. L’articolo afferma che i metodi di calcolo sono cambiati dal 2018, ma riporta solo una descrizione estremamente generica, e quindi inutile, dei nuovi criteri, affermando che gli è stata comunicata da un dipendente dell’Ufficio statistico nazionale, “a condizione di non citare il suo nome” (!). Il Global Times naturalmente poi non affronta un aspetto essenziale, e cioè come i dati dell’Ufficio possano essere ritenuti validi in un contesto di assoluta mancanza di democrazia, e quindi di possibilità di verifiche indipendenti, come è quello cinese. In conclusione dell’articolo, questa testata portavoce del Partito Comunista non trova di meglio che ricorrere ad argomentazioni auto-orientaliste, affermando che la cultura cinese è “diversa” da quella occidentale, che i cinesi risparmiano e non consumano (in realtà tale tendenza non è di natura culturale, bensì frutto di precise politiche statali e dell’oligarchia capitalista), e che comunque chi perde il lavoro ha un paese dove tornare e trovare qualcosa da mangiare. In pratica: poco importano i licenziamenti, tanto i migranti che lavorano nelle grandi città (non si fa cenno agli altri lavoratori) possono sempre togliersi dalle scatole e tornare a casa vivendo dell’orticello… Se ho citato per esteso il caso di questo articolo, è perché in sole una o due pagine dà un’immagine chiara sia dei livelli infimi della propaganda del Partito, sia del disprezzo del regime per i lavoratori e della sua ideologia politica reazionaria.

Sempre riguardo allo stesso tema, va inoltre segnalato che secondo uno studio pubblicato da Zhongtai Securities, una società di brokeraggio cinese, l’effettivo tasso di disoccupazione in Cina è del 20,5%, pari a 70 milioni di lavoratori, in larga parte migranti. Lo studio è stato poi quasi subito ritirato perché, ha spiegato a Bloomberg uno degli autori del report, “dobbiamo attenerci ai dati ufficiali”, lasciando intendere un intervento censorio delle autorità. Secondo un’altra stima, questa volta della banca UBS, il numero effettivo dei disoccupati a fine marzo sarebbe pari a 70-80 milioni, cioè più o meno tre volte quello ufficiale. Anche un economista della francese Axa valuta il livello attuale della disoccupazione in Cina a 70-80 milioni, stimando più nei dettagli che circa 50-60 milioni di disoccupati provengano dal settore dei servizi per i consumatori (catering, ospitalità, vendita all’ingrosso e al dettaglio ecc.), che nel complesso è responsabile nel paese di circa un quarto dei posti di lavoro, e che circa 20 milioni provengano invece dai settori delle costruzioni e industriale. Anche secondo questo analista le statistiche ufficiali sulla disoccupazione sono nel loro complesso del tutto inaffidabili. Che il problema della discussione abbia già vasti effetti reali viene confermato dalla HKCTU, la confederazione dei sindacati indipendenti di Hong Kong, che riferisce di vasti licenziamenti e riduzioni di orario in mega-aziende come Foxconn e Pegatron, con conseguenti proteste dei lavoratori. (Segnalo che il South China Morning Post ha pubblicato a metà maggio una serie speciale di sei inchieste sulla disoccupazione in Cina, che purtroppo non ho potuto consultare prima di chiudere questo testo).

