ITALIA / Coronavirus: meglio una razionale paura che un’irrazionale serenità

Cosa c’è dietro alla propaganda secondo cui il coronavirus sarebbe solo “poco più di una normale influenza” e la gente si lascerebbe ingenuamente andare al panico e all’isteria? Quali sono i pericoli fondamentali da tenere presenti, al di là del pur sempre preoccupante tasso di mortalità del nuovo virus? Questo articolo cerca di spiegare perché essere in forte allarme, e perfino avere paura, è più razionale che essere olimpicamente sereni.

A nemmeno un mese dallo scoppio dell’emergenza a Wuhan e poi in tutta la Cina, con le sue tragiche conseguenze, l’epidemia del nuovo coronavirus è “sbarcata” dalla sera del 20 febbraio anche in Italia, dove si è diffusa con grande rapidità sul territorio nazionale e da lì in quasi una ventina di paesi europei, africani e del continente americano. In un primo momento le autorità italiane hanno preso atto della situazione allarmante adottando strette misure di contenimento, dalla chiusura delle scuole, dei musei e altro ancora fino all’effettuazione di test a tappeto per individuare e fermare la diffusione del virus. Fin da subito si sono fatte però sentire isolate voci che andavano contro questa linea, come quella del sindaco di Milano, Beppe Sala, che minimizzava implicitamente la portata dell’epidemia, o quella di Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica dell’ospedale Sacco, sempre di Milano, che ha sostenuto di fronte ai maggiori media che il coronavirus è poco più di una normale influenza, riportando dati interpretati in maniera grossolanamente errata, ma ottenendo una vasta eco. A partire dal 25 febbraio però le cose sono radicalmente cambiate: all’unisono politici, media, istituzioni statali e padronato hanno optato per un invertimento di rotta. Da allora è partita una martellante campagna di propaganda per sminuire i rischi che l’epidemia comporta. Beppe Sala ha subito tirato fuori dal cassetto un video tanto compiaciuto quanto accattivante nello stile intitolato “Milano non si ferma”, che in pratica invita ad andare avanti come se niente fosse. La tesi secondo cui il nuovo coronavirus è “solo poco più di un’influenza” si è all’improvviso trasformata quasi in una dottrina di stato. Questa campagna ha visto in prima fila la borghesia milanese, dai commercianti fino al Corrierone, e a essere presi di mira sono stati coloro che si sarebbero fatti prendere dal “panico”, cioè la gente comune che non siede nei salotti alti ed evidentemente, visti i toni paternalisti della propaganda, è da considerarsi affetta da cretinismo e incapace di comprendere. Come esempio sono sate mostrate le immagini della corsa per un paio di giorni ad acquistare riserve nei supermercati, che tra l’altro non ha comportato alcun problema nei rifornimenti. In realtà, vista l’esperienza di Wuhan, l’acquisto di riserve può essere letto come un comportamento razionale – un comportamento che in Italia si era tra l’altro già diffuso in occasione della prima guerra del Golfo. Ma ciò che ha messo in agitazione i poteri forti italiani non sono stati gli scaffali vuoti nei supermercati, bensì il messaggio che inviavano, cioè quello di una totale sfiducia nelle autorità. Non è un caso che nell’ambito dell’ossessiva campagna si continui a ripetere che si può stare sicuri perché il sistema sanitario italiano è eccellente, perché gli scienziati italiani sono tra i migliori del mondo, perché le istituzioni hanno adottato protocolli a prova di ferro e i politici hanno adottato tutti i piani necessari. E per coloro sui quali la propaganda teme che tale retorica di natura principalmente tecnica non abbia effetto ci sono i titoloni razzisti dei giornali di destra e le affermazioni protonaziste del governatore veneto Zaia, secondo cui noi possiamo essere tranquilli perché ci facciamo la doccia tutti i giorni e i nostri bambini non raccolgono le briciole dal pavimento, mentre i cinesi non hanno questa “cultura” e mangiano i topi vivi.

