LIBRO / La Cina, il virus e il mondo – Cap. 1 Lo scoppio dell’epidemia e le manovre di occultamento

Prosegue la pubblicazione a puntate del libro “La Cina, il virus e il mondo” di Andrea Ferrario. In questo Cap. 1, che copre il periodo da metà dicembre 2019 a fine gennaio 2020, vengono ricostruiti l’iniziale diffondersi dell’epidemia a Wuhan, gli interventi censori e repressivi delle autorità centrali cinesi, e le altre responsabilità che hanno portato allo scoppio di un’epidemia di portata mondiale.

Cap. 1 – Cina: lo scoppio dell’epidemia e le manovre di occultamento (fine dicembre-fine gennaio)

L’inizio dell’epidemia, gli interventi censori

[Il nucleo di questo primo capitolo si basa su alcune inchieste approfondite realizzate da diverse fonti, nonché su una cronologia del Centro di Ricerca del Congresso Usa, ricca di link a fonti ufficiali cinesi e a fonti estere. Riporto qui di seguito i link a queste inchieste e a tale cronologia per non dovere poi ripeterli troppe volte all’interno del testo. Le fonti aggiuntive utilizzate per singoli aspetti specifici vengono invece linkate all’interno del capitolo. FONTI PRINCIPALI: “How Wuhan lost the fight to contain the coronavirus”, Caixin, 3 febbraio 2020 (ripubblicato da Straits Times); “The Regret of Wuhan: How China Missed the Critical Window for Controlling the Coronavirus Outbreak” del China News Weekly, 10 febbraio (pubblicato in inglese da China Change); “How Disease X, the epidemic-in-waiting, erupted in China”, South China Morning Post, 27 febbraio; “How early signs of the coronavirus were spotted, spread and throttled in China”, Caixin, 28 febbraio 2020 (ripubblicato da Straits Times);  “COVID-19 and China: A Chronology of Events (December 2019-January 2020)”, Congressional Research Service, 13 maggio 2020. Queste fonti principali sono state confrontate anche con: “Coronavirus: Beijing’s old habits kept world in dark as an epidemic grew”, New York Times, 1 febbraio 2020 (ripubblicato da Straits Times); “Early missteps and state secrecy in China probably allowed the coronavirus to spread farther and faster”, Washington Post, 1 febbraio 2020; “Tracking the Source of Novel Coronavirus Gene Sequencing: When Does the Alarm Goes Off”, Jennifer’s World, 26 febbraio 2020 (traduzione approssimativa in inglese di un articolo di Caixin censurato)]

Intorno al 15-20 dicembre 2019 i medici degli ospedali di Wuhan hanno cominciato a registrare casi multipli di polmonite acuta atipica. Successivamente è emerso che si trattava di persone contagiate più o meno una settimana prima da un nuovo coronavirus. Come ha poi rilevato uno studio, in quel periodo a Wuhan erano già in atto casi di trasmissione da persona a persona. Il primo caso noto è stato in seguito retrospettivamente e progressivamente antedatato all’8 dicembre, all’1 dicembre e poi addirittura al 17 novembre (ma quest’ultima data non trova conferme sufficientemente documentate), sempre a Wuhan. Di fronte alla situazione che andava emergendo in quella seconda metà di dicembre i medici locali sono entrati subito in allerta, poiché tra i professionisti della medicina era ancora viva la memoria dell’epidemia di Sars scoppiata in Cina nel 2002-3. A destare ulteriore allarme è stato il fatto che molti di questi casi risultavano ricollegabili a un mercato di prodotti freschi dove si vendevano anche animali selvatici, alla luce del fatto che lo scoppio dell’epidemia di Sars era stato anch’esso fatto risalire a un mercato.