Nel complesso i vertici cinesi, nonostante una retorica di segno contrario, stanno cercando di parare i colpi dell’enorme crisi economica nazionale e internazionale con le stesse armi del passato, cioè mediante la creazione di nuovo debito per creare infrastrutture, come per esempio le linee ferroviarie ad alta velocità, di cui ha già sovrabbondanza. Una tendenza che va messa nel contesto più generale di uno stress del debito già altissimo prima dell’epidemia: secondo una stima di PricewaterhouseCoopers a fine 2019 la Cina aveva $ 1,5 trilioni di crediti in sofferenza (NPL). Secondo Xu Xiang, della Tsinghua University di Pechino, tale cifra è destinata ad aumentare sensibilmente a causa della crisi post-epidemia. A destare particolare preoccupazione è il credito al consumo, che negli ultimi dieci anni è lievitato del 1.000% fino a toccare l’anno scorso circa $ 1,4 trilioni. Lo strumento principale dell’ennesimo accumulo di debito in corso nell’economia in generale sono le cosiddette “obbligazioni speciali” emesse dalle amministrazioni locali per finanziare nuovi progetti, sulla base di precise politiche varate dallo stato centrale. Secondo le stime di Bloomberg, quest’anno ne verranno emesse per un totale di $ 565 miliardi, circa il doppio del livello già molto alto dell’anno scorso. Nel momento in cui scriviamo, a metà maggio, l’ammontare delle emissioni sta già superando quello dell’intero 2019. Le stime di Bloomberg sono in armonia con quelle di Caixin, che prevede un aumento della sola spesa per infrastrutture pari a oltre $ 265 miliardi rispetto all’anno scorso. E’ significativo che l’aumento previsto della spesa statale per le indennità di disoccupazione e i sussidi ai poveri sia infinitamente inferiore, pari a soli circa $14,5 miliardi, mentre quello dei sussidi ai consumi sarà compreso più o meno tra $15 e $30 miliardi e quello per il sostegno alle imprese (sgravi, prestiti ecc.) intorno a $25 miliardi: lo sbilanciamento a favore delle infrastrutture è quindi enorme.

Riguardo alle coordinate delle spese infrastrutturali, Bloomberg cita l’esempio di un progetto di costruzione nella città di Heze che mette in conto di rimborsare il debito grazie a una crescita dei prezzi dei terreni tra il 7,5% e l’8,5% all’anno lungo i prossimi 20 anni. Peccato che questa percentuale sia quattro volte superiore a quella attuale nella città, dalla quale da anni i più giovani emigrano per trovare lavoro altrove. Inoltre in Cina in generale si sta registrando una diminuzione degli introiti fiscali e dei redditi generati dalle vendite di terreni, che rischiano di mettere in ginocchio le finanze delle province per le quali erano una delle principali voci di entrate. Ma in realtà la nuova spesa per infrastrutture delle amministrazioni locali potrebbe essere molto più alta di quella attribuibile alle sole “obbligazioni speciali”. A titolo di esempio, il South China Morning Post rileva a fine aprile che la provincia del Fujian ha annunciato di avere firmato contratti per un investimento totale di $ 110 miliardi e quella dell’Anhui prevede di realizzare quest’anno più di 2.500 progetti, un terzo dei quali messi a punto nelle ultime due settimane, per un costo totale di oltre $ 65 miliardi. La provincia dell’Anhui inoltre ha già definito “progetti di riserva” pronti da mettere in atto in ogni momento per un totale di $ 762 miliardi. Questi progetti, scrive il giornale, riguardano nel complesso le solite infrastrutture già esistenti in eccedenza: aeroporti, ferrovie, autostrade.

Si può quindi mettere in conto un forte aumento del debito dei governi locali che, secondo i dati del Ministero delle finanza, a fine marzo ammontava a $ 3,2 trilioni, ma che se si includono anche le passività implicite attribuibili a vari veicoli finanziari e simili, è con ogni probabilità più del doppio. Si sono comunque evidenziati anche dei segni di divergenza tra il governo centrale e quelli locali. La Asian Nikkei Review riporta che molte amministrazioni locali hanno varato norme che deregolamentano il settore immobiliare, ma hanno dovuto poi fare marcia indietro evidentemente in seguito a pressioni delle autorità centrali. Come abbiamo visto, i governi locali hanno un’enorme fame di entrate (le vendite di terreni e le imposte sulle operazioni immobiliari sono tra le principali loro fonti di introiti) anche per il sempre maggiore carico di spese assegnato loro da Pechino, che però agisce in maniera contraddittoria perché teme l’esplosione di una bolla già molto gonfia.