Una buona propaganda naturalmente non deve dimenticare di aggiungere un pizzico di autocommiserazione nazionale – ed ecco che un’altra delle verità (vale a dire bugie) ufficiali è che in Italia il numero dei contagiati è più alto che in altri paesi europei solo perché abbiamo fatto un numero di tamponi senza pari, trasmettendo implicitamente il messaggio che bisogna ridurli, come infatti poi è stato fatto. Non è vero che l’Italia ha fatto poi così tanti tamponi per accertare la positività o meno: la Corea del Sud, che ha una popolazione inferiore a quella italiana, al 27 febbraio ne aveva fatti all’incirca tre volte di più (dato Corea del Sud, dato Italia) e si sta preparando a farne almeno 15.000 al giorno. E’ certamente vero che paesi come la Francia e la Germania rilevavano in precedenza meno contagiati anche per il motivo che avevano fatto un numero inferiore di tamponi. Ma in realtà il loro comportamento è stato identico a quello italiano: hanno cominciato a fare più tamponi solo dopo i chiari segni di un’emergenza, e non prima per prevenirla, proprio come in Italia, dove il paziente n. 1 è stato rimandato a casa quando si è presentato per la prima volta al pronto soccorso senza che gli venisse fatto un tampone. E a questi esempi di campagna propagandistica se ne potrebbero aggiungere molti altri. In maniera del tutto subalterna, l’ondata di propaganda istituzionale viene sostenuta inconsciamente anche da numerose voci della sinistr, che se la prendono donchisciottescamente con l’inesistente diffusione di paura da parte dei poteri forti, senza accorgersi di fare da spalla a un gioco pericoloso.

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Mettiamo però per un attimo da parte i termini volutamente eccessivi, come “panico” e “isteria”, utilizzati in modo ossessivo dalla campagna avviata la settimana scorsa e proviamo a fare alcuni semplici ragionamenti. Essere molto allarmati e non vergognarsi di quella che è una giustificata paura non vuol dire essere fessi, bensì il contrario. E’ sicuramente di aiuto in una situazione di epidemia provocata da un virus il cui comportamento è ancora in larga parte sconosciuto e che, nella misura in cui è conosciuto, risulta senz’altro molto preoccupante. Un maggiore allarme nella società, infatti, contribuisce a prevenire: per esempio, l’evidente sottovalutazione del rischio di un arrivo dell’epidemia in Italia ha fatto sì che il protocollo adottato dalle autorità prevedesse l’effettuazione dei tamponi solo a chi aveva in qualche modo legami con la Cina, e non invece a chi aveva i sintomi, una scelta assurda che ha portato a individuare per la prima volta un soggetto diffusore troppo tardi e di questo stiamo ora pagando il prezzo. Un sano allarmismo diffuso avrebbe invece creato sulle autorità una pressione sociale per una più ampia applicazione dei test, evitando forse anche l’ampliamento dell’epidemia dalle regioni del Nord ad altre regioni italiane, all’Europa e a paesi in continenti lontani.

In questi giorni, seguendo i media italiani, sembra che il nostro paese sia il primo a essere interessato dal virus, come se non ci fossero state le drammatiche esperienze della Cina e di altri paesi asiatici, che hanno insegnato come l’allarme debba essere alto fin dal primo momento se si vogliono evitare poi tragedie come quella di Wuhan (su di essa, e sulle responsabilità del regime cinese si veda il nostro “Il virus di Xi Jinping”). E così ora, dopo alcuni brevi giorni, in Italia si è tornati alla scelta sciagurata di fare i tamponi solo alle persone sintomatiche, benché anche quelle prive di sintomi possano essere contagiose. Allo stesso tempo è stato preso in considerazione di comunicare al pubblico solo i casi “certificati” dall’Istituto superiore della sanità (Iss), notevolmente inferiori perché l’Iss necessita di tempi lunghi per confermarli. Per esempio, se si adottasse questo metodo i 51 attuali casi del Piemonte si ridurrebbero a 1. In realtà questa ipotesi di cambiamento della metodologia di calcolo è del tutto assurda, perché secondo gli ultimi dati disponibili l’Iss ha comunque confermato il 100% dei tamponi ricevuti (si veda a proposito anche Linkiesta). Lo scopo di queste trovate non è quello di limitare la diffusione del virus, ma solo quello di farne sembrare la diffusione molto più limitata di quella che in realtà è. L’esperienza, o anche il semplice logico ragionare, insegnano che la trasparenza, insieme ai controlli a tappeto, costituisce uno dei principali strumenti per arginare il contagio perché le persone adeguatamente informate dei potenziali alti rischi adottano misure di precauzione. Chi invece viene convinto a credere al “non è nulla di che” ufficiale abbassa la guardia e contribuisce così al diffondersi del virus. In una prospettiva politica, è chiaro che uno degli obiettivi della campagna di propaganda è poi anche quello di riservare a una ristretta élite il privilegio di essere informata sulla situazione reale e di gestirla senza interferenze, lasciando le “masse incivili” in una nebulosa ignoranza.