Nei giorni successivi i casi di polmonite acuta sono aumentati a valanga, ma nessuna persona è risultata positiva ai virus e ai batteri già conosciuti, per i quali i medici avevano eseguito i test come da protocollo. A fine dicembre erano stati prelevati non meno di nove campioni da pazienti affetti dalla polmonite atipica e sulla base di un loro immediato esame è risultato che ci si trovava di fronte a un coronavirus analogo alla SARS. Per esempio un campione è stato inviato il 24 dicembre a un laboratorio di Canton, il quale il 27 dicembre ha comunicato che si trattava di un nuovo coronavirus. Un altro campione prelevato da un paziente è stato inviato il 27 dicembre a un laboratorio di Pechino il quale il 30 dicembre ha confermato che si trattava di un nuovo coronavirus analogo alla SARS. Ma in seguito è emerso che già il 24 dicembre l’Accademia delle scienze cinese aveva effettuato l’upload di una sequenza del gene sulla piattaforma GISAID. Questi campioni ed esami hanno permesso nel loro complesso di realizzare una sequenza del genoma quasi completa e i dati sono stati condivisi il 31 dicembre, poi ancora l’1 gennaio, con istituti centrali come l’Accademia cinese delle scienze mediche e con tutti i Centri per il controllo delle malattie della Cina.

Il 29 dicembre l’Ospedale centrale di Wuhan aveva provveduto a un’escalation, comunicando questi fatti evidenziatisi nei giorni precedenti alle Commissioni della sanità e ai Centri per il controllo delle malattie (gli organi competenti per la gestione delle epidemie) rispettivamente di Wuhan e della provincia dello Hubei. Nella stessa data tutti i pazienti affetti da queste polmoniti atipiche erano stati trasferiti all’ospedale della città specializzato in malattie infettive. Il 30 dicembre, sempre attenendosi al protocollo, le autorità dello Hubei avevano informato della situazione il Centro per il controllo delle malattie nazionale con sede a Pechino e immediatamente il giorno successivo una missione di tale Centro nazionale, guidata dal suo vicedirettore, arrivava a Wuhan: è quindi falsa, come attestano anche altri sviluppi immediatamente successivi, la tesi dei vertici nazionali del Partito Comunista secondo cui le autorità locali avrebbero nascosto i fatti a quelle centrali. La stessa Commissione della sanità nazionale tornerà poi in missione a Wuhan il 12 gennaio, cioè sempre ben prima che le autorità centrali ammettessero la realtà della situazione.

Va fatta una precisazione importante: se ho usato qui sopra il termine “protocollo” è perché dopo l’esperienza della Sars le autorità cinesi avevano messo formalmente a punto meccanismi di allarme, comunicazione ed escalation mirati a impedire indebiti ritardi nell’adozione di misure per combattere le epidemie, un sistema costato milioni di dollari e che comprende anche una piattaforma online per la segnalazione immediata dei possibili segni di epidemie, ivi incluse le polmoniti atipiche, piattaforma che collega in tempo reale tutti gli ospedali e le istituzioni sanitarie competenti del paese. Questo sistema ha funzionato – quello che non ha funzionato, come vedremo, è il livello politico, che ha fatto tutto il possibile per occultare l’epidemia, nella fase iniziale, e per nasconderne poi le reali dimensioni e la reale pericolosità.