Infine, il governo cinese si mostra sicuro di sé sostenendo che la Cina ha un enorme mercato interno in grado di farle superare la crisi. Si tratta di una tesi amplificata anche da alcuni osservatori esteri, in modo del tutto semplicistico. E’ vero che la Cina ha un enorme mercato interno in termini di abitanti, ma il basso reddito medio riduce di molto la sua dimensione economica. Ma soprattutto, l’economia cinese ha una quota di consumi rispetto al Pil molto bassa rispetto alle altre grandi economie mondiali. Da una dozzina di anni si è fermata intorno al 38% dopo il netto e costante calo registrato a partire dalle riforme varate da Deng Xiaoping alla fine degli anni ‘970 (ai tempi di Mao Zedong era a livelli compresi tra il 50% e il 70%). Per un raffronto, negli Usa la percentuale è del 68,1%, in Giappone del 55,6%, in Italia del 60,3% e nel vicino Vietnam altrettanto “comunista” del 67,6%. Quello di una Cina in cui i consumi contano sempre di più è uno dei tanti falsi miti diffusi dai media internazionali.

L’economia cinese ha invece una quota di spesa per infrastrutture senza pari tra le economie industrializzate e il settore immobiliare è uno dei principali traini dell’economia, essendo compreso tra il 20% e il 30% del Pil, scrive Quartz. Nel suo complesso, è la bolla del cemento, a sua volta bolla finanziaria, a dare sostegno alla crescita economica cinese. In sostanza, nonostante l’indebitamento da capogiro dei nuclei familiari, l’economia del paese non si è mai indirizzata verso un aumento della quota dei consumi, che è rimasta piatta a livelli estremamente bassi. Chi sostiene che la Cina può comodamente fare affidamento per la crescita della propria economia sull’enorme (e in massima misura solo teorico) mercato interno rappresentato dai propri 1,4 miliardi di abitanti non tiene conto di questi fattori. Per una tale riconversione sarebbe necessario un colossale riorientamento dell’economia che richiederebbe lunghi anni, probabilmente decenni, e comporterebbe sconvolgimenti, anche politici, di difficile assorbimento. Senza poi tenere conto del fatto che il contesto economico internazionale, dal quale Pechino non può prescindere essendo legata a doppio filo al capitalismo mondiale, è tra i peggiori possibili, vista la crisi profonda in atto, già preannunciata prima dell’epidemia, e la probabile ristrutturazione delle catene di fornitura incentrate sulla Cina a sfavore di quest’ultima per motivi sia politici che prettamente economici, per non parlare poi della riduzione del commercio internazionale particolarmente penalizzante per l’economia cinese.

Tutto questo va letto sullo sfondo di una situazione di crisi visibilmente in atto già a fine 2019, prima dell’emergere del nuovo coronavirus, e che Crisi Globale aveva descritto in un suo articolo: “A peggiorare ulteriormente [un 2019 già pessimo in termini sia politici che economici] è giunta l’epidemia di peste suina che ha ucciso quasi la metà dei maiali del paese. I prezzi della carne sono schizzati alle stelle e enormi masse di cinesi hanno dovuto rinunciare a questo alimento fondamentale della loro dieta. L’epidemia di peste suina è stata un prologo a quella del coronavirus: anche nel suo caso il dilagare del morbo è dovuto alla totale inefficienza dimostrata dalle autorità nel contenerlo. Infine, il 2019 si è chiuso con segnali di estremo allarme per l’economia nazionale. Ci sono state corse alle banche regionali e salvataggi di istituti finanziari che sono costati miliardi alle casse statali, un numero sempre maggiore di aziende, anche di grandi dimensioni, non riesce a pagare i propri creditori e in alcuni casi i buchi sono di centinaia di milioni di dollari o addirittura miliardi, i profitti delle imprese statali sono in marcato calo, un’industria di importanza fondamentale come quella dell’auto è in caduta verticale da due anni, il mercato del lavoro fa fatica ad assorbire i nuovi giovani alla ricerca di un’occupazione e il debito totale cinese ha toccato un nuovo record al 310% del Pil. Ma, dopo avere dilapidato nel 2015 un trilione di dollari di riserve, Pechino ora dispone di un’arma in meno per fare fronte alle urgenze: i tre trilioni che rimangono non possono essere intaccati se non in misura limitata da un paese delle dimensioni della Cina, che deve avere riserve ingenti per garantire i propri impegni commerciali. Una situazione che dovesse vedere una crisi economica incrociarsi con un’impennata dei costi sanitari e sociali causata dall’epidemia vedrebbe Pechino impossibilitata a difendere adeguatamente la propria moneta, il proprio sistema finanziario e il proprio commercio estero”.