Tasso di mortalità; ricoveri e rianimazione; velocità di trasmissione

Nel considerare i dati al momento disponibili sul Coronavirus vanno tenuti presenti almeno due fattori fondamentali. Innanzitutto, in presenza di un virus nuovo e finora sconosciuto come il Sars-CoV-2 si riesce ad avere un quadro sufficientemente preciso solo alla fine dell’epidemia, la qualità e l’esaustività dei dati raccolti varia nel corso del tempo e, contemporaneamente, può mutare anche il comportamento del virus stesso. In secondo luogo nel caso attuale va tenuto conto del fatto che oltre il 90% dei dati disponibili proviene per ora dalla Cina, paese autoritario abituato da lungo tempo ad alterare ed edulcorare i dati per motivi politici. Desta particolare sospetto, per esempio, il fatto che a febbraio abbia cambiato due volte nel giro di una sola settimana i metodi di conteggio, adeguandoli infine agli obiettivi di pura convenienza politica per il regime di Xi Jinping.

Fatte queste precisazioni, bisogna partire innanzitutto dalla constatazione che l’idea ossessivamente ripetuta da media e politici in questi giorni secondo cui il nuovo coronavirus sarebbe “poco più (o addirittura uguale) a una normale influenza” è del tutto falsa e bugiarda. Come indicano i dati dell’Istituto Superiore della Sanità e del Ministero della Salute, la mortalità della normale influenza è mediamente di circa lo 0,1 per cento, quella del nuovo coronavirus è di circa il 2,5 per cento, cioè venticinque volte di più, o se si vuole in termini percentuali il 2.500% in più, alla faccia del “poco più di” con il quale veniamo quotidianamente bombardati! Anche gli ultimi dati italiani (2 marzo) confermano questo tasso di mortalità . La percentuale che risulta dal conteggio aggiornato dei contagi e dei decessi a livello mondiale è in realtà maggiore, e pari a circa il 3,4%. Queste sono le cifre di cui siamo in possesso oggi e sulle quali dobbiamo ragionare – in realtà, come spiegato sopra, la loro lettura potrebbe cambiare nel tempo, in meglio o in peggio, ma ci sono basi sufficienti per considerare giustificato un forte allarme e irresponsabile il fare spallucce.

Molti poi sottovalutano la portata del virus per il fatto che le persone morte sono tutte di età anziana e quasi tutte affette da altre malattie pregresse. Sorvoliamo sul cinismo di questa considerazione nei confronti di una delle fette più ampie della popolazione e cominciamo a inquadrare il dato con un ragionamento logico: siamo all’inizio dell’epidemia, è normale che i primi a morire siano gli anziani già malati che soccombono in tempi brevi. Come avviene di norma, quelli più giovani e resistenti, se muoiono, muoiono dopo periodi più lunghi. Quindi purtroppo bisogna attendersi l’arrivo nelle prossime settimane dei primi morti di età più giovane, come è avvenuto nei paesi che hanno preceduto l’Italia. D’altronde, il cosiddetto paziente italiano n. 1, un uomo di 38 anni particolarmente atletico, lotta tra la vita e la morte da dieci giorni in terapia intensiva, privo di coscienza e intubato. Ci auguriamo che guarisca quanto prima, naturalmente, ma anche se questo sarà il decorso, il suo caso drammatico è l’esempio di come il virus possa avere effetti devastanti anche tra coloro che non muoiono e tra i soggetti più giovani.

