CINA/L’incubo di Xi Jinping: lavoratori, femministe e studenti uniscono le forze

Alle forti difficoltà che il regime di Xi Jinping si trova ad affrontare a causa della guerra dei dazi e della bolla del debito, si aggiunge un salto di qualità nelle lotte politiche e sociali. Gli scioperi e le proteste dei lavoratori stanno passando da una dimensione locale a una nazionale, mentre si profila una convergenza delle loro azioni con quelle delle femministe in ascesa e di una nuova generazione di combattivi studenti marxisti.

A partire dalla scorsa primavera è in corso in Cina un’importante evoluzione delle lotte dei lavoratori, come testimoniano svariati scioperi di grande portata geografica e/o politica. Il tutto sta avvenendo sullo sfondo del rapido diffondersi del fenomeno #MeToo e dell’entrata in scena di una nuova generazione di giovani attivisti marxisti nelle università. Il Partito Comunista Cinese sembra essere stato colto di sorpresa e non sa dare altra risposta se non le repressioni. Partiamo qui sotto dal recente e importante caso delle lotte dei lavoratori della Jasic Technology, che hanno avuto un’eco nazionale, per porlo poi nel contesto di un 2018 cinese all’insegna di un’ampliarsi della portata geografica delle mobilitazioni, da una parte, e dell’intesificarsi delle difficoltà che la dirigenza cinese si trova ad affrontare, dall’altra.

Lo sciopero alla Jasic e la convergenza di lavoratori, femministe e studenti marxisti

La Jasic Technology è un’azienda cinese quotata in borsa e con sede a Shenzhen, uno dei più grandi hub produttivi mondiali ubicato nel sud della Cina. Produce macchinari robotizzati per saldature destinati in larga parte all’esportazione e ha oltre 1.000 dipendenti. Il padrone e il responsabile del personale dell’azienda sono entrambi deputati nel Congresso del Popolo provinciale, il “parlamento” locale che approva senza discussione le decisioni adottate dal Partito Comunista, e sono pertanto pienamente inseriti nella macchina del potere politico, oltre che di quello economico. Come si può vedere da questo video di autopresentazione in inglese, la Jasic punta a dare di sé un’immagine molto professionale, pulita e internazionalizzata. Secondo i suoi operai la realtà è ben diversa. I dipendenti della Jasic sono entrati in agitazione a partire da maggio scorso per una serie di problematiche classiche dei lavoratori cinesi: licenziamenti arbitrari, straordinari non retribuiti, contributi sociali non versati, misure disciplinari umilianti, picchi di lavoro fino a un mese senza pause. Inizialmente l’ACFTU, il sindacato di regime che tende a mediare nell’interesse dei padroni, è sembrata avallare le loro iniziative. Ma quando il 18 luglio, insoddisfatti per non avere ottenuto alcun risultato, alcuni operai hanno avviato una campagna per formare un sindacato indipendente, ottenendo subito una risposta positiva da molti loro colleghi, l’ACFTU si è schierata con i padroni. Il 20 luglio a venti lavoratori della Jasic è stato impendito di entrare in fabbrica e, in seguito alle loro proteste di fronte alla locale stazione di polizia, gli stessi sono stati arrestati e poi rilasciati.  Il 27 luglio la situazione è definitivamente degenerata con un intervento della polizia che ha arrestato 30 lavoratori e ha messo sotto stretta sorveglianza l’intero stabilimento. Anche questa purtroppo è una situazione tipica per i lavoratori cinesi: il regime di Xi Jinping, soprattutto a partire dal 2015, ha incrementato gli interventi della polizia per reprimere le proteste operaie. Tuttavia nel caso della Jasic la quantità di arresti è notevolmente superiore alla norma.