Il ruolo primario della sicurezza interna

Nel corso del periodo successivo al picco dell’epidemia il regime di Xi ha ulteriormente accentuato quello che, come abbiamo già visto riguardo al periodo precedente, è stato un pilastro degli interventi tra fine gennaio e fine febbraio: le politiche di sicurezza interna. Il 21 aprile, il Partito Comunista ha creato una task force costituita da funzionari degli organi di sicurezza il cui compito è quello di “proteggere la sicurezza politica” e “risolvere i conflitti connessi all’epidemia di coronavirus”. I funzionari del Partito hanno definito la creazione del team “una mossa strategica che pone in evidenza i vantaggi politici e istituzionali del sistema di governo della Cina” e hanno aggiunto: “Saremo vigili e useremo la mano dura contro ogni attività che metta in pericolo la sicurezza politica dello stato”. La creazione di questa task force appare come una risposta ad alcuni pericoli emergenti, in particolare eventuali fenomeni di manifestazione collettiva di insoddisfazione per le modalità di gestione dell’epidemia e delle problematiche post-epidemia da parte dello stato e del partito (“risolvere i conflitti…”), o l’emergere di uno scontento nei confronti di Xi e della sua cerchia nell’ambito del Partito Comunista (“proteggere la sicurezza politica”). Alla riunione in questione erano presenti tra gli altri il Ministro della pubblica sicurezza e il Ministro della sicurezza di stato. La Cina non ha un Ministero dell’interno, come la maggior parte dei paesi sviluppati, bensì due differenti ministeri i cui diversi nomi, ironicamente, implicano l’esistenza di una sicurezza “pubblica”, da una parte, e di una “di stato” che essendo separata dalla prima si sottrae al controllo pubblico. La settimana precedente, il 15 aprile, la Cina aveva celebrato per la quinta volta la Giornata di educazione alla sicurezza nazionale varata dal Partito nell’anno di crisi 2015, in cui non a caso erano stati effettuati arresti di massa tra i difensori dei diritti umani e sindacali, e che quest’anno, oltre a focalizzarsi in parte ovviamente sulla prevenzione delle epidemie, ha visto i media di Pechino concentrarsi in particolare su Hong Kong. Nel 2018, anno in Cina di grande fermento dei lavoratori, la Giornata si era concentrata sul pericolo rappresentato dalle azioni sindacali, in particolare quelle che chiedono aumenti di stipendio, diminuzioni dell’orario di lavoro o lavoro dignitoso, come evidenziato in questa infografica della polizia cinese tradotta da SupChina, dalla quale si evince che per il regime gli operai che rivendicano diritti sono incapaci di ragionare e si fanno manipolare dagli stranieri, e che bisogna combatterli con la delazione. In generale, risulta evidente che l’ulteriore know-how acquisito dal regime durante l’epidemia di Covid-19 nel campo del controllo e della repressione di vaste masse di persone continuerà a trovare applicazione anche in futuro.

L’ulteriore accentramento del potere

Di fronte allo scontento popolare emerso in rete e, probabilmente, anche tra settori della burocrazia comunista, Xi Jinping ha agito sia mettendo in atto manovre che hanno ulteriormente rafforzato il controllo esercitato dalla sua cerchia ristretta, sia continuando ad alimentare il culto della personalità nei propri confronti. Queste manovre sono state riassunte in modo efficiente da Katsuji Nakazawa in due articoli per la Nikkei Asian Review. Nel primo, Nakazawa si occupa della cosiddetta “fazione dello Zhejiang”, la cerchia più stretta dei fedeli di Xi, che segue quest’ultimo fin da quando è stato alto funzionario nella provincia nel periodo 2002-2007. A fine marzo Gong Zheng, membro della fazione dello Zhejiang, è stato nominato sindaco di Shanghai in sostituzione di Ying Yong, anche lui della stessa fazione, che a febbraio era stato nominato a capo della provincia dello Hubei in piena crisi Covid-19. A Shanghai Gong troverà ad affiancarlo nel ruolo di segretario del Partito Comunista della città Li Qiang, altro membro della stessa fazione, della quale fa parte tra gli altri anche Chen Min’er, segretario del Partito Comunista della città di Chongqing, da alcuni considerato il delfino di Xi. In grande ascesa all’interno della fazione di Zhejiang è Chen Yixin, inviato da Xi a Wuhan per assumere la guida pratica della gestione della crisi conseguente all’epidemia, come abbiamo già rilevato. Chen, che ha 60 anni, è anche segretario generale della Commissione Centrale per gli affari politici e legali del Partito Comunista, vale a dire che è il “superpoliziotto” della Cina. Al suo fianco nell’epicentro della crisi è stata la vicepremier Sun Chunlan, l’unica donna ai vertici più alti del potere cinese, fedele di Xi dai tempi in cui quest’ultimo era stato governatore della provincia del Fujian alla fine degli anni ‘990.