Ma è importante rendersi conto che il dato della mortalità non è di per se stesso il più preoccupante. Forse ancora più allarmanti infatti sono quelli sulla percentuale dei ricoveri generali e di quelli in rianimazione. Secondo le statistiche dell’Oms il 20% dei contagiati totali ha sintomi gravi o critici e viene ricoverato in ospedale e il 6% dei contagiati totali deve essere ricoverato in rianimazione. Per avere un’idea in cosa possano trasformarsi questi numeri basta guardare alla tragica esperienza della provincia cinese dello Hubei e della città di Wuhan, dove il passaggio in pochi giorni da alcune centinaia ad alcune migliaia di contagiati ha portato al crollo del sistema sanitario, all’incapacità di accogliere tutti i malati e di curare in rianimazione chi ne aveva bisogno, nonché al contagio di molti medici e infermieri a causa della carenza di dispositivi di protezione. Abbiamo visto tutti le immagini degli ospedali di Wuhan presi d’assalto, con anziani che morivano mentre erano in fila, e poi i lazzaretti creati in tutta fretta, in realtà luoghi di reclusione con sbarre alle finestre, oppure i ricoverati in strutture senza riscaldamento e in numeri talmente alti da rendere impossibile fornire loro un’effettiva assitenza medica. Stando ai dati di cui disponiamo attualmente, in Italia le percentuali dei ricoverati e delle rianimazioni sui contagiati totali sono sensibilmente più alte rispetto a quelle internazionali dell’Oms, riferentesi essenzialmente però finora alla Cina: i ricoverati risultano essere circa il 40% e le rianimazioni circa il 9% (situazione all’1 marzo).

Un primo segnale di grave allarme riguardo alla situazione italiana lo si è avuto con i casi degli ospedali di Cremona, Lodi e Bergamo andati in tilt, tra reparti pieni e personale infettato, dopo appena una settimana dall’emergere dell’epidemia. La situazione complessiva in Lombardia, e più in generale in Italia, in termini di capacità del sistema sanitario è particolarmente allarmante e per fortuna alcuni medici e operatori direttamente coinvolti hanno sollevato subito in modo drammatico il problema. E’ probabilmente grazie quanto da loro denunciato che le autorità del Nord hanno evitato di fare una totale retromarcia sulle misure adottate, come chiaramente intendevano fare, in particolare il partito milanese dell’”aperitivo prima di tutto”. Per avere un’idea dei rischi, riportiamo qui alcune delle considerazioni formulate dal prof. Massimo Galli, primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano in un’intervista al Corriere della Sera dell’1 marzo 2020: “Ci troviamo a dover gestire una grande quantità di malati con quadri clinici importanti. Sta succedendo qualcosa di grave, non soltanto da noi ma anche in Germania e Francia, che potrebbero ritrovarsi presto nelle nostre stesse condizioni e non glielo auguro. Stiamo trattando una marea montante di pazienti impegnativi. […] [Domanda: C’è chi ha paragonato questa malattia all’influenza. Accostamento incauto?] Chi ha cercato di infondere tranquillità, e li capisco, non ha considerato le potenzialità di questo virus. In quarantadue anni di professione non ho mai visto un’influenza capace di stravolgere l’attività dei reparti di malattie infettive. La situazione è francamente emergenziale dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria. È l’equivalente dello tsunami per numero di pazienti con patologie importanti ricoverati tutti insieme. […] Adesso bisogna continuare con le restrizioni, cercando di evitare il più possibile l’affollamento. […] Questa è solo la punta dell’iceberg. Anche la migliore organizzazione sanitaria del mondo, e noi siamo tra queste, rischia di non reggere un tale impatto”. In un articolo sulla “emergenza rianimazioni” in Italia, La Repubblica constata: “A Scandiano, Reggio Emilia, non si nasce. Gli anestesisti delle sale parto sono precettati per le terapie intensive con i malati di coronavirus. In Lombardia sono rimandati gli interventi chirurgici non urgenti, mentre si propone di riassumere medici e infermieri in pensione. A Cremona emesso un bando per reclutare infermieri e rianimatori. Per riunire i pazienti contagiati, martedì a Milano verrà aperto l’ex ospedale militare di Baggio. […] Dalla Regione spiegano: «Oggi quasi il 10% dei posti di rianimazione in Lombardia è occupato da pazienti che arrivano da un’area dove vive solo il 5% degli abitanti. Da questo si capisce che la situazione è critica. E si intuisce cosa accadrebbe se la malattia colpisse più persone». Per ora non si pensa a trasferimenti di pazienti fuori regione ma «ci manca poco». Antonio Pesenti, direttore della rianimazione del Policlinico di Milano, aggiunge: «Dobbiamo tenere basso il numero dei malati, altrimenti succede come in Cina, dove hanno bloccato milioni di persone in casa»”. Per completare il quadro bisogna aggiungere che in tutta Italia, come riporta lo stesso articolo della Repubblica, ci sono in totale 5.090 posti letto in rianimazione, posti che in larga parte sono ovviamente già occupati da altre tipologie di pazienti che devono essere tenuti in vita e quindi non sono disponibili. Vi è in più la complicazione che i contagiati dal nuovo coronavirus devono essere tenuti in reparti di riaminazione separati e rigorosamente isolati (e questo vale anche per i contagiati ricoverati non in rianimazione, naturalmente). A questi dati va aggiunto quello dei contagiati con sintomi lievi o, molto più raramente, asintomatici (ma alcuni grandi media hanno parlato erroneamente, nell’ambito della campagna di propaganda, di un 50% di contagiati asintomatici). I sintomi lievi sono quelli di una normale influenza e possono includere febbre e tosse. Tradotto in termini pratici ciò vuole dire che molti dei contagiati con sintomi lievi, pur non venendo ricoverati, non sono in condizioni di recarsi al lavoro. Ciò rischia di avere ripercussioni pesanti sull’economia, se accompagnato dall’altro 35% in ospedale, dai contagiati senza sintomi rilevanti ma in quarantena presso il proprio domicilio e dallo stress eccessivo, o addirittura collasso, del sistema sanitario.