Sempre il 30 dicembre nei social media hanno cominciato a filtrare in modo documentato le notizie sul diffondersi a Wuhan di un nuovo coronavirus simile alla Sars, riprese poi da un paio di giornali. Oltre alle voci postate da utenti non professionisti, in rete hanno cominciato a circolare anche denunce particolareggiate di alcuni medici degli ospedali della città, tra i quali l’oftalmologo Li Wenliang e alcuni suoi colleghi, che hanno segnalato la presenza di sette casi di coronavirus nel loro ospedale, e la direttrice del reparto di emergenza dell’Ospedale centrale di Wuhan, Ai Fen. A ulteriore conferma, se ancora ve ne è bisogno, che le autorità centrali in quei giorni erano già a conoscenza del fatto che a Wuhan era in atto un’epidemia vi è la censura applicata dalla piattaforma di streaming YY a partire dal 31 dicembre delle parole chiave correlate al diffondersi del nuovo coronavirus, su disposizioni delle autorità statali. Anche il social WeChat, il più utilizzato dai cinesi di tutto il paese, ha cominciato a censurare ogni riferimento, critico o neutrale, alla “polmonite di Wuhan”, alla “SARS sconosciuta”, al “laboratorio di ricerca virus P4”, alla “censura dell’epidemia di Wuhan” e simili. La polizia si è mossa altrettanto rapidamente sul terreno convocando il 3 gennaio il già citato dottor Li Wenliang insieme ad alcuni suoi colleghi, minacciandoli e costringendoli a firmare un umiliante impegno scritto a mantenere il silenzio su quanto stava accadendo. Il giorno prima i dirigenti amministrativi e del Partito Comunista dell’Ospedale centrale avevano imposto il silenzio anche alla Dr.ssa Ai Fen, già menzionata sopra. La diffusione sul canale televisivo nazionale della notizia che i responsabili della disseminazione di “false notizie” (nulla però veniva detto sul contenuto di tali notizie) erano stati individuati e contro di loro la polizia aveva dato misure ha inviato un chiaro messaggio intimidatorio a tutti i lavoratori del settore sanitario. L’1 gennaio il mercato di Huanan, con il quale aveva avuto contatti la maggior parte dei contagiati, è stato chiuso dalle autorità locali, che in quella data parlavano di 27 casi di polmonite atipica nella città. Non è stato tuttavia in quella occasione chiuso il primo piano dell’edificio che sovrastava il mercato, dove funzionavano molti negozi di occhiali: secondo il South China Morning Post è probabile che da qui il virus si sia diffuso fino a Wenzhou, una città distante che sarà poi tra le più contagiate, e che è specializzata proprio nella produzione di occhiali. Intanto, per un paio di giorni l’ospedale per le malattie infettive dove erano ricoverati i pazienti colpiti dal nuovo coronavirus è rimasto aperto ai visitatori, lasciando così andare e venire i parenti dei malati. In compenso già a inizio gennaio a Wuhan operavano responsabili della propaganda centrale che individuavano i reporter negli ospedali e confiscavano i materiali che stavano preparando. A ciò si sono aggiunti gli interventi censori in campo medico: l’1 gennaio la Commissione della sanità dello Hubei ha intimato a una società di cessare i test sui campioni eventualmente ricevuti, un’intimazione poi ufficializzata due giorni dopo a livello nazionale con l’emissione dell’Ordinanza N. 3 della Commissione della sanità nazionale che imponeva a tutti gli istituti in possesso di campioni di distruggerli o di consegnarli a “centri appositamente designati” (che non venivano però identificati) e vietava di comunicare ogni informazione al pubblico.

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L’ottenimento della sequenza del genoma, le falsità delle autorità