Poco dopo la metà di aprile era stata annunciata la messa sotto indagine di Sun Lijun, viceministro della Pubblica sicurezza responsabile per la sicurezza interna, che “aveva accesso a informazioni segrete relative al mantenimento della stabilità”, scrive Nakazawa. Tra l’altro Sun aveva competenze anche nel campo delle politiche sanitarie, avendo ottenuto a suo tempo una borsa di studio dell’Oms e per questo era stato inviato a Wuhan. Dopo l’annuncio dell’indagine su Sun, i dirigenti del ministero, ivi incluso il ministro Zhao Kezhi, si sono riuniti e hanno dichiarato il loro impegno per eliminare le “pecore nere” dai vertici della pubblica sicurezza per purificarli. La messa sotto inchiesta di Sun va ricollegata al caso di Meng Hongwei, anch’egli fino a un anno e mezzo fa viceministro della Pubblica sicurezza, che occupava allo stesso tempo una carica internazionale di estremo prestigio, per ottenere la quale la Cina aveva messo in atto tutti i propri sforzi diplomatici, quella di capo dell’Interpol, con sede a Lione. Il viceministro era anche membro del “Senato” cinese, la Conferenza Consultativa Politica del Popolo. Il caso di Meng era stato all’epoca sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, quando era scomparso all’improvviso nel mese di settembre 2018. Successivamente era emerso che era stato arrestato durante una trasferta in Cina e anch’egli incriminato per corruzione. Il 21 gennaio di quest’anno, in piena crisi da Covid-19 e solo due giorni prima della chiusura di Wuhan e dello Hubei, Meng Hongwei è stato condannato a 13 anni e mezzo di carcere dopo essersi dichiarato colpevole. Nakazawa osserva che Meng era stato messo sotto indagine qualche mese dopo che Xi aveva ottenuto la revisione della costituzione che gli consentiva di rimanere presidente per un periodo indefinito e dopo che aveva avviato la politica di culto della propria personalità, causando probabilmente malumori all’interno del partito. Sia Sun che Meng erano vicini a Zhou Yongkang, l’ex superboss della sicurezza e membro del Comitato permanente del Politburo condannato all’ergastolo nel 2015 a porte chiuse, sempre con accuse di corruzione, dopo che contro di lui erano state avviate indagini nel 2013, all’inizio della campagna anticorruzione avviata da Xi Jinping lo stesso anno. Nakazawa si chiede quale sarà ora la sorte di un altro Meng, ovvero Meng Jianzhu, ex membro del Politburo che era succeduto a Zhoun Yongkang e che fa parte della “fazione di Shanghai” vicina all’ex presidente Jiang Zemin – ma Meng ormai è in pensione e probabilmente non conta più molto. Rimane saldamente al suo posto l’attuale altro viceministro della Pubblica sicurezza, Wang Xiaohong, fedelissimo di Xi della fazione del Fujian.

Tutte queste manovre e purghe sono da mettersi in collegamento con il congresso del Partito Comunista che si terrà nel 2022 e che, se confermerà come previsto Xi nelle sue cariche, sancirà in via definitiva che il suo mandato è effettivamente senza scadenza. Xi deve quindi serrare le fila per tempo. Non è un caso che le prime due visite rilevanti effettuate da Xi dopo l’epidemia del nuovo coronavirus siano state nelle province dello Zhejiang, dove ha rivestito in passato alte cariche, e dello Shaanxi, dove egli era stato in esilio durante la Rivoluzione Culturale e dove si era creato un primo gruppo di amici: è da tali due province che proviene la grande maggioranza dei membri della sua cerchia.. A fine aprile è giunta un’altra nomina che conferma ulteriormente il sempre maggiore accentramento del potere intorno a Xi, in particolare per quanto riguarda gli organi repressivi: quella di Tang Yijun, un ennesimo fedelissimo di Xi che aveva lavorato con lui già ai tempi dello Zhejiang, a ministro della giustizia.