Vi è infine da considerare il tasso di trasmissione del coronavirus rispetto a quello dell’influenza media. Il relativo indice, il Ro, è compreso circa tra l’1,5 e il 3,5. Per un paragone, quello della normale influenza è intorno all’1,3, quello della Sars a 2,0. Si tratta quindi di dati ancora poco precisi e, soprattutto, che si riferiscono a una fase decisamente precoce della diffusione del virus, l’ultima settimana di gennaio. A giudicare soprattutto dal modo in cui si sta diffondendo rapidamente in Europa e da lì anche in altri continenti, la contagiosità del Sars-CoV-2 è notevole. Ma da gennaio a oggi vi sono state situazioni molto diverse da questo punto di vista: nella provincia cinese dello Hubei il contagio è stato esplosivo, nel resto della Cina diffusissimo, ma molto più contenuto in termini di tasso di incremento. In Thailandia, il primo paese al di fuori della Cina in cui è stato rilevato verso metà gennaio, dopo un mese e mezzo è fermo a poco più di 100 casi positivi, rispetto agli oltre 2.000 dell’Italia in soli undici giorni. Anche Hong Kong, Singapore e Malesia rimangono sui 100 casi, nonostante siano stati tra le prime aree al di fuori della Cina continentale in cui il virus è sbarcato. La Corea del Sud era nella stessa situazione fino a nemmeno due settimane fa, ma poi il contagio è esploso. Francia e Germania, dopo essere state ferme per circa un mese a poco più di 10 casi, hanno registrato all’improvviso un incremento rapidissimo in seguito al caso italiano. Ci sono poi le situazioni “misteriose” come quella della Russia, paese di circa 150 milioni di abitanti che ha appena due contagiati (tra l’altro cittadini cinesi), nonostante fattori sfavorevoli come la vastissima e poco controllabile estensione geografica, i confini diretti con due focolai come quello europeo e quello cinese, e un sistema sanitario di pessima qualità. Bisogna dedurre da questo quadro che il virus sta facendo un salto di qualità in termini di trasmissibilità, in particolare in Europa, Corea del Sud e negli Usa, altro caso di crescita preoccupante? Non lo si sa ancora, come per esempio non si sa ancora se i contagi in Cina stiano effettivamente diminuendo in modo durevole. Se già prima la situazione era molto preoccupante in seguito al grande focolaio asiatico, ora che il nuovo virus si è diffuso in tutti i continenti, con particolare virulenza in svariate aree geografiche, è chiaro che i rischi sono altissimi alla luce dei disastrosi effetti sanitari ed economici che può generare.