Le lotte dei lavoratori della Jasic hanno ottenuto una vasta eco in rete, anche al di fuori dei canali utilizzati di norma dai lavoratori. Questo video, per esempio, è stato visto e commentato positivamente da decine di migliaia di persone (prima di essere censurato) in un social che si occupa altrimenti di sport: le immagini di un operaio che difende le ragioni dei lavoratori di fronte ai poliziotti hanno incontrato la sensibilità di una grande massa di cinesi e sono diventate virali. A partire da agosto la vicenda ha ottenuto una visibilità ancora maggiore quando un gruppo di una ventina di studenti marxisti ha organizzato una protesta per la liberazione degli operai arrestati, stabilendo la propria base a Huizhou, una città di 4,8 milioni di abitanti situata nell’area del Fiume delle Perle dove è concentrata la produzione industriale cinese. Qui si sono insediati in un appartamento formando una specie di comune in cui si discuteva, si organizzavano proteste e si cantavano canzoni rivoluzionarie. Quello che ha impressionato in particolare gli osservatori è stato vedere giovani studenti mobilitarsi contro le repressioni, chiamandosi l’un l’altro “compagno”, cantando l’Internazionale, alzando il pugno chiuso e rilasciando dichiarazioni come “Siamo marxisti. Siamo a favore del socialismo. Ci schieriamo a fianco dei lavoratori”. Negli ultimi decenni le iniziative di protesta organizzate in Cina, almeno quelle di cui è pervenuta notizia all’estero, erano state pressoché esclusivamente terreno per la società civile di tendenza liberale, rappresentata preferibilmente da intellettuali maschi di mezza età. E poi c’è il particolare che questi giovani marxisti si ribellano in uno stato guidato da un Partito Comunista che formalmente afferma ancora di aderire al marxismo e al socialismo, seppure con non meglio definite “caratteristiche cinesi”. Si tratta quindi solo dell’improvvisata di alcune isolate teste calde, magari simpatiche, ma impreparate e dalle idee molto confuse? Non è affatto così, come vedremo più sotto, dopo avere però prima descritto gli ultimi eventi che hanno chiuso le proteste a sostegno degli operai della Jasic.

marxist students

Gli studenti del Gruppo di solidarietà con i lavoratori della Jasic

L’11 agosto Shen Mengyu, ex studentessa diventata operaia e leader del gruppo di protesta a Huizhou, è stata prelevata con la forza da tre persone non identificate e caricata su un’auto. Dopo alcune settimane si verrà a sapere che è stata prima reclusa dalla polizia in un luogo non identificato e senza un’incriminazione, e poi posta agli arresti domiciliari presso i genitori in un’area lontana da Shenzhen, dove si trova ancora oggi. La sua scomparsa però non ha fatto che rendere ancora più determinati gli studenti marxisti. Il numero di quelli recatisi a Huizhou è salito a 50: si tratta nei fatti dei rappresentanti di una cerchia molto maggiore di studenti di oltre cinquanta università del paese che hanno firmato appelli di sostegno, contribuito soldi o diffuso attivamente la campagna di solidarietà in rete. A Shen Mengyu si sostituisce subito come leader del Gruppo di solidarietà con i lavoratori della Jasic la studentessa Yue Xin, attivista femminista e marxista (in questo video la vediamo impegnata in un comizio di protesta a favore dei lavoratori della Jasic), che tra le altre cose ha diffuso in rete una lettera aperta a Xi Jinping in favore degli operai licenziati. Torneremo più sotto sulla particolare importanza del retroterra di queste due attiviste. Il 24 agosto la polizia ha fatto irruzione nell’appartamento del gruppo di solidarietà arrestando tutti gli studenti. Arresti collegati alla vicenda sono stati effettuati anche a Pechino e in altre città. Le autorità hanno inoltre chiuso i tre siti neomaoisti Epoch Pioneer, Red Reference e Mao Zedong Flag, arrestando otto dei loro redattori. In totale la polizia ha arrestato almeno 80 persone, probabilmente di più, un record per una lotta operaia. Tra di loro vi è un’operaia che allattava il figlio, dal quale è stata separata. Alcuni degli arrestati sono stati rilasciati ma sono sotto stretta sorveglianza, altri sono agli arresti domiciliari: in molti hanno denunciato di essere stati picchiati e torturati durante la detenzione, come purtroppo ancora una volta è la norma in Cina. Le autorità, nel tentativo di fare leva sui sentimenti xenofobi da esse stesse alimentati tra la popolazione, hanno grottescamente accusato i lavoratori e gli studenti di essere istigati da non meglio definite “organizzazione straniere”. Rimangono in carcere quattro lavoratori, Yu Juncong, Mi Jiuping, Liu Penghua, Li Zhan, e alcuni studenti. Preoccupa in modo particolare il caso di Yue Xin, la leader del gruppo di solidarietà: a differenza degli altri arrestati, dal 24 agosto non si sa nulla della sua sorte ed è quindi nei fatti una desaparecida. In Cina la polizia può arrestare e detenere in luoghi segreti una persona senza incriminarla fino a un massimo di 37 giorni, ma nel caso di Yue Xin nel momento in cui scriviamo sono passati oltre 60 giorni senza che se ne abbia più alcuna notizia, ufficiale o meno.

