ASIA / Hong Kong: quali prospettive dopo sei mesi di rivolta?

Dopo mesi di escalation della radicalità delle proteste a Hong Kong, la schiacciante vittoria dell’opposizione alle elezioni amministrative segna un nuovo capitolo. Il movimento, sfuggito alla trappola di una spaccatura tra “violenti” e “non violenti”, deve ora riflettere su come andare avanti, in un contesto in cui Pechino non sa fare altro che opporre un muro autoritario e le tensioni nell’area più ampia dell’Asia Orientale crescono.

Una clamorosa vittoria elettorale

“Uno tsunami”, è stato il commento forse un po’ banale, ma efficace, di molti media sul risultato delle elezioni amministrative tenutesi a Hong Kong il 24 novembre. Le cifre parlano chiarissimo: le forze dell’opposizione hanno conquistato il 77% dei seggi nei 18 distretti della città, ai quali va aggiunta la maggior parte della quota del 10% dei candidati indipendenti, quasi tutti oppositori. Alle forze filo-Pechino va solo il 13% dei seggi, una completa disfatta. L’opposizione ha conquistato il controllo di 17 dei 18 distretti dell’ex colonia, ma l’unico ancora in mano ai filo-Pechino è un distretto a statuto speciale in cui la maggioranza viene assegnata d’ufficio, senza voto, a capi delle aree rurali tradizionalmente schierati con la Cina continentale. A questo va ad aggiungersi il dato di una partecipazione senza precedenti: ha votato il 71% degli aventi diritto, rispetto al 47% nel 2015, quando le forze filo-Pechino avevano conquistato il controllo di tutti i 18 distretti. Sono stati “mandati a casa” personaggi di spicco filo-Pechino come l’ultrareazionario Junius Ho o la capa dei potenti sindacati di regime che da sempre lavorano nell’interesse del grande capitale locale, così come svariati altri consiglieri che occupavano la loro poltrona da almeno un ventennio. Le amministrazioni distrettuali di Hong Kong e i loro consiglieri sono privi di effettivi poteri e svolgono un ruolo principalmente consultivo, ma finora sono stati un’importante canale di trasmissione e comunicazione tra il governo di Hong Kong e le comunità locali. In questo ambito svolgeva un ruolo di primo piano la DAB (sigla dell’Alleanza Democratica per il Miglioramento e il Progresso di Hong Kong) che, forte dell’ingente sostegno della Cina continentale, aveva una presenza capillare nei quartieri in un’ottica non democratica o sociale, bensì di spicciolo assistenzialismo fatto piovere dall’alto verso il basso. Ora questa presenza sarà quasi per intero nelle mani dell’opposizione e la Chief Executive Carrie Lam, la “presidentessa” di Hong Kong già totalmente screditata tra la popolazione generale, ivi compreso tra molti filo-Pechino, è così oggi ancora più isolata e debole.

Va però subito aggiunto che le elezioni amministrative, pur essendo le uniche interamente libere a Hong Kong (il Consiglio Legislativo, cioè il “parlamento”, e il Chief Executive vengono eletti il primo per metà da organi controllati da Pechino e il secondo da un comitato sotto il controllo della Cina continentale) si svolgono in base a un sistema interamente maggioritario. Se invece dei seggi vinti si esaminano i dati della distribuzione percentuale del voto in tutta Hong Kong il panorama è significativamente diverso: nel suo complesso l’opposizione ha ottenuto circa il 60% dei voti e i filo-Pechino circa il 40%. Una vittoria sempre schiacciante, ma di entità ben differente e che si discosta solo di poco, con un leggero progresso dell’opposizione, dal risultato della quota di libere elezioni per il Consiglio Legislativo del 2016. In particolare, vi è una differenza rispetto ai più recenti sondaggi secondo cui circa l’80% degli hongkonghesi considera la polizia come principale responsabile della crisi e una percentuale di non molto inferiore ritiene giustificato l’uso della violenza da parte dei dimostranti. Una spiegazione può essere trovata nel fatto che il voto, sebbene trasformatosi ampiamente in un referendum politico, è pur sempre un voto amministrativo e probabilmente numerosi elettori che si situano nell’area grigia dei moderati incerti hanno preferito, pur indignati dalle violenze della polizia, dare il loro voto a candidati noti e che ritenevano efficaci a livello locale. Tra un anno ci saranno le elezioni per il Consiglio Legislativo e in quella occasione, leggendo i risultati della quota di voto libero per eleggere metà del “parlamento”, si potrà capire meglio, anche se nel frattempo potrà succedere di tutto e di più, ivi incluse svolte drammatiche che portino a un annullamento, formale o di fatto, di questa quota di voto libero. Poco intellegibile è invece per ora la divisione, nelle fila dei consiglieri eletti, tra i moderati tradizionali e i localisti più radicali, forse rimasta ferma all’incirca rispettivamente su due terzi e un terzo come nell’ultima tornata elettorale del 2016, anche se va osservato che è aumentata notevolmente la quota degli eletti di età molto giovane, spostati probabilmente verso orientamenti più radicali rispetto agli “anziani”. L’opposizione ha comunque agito in modo compatto, evitando il sovrapporsi di candidature e/o la tentazione di sfruttare l’occasione per fare un conteggio della distribuzione delle forze tra le proprie fila e optando invece solo per il risultato politico complessivo, ottenendo così un successo che va oltre ogni più rosea aspettativa.

