TEMI GLOBALI / #MeToo: una mobilitazione di portata mondiale

A quasi un anno dallo scandalo Weinstein, il fenomeno #MeToo si sta trasformando in un movimento spontaneo di portata mondiale che rimette in discussione patriarcato e oppressione delle donne in ogni angolo del mondo, dagli Stati Uniti alla Mongolia, dalla Corea del Sud al Cile. Un esempio di lotta dal basso in netta controtendenza rispetto ai venti di estrema destra che, all’insegna del più becero maschilismo, percorrono l’intero globo.

Era l’ottobre del 2017 quando negli Stati Uniti è scoppiato lo scandalo che ha visto il noto produttore hollywoodiano Harvey Weinstein essere accusato di ripetute violenze sessuali da una decine di donne, coraggiosamente venute allo scoperto per denunciare pubblicamente una situazione in realtà nota a tutti da svariati anni, ma coperta da una tenace omertà maschile. La grande eco mondiale dello scandalo ha spinto altre donne, in tutto il mondo, a denunciare casi simili, spesso recenti, spesso invece risalenti ad anni fa. Non che in passato non fossero mancate le donne coraggiose che, nonostante il rischio di esporsi alle immancabili campagne di denigrazione, denunciavano le violenze subite, ma lo scandalo Weinstein, con la sua risonanza mondiale e la rovinosa caduta di un personaggio di così alto calibro fino ad allora intoccabile, ha creato un terreno favorevole per una nuova solidarietà fra le donne.

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Manifestazione #MeToo a Seul

Perché lo scandalo è partito dal mondo del cinema?

L’industria cinematografica, nonostante sia una delle più sofisticate e miliardarie industrie culturali, e nonostante il suo volto pubblico sia spesso rappresentato da attori e cineasti di tendenza liberal, rimane un universo patriarcale chiuso e del tutto anacronistico. Si può senz’altro dire che se in altre sfere del lavoro e della cultura nell’ultimo secolo sono stati compiuti grandi, anche se ancora del tutto carenti, passi avanti verso le pari opportunità per le donne, l’industria del cinema, sia quella hollywoodiana sia quella in teoria più socialmente sensibile del circuito dei festival, rimane nella sostanza uguale a se stessa ormai da lunghi decenni. Basta guardare i titoli di coda di un film o consultare i dati del cast in un database per rendersi conto che le donne sono sistematicamente relegate a ruoli che una logica vetusta e maschilista considera “tipicamente femminili”: costumiste, responsabili del make-up, script-girl. E naturalmente anche al ruolo di attrici, sebbene oggi le vere star che hanno un forte potere di contrattazione siano nella stragrande maggior parte di sesso maschile. A ciò va aggiunto che mentre gli attori maschi si muovono in un mondo fatto su misura per il loro genere, le attrici sono pressoché sempre dirette da registi maschi, prodotte da produttori maschi, fotografate da direttori della fotografia maschi, e devono seguire un testo scritto da sceneggiatori maschi. Non vi è quindi da meravigliarsi se poi accade che vengano anche molestate da produttori maschi, picchiate da registi maschi, fotografate come oggetti esclusivamente destinati allo sguardo maschile da direttori della fotografia maschi, e si trovino a recitare dialoghi scritti da sceneggiatori maschi che le fanno apparire come “oche” o come maschio-dipendenti. Eppure quella cinematografica non è un’industria ancora artigianale, lenta nell’adattarsi alla modernità, bensì un settore d’avanguardia fortemente istituzionalizzato, sia nella sua forma verticale hollywoodiana, che in quella più orizzontale del circuito dei festival. L’accesso al suo mondo è filtrato da un sistema altrettanto istituzionalizzato di scuole e altri percorsi di formazione, spesso compartecipato da enti statali. Gode di ingenti finanziamenti messi a disposizione da grandi banche, amministrazioni pubbliche e organizzazioni sovranazionali ed è frequentemente sponsorizzato da multinazionali.