Prevenire la diffusione, riuscire ad arginarla e ritardarla in modo tale da organizzarsi sempre meglio e limitare le conseguenze sociali ed economiche è fondamentale, in attesa di capire se tra qualche mese il virus si esaurirà da solo, come accade spesso ma non sempre, o se si attenuerà in misura notevole nella stagione estiva con il rischio però di riprendere il prossimo inverno, oppure ancora se proseguirà ininterrottamente. Gli attuali ritmi di crescita dei contagi in Italia, anche dopo l’adozione del “trucco” di non fare più i tamponi agli asintomatici, sono analoghi a quelli della Corea del Sud, nella quale l’escalation è cominciata 3-4 giorni prima che nel nostro paese (si veda ad esempio il grafico del quotidiano Hankyoreh). Con un aggravante però: lì, in seguito al caso del focolaio nella chiesa (setta) cristiana con oltre 200.000 adepti si stanno facendo tamponi in quantità di alcune volte maggiori rispetto all’Italia. Impossibile invece fare un raffronto tra il caso italiano e quello di Wuhan, dove la situazione è stata tenuta nascosta nel corso del primo mese, ma sebbene per ora i ritmi di crescita in Italia siano inferiori a quelli massimi raggiunti da Wuhan, la differenza non è certo abissale, in particolare per quanto riguarda la Lombardia. Dovrebbe essere evidente a tutti, per esempio, che è urgente prevenire il contagio di zone ad altissima densità (e anche di enorme importanza economica) come Milano e l’area a nord di essa, o ancora Roma e Torino. Così come dovrebbe essere evidente l’importanza di evitare di trasmettere il virus ai paesi più poveri e con meno difese in cui con ogni probabilità dilagherebbe enormemente (la trasmissione alla maggior parte d’Europa ormai purtroppo è cosa già fatta). L’esperienza di Wuhan e della Cina dovrebbe insegnarlo: fare finta di niente rischia di portare a una tragedia colossale per la popolazione e di fornire ai vertici politici l’occasione per mettere a punto nuove politiche di controllo sociale, causando inoltre danni economici enormi. Ci sono poi nelle ultime settimane sviluppi particolarmente preoccupanti, come quello dei positivi in Cina, Giappone e Corea che dopo essere guariti sono stati nuovamente contagiati (sono il 14% nella provincia del Guongdang, una delle più popolose della Cina). Oppure i contagi nelle caserme, come in Corea del Sud e in Francia: il sostegno logistico dell’esercito (in termini non certo militari o repressivi, ma di strutture di accoglienza per fare fronte alle carenze degli ospedali, oppure di personale medico) è fondamentale in caso di situazione di emergenza, cosa succede se anche le forze armate sono in quarantena?