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Quali sono le principali chiavi interpretative di questo risultato? In primo luogo la vittoria dilagante e unitaria dell’opposizione, così come l’alta partecipazione al voto, sanciscono ulteriormente l’insuccesso della strategia di Pechino e dei suoi proconsoli a Hong Kong mirata a dividere il movimento tra violenti e non violenti. Erano in tanti, su tutti i fronti, a ritenere che il crescendo degli scontri da inizio ottobre, sfociato nella decina di giorni di totale caos e grande violenza che hanno paralizzato l’ex colonia britannica proprio a ridosso del voto, avrebbe spinto molti moderati e incerti a boicottare le elezioni o addirittura a scegliere il “partito dell’ordine”, mentre è avvenuto esattamente il contrario. A Hong Kong, come in Cile, in Iraq e molti altri paesi oggi in rivolta, l’ormai usurata, ma fino a ieri efficace, tattica applicata dal potere politico e mediatico mirata a soffocare i movimenti provocando una spaccatura tra “violenti” e “non violenti” sembra non funzionare più. In secondo luogo, il voto è stato un’occasione per il massiccio rientro in campo, seppure in modo indiretto attraverso le urne, di tutto il variegato universo di popolo “comune” pacifico che era sceso in piazza nelle oceaniche manifestazioni tra giugno e agosto, ma poi era passato dietro le quinte in seguito all’orgia di violenza e arresti arbitrari della polizia, nonché ai licenziamenti di lavoratori che avevano scioperato o si erano mobilitati in altri modi. Nelle ultime settimane si era aggiunto anche lo spauracchio della comunicazione ufficiale che tutti i dipendenti pubblici fermati dalla polizia sarebbero stati licenziati sui due piedi. L’alta partecipazione al voto e la vittoria travolgente dell’opposizione hanno dimostrato chiaramente che questo popolo c’è ancora e sostiene il movimento. Su un altro fronte, viene demolita la tesi delle autorità, Carrie Lam in testa, secondo cui vi sarebbe una maggioranza silenziosa a favore del regime, in nome della quale affermavano di applicare le dure politiche repressive per ristabilire l’ordine. In ultimo, e non è poco, i risultati costituiscono un’ennesima e compatta sfida della netta maggioranza degli hongkonghesi a Pechino, che a ridosso del voto era tornata ad alzare la voce affermando di essere sempre pronta a intervenire (con la forza, per via implicita) al fine di ristabilire l’ordine a Hong Kong o mettendo in atto provocazioni trasversali ma ben chiare, come la spedizione di membri dell’esercito della Cina continentale in tuta sportiva a ripulire le strade dai detriti post-manifestazione, apparentemente soldatini semplici ma rivelatisi poi membri di reparti d’élite antisommossa. A questi sviluppi incoraggianti per il movimento si aggiunge però un rischio per il suo futuro e cioè che il successo elettorale dia in qualche modo nuova forza ai partitini dell’opposizione, rimasti sempre completamente sullo sfondo delle mobilitazioni di quest’anno, la cui strategia dei compromessi e dei piccoli passi all’interno delle istituzioni esistenti si è rivelata fallimentare negli ultimi due decenni. Come hanno dimostrato gli ultimi mesi, solo la disponibilità a scendere in piazza in modo duro e determinato, con una coordinata divisione dei compiti, può garantire la sopravvivenza del movimento.