Il 2 gennaio, aggirando questi divieti a loro rischio, alcuni ricercatori di Wuhan hanno inviato campioni a un noto laboratorio di Shanghai diretto dal professor Zhang Yongzhen. Il 5 gennaio Zhang è riuscito a ottenere di propria iniziativa l’intera sequenza del genoma, confermando che si trattava di un nuovo coronavirus, e la ha comunicata il giorno stesso alla Commissione della sanità nazionale, con la raccomandazione di adottare le relative misure di prevenzione. La Commissione della sanità nazionale non ha fatto nulla. Il 7 gennaio si è tenuta una riunione del Comitato permanente del Politburo del Partito Comunista della Cina (Pcc), l’autorità politica suprema della Cina, durante la quale non si è fatta alcuna menzione dell’emergenza sanitaria (il Pcc poi sosterrà a posteriori, il 15 febbraio, che già da allora Xi era alla guida della lotta contro il coronavirus). A titolo di esempio, a Hong Kong già nella prima settimana di gennaio si facevano controlli della temperatura all’aeroporto e venivano distribuiti volantini su come difendersi dalle polmoniti atipiche, mentre a Wuhan ancora non veniva adottata alcuna misura. A Taiwan i controlli sui passeggeri in arrivo da Wuhan erano iniziati addirittura il 31 dicembre. L’8 gennaio il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui si affermava sulla base di indiscrezioni che “scienziati cinesi” avevano isolato a Wuhan un nuovo coronavirus – è la prima menzione pubblica che viene fatta di questo tipo di virus. Dopo che la notizia è stata diffusa in tutto il mondo dal quotidiano statunitense, per la prima volta si è fatta menzione di un nuovo coronavirus anche nei media ufficiali cinesi, sebbene con il condizionale: la Xinhua ha pubblicato il 9 gennaio un’intervista con un esperto secondo il quale le polmoniti atipiche di Wuhan sembravano potere essere causate da un nuovo coronavirus. Qualche ora dopo la televisione di stato CCTV affermava che il Centro per il controllo delle malattie aveva ottenuto la sequenza del genoma del nuovo coronavirus, peccato però che il Centro non abbia comunicato i relativi dati a nessuno – in realtà questo modo di agire contraddittorio sembra confermare il fatto che il Centro abbia “rubato” il genoma al prof. Zhang. Il 10 gennaio risulta essere nell’ambito di questa sequenza temporale la data di un “evento fantasma”: stando ai fatti documentati, in quella giornata si registra solo una telefonata tra il segretario generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros, e due alti funzionari della sanità cinese, in seguito alla quale l’Oms emette un comunicato in cui raccomanda di non effettuare controlli della temperatura agli aeroporti. Nella cronologia ufficiale della propaganda cinese però il 10 gennaio è la data in cui il governo di Pechino ha fornito all’Oms i materiali di supporto all’identificazione del virus: peccato che né quel giorno né nelle settimane successive nessuno ne abbia fatto menzione. La cronologia ufficiale del regime è in realtà stata pubblicata solo il 6 aprile ed è in buona parte frutto di fantasia.

Il giorno successivo, l’11 gennaio, visto che le autorità non adottavano alcuna misura né rendevano pubblica la sequenza, il professor Zhang di Shanghai ha deciso di prendere l’iniziativa e di farlo lui utilizzando piattaforme aperte in internet. Il risultato che otterrà sarà da una parte quello dell’immediata chiusura del suo laboratorio da parte delle autorità per “rettificazione” [sic] e dall’altra quello di subire il “furto” dei dati da parte delle autorità, che sono corse ai ripari comunicandoli poi subito dopo all’Oms come se fossero opera loro e ottenendo eccezionali lodi da quest’ultima.  Precedentemente il 3 gennaio la Commissione della sanità nazionale aveva pubblicato una direttiva nella quale si vietava la pubblicazione di informazioni senza l’autorizzazione delle autorità competenti e si stabiliva che solo i sistemi di controllo delle malattie nazionali e provinciali avevano il diritto di condurre l’attività di identificazione delle malattie.

La prima comunicazione ufficiale che faceva riferimento a sviluppi problematici è consistita in un post della Commissione municipale della sanità di Wuhan del 31 dicembre pomeriggio, nel quale si parlava di 27 casi di polmonite atipica legati al mercato di Huanan, di cui 7 gravi, precisando che era in corso l’adozione di misure sanitarie. Lo stesso 31 dicembre l’Oms, secondo quanto riferito dal suo direttore esecutivo Michael Ryan, è venuta a sapere di un cluster di polmoniti atipiche in Cina dalla piattaforma pubblica americana online ProMED. Nello stesso giorno il Centro per il controllo delle malattie di Taiwan scriveva all’Oms chiedendo chiarimenti sui casi di polmonite atipica in Cina e sui pazienti ivi curati in isolamento, un chiaro riferimento quest’ultimo alla possibilità che fosse già in corso un contagio da uomo a uomo. Il 31 dicembre quindi l’Oms riceveva per la prima volta allerte in merito a quanto stava avvenendo in Cina da una fonte Usa e una fonte ufficiale di Taiwan – non vi sono documentazioni a sostegno della tesi formulata ex-post dal governo di Pechino di avere informato l’Oms in tale data. L’1 gennaio è l’Oms stessa a muoversi per chiedere chiarimenti sull’epidemia – il 4 gennaio affermerà poi su Twitter di avere ricevuto dalla Cina la conferma di “un cluster di polmoniti a Wuhan, senza vittime”. L’Oms poi rimarrà silente fino al 9 gennaio, dopo che, ultime tra tutti, le autorità cinesi avevano riconosciuto l’esistenza di un nuovo coronavirus. L’Organizzazione ne ha preso atto pubblicamente, lodando la rapidità delle autorità cinesi, ma aggiungendo che “l’Oms non raccomanda l’adozione di alcuna misura particolare per i viaggiatori. L’Oms consiglia di non applicare alcuna limitazione ai viaggi o al commercio con la Cina sulla base delle informazioni correntemente disponibili”.