Ma, lasciando da parte per un attimo il pur estremamente importante appuntamento del congresso del 2022, le manovre mirate a intensificare il controllo della sicurezza interna e l’ulteriore accentramento del potere di un già strapotente Xi, vanno letti anche alla luce dell’epidemia che le autorità cinesi affermano di avere domato. Sicuramente questi sviluppi testimoniano che il “leader del popolo” occupa sempre una posizione di forza, anche dopo la spaventosa crisi apertasi a fine gennaio 2020. Ma sorgono spontanee alcune domande fondamentali. Il fatto che Xi, già in possesso del pieno controllo del partito, debba ricorrere con urgenza a tutte queste manovre non è anche un segno della sua paura, sia di assistere a scollamenti all’interno del Partito Comunista, sia di doversi a trovare ad affrontare una forte destabilizzazione politica di fronte alla situazione economica critica? Fino a che punto è coeso il partito di cui è capo? Durante la crisi del virus sono emersi, sebbene in forma alquanto criptica, svariati segnali di scontento interno. E come dimenticare che la gestione del virus a gennaio, disastrosa sotto ogni punto di vista, è venuta dopo una serie di clamorosi insuccessi politici di Xi nel 2019, che avevamo già menzionato in un articolo di Crisi Globale: da Hong Kong e Taiwan, fino ai problemi dell’iniziativa “Belt & Road” (la cosiddetta Grande via della seta), alle ambizioni frustrate del piano “Made in China 2025” e, non ultima, all’umiliante andata a Canossa della firma negli Usa di accordi sui dazi pesantemente punitivi per Pechino.

E’ difficile pensare che nel Partito Comunista non ci sia nessuno che non sia irritato per questa impressionante serie di errori, per i disastri causati dalla strategia di ignorare per settimane il virus, ma anche per l’impossibilità per chiunque non faccia parte della cerchia personale di Xi di avere effettive prospettive di ascendere ai più alti vertici. E infine un ultimo, grande punto di domanda: che forza può avere, anche solo sul breve e medio termine, un partito in cui sembra non esserci nemmeno una possibilità di parziale ricambio dei vertici in caso di necessità? Un partito che non è capace di esprimere al proprio interno anche solo una minima sfumatura di pensiero diverso?

Negli ultimi anni molti critici di Xi, sia cinesi che stranieri, hanno paragonato le sue politiche o la situazione in Cina a quelle della Rivoluzione Culturale di Mao Zedong. Nulla di più insensato, a mio parere. La Rivoluzione Culturale è stata, almeno nei suoi primi anni, uno degli eventi maggiormente destabilizzanti dell’epoca mentre Xi e i suoi hanno il terrore di ogni segnale di instabilità, anche solo di una protesta locale. La Rivoluzione Culturale è stata un’epoca di conflittualità estrema, violenta ma anche dialettica, nonché di estremo dinamismo per le più giovani generazioni, e ha messo in discussione l’esistenza stessa della burocrazia del Partito. La Cina di Xi è una Cina politicamente ed economicamente stagnante, priva di ogni dialettica politica. Xi insomma, non assomiglia per nulla a Mao, che tra l’altro pur essendo spesso spietato, sapeva tollerare l’esistenza di una dirigenza collettiva. Se si vuole trovare una somiglianza, bisogna piuttosto andare a cercarla in un misto dello Stalin stanco e paranoico degli anni immediatamente precedenti il suo decesso nel 1953 e del Brezhnev immobilista degli anni ’970. In entrambi questi due ultimi casi, l’agonia del regime è stata in breve seguita da rivolte di natura epocale e/o da una disgregazione generale del sistema di potere, rispettivamente nel 1956 e nel 1989. La speranza è che oggi in Cina siano già presenti in nuce futuri rivolgimenti di natura assimilabile.

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