La radicalizzazione dello scontro

Ma per comprendere a fondo il contesto delle elezioni appena svoltesi e quali possono essere le prospettive future è necessario fare alcuni passi indietro per vedere come si è evoluto il movimento di protesta dopo inizio settembre, cioè là dove lo avevamo lasciato nella nostra analisi dei primi tre mesi di mobilitazioni, ormai giunte nel frattempo a una durata record di sei mesi. L’elemento più evidente è la netta radicalizzazione delle modalità di azione sia della polizia e delle autorità che degli attivisti democratici. Su un fronte la polizia, dopo avere incrementato l’uso dei più svariati mezzi di repressione è giunta addirittura a usare le pistole contro i dimostranti e a metà novembre tra le sue fila sono comparsi anche fucili di precisione. Il risultato è stato che uno studente è morto durante un’azione della polizia e altri tre attivisti, di cui uno di appena 15 anni, sono finiti in condizioni critiche all’ospedale. Parallelamente, sono aumentati gli arresti indiscriminati, che oramai sono arrivati a circa 6.000 e hanno colpito in maniera preponderante l’ala più radicale, oltre a molti manifestanti pacifici. Come già avevamo notato a settembre, la polizia è ormai da lunghi mesi l’unico organo che gestisce il potere a Hong Kong e i politici sono sempre più in secondo piano. A inizio ottobre dirigenti della polizia avevano esplicitamente richiesto la proclamazione dello stato di emergenza, che a Hong Kong, grazie alle norme approvate al tempo del colonialismo britannico e lasciate intatte da Pechino, conferisce al Chief Executive i poteri di un monarca assoluto. Il governo, evidentemente su ordini di Pechino, ha scelto una via di mezzo, e cioè l’approvazione di una norma che vieta di mascherarsi il viso (come fa la stragrande maggioranza dei manifestanti) appellandosi alla legge sullo stato di emergenza, che così è stato fatto virtualmente scattare, ma per ora non è stato applicato nel suo complesso. Al contempo da settembre sono vietate praticamente tutte le manifestazioni ed è stato decretato un coprifuoco di fatto con la chiusura della metropolitana nelle ore serali. L’escalation della violenza della polizia e gli arresti indiscriminati, hanno fatto sì che, a causa dei giustificati timori dei manifestanti meno esperti e militanti, non ci siano più state le oceaniche e pacifiche manifestazioni in centro del periodo giugno-agosto. I “pan-democratici”, come viene chiamato il coordinamento delle variegate piccole forze dell’opposizione, fin dall’inizio in secondo piano e relegati al ruolo di soggetti che richiedevano il permesso di manifestare e organizzavano l’assistenza legale agli arrestati, sono così praticamente usciti di campo, lasciando più spazio alle ali radicali (ma, come vedremo più sotto, i settori meno militanti della popolazione hanno continuato a mobilitarsi spontaneamente in massa con modalità diverse e più frammentate). L’idea della Chief Executive di placare gli animi con l’apertura di un “grande dibattito”, come aveva fatto Emmanuel Macron in Francia per rintuzzare le mobilitazioni dei gilets jaunes, è stata un totale fiasco. Si è tenuta una sola riunione, durante la quale Lam è stata attaccata e umiliata dalla maggior parte dei partecipanti, per poi rimanere asserragliata fino a notte inoltrata nel teatro dove si era svolto il dibattito prima di potere uscire protetta dai reparti speciali. Lam e i suoi sono stati altrimenti sempre coerenti, anche dopo il voto dei giorni scorsi, nel negare ogni concessione, a parte il ritiro a settembre della legge sull’estradizione che in principio aveva fatto scattare le proteste, le cui richieste di democrazia si erano però poi enormemente ampliate. Su ordini di Pechino, a fine settembre alcuni miliardari locali avevano cercato di buttarla sul “sociale” regalando al governo terreni per costruirvi alloggi a prezzi calmierati, senza però in alcun modo riuscire a placare gli animi: gli hongkonghesi non se ne fanno nulla dell’interessata e ipocrita carità fatta piovere dall’alto dagli oligarchi, vogliono potere decidere in prima persona.

Sul lato del movimento di protesta, l’aspetto più rilevante è che a quasi sei mesi dal suo inizio rimane fluido, senza un nome, senza rappresentanti e senza alcuna struttura organizzativa. Quando i media mettono in primo piano gli incontri che Joshua Wong, noto attivista del movimento degli ombrelli del 2014, tiene nelle capitali mondiali, va tenuto presente che egli in realtà rappresenta solo un mini-partitino pressoché invisibile nelle mobilitazioni e non ha alcuna altra forma di mandato. Sul fronte radicale, è positivo che i gruppi d’avanguardia in prima linea negli scontri con la polizia non si siano trasformati, come spesso avviene in circostanze analoghe, in un’élite aristocratica dalle ambizioni egemoniche e continuino invece a rimanere operativi in modo orizzontale e sciolto, con un’ampia partecipazione popolare.  Come abbiamo accennato nel precedente articolo, l’attuale resistenza a creare strutture organizzative ha precise ragioni storiche. Da una parte, le esperienze di organizzazione degli ultimi due decenni sono state disastrose e non è un caso che i partitini moderati o radical-localisti abbiano livelli di adesione di qualche decina di attivisti, o al massimo di qualche centinaia in un paio di casi. Dall’altra, nella situazione unica in cui si trova Hong Kong, quella di colonia di fatto di una Cina continentale ultra-autoritaria e immensamente più potente, di cui però formalmente fa parte, è purtroppo impensabile ottenere riforme o addirittura “abbattere il tiranno”. Il risultato di questa situazione bloccata è che le forze moderate tendono ad accettare compromessi privi di ogni prospettiva e disfattisti, mentre i gruppi localisti danno prova di un velleitarismo pericolosamente sull’orlo del nazionalismo sciovinista. Questo rifiuto di ogni forma di organizzazione può essere quindi salutare se è un momento di passaggio, magari anche prolungato, per fare piazza pulita del passato e di organizzazioni incapaci di rappresentare nulla più che se stesse, ma per il futuro sarà necessario costruire altre soluzioni. Il problema è rafforzato dal fatto che a Hong Kong manca, dagli anni 1920, una tradizione di autorganizzazione dei lavoratori, che pure si sono mobilitati spontaneamente in massa in questi mesi e hanno cercato in qualche modo di ottenere visibilità in quanto tali.

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Nuove modalità di azione di massa

Dal punto di vista più strettamente pratico, a causa anche dei divieti di manifestare e dell’incremento esponenziale della violenza della polizia, tra settembre e ottobre le azioni si sono fatte più frammentate. Non più ampi concentramenti, ma manifestazioni contemporanee a mosaico in tutta la città, accompagnate da flash mob e azioni d’avanguardia di mobili reparti costituiti da 10-20 persone. Si tratta di tattiche che logorano in modo particolare la polizia, da una parte, e dall’altra portano la protesta a diretto contatto con l’intera popolazione dell’ex colonia, dal centro finanziario fino alle zone periferiche più popolari e, soprattutto in queste ultime, riscuotono spesso un’aperta solidarietà dagli abitanti locali. Se infatti sotto gli obiettivi delle telecamere in questi mesi ci sono stati soprattutto gli attivisti radicali, con le loro maschere antigas, gli ombrelli e le molotov, in realtà le masse di popolo hanno continuato a mobilitarsi, sebbene con modalità diverse dalle grandi manifestazioni in centro dell’estate scorsa. Oltre alle migliaia di abitanti dei quartieri periferici scesi spontaneamente in strada per solidarizzare con i manifestanti perché indignati dalle violenze dei poliziotti, ci sono le migliaia di studenti dei licei e a volte perfino delle medie che, impossibilitati a scioperare a causa delle minacce dei dirigenti scolastici, hanno formato per settimane catene umane prima dell’orario delle lezioni. Ci sono le migliaia di genitori, anziani, tassisti, negozianti ecc. che hanno contribuito attivamente a organizzare le retrovie, i rifornimenti, le fughe per sfuggire agli arresti. Ci sono le migliaia di persone che hanno occupato i mall per cantare in coro il nuovo inno di Hong Kong. Ci sono i lavoratori bancari e quelli del settore pubblicitario che per la prima volta nella storia della città hanno organizzato loro sindacati richiamandosi al movimento. Ci sono gli altri dipendenti, pubblici e privati che, nonostante lo spauracchio dei licenziamenti più volte minacciato e applicato, continuano a mobilitarsi in centro scendendo in massa in strada a protestare durante l’intervallo di pranzo. Ci sono le migliaia di lavoratori della sanità che si sono mobilitati per fornire assistenza volontaria in strada, o che si sono opposti agli arresti dei feriti in ospedale. Una misura di quanto sia popolare questo movimento di carattere insurrezionale la danno le statistiche della stessa polizia, secondo cui l’età delle migliaia di persone arrestate va dagli 11 agli 83 anni, cioè praticamente l’intero arco di età in cui è fisicamente possibile mobilitarsi. Tra questi la quota dei minorenni è notevole. E non è vero che si tratta di un movimento fatto soprattutto di studenti, come tendono a fare pensare i reportage, visto che a inizio novembre solo il 29% degli arrestati risultava rientrare in questa categoria. Il movimento ha toccato il suo culmine quando a partire dall’11 novembre, nella cui mattina si è gridato allo sciopero generale, le azioni di protesta sono passate dalla cadenza settimanale nei fine settimana a quella quotidiana, e la polizia ha subito reagito sparando e ferendo gravemente uno studente disarmato e pacifico. Questa nuova fase ha portato a un’escalation fino alla paralisi quasi completa della città, con barricate e incendi, ed è stata contrassegnata in particolare dalle occupazioni dell’Università Cinese e del Politecnico, alle quali hanno preso parte migliaia di persone, non solo studenti. I due atenei sono stati trasformati in vere e proprie cittadelle assediate da ingenti reparti della polizia, con furiosi combattimenti. Si è trattato di una lotta disperata che in ultimo ha arrecato un duro colpo al movimento, visto che in solo un paio di giorni sono stati arrestati oltre 1.000 degli attivisti più preparati e agguerriti tra le sue fila.

Solidarietà internazionale, localismo e contraddizioni nel movimento

Un particolare interessante di questi mesi è costituito dalla significativa apertura del movimento nei confronti dei lavoratori immigrati, come testimoniato tra le altre cose da un importante episodio. A fine ottobre un noto attivista democratico era stato aggredito da una squadraccia di uomini che lo avevano pestato a sangue. Nulla di nuovo, è accaduto a molti altri attivisti, ma in questo caso le immagini indicavano che i membri della gang di picchiatori erano con ogni probabilità persone originarie dell’Asia meridionale. I media hanno soffiato su questo particolare, ventilando l’ipotesi che nella successiva giornata di protesta i manifestanti avrebbero organizzato una spedizione punitiva nell’area del quartiere di Kowloon dove si sono insediati molti immigrati dall’Asia meridionale e da altri paesi. Era evidente che dietro a questa campagna mediatica vi era la speranza che ciò in effetti accadesse al fine di potere poi screditare il movimento. E’ invece successo esattamente il contrario: organizzatisi sui loro social criptati i manifestanti del movimento hanno organizzato un grande presidio a Kowloon coordinandosi con i migranti del quartiere e in solidarietà agli stessi, in modo da opporsi unitariamente a ogni eventuale provocazione. Una provocazione alla fine c’è stata, ma da parte dei poliziotti, che evidentemente frustrati per la pacifica sfida solidale, hanno imbrattato con getti d’acqua colorata la locale moschea. Diversi lavoratori stranieri hanno affermato in questa occasione che per la prima volta si sono sentiti veramente a casa loro a Hong Kong. Svariate inchieste uscite negli ultimi mesi rilevano che vi è una partecipazione al movimento da parte di immigrati, in particolare pakistani, seppure ridotta. E’ ovvio che per i migranti è molto più pericoloso prendere parte alle mobilitazioni, vista la loro precarietà, ma la loro solidarietà con chi manifesta è diffusa e particolarmente forte, sia perché quella in atto a Hong Kong viene correttamente letta dai migranti come una lotta in generale antiautoritaria, sia perché molti(e) di loro provengono da paesi, come le Filippine e l’Indonesia, dove vi è un forte risentimento contro l’arroganza dell’imperialismo cinese. Ne è un’altra testimonianza l’attività di informazione sulle mobilitazioni a Hong Kong organizzata con grande energia nella sua lingua da una lavoratrice domestica indonesiana, poi espulsa in questi giorni dalle autorità locali. Svariati commentatori, soprattutto da sinistra, hanno puntato l’indice, mettendo quasi un’ipoteca sull’intero movimento, contro i settori localisti più radicali e il loro atteggiamento ostile nei confronti dei cinesi del continente che, con un permesso concesso a sola discrezione del regime centrale di Pechino, ottengono la residenza a Hong Kong, tra l’altro per la maggior parte persone di ceto medio o addirittura ricche. Il movimento del 2019, dove pure il variegato magma localista ha un ruolo di primaria importanza, ha un indirizzo ben diverso, come dimostrano, oltre ai casi citati sopra, anche la grande manifestazione di quest’estate per andare incontro ai turisti dalla Cina continentale (altro bersaglio di alcune frange localiste) e spiegare loro pacificamente le ragioni del movimento, o i 150.000 scesi in piazza per celebrare l’anniversario di Tian Anmen, che per i localisti di destra dovrebbe essere un evento che riguarda solo i cinesi del continente. Nonostante il caos e la mancanza di organizzazione politica che lascia libero spazio a iniziative di ogni genere, anche dei gruppi più piccoli, i localisti di destra sono riusciti a organizzare fino a oggi un’unica azione di stampo sciovinista, e cioè una protesta contro le donne mature della Cina continentale che “turbano l’ordine” cantando nei parchi e offrendosi agli anziani di alcuni quartieri come compagne di danza a pagamento. Se l’ostilità indiscriminata di questi settori minoritari nei confronti dei cinesi del continente va senz’altro denunciata e combattuta, nel valutarne la portata politica è necessario porla nel contesto delle politiche coloniali messe in atto in un’ottica imperiale da Pechino, non solo a livello politico ed economico, ma anche a livello demografico, come ha già fatto con effetti devastanti anche nel Tibet e nello Xinjiang. Il localismo di Hong Kong, anche quello minoritario spostato più a destra, non è quindi in alcun modo assimilabile ai cosiddetti “sovranismi” o “populismi” di destra europei.

Un altro aspetto controverso è l’aumento a partire da metà settembre della presenza di bandiere degli Stati Uniti, di cui avevamo scritto nel nostro precedente articolo. Da 2 o 3 in mezzo a decine di migliaia di persone, sono passate ad alcune decine e in una singola occasione a settembre hanno preso la testa di un partecipato corteo. La presenza e l’aumento delle bandiere degli Stati Uniti nei cortei è strettamente legata a una proposta di legge americana che prevede la cancellazione delle agevolazioni commerciali concesse a suo tempo da Washington a Hong Kong in quanto regione autonoma, nel caso in cui tale autonomia dovesse essere intaccata da Pechino. Di per se stessa quindi la normativa non è gran cosa in termini politici, ma la sua approvazione, avvenuta in seguito al voto del senato Usa del 20 novembre e alla ratifica di Trump del 2 dicembre, intacca notevolmente il prestigio di cui gode l’ex colonia britannica a livello internazionale e questo per il regime cinese è senz’altro un danno, vista l’importanza che Hong Kong ancora ha per i capitalisti cinesi in termini finanziari. Le bandiere Usa non sono quindi un segno di sostegno politico all’imperialismo americano in generale, bensì solo l’espressione dell’idea profondamente sbagliata, propugnata principalmente dai pan-democratici moderati (nella manifestazioni serali, di carattere più radicale, le bandiere sono assenti), che la legge possa contribuire in qualche modo a difendere l’autonomia di Hong Kong. E’ il segno di una subalternità sia politica che culturale di questi settori all’idea della necessità di un salvatore esterno, alla quale ha certo contribuito il muro di fatto opposto da Pechino contro ogni richiesta di democrazia e con le sue esplicite minacce di intervento militare in stile Tian Anmen. Tuttavia, oltre a questi piccoli gruppi che sventolano bandiere yankee, nelle manifestazioni di strada c’è ben altro. Alcuni settori hanno per esempio organizzato con notevole fantasia una giornata delle bandiere, durante la quale la presenza delle bandiere Usa è stata coscientemente “sommersa” nello sventolio di bandiere di tutto il mondo, dal Messico alla Polonia alla Catalogna. Il periodo settembre-ottobre è stato tra l’altro il periodo in cui le mobilitazioni di Hong Kong hanno avuto un’eco nelle piazze mondiali. La rivolta di strada in Indonesia a cavallo tra i due mesi, che ha visto come protagonisti centinaia di migliaia di studenti e giovani lavoratori, si è in parte ispirata a Hong Kong nelle sue modalità di azione e, almeno a livello di slogan, vi è stata una visibile espressione di solidarietà tra le due lotte. Si sono viste espressioni di sostegno a Hong Kong anche a Santiago in occasione della rivolta cilena di ottobre, e soprattutto a Barcellona, durante le mobilitazioni indipendentiste dello stesso mese, anch’esse appropriatesi di tattiche messe a punto dagli attivisti di Hong Kong. In particolare è stata organizzata anche una giornata di solidarietà reciproca tra gli attivisti catalani e quelli hongkonghesi. Nell’ex colonia britannica è stata preceduta da un ampio dibattito tra gli attivisti, che ha visto molti moderati esprimere il timore di irritare le capitali occidentali e/o di essere associati a una lotta indipendentista con il rischio di irritare ulteriormente Pechino. Il dibattito si è svolto comunque in modo aperto e alla fine la manifestazione si è svolta il 25 ottobre, con la partecipazione di migliaia di persone in un tripudio di bandiere catalane, in contemporanea con una più piccola manifestazione a Barcellona. Un movimento, contenuto ma visibile, di solidarietà a Hong Kong è nato anche nelle università della Corea del Sud, dopo che a Hong Kong erano state adottate in maniera esplicita alcune colorite forme di lotta degli attivisti coreani contro il regime di destra che li opprimeva.

Hong Kong in solidarieta a Catalonia

Pechino in difficoltà, tensioni crescenti nell’area

Il soggetto che ha l’ultima parola su tutto quanto accade a Hong Kong rimane sempre, come all’inizio delle mobilitazioni, il Partito Comunista Cinese. Pechino è apparsa in difficoltà per tutto il periodo delle proteste. E’ passata dall’iniziale linea totalmente intransigente all’avallo della sospensione della bozza di legge sulle estradizioni che inizialmente aveva scatenato la crisi, fino al suo ritiro tardivo e quindi inutile. Ha reiterato a più riprese minacce di intervento armato rendendole nel tempo meno credibili. Continua a dare un sostegno incondizionato a Carrie Lam, che è ormai del tutto screditata agli occhi sia dei manifestanti sia dei filo-Pechino di Hong Kong. Ha prima osservato internamente un totale blackout sugli eventi a Hong Kong, per poi da fine luglio utilizzarli in maniera distorta per una martellante campagna patriottica nella Cina continentale. Ha ventilato l’adozione di dure ritorsioni in caso di approvazione della bozza di legge Usa su Hong Kong, ma ha evitato accuratamente di minacciare una rottura delle trattative sui dazi con Washington prima e dopo la sua approvazione. E’ apparsa insomma in tutti questi mesi strutturalmente incapace, nonostante il suo status di grande potenza, di adottare una linea coerente e con il tempo si è fatto sempre più chiaro che ciò su cui essenzialmente puntava Pechino era l’esaurirsi progressivo delle proteste, magari “facilitato” da iniziative mirate a creare una spaccatura tra attivisti moderati e radicali, come abbiamo osservato sopra. Tutto ciò è in linea con la tattica cerchiobottistica applicata sistematicamente dal regime di Xi Jinping in ogni campo, e in particolare per cercare di conservare la stabilità interna in un momento critico per l’economia, la tenuta sociale e le relazioni internazionali della Cina. L’impressione è che Pechino semplicemente non sappia che pesci pigliare. Su un solo fronte il Partito Comunista Cinese si è mosso in questi anni in modo compatto, univoco e coerente: quello delle repressioni poliziesche, del controllo sociale e della centralizzazione autoritaria. Lo dimostra anche il Plenum del Comitato Centrale del PCC tenutosi con lungo ritardo a fine ottobre, che nel momento in cui la Cina si trova ad affrontare tali enormi sfide, si è occupato esclusivamente proprio di repressioni e controllo sociale (naturalmente non definendole come tali, bensì parlando di “governance”, con lo stesso linguaggio del CEO di una multinazionale), nonché di come rafforzare la propaganda di partito e l’educazione al patriottismo. All’orizzonte c’è per Pechino un solo timido lumicino, quello di un limitato compromesso con Washington sui dazi. Un accordo avrebbe dovuto essere firmato il 17 novembre, ma è saltato perché il governo cileno, che avrebbe dovuto ospitare il vertice internazionale nel cui ambito dovuto avvenire la firma, ha annullato l’evento a causa delle rivolte nel paese. Ora si parla di una firma a dicembre, ancora del tutto ipotetica, ma anche se ci sarà un accordo sarà di sicuro solo parziale, non risolutivo, e la guerra dei dazi, che è allo stesso tempo una guerra tecnologica e potenzialmente anche finanziaria, di sicuro proseguirà. Sullo sfondo di tutto questo, la regione dell’Asia Orientale si trova nell’imminenza di altri importanti appuntamenti. Il primo è quello dell’elezioni presidenziali a Taiwan l’11 gennaio, che continuano a vedere in testa nei sondaggi gli indipendentisti invisi a Pechino. Il secondo, molto preoccupante, è lo scadere a fine dicembre dell’ultimatum dato da Kim Jong-un agli Stati Uniti per giungere a qualche forma di compromesso riguardo al nucleare nord-coreano. Ormai i canali di comunicazione tra i due paesi, così come quelli tra il Sud e il Nord della Corea, sembrano essersi chiusi, dopo i tentativi falliti di riavviare un dialogo a settembre e ottobre, e il rischio è di arrivare al buio a tale scadenza. Se Pyongyang dovesse riprendere i test nucleari e di missili intercontinentali la tensione salirebbe alle stelle in tutta l’area, con riflessi indiretti anche sul futuro di Hong Kong.

Come continuare?

In questo contesto critico, i sei incredibili mesi di incessante lotta popolare dal basso a Hong Kong rappresentano di per se stessi un’esperienza importante, come dimostra anche l’eco che le forme di lotta del movimento hanno ottenuto in altre mobilitazioni a livello mondiale. La domanda che si pone spontaneamente è se sia o meno sostenibile proseguire con le stesse modalità. Gli arresti in massa durante l’escalation della prima metà di novembre hanno colpito duramente l’ala più radicale, mentre il successo ottenuto dalle opposizioni alle elezioni amministrative ha riportato sulla scena l’ala pan-democratica più moderata, dopo che da settembre si era praticamente eclissata. Quest’ultima sembra ritenere una propria vittoria l’approvazione della legge sull’autonomia di Hong Kong ratificata da Trump e il 28 novembre, giorno in cui negli Usa si festeggia il Thanksgiving, ha organizzato una grande manifestazione di ringraziamento agli Stati Uniti, mentre in un’altra piazza, in alternativa, una folla meno grande, ma sempre di migliaia di persone, senza però alcun simbolo Usa o di altri paesi e vestita di nero come i combattenti delle avanguardie radicali, si è riunita in solidarietà con gli arrestati delle università. Non vi è una contrapposizione, ma è il chiaro segno di due tendenze diverse. Nel firmare la legge, Trump, oltre a ripetere la propria grande ammirazione e amicizia per Xi Jinping, ha esplicitamente auspicato il raggiungimento di un compromesso, un chiaro invito al movimento a smobilitare e a tornare all’inutile moderatismo del passato. È ancora presto per poterlo dire, ma vi è il rischio che proprio la grande vittoria elettorale crei paradossalmente le premesse per una potenziale scollatura tra i moderati e i radicali, tanto auspicata da Pechino e dalle cancellerie occidentali. I pan-democratici, appellandosi alla legge Usa che prevede una revisione annuale del grado di autonomia di Hong Kong e al successo alle elezioni, potrebbero spingere per un ritorno alla politica illusoria del cambiamento all’interno delle istituzioni fissandosi magari come appuntamento le inutili elezioni del Consiglio Legislativo che si terranno tra un anno. Il rifiuto di Pechino di fare qualsivoglia concessione di sostanza, oltre a rendere priva di senso la linea dei piccoli passi all’interno delle istituzioni propugnata dai moderati, costituisce però un problema anche per i settori radicali la cui lotta, in assenza di un coinvolgimento dell’universo più vasto di popolo che ancora risponde agli appelli dei moderati, rischia di diventare del tutto sterile e puramente autocelebrativa. Un calo del ritmo e dell’intensità delle mobilitazioni potrebbe essere l’occasione per un’utile pausa di riflessione su tutti questi complicati aspetti. Sarebbe indubbiamente auspicabile un abbandono dell’atteggiamento dei moderati subalterno agli Usa e il rinnovo invece dell’attenzione solidale per le altre lotte popolari nel mondo, già emersa chiaramente tra fine settembre e ottobre in relazione a Indonesia e Catalogna, e indirettamente nella collaborazione con gli immigrati. Sarebbe inoltre molto importante che all’interno del movimento si riflettesse in modo più esplicito su come sia stata la mobilitazione radicale nelle strade a creare un enorme movimento, mentre la politica dei partitini demo-moderati e della fiducia nelle istituzioni non solo non ha ottenuto risultati, ma è ancora meno praticabile oggi nel momento in cui l’ultima parola la ha un regime sempre più reazionario e autoritario come quello guidato da Xi Jinping. La politica di un dialogo tra gli attivisti di Hong Kong e quelli della Cina continentale, per la quale insistono molte voci di sinistra senza tenere conto della situazione reale, è oggi impossibile, visto che i secondi sono tutti in galera, e alcuni addirittura desaparecidos, mentre nel continente le lotte sociali si sono enormemente ridimensionate sotto le repressioni poliziesche a tutto campo. Inoltre la censura e il controllo sociale orwelliano messo in atto da Pechino nel continente hanno ormai di fatto chiuso i canali di comunicazione praticabili in modo utile tra Cina continentale e Hong Kong. Ma la situazione in Cina è estremamente fragile, come abbiamo ricordato più volte in “Crisi Globale”, e in un futuro anche non lontano un allargarsi delle crepe che già oggi minano il regime di Pechino potrebbe aprire nuove prospettive, pertanto questa opzione futura va coltivata, naturalmente nel mutuo rispetto delle reciproche differenze tra Hong Kong e la Cina continentale. Importanti risultati concreti sono ad ogni modo già stati conseguiti: la legge sulle estradizioni è stata annullata, Pechino è in difficoltà ed è ora cosciente che ogni tentativo di introdurre altre misure liberticide a Hong Kong comporterà per lei un prezzo altissimo, enormi masse di hongkonghesi, e soprattutto un’intera nuova generazione, hanno appreso l’arte della rivolta e della mobilitazione dal basso con un’intensità che ha pochi precedenti: il futuro sarà necessariamente diverso.

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