L’epidemia si diffonde, le autorità latitano

La prima dichiarazione pubblica di una personalità ufficiale riguardante la diffusione del morbo, quella del capo del primo di team di esperti del Centro per il controllo delle malattie inviato a Wuhan, Xu Jianguo, è stata rilasciata il 6 gennaio non a media locali o della Cina continentale, ma a un giornale filo-Pechino di Hong Kong, il Ta Kung Pao, ed è di nuovo ingiustificatamente rassicurante: “La Cina ha lunghi anni di esperienza nel controllo delle malattie, è assolutamente da escludersi che questa si diffonderà ampiamente in seguito agli spostamenti della gente per il Festival di primavera [il Nuovo anno lunare cinese – N.d.T.]. Xu poi aggiungeva che “nulla evidenzia che vi sia una trasmissione da uomo a uomo” e che il virus non costituiva una minaccia preoccupante. L’8 gennaio, come ha rilevato uno studio dello stesso Centro, svariati medici e infermieri risultavano già infettati, una chiara indicazione del fatto che la trasmissione da uomo a uomo era in atto e diffusa. Il 9 gennaio, come abbiamo visto, la CCTV, la tv di stato cinese, informava dell’identificazione di un nuovo tipo di coronavirus a Wuhan e lo stesso giorno l’Organizzazione Mondiale della Sanità diceva che “il virus può causare malattie gravi in alcuni pazienti, ma non si trasmette facilmente tra le persone”. L’11 gennaio la Commissione della sanità di Wuhan riferiva che dal 3 dello stesso mese non erano stati registrati nuovi casi, che rimanevano fermi a un totale di 41, un dato in contraddizione con i 59 casi segnalati dalla stessa Commissione il 5 gennaio. La Commissione inoltre comunicava lo stesso giorno che era stata registrata una vittima, una persona già affetta da malattie croniche che aveva visitato il mercato di Huanan. Il 12 gennaio un team di microbiologi guidati da Yuen Kwok-yung, un esperto di Hong Kong che stava lavorando per conto della Commissione della sanità nazionale cinese e che è stato intervistato dalla rivista Caixin, rilevava a Shenzhen, lontano da Wuhan, sei casi di contagio all’interno di una stessa famiglia, altro fatto che confermava la diffusione da uomo a uomo, ora non più solo a Wuhan o nello Hubei, ma a una notevole distanza geografica: “Questo caso di un focolaio familiare, insieme al caso a Wuhan di un paziente che aveva infettato 14 membri del personale ospedaliero, era la prova che era in atto una trasmissione umana negli ospedali, nelle famiglie e tra città diverse”, ha detto Yuen. I dati naturalmente sono stati subito trasmessi alle autorità centrali, ma tenuti altrimenti segreti in applicazione delle disposizioni censorie comunicate il 3 gennaio dalla Commissione della sanità nazionale.

Negli stessi giorni le autorità hanno fatto altre dichiarazioni tranquillizzanti, ma intanto gli ospedali di Wuhan in realtà erano già nel caos, “i posti letto si stavano esaurendo, i medici non erano più sufficienti, mancavano mascherine, medicine, disinfettanti”, ricorda un medico. “C’erano code di ore per fare una tomografia, con gli anziani sull’orlo di crollare a terra perché non c’erano abbastanza sedie”. Ma non venivano catalogati come casi del nuovo coronavirus perché per esserlo, secondo le disposizioni della autorità dovevano essere soddisfatti tre criteri: esposizione al mercato, febbre e test positivo. I medici di Wuhan ritenevano che questi criteri fossero troppo stretti e avevano affermato che c’era già una trasmissione da uomo a uomo, ma il Centro per il controllo delle malattie nazionale non ha ceduto e ha imposto tali criteri. Tra l’altro non vi erano kit a sufficienza per soddisfare il terzo criterio. Come se non bastasse, documenti interni del centro di controllo delle malattie indicano che gli operatori sanitari si ammalavano già a fine dicembre.