Come già abbiamo accennato, il problema di un’industria cinematografica a netta dominanza maschile non riguarda solo Hollywood o il cinema più commerciale. Nell’ottimo libro “Il cinema di stato”, curato da Marco Cucco e Giacomo Manzoli (Il Mulino, 2017), Giacomo Manzoli e Andrea Minuz dimostrano, dati alla mano, che perfino il cinema che gode di sovvenzioni statali, regolarmente assegnate a opere di impegno sociale, è tutto al maschile. Gli autori, tra le altre cose, rilevano che solo il 13% dei film italiani che hanno goduto di finanziamenti pubblici dal 2004 al 2016 è diretto da registe donne, tra l’altro spesso facenti parte di clan familiari che risalgono a una figura maschile autorevole (Comencini, Tognazzi, Archibugi) – come dire: se sei donna quasi di sicuro non ce la farai, ma se hai un parente noto di sesso maschile magari ti verrà concessa una chance. La situazione è analoga anche per le altre professioni più rilevanti in ambito cinematografico, tanto da portare Manzoli e Minuz a osservare che “restiamo lontanissimo anche solo da una parvenza di parità di genere” a causa di “un sistema industriale che non riconosce alle donne un pieno accesso ai ruoli di maggiore responsabilità” e “il sistema di finanziamento pubblico non sembra avere dato alcun particolare impulso ad un pur parziale riequilibrio”. Se questa è la situazione nell’ambito del cinema più impegnato e sovvenzionato dallo stato, è facile immaginarsi come stiano le cose nel mondo del cinema più commerciale.

Con l’ondata #MeToo del 2017 ai casi già noti di Roman Polanski e Woody Allen, si sono così aggiunti tra i tanti altri quelli del regista canadese Paul Haggis (premio Oscar nel 2006 per il film “Crash”), degli attori Sylvester Stallone, John Travolta e Kevin Spacey, e di molti altri. Le reticenze sono però ancora forti, come dimostra il caso del regista coreano di culto e di fama internazionale Kim Ki-duk, che è stato accusato da tre donne diverse di molestie e violenze sessuali. Recentemente era già stato condannato in tribunale per avere picchiato un’attrice sul set, mentre l’interprete principale di molti dei suoi film, Cho Jae-hyun, considerato da alcuni l’alter ego di Kim, è stato accusato di varie violenze sessuali e ha ammesso. Nonostante questi fatti, Kim Ki-duk è stato invitato a presentare il suo nuovo film all’ultimo Festival di Berlino, che gli ha concesso il palco dal quale si è difeso dalle accuse, ma senza che i dirigenti del festival dessero diritto di replica a chi lo aveva denunciato. In generale, le reazioni dei maschi accusati sembrano quasi fotocopie: pressoché sempre affermano che le accuse sono formulate da donne alla ricerca di fama o denaro (non è vero: nessuna delle donne che hanno avanzato accuse ne ha tratto vantaggi diretti o indiretti, mentre la maggior parte di loro è stata oggetto di vaste campagne denigratorie). Tra gli attori e i cineasti che non sono stati oggetto di alcuna accusa, ve ne sono numerosi che si sono sentiti in dovere di minimizzare il fenomeno (concentrandosi non a caso su vaghe considerazioni di costume ed evitando di toccare il tema del patriarcato palesemente vigente in ambito cinematografico). A parte attori già noti per le loro dichiarate simpatie di estrema destra, come Alain Delon e Brigitte Bardot, va citato il caso di Catherine Deneuve e delle sue dichiarazioni qualunquiste, ma anche quello di un regista altrimenti “colto” come Michael Haneke. Perfino un regista del calibro di Terry Gilliam si è sentito in dovere di attaccare il movimento #MeToo.

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Manifestazione delle donne contro Trump a Washington

Oltre il cinema

Naturalmente, anche se il cinema ha fatto da importante cassa di risonanza, il fenomeno non nasce nel suo ambito. Vale la pena di ricordare in particolare le vaste proteste del 2016 per il diritto all’aborto in Polonia o le enormi e spontanee manifestazioni delle donne statunitensi contro Donald Trump (anch’egli tra l’altro accusato di molestie sessuali) nel gennaio del 2017, prima quindi dello scoppio dello scandalo Weinstein per il quale probabilmente hanno creato un clima favorevole. In un modo o nell’altro è stato però l’hashtag #MeToo a dare l’impronta all’intero movimento e a consentirgli una visibilità globale. Secondo un recente articolo di Bloomberg, nei soli Stati Uniti sono 417 i personaggi di primo piano “messi fuori gioco” in seguito a denunce, per la maggior parte manager. L’onda lunga di #MeToo sta acquisendo però una portata geograficamente sempre più ampia, estendendosi spesso oltre l’ambito della denuncia delle violenze sessuali. Riportiamo qui di seguito una panoramica dei casi più rilevanti, ma ignorati o quasi dai grandi media.

In Cile è stato sufficiente un solo caso di presunte molestie sessuali da parte di un noto professore universitario per fare esplodere un movimento femminista di massa. A fine aprile alcune centinaia di studentesse e studenti dell’Università del Cile hanno occupato la facoltà di Diritto per chiedere un’accelerazione dell’inchiesta sulle accuse di molestie sessuali mosse contro il professor Carlos Carmona, che si protraeva lentamente. L’iniziativa ha dato