Donne leader

Come accennavamo, sia le lotte dei lavoratori della Jasic che il relativo movimento di solidarietà acquistano una rilevanza ancora maggiore se letti in un contesto più ampio. Partiamo dalle figure di Shen Mengyu e Yue Xin, constatando innanzitutto che il solo fatto che alla testa di un movimento si siano succedute due donne è una novità importante, in particolare in una Cina in cui il patriarcato è ormai diventato una politica semiufficiale. Probabilmente il fatto che siano state oggetto del trattamento più duro è dovuto alla “colpa di essere donne” e alla volontà del regime di soffocare un movimento #MeToo e femminista che sta avendo un’enorme risonanza nel paese, nonostante la censura capillare e le repressioni.

shen mengyu

Shen Mengyu

Shen Mengyu è una ragazza che ha studiato in una prestigiosa università del paese, ma dopo la laurea nel 2015 ha deciso per motivi politici di lavorare in fabbrica a Shenzhen. E’ stata eletta delegata sindacale dal basso e per questo subito licenziata nel maggio scorso (alcune fonti dicono che è stata operaia alla Jasic, ma non abbiamo trovato sufficienti riscontri per confermarlo con sicurezza). Da allora si è impegnata nell’aiutare gli operai della Jasic a organizzare le loro lotte. Negli ultimi anni sono svariati gli studenti attivisti cinesi che, soprattutto durante le ferie estive, fanno esperienze di lavoro in fabbrica per prendere contatto con la realtà operaia. Queste esperienze ricordano da lontano quelle degli studenti della vicina Corea del Sud che negli anni ‘970 in migliaia sono andati a lavorare nelle fabbriche per aiutare a organizzare le lotte operaie e costruire un movimento comune lavoratori-studenti. Una strategia che ha dato luogo a molte incomprensioni e tensioni tra operai e studenti, ma alla fine è stata uno dei fattori principali che ha consentito di creare un movimento popolare di massa sfociato nell’insurrezione del 1987 e nella successiva caduta della dittatura.

Yue Xin

Yue Xin

Yue Xin è una studentessa particolarmente combattiva. Ha insegnato educazione sessuale nella regione povera dello Yunnan, attirando l’attenzione di alcuni media per avere toccato temi tabù come i metodi per difendersi dalle violenze sessuali. Durante uno programma di scambio universitario è stata per alcuni mesi in Indonesia, dove è entrata in contatto con studenti di sinistra locali, pubblicando articoli sulla storia del movimento operaio indonesiano. Poi, tornata a Pechino, si è impegnata nei gruppi di discussione marxisti. E’ salita all’onore delle cronache nazionali il 9 aprile scorso, quando con una lettera aperta ha chiesto la riapertura del caso risalente a molti anni prima dello stupro impunito di una studentessa, poi suicidatasi, da parte di un professore ancora in carica. L’eco che la sua denuncia ha avuto, in un momento in cui le donne cinesi sono sempre più sensibili a questi temi e all’affermazione della loro dignità e dei loro diritti, è a dire poco enorme: sono milioni quelli che la hanno letta o ridiffusa in rete. Per questo Yue Xin è stata minacciata dalla propria università e perseguitata dalla polizia. Di lei avevamo già parlato in un recente articolo di “Crisi Globale”, al quale rimandiamo per maggiori particolari sul movimento #MeToo in Cina e in Asia in generale.

GuJiayue

Gu Jiayue

Ma c’è un’altra femminista, che si definisce maoista, il cui ruolo sia prima che durante le lotte per i lavoratori della Jasic è stato importante. Si tratta di Gu Jiayue, membro del cosiddetto “Gruppo degli Otto Giovani Attivisti di Sinistra” di Guangzhou. Questo gruppo sembra essere il capostipite del movimento studentesco che si è mobilitato per il lavoratori della Jasic. Gli otto studenti avevano organizzato un gruppo autonomo marxista di lettura e discussione che ha coinvolto anche dei lavoratori. Sono stati ben presto oggetto di repressioni, alcuni di loro sono stati arrestati, altri si sono dati alla latitanza. Grazie però all’ampia solidarietà ricevuta a livello sia nazionale che internazionale sono stati liberati. Nonostante la durezza delle repressioni, gli otto non hanno desistito. Hanno continuato a pubblicare materiali sulle lotte dei lavoratori, a volte prendendovi parte direttamente, come nel caso del grande sciopero dei dipendenti dei servizi di sanità di Shanghai, sfociato ad parile in scontri con la polizia e arresti. Gu Jiayue ha pubblicamente preso le difese della rivista femminista “Feminist Voices” quando l’account di quest’ultima sul social Weibo è stato chiuso d’autorità l’8 marzo scorso. “Feminist Voices” a sua volta aveva fatto campagna a favore del Gruppo degli Otto quando erano stati arrestati. Gu Jiayue, che ha attivamente preso parte al Gruppo di Solidarietà con i Lavoratori della Jasic a Huizhou, è stata nuovamente arrestata dopo l’intervento della polizia del 24 agosto insieme a un altro degli “Otto”, Zhang Yunfan. Quest’ultimo, dopo essere stato rilasciato, ha subito organizzato una manifestazione contro le repressioni nel giorno dell’anniversario della morte di Mao ed è stato di nuovo fermato.

Eight Young Leftists

Il “Gruppo degli otto studenti di sinistra”, qui in formazione allargata

Il significato delle lotte della Jasic

L’intera vicenda delle lotte della/per la Jasic colpisce per alcuni particolari. Innanzitutto la grande determinazione sia dei lavoratori che degli studenti, nonostante fosse scontato che sarebbero arrivate le repressioni degli organi di sicurezza, la cui violenza e le cui torture sono noti a tutti. In particolare, tra gli studenti sono molti quelli che, già arrestati o pesantemente minacciati dalla polizia, hanno continuato a mobilitarsi e ad ampliare i propri contatti attivi. L’incremento delle repressioni non sembra, almeno per il momento, porre freno all’ampliarsi delle reti di solidarietà e collaborazione, anzi, sembra avere l’effetto contrario. Come già osservato, lascia ben sperare per il futuro che le donne rivestano ruoli guida, perché gli ultimi anni hanno messo in evidenza come tra le cinesi stia nascendo una nuova coscienza di sé stesse e una volontà di affermarsi lottando. Prendendo di mira più duramente le donne, il regime rischia sul lungo termine di ottenere un effetto contrario a quello desiderato. Un’altra constatazione importante è che il sistema soffocante di censura vigente in Cina mostra delle evidenti falle. Grazie alla diffusione capillare degli smartphone e dei social, unita al fatto che sia lavoratori che studenti usano sempre più efficacemente sistemi di criptazione e tecnologie blockchain, oltre ad altri metodi più artigianali ma efficaci, le repressioni non riescono a interrompere del tutto i canali di comunicazione o a soffocare completamente le campagne di controinformazione. Colpisce infine la rapidità con cui i giovani attivisti hanno saputo creare reti di solidarietà e di mobilitazione a livello nazionale in un paese enorme come la Cina, da Guangzhou a Shenzhen, fino a Pechino, Nanchino e altrove. Come vedremo più sotto, ed è forse tra tutti lo sviluppo più interessante, questa capacità di “fare rete” e mobilitarsi contemporaneamente in zone della Cina lontanissime tra di loro, non riguarda solo gli studenti di sinistra, ma anche i lavoratori di molteplici categorie, i risparmiatori e perfino i piccoli speculatori immobiliari. Certo, non bisogna nascondersi le grandi difficoltà che femministe, lavoratori e studenti si trovano ad affrontare. Innanzitutto, quella di sopravvivere in modo produttivo alle repressioni che, a giudicare dagli ultimi sviluppi, con ogni probabilità si faranno più dure. In secondo luogo, quella di dare vita a un movimento più ampio e organizzato democraticamente in presenza di un contesto politico proibitivo. In ultimo, quella di superare con un dialogo aperto e democratico le contraddizioni o addirittura incomprensioni che, la storia ci insegna, inevitabilmente si evidenzieranno tra studenti, lavoratori e femministe. I progressi compiuti in questo 2018 da tutti i tre gruppi, in un contesto che definire ostico è poco, lasciano però positivamente stupefatti e la speranza è quindi molta. Per comprendere meglio quali potrebbero essere gli sviluppi futuri è pero necessario ampliare l’obiettivo includendo un contesto molto più ampio di quello delle lotte della Jasic e dei gruppi che vi hanno preso parte.

L’ampliarsi della portata geografica delle lotte: un salto di qualità?

A partire dalla primavera scorsa in Cina si sono registrate importanti mobilitazioni dei lavoratori che lasciano intravvedere un possibile salto di qualità, in particolare per quanto riguarda la capacità di organizzarsi a livello nazionale, e non più solo locale. Alcuni precedenti in realtà c’erano già stati, in particolare nel 2016 con la grande mobilitazione di decine di migliaia di lavoratori cinesi dell’americana Walmart contro l’introduzione di un nuovo sistema di lavoro flessibile (va a proposito notato, però, che come nel caso dello storico sciopero della Honda del 2010, le autorità cinesi sembrano lasciare maggiori margini di azione ai lavoratori quando il loro padrone è straniero). Sempre nel 2016, gli addetti alle vendite dell’azienda Neutrogena avevano organizzato proteste coordinate a Pechino, Guangzhou e Shanghai. Secondo alcuni studiosi, tale fenomeno di diffusione geografica è dovuto in parte alle delocalizzazioni interne della produzione e al ruolo sempre maggiore del settore dei servizi nonché, al suo interno, del lavoro precario. Si tratta di ipotesi stimolanti e sicuramente fondate, ma tutte da verificare a causa della limitatezza delle informazioni sulle lotte operaie in Cina – su questi aspetti specifici, e per un’inquadratura storica precisa, rimandiamo all’ottimo lavoro che fa il sito in inglese Chinoiresie, e in particolare agli articoli che ha pubblicato nell’ultimo paio di mesi.

Operatori gru

Protesta dei gruisti

E’ in particolare dalla primavera scorsa che si è assistito a una serie di mobilitazioni a distanza ravvicinata, non solo dei lavoratori, che dimostrano la sempre maggiore capacità dei cinesi di organizzarsi dal basso a livello nazionale, o perlomeno interprovinciale. La mobilitazione di questo tipo più importante è stata quella dei gruisti. Autorganizzatisi dal basso, applicando con efficacia sistemi di criptazione e vaglio delle adesioni per evitare le infiltrazioni degli organi di sicurezza, i gruisti sono riusciti a organizzare in aprile proteste e scioperi in una trentina di città di 19 province diverse, con una punta di quasi 10.000 persone scese in piazza a Chengdu – le richieste erano tra le altre quelle di una giornata di lavoro di otto ore con retribuzione come straordinari delle ore in eccesso e di un aumento dei salari. Era stata programmata anche una manifestazione nazionale per il 1° maggio, iniziativa tuttavia non concretizzatasi per un mix di repressioni della polizia e concessioni parziali dei padroni in una serie di province. Si tratta della prima iniziativa operaia di portata nazionale dal 1989. A giugno c’è poi stata una protratta mobilitazione nazionale autorganizzata dei camionisti, una categoria altamente precaria in Cina. I camionisti hanno organizzato uno sciopero nazionale con proteste e scioperi svoltisi in oltre una decina di province, ponendo gravi problemi al sistema di approvvigionamento del settore commerciale e industriale cinese. A partire dall’inizio dell’anno (ma c’era stato già un importante precedente a fine 2016 con una manifestazione nazionale a Pechino) si sta mobilitando in tutta la Cina il personale smobilitato dell’esercito, i cosiddetti “veterani”, che lamentano condizioni di vita misere. Gruppi provenienti da tutto il paese si concentrano a più riprese organizzando manifestazioni in svariate città, con punte molto alte a giugno a Zhenjiang e l’8 ottobre a Pingdu. Si scontrano regolarmente con la polizia, che li reprime in modo particolarmente brutale. I veterani in Cina sono circa 57 milioni, una massa enorme, e la loro insoddisfazione costituisce una minaccia particolare per il regime, la cui retorica nazionalista e il cui sistema di potere si basano in larga parte sull’Esercito Popolare, ai cui membri ordinari tuttavia non è nemmeno in grado di offrire un futuro dignitoso. Anche in altri ambiti si registrano proteste nazionali che non hanno precedenti, come per esempio la mobilitazione di protesta per il fallimento di centinaia di società di finanziamento P2P, che ha travolto decine di migliaia di piccoli risparmiatori. Le migliaia di persone che il 6 agosto stavano convergendo su Pechino per una manifestazione nazionale sono state fermate da un massiccio intervento della polizia prima di potersi concentrare nel luogo previsto, mentre gli organizzatori sono stati arrestati. Infine, in questo mese di ottobre, anche se in modo non precisamene coordinato, migliaia di piccoli proprietari di appartamenti (l’acquisto di abitazioni è uno degli strumenti di risparmio più diffusi in un paese in cui non esistono molte alternative valide per i risparmi dei nuclei familiari) sono scesi in piazza in contemporanea in decine di città della Cina, tra le quali Shanghai e Xiamen, per protestare contro il crollo di circa il 25% dei prezzi dei loro immobili. In altri due settori si sono registrate impennate delle proteste in tutto il paese, non coordinate ma con la possibilità che anche in questi casi in futuro si giunga a lotte organizzate a livello interprovinciale o nazionale: le proteste degli insegnanti per le proprie retribuzioni hanno toccato un picco tra aprile e maggio con manifestazioni in svariate province, mentre tra maggio e giugno ci sono state decine di proteste dei lavoratori precari del settore della food delivery, diffuse in tutta la Cina. E’ quindi evidente la capacità dei lavoratori, ma anche di altre categorie della popolazione, di dare una dimensione geografica ampia alle proprie rivendicazioni e di creare alleanze. Se questa tendenza si protrarrà nel tempo e riuscirà a trovare forme organizzative più stabili, la dirigenza cinese si troverà ad affrontare un ostacolo di enormi dimensioni al proprio autoritarismo reazionario sempre più spinto.

Va citato per completezza un altro sciopero, questa volta di dimensioni locali. Si tratta della lotta delle lavoratrici dello stabilimento di Guangzhou della società sud-coreana Shimen, che fornisce borse a grandi marchi internazionali del settore lusso. Le lavoratrici a marzo hanno dato vita a una lotta bene organizzata per ottenere il pagamento dei contributi previdenziali non versati dai padroni e per chiedere il rispetto delle norme sulla salute. Dopo dieci giorni di sciopero duro, con l’elezione di rappresentanti sindacali dal basso, le lavoratrici sono riuscite a ottenere una piena vittoria. Tra le altre cose, hanno chiesto anche il rispetto dell’8 marzo come giorno festivo. Questa lotta operaia al femminile bene si inserisce nel contesto dell’ascesa in Cina del movimento #MeToo e del femminismo in genere, tema che qui non affrontiamo per esteso solo perché ne avevamo già scritto ampiamente in “Crisi Globale” a luglio. Da allora il movimento #MeToo ha continuato ad avere una grandissima eco in nel paese, con altre campagne di accuse contro personaggi intoccabili e, come abbiamo visto qui sopra, con una saldatura tra le sue lotte e quelle dei lavoratori. I legami tra lavoratori/trici e femministe, va sottolineato, si erano evidenziati già nel 2015 in seguito all’arresto delle cosiddette “5 femministe”, come mette in risalto un interessante recentissimo libro dedicato al risveglio del femministo in Cina, “Betraying Big Brother: The Feminist Awakening in China”, scritto da Leta Hong Fincher (qui un’intervista con l’autrice). Il nazionalismo patriarcale è uno dei pilastri ideologici dell’era Xi Jinping e la messa in discussione del patriarcato da parte delle donne è una delle minacce più pericolose per il regime. A questa si aggiunge anche la maggiore capacità di fare sentire la propria voce da parte della comunità LGBT: nello scorso aprile Weibo, il twitter cinese, aveva deciso di vietare tutti i contenuti che riguardano l’omosessualità, ma ha dovuto fare marcia indietro dopo che la campagna di protesta ha avuto oltre 500 milioni di condivisioni in rete, probabilmente un record mondiale.

china feminists

Azione di protesta di femministe cinesi

Bolla, guerra dei dazi, Via della Seta: un contesto sempre più difficile per il regime

Quelli che appaiono come i prodromi di una possibile più solida saldatura delle lotte di lavoratrici/ori, femministe e studenti emergono in un momento di estrema difficoltà per il regime di Pechino proprio in un anno, il 2018, in cui si celebra il quarantennale dell’avvio delle riforme che hanno aperto la strada al nuovo capitalismo cinese. La guerra dei dazi avviata da Donald Trump, oltre ai pesanti effetti che potrebbe avere nel medio e lungo termine sullo sviluppo economico cinese già in frenata da anni, mina alle sue basi l’alleanza economica di fatto tra Usa e Cina, in base alla quale per decenni i primi hanno garantito la crescita cinese acquistando massicciamente prodotti “made in China” dalla seconda e quest’ultima forniva merci a basso costo ai primi, un’alleanza implicita che ha consentito la straordinaria e pressoché ininterrotta ascesa economica della Cina. In questi mesi Pechino inoltre ha fatto nuovamente passi indietro nel contenimento dell’enorme bolla finanziaria accumulata nell’ultimo decennio, con la quale prima o poi dovrà fare fino in fondo i conti. Nel 2017 erano stati compiuti alcuni contraddittori passi al fine di cercare di limitarla, in particolare nella sfera dello shadow banking. Questo autunno però le autorità hanno nuovamente aperto al gonfiarsi della bolla, immettendo nel sistema circa 150 miliardi di dollari di finanziamenti, avviando piani per la creatura di nuove infrastrutture, di cui la Cina è già strasatura, e consentendo l’assunzione di nuovi debiti obbligazionari da parte delle sovraindebitate amministrazioni locali. E’ inoltre aumentato in maniera preoccupante il debito dei nuclei familiari, ma ciò non toglie che la crescita dei consumi sia in continua contrazione e abbia toccato in questi mesi il punto più basso degli ultimi 15 anni. La borsa cinese ha registrato un calo del 25% da inizio anno e si sospetta che il 19 ottobre il governo sia nuovamente intervenuto dietro le scene per porre freno a un panico degli investitori. E’ in netto calo anche lo yuan e ciò da una parte agita di nuovo lo spettro di una nuova fuga di capitali, dopo quella ingente del 2015, dall’altra allontana sempre di più nel futuro il realizzarsi dell’ambizione di Pechino di farne una valuta mondiale: attualmente Franco svizzero e Dollaro canadese hanno una quota del mercato globale maggiore di quella della moneta cinese. Nel 2015 per tappare provvisoriamente le falle del sistema finanziario, Pechino aveva sperperato in pochi mesi circa un quarto delle proprie riserve e di conseguenza, nel caso di una nuova seria crisi, si troverebbe oggi in grandi difficoltà a intervenire. Uno dei programmi su cui Pechino ha sempre contato di più sotto Xi Jinping, cioè la “Belt & Road Initiative” o “Grande Via della Seta”, in pratica un gigantesco piano di esportazione della propria bolla del debito, sta incontrando difficoltà sempre maggiori. In una sua dettagliata analisi l’economista Martin Hart-Landsberg spiega che, se da una parte le dimensioni degli investimenti della “Belt & Road” sono state gonfiate ad arte rispetto alla realtà per fini propagandistici, dall’altra Pechino si trova ad affrontare una situazione molto problematica. Gli ingenti finanziamenti concessi a paesi dalla scarsa solvibilità rischiano di causare un boomerang dall’enorme peso sul debito complessivo della Cina, che anche nei casi in cui si fa ripagare i prestiti con l’assunzione della proprietà diretta su infrastrutture, in genere si trova a gestire beni per nulla redditizi e che generano ulteriore debito per le aziende cinesi. A ciò va aggiunta l’osservazione che quello della “Belt & Road” è un piano basato essenzialmente su progetti infrastrutturali, e non su attività produttive, quindi poco adatto a fornire alla Cina un’effettiva leva economica. Inoltre Pechino quest’anno ha registrato un incremento esponenziale delle difficoltà per il progetto: un paese fondamentale come il Pakistan ha chiesto un salvataggio del Fondo Monetario Internazionale, è insolvente e ha dovuto annullare molti progetti, la Malesia ha cancellato parte del programma dopo che i malesi hanno eletto un nuovo governo che ha promesso di ridurre l’influenza cinese ed evidenti problemi per la “Belt & Road” si stanno evidenziando anche in Birmania. Esempi del progressivo isolamento che la Cina si trova ad affrontare in Asia sono dati dalle recenti grandi manifestazioni svoltesi in Vietnam contro i capitalisti cinesi che operano nel paese o, su un piano più istituzionali, del riavvicinamento delle Filippine di Duterte agli Usa dopo gli aperti flirt con Pechino. A livello geopolitico, la Cina è evidentemente in difficoltà nel fare sentire la propria voce nell’ambito del processo di distensione tra le due Coree, che non vede affatto di buon occhio ma che non riesce a controllare. Pechino si trova quindi in una fase di forte vulnerabilità economica e politica, ed è quindi evidente che l’ampliarsi delle lotte dei lavoratori, la crescita dell’ondata #MeToo e di presa di coscienza delle donne, il crearsi di alleanze tra queste ultime, i lavoratori e gli studenti, sono tutti sviluppi che equivalgono a un vero e proprio incubo per i burocrati del Partito Comunista Cinese, i quali non trovano altre armi se non le repressioni, la censura, la propaganda e il gonfiamento ulteriore della bolla per salvare la crescita e rimandare nel tempo un suo calo ancora più netto, che rischierebbe di fare definitivamente esplodere la rabbia delle categorie sopraelencate.

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