Il nuovo coronavirus nel frattempo si diffondeva in tutto il mondo. Il 13 gennaio un turista cinese risultava positivo a Bangkok, ma non aveva avuto alcun contatto con il mercato di Wuhan. La notizia faceva subito pubblicamente il giro di tutto il mondo. La successiva sequenza parla di una diffusione internazionale molto rapida che coinvolge subito tre continenti: in Giappone il primo caso viene annunciato il 15 gennaio, in Corea del Sud il 20 gennaio, negli USA e a Taiwan il 21 gennaio, a Hong Kong il 22 gennaio, in Europa il 24 gennaio. In tutti questi paesi i primi casi confermati di trasmissione umana locale vengono rilevati in tempi altrettanto brevi, tra il 28 gennaio e il 2 febbraio.

Tornando alla Cina, il 15 gennaio la Commissione della sanità di Wuhan (quindi un soggetto locale, nulla di tale veniva comunicato a livello nazionale) affermava che non poteva essere esclusa una trasmissione da uomo a uomo, ma a parte questo singolo caso fino al 17 gennaio le autorità di ogni livello sono rimaste silenti e non hanno comunicato alcun nuovo caso. Il silenzio mantenuto sui nuovi casi fino a tale data non appare casuale: nel frattempo si sono tenute le due sessioni dei Congressi del popolo locali, cioè i parlamenti rispettivamente di Wuhan e della provincia dello Hubei, i cui delegati hanno rinnovato il proprio impegno a mettere in atto il “pensiero di Xi Jinping”, mentre quest’ultimo lo stesso giorno lasciava il paese per una visita in Myanmar di alcuni giorni, diffondendo così ulteriormente nel pubblico l’impressione che nel paese non vi fosse alcuna emergenza. A rafforzare questa impressione ha contribuito la propaganda statale e di partito, come quella diffusa dalla tv di stato CCTV e del “Quotidiano del popolo”, l’organo del Partito Comunista, che ancora nella seconda metà di gennaio si limitavano a saltuari e limitati accenni al virus in coda ai notiziari, occupati principalmente da reportage sui viaggi e i discorsi di Xi Jinping, e da lodi sulla sua lungimiranza. Come ha commentato in quei giorni con sarcasmo un cinese nei social, “nel Quotidiano del popolo non si trova traccia del popolo”. Esattamente nello stesso periodo e fino al già citato 17 gennaio c’erano altri due appuntamenti in coincidenza del quale era ancora più importante per Pechino non trovarsi in posizione di imbarazzante debolezza: le elezioni presidenziali a Taiwan l’11 gennaio e la firma il 15 gennaio dell’accordo con gli Stati Uniti sui dazi, che ha visto la delegazione cinese tornare da Washington giusto il 16 gennaio.

Il 20 gennaio le autorità comunicavano infine 136 nuovi casi e veniva coinvolto Zhong Nanshan, 83 anni, ex eroe della crisi della SARS. Il ruolo effettivo di Zhong Nanshan non sembra essere tanto scientifico, considerata la sua età e visto soprattutto che scienziati di Pechino e di Shanghai avevano già fatto tutto il lavoro di indagine, quanto piuttosto politico: c’era bisogno di una persona apparentemente neutrale e autorevole, dalla immagine paterna, che potesse comunicare la vera natura dell’epidemia rassicurando in qualche modo la gente. In quella data Zhong ha comunicato ai cinesi che la trasmissione del nuovo coronavirus da uomo a uomo era confermata e che vi erano tra l’altro medici contagiati, per l’esattezza 15, anche se in realtà il numero era di molto superiore. Sempre il 20 gennaio Xi Jinping accennava per la prima volta all’epidemia, mentre metropoli come Pechino, Shanghai e Canton informavano ufficialmente di avere anch’esse dei casi di positività. Nel pase però non veniva ancora adottata alcuna misura e solo il 22 gennaio il governo di Wuhan chiederà alla popolazione di indossare mascherine. In quella data la Cina aveva già 400 casi ufficiali in 13 province, ma stime successive parlano di numeri reali enormemente più alti.

Solo il 23 gennaio, alle ore 14, è stata adottata una misura, e si è trattato di una misura di dimensioni enormi: a partire dalle ore 22 dello stesso giorno Wuhan (11 milioni di abitanti) e la provincia dello Hubei (60 milioni di abitanti in totale) verranno completamente bloccate e chiuse al mondo esterno. In sole 72 ore il regime di Xi è così passato dalla negazione dell’esistenza di un’epidemia diffusa a una decisione senza precedenti nella storia umana, che mandava un chiaro messaggio non solo ai wuhanesi, ma a tutti i cinesi: la situazione è catastrofica. L’angoscia, lo stress e la paura si sono di conseguenza diffuse tra la gente senza barriere di difesa. La decisione tra l’altro era chiaramente improvvisata e l’assenza di ogni misura nelle prime ore successive al comunicato ha consentito a centinaia di migliaia di persone di fuggire dalla città e dalla provincia, molte di loro portando con sé il virus. Il sindaco di Wuhan nei giorni successivi dirà che a causa delle festività del Nuovo anno lunare, la festa più lunga e più importante dell’anno per i cinesi, che per alcune settimane si muovono in massa lungo l’intero paese (quest’anno l’esodo era cominciato il 10 gennaio), circa 5 milioni di persone avevano lasciato la città. Tra queste, circa 15.000 erano partite in aereo per il solo Giappone, e molte altre per la Corea o altre destinazioni nel mondo.

Dopo la chiusura, Wuhan e la provincia dello Hubei, in particolare il loro sistema sanitario, sono sprofondati nel caos. Un mese dopo, il 23 febbraio, innanzi a 170.000 funzionari riuniti in teleconferenza, Xi Jinping affermava che, di fronte alla crisi del virus, la risposta del Partito Comunista era stata “precisa” e che l’esperienza “dimostra i notevoli vantaggi della leadership del Partito Comunista della Cina e del sistema socialista con caratteristiche cinesi”. Passato un altro mese, il 26 marzo, in occasione di una riunione dei G20 tenutasi in teleconferenza, ha formulato con le seguenti parole la propria valutazione dell’operato del governo cinese: “In presenza della sfida improvvisa dell’epidemia del nuovo coronavirus il governo cinese non si è ritratto di fronte alle avversità, ma si è posto come primo obiettivo quello di preservare le vite e la salute del popolo. Con ferma decisione, spirito di mutuo sostegno, interventi scientifici di prevenzione e politiche precise, abbiamo dichiarato una guerra popolare contro l’epidemia […] con apertura e trasparenza”. Molto più precisa di quelle di Xi, per quanto succinta, mi sembra la valutazione che il giornalista wuhanese Da Shiji ha dato dell’operato delle autorità: “Codarde e incompetenti”. Si può tranquillamente aggiungere anche “criminali”, viste le morti e il terrore causati.

Conclusione

Il susseguirsi dei fatti dice chiaramente che già prima del 30 dicembre era possibile lanciare un allarme e prendere misure. I segnali che erano emersi sono stati completamente ignorati dalle autorità. Certo, le voci che prima di fine dicembre denunciavano quanto stava accadendo non erano molte, ma su ciò hanno sicuramente inciso i timori diffusi in Cina da lungo tempo a causa delle pesantissime conseguenze alle quali vanno regolarmente incontro coloro che denunciano problemi o emergenze reali, che per il Partito Comunista costituiscono però minacce alla stabilità interna. Ma anche quelle voci isolate avrebbero dovuto fare scattare un allarme, visto che i vertici cinesi, in seguito all’esperienza della Sars del 2002-3, erano consci più di ogni altro paese al mondo degli altissimi rischi di un occultamento dell’epidemia e non a caso avevano da allora investito ingenti mezzi per la creazione di un sistema di prevenzione efficiente. Dal 30 dicembre tuttavia non c’è più stata nemmeno la scusa che le testimonianze erano ancora di numero limitato: a partire da tale data la situazione reale era ampiamente nota e chiara sia a livello locale che a livello centrale. Se entrambi i livelli sono stati colpevoli nell’occultare la reale situazione ai cittadini di Wuhan e dell’intero paese, le autorità locali hanno almeno immediatamente comunicato la gravità della situazione a quelle centrali, che dall’alto della loro forza hanno subito optato per la linea del fare finta di niente, soffocando ogni voce o azione che andava in senso contrario. Contrariamente a quanto vuole fare pensare Pechino, la maggiore responsabilità del disastro va attribuita non ai vertici locali, bensì a quelli centrali del Partito e dello stato. Oltre ai wuhanesi e ai cinesi sono state ingannate anche le popolazioni di tutto il mondo, negando che il virus fosse pericoloso e occultandone la contagiosità anche dopo che il nuovo coronavirus ha cominciato a diffondersi a livello internazionale. L’Oms ha seguito una linea analoga, quasi come fosse un organo del governo di Pechino, e non un’organizzazione internazionale. Per almeno 25 giorni Xi Jinping e i suoi sottoposti non hanno adottato alcuna misura contro il virus, se non chiudere parzialmente le aree del mercato di Huanan, facendole disinfettare. Ormai il mondo ha imparato sulla propria pelle quanto caro possa costare di fronte a questo virus un ritardo nell’intervenire anche solo di una settimana, quindi è evidente di cosa si sia reso responsabile il regime cinese.

Alcuni studi scientifici, come quelli di cui hanno riferito Guardian e Reporters Sans Frontieres, hanno stabilito in particolare che un intervento due o tre settimane prima del 23 gennaio avrebbe consentito una riduzione del contagio fino al 95% e quindi di circoscrivere l’epidemia a una serie di casi facilmente isolabili negli ospedali locali, evitando così agli abitanti di Wuhan, della Cina e del mondo intero una catastrofe di dimensioni epocali. Come ha affermato un cittadino di Wuhan, “quello che è successo a Wuhan è come se casa tua fosse andata in fiamme e tutti i vicini lo sapessero, ma ti impedissero di saltare dalla finestra. Solo quando l’incendio è ormai dilagato senza controllo, e l’intera città è in fiamme, qualcuno comincia lentamente ad assumersi qualche responsabilità, preoccupandosi di mettere bene in luce i propri sforzi eroici”. Il fatto che Xi e i suoi abbiano poi tra febbraio e marzo trovato emuli in tutto il mondo, da Trump, Johnson, Macron, Bolsonaro e quasi ogni leader nazionale o regionale di un sistema capitalista che ormai governa l’intero globo, non diminuisce affatto le responsabilità primarie dei vertici cinesi. Al comportamento della autorità di Pechino ha fatto da contraltare, in questa fase, il coraggio e la sistematicità delle denunce del personale sanitario, che a differenza dei vertici politici è sempre stato coerente e in prima fila nel combattere il virus. La sua è stata una battaglia chiaramente condotta anche a nome degli altri lavoratori, già sistematicamente repressi dal regime ancor prima dell’epidemia: di fronte all’estrema emergenza, il Pcc non ha potuto certo permettersi di condurre una guerra totale anche contro i lavoratori della sanità e ciò ha lasciato qualche spazio, nonostante le repressioni, all’emergere di numerose loro preziose testimonianze e denunce. Oltre a loro, e nonostante le condizioni sanitarie e politiche a dire poco proibitive, moltissimi altri cinesi hanno trovato il coraggio di protestare, denunciare, controinformare. Un’ulteriore dimostrazione del fatto che in Cina, come altrove, non esiste una “unità nazionale”, come vorrebbe fare credere la propaganda, e che sono costantemente in atto conflitti e lotte, nonostante le rigide politiche repressive.

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