Alla luce di tutto questo, perché quindi risparmiare oggi sforzi e costi sopportabili per arginare il virus, quando il rischio è un domani di dovere pagare un conto insostenibile? In Italia sono invece state fatte in questi giorni scelte sciagurate, come quella già ricordata di non fare i tamponi alle persone senza sintomi che sono entrate in contatto con soggetti positivi o si sono recate in zone di focolai, aprendo così le porte a una maggiore diffusione del contagio. Si è deciso un parziale allentamento delle misure preventive, adottando regolamenti ridicoli come quello di tenere aperti nelle regioni più a rischio musei, ristoranti, bar e altri esercizi commerciali, ma consentendo l’accesso solo a un determinato numero di persone per metro quadro. Si sono riaperte le scuole in giro per l’Italia tranne nelle zone più a rischio, dove la chiusura è stata prolungata di una sola settimana creando così l’aspettativa che riaprano subito dopo, senza tra l’altro approntare misure di sostegno per i genitori che lavorano nel caso in cui, come è probabile, la chiusura dovesse essere prolungata. Verosimilmente se non vi fosse stata alla fine della scorsa settimana la crisi degli ospedali di Cremona, Lodi e Bergamo e il conseguente grido di allarme di alcuni professionisti seri della medicina e dell’amministrazione sanitaria, si sarebbe andati a un dietro-front quasi completo nelle misure di contenimento, vista la campagna propagandistica e politica avviata in precedenza. Nell’ultimo paio di giorni, mentre questo articolo veniva finalizzato, è emersa tra i politici e nei media una retorica meno spavaldamente sicura e più cerchiobottista, dopo che gli stessi sono stati messi controvoglia di fronte all’evidenza del rischio di un crollo del sistema sanitario. Un’atmosfera testimoniata al meglio dalle parole di Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera: “[…] Mi si stringe il cuore a vedere strade semivuote, tanti ristoranti chiusi, locali con le serrande abbassate, stanze degli hotel con le luci spente. Purtroppo tutto questo non è solo frutto di allarmismo, è la conseguenza della gravità della situazione. Gli esperti ci hanno spiegato che l’unico modo per fermare il virus è cercare di contenerlo, evitare che troppi casi gravi facciano saltare il sistema ospedaliero e provochino tante vittime. Penso che sia giusto affidarsi a chi ne sa più di noi, seguire esattamente le indicazioni, comportarci con responsabilità e attenzione. Al tempo stesso non dobbiamo farci prendere dal panico, tutto quello che può ripartire deve ripartire”. L’invito paternalista ad “affidarsi a chi ne sa più di noi” non sembra però essere un buon consiglio, se si leggono attentamente le stesse pagine del Corriere. In un’intervista a Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, quest’ultimo sembra sminuire di nuovo la portata del coronavirus, affermando: “Il 4-5% dei malati sono in terapia intensiva e richiedono un grosso impegno assistenziale. Il 10-20% hanno bisogno di ricovero” – sembrano le già citate stime dell’Oms (riferentesi però nella sostanza al caso cinese, non a quello italiano), ma ritoccate al ribasso senza spiegazioni. Il Corriere su web linka le percentuali citate da Brusaferro a quella che si potrebbe pensare sia la fonte che li conferma, un’intervista ad Antonio Pesenti, coordinatore dell’Unità di Crisi, che però cita dati ampiamente divergenti: “Via via che aumentano i contagi sono necessari sempre più letti in Rianimazione. Per ogni 100 tamponi positivi, 50 malati non presentano problemi o li presentano in maniera lieve. Per 50 è necessario un ricovero in ospedale. Complessivamente il 10% totale dei pazienti ha bisogno della Rianimazione”. Quindi, rianimazione al 10% e ricoveri al 50%, come più o meno risulta anche dai bollettini quotidiani dettagliati della Protezione civile.

L’approccio adottato delle autorità politiche italiane dal 25 febbraio, e apparentemente smorzato solo nell’ultimo paio di giorni, è pericolosamente prossimo a quello adottato dai loro colleghi di Wuhan e Pechino: fare finta di niente, sperando che la bufera passi per magia. Il tardivo lieve cambio di rotta appare insufficiente. Sebbene anche altrove nel mondo vi siano state carenze o superficialità nell’affrontare la situazione, solo in Italia si è giunti a un punto così prossimo al “modello Wuhan”. In realtà è facile rendersi conto che a essere nel panico e isterici sono gli stessi che gridano contro il presupposto panico e isterismo della “gente”, e cioè un ceto politico e amministrativo sempre più fuori dalla realtà, un padronato arrogante e cinico, un universo mediatico e intellettuale servile. Così come Xi Jinping e i suoi burocrati in Cina, anche loro hanno il terrore che si infranga la sfera di cristallo gonfiata da un’enorme bolla di debito che ancora precariamente protegge i loro privilegi e per questo, incapaci ormai di guardare al di là del mero domani immediato, sono pronti a causare disastri nel tentativo di salvare per sé il salvabile.

Tutti ci auguriamo di vedere rientrare l’emergenza e di potere guardare con sollievo, magari già tra due o tre mesi, al periodo di enorme rischio che stiamo ora attraversando come a un rischio passato. Se questa felice ipotesi si realizzerà, avremo in più guadagnato qualcosa di importante, e cioè la coscienza che, anche solo per garantire la nostra salute nell’immediato, è sempre fondamentale un controllo democratico dal basso radicale e costante, non solo ogni quattro o cinque anni alle elezioni, capace di prevenire una degenerazione politica come quella a cui stiamo assistendo in Italia, in Cina, negli Usa e altrove. Il nuovo coronavirus, con la sua portata mondiale, potrebbe aiutare a dare una dimensione globale a tale coscienza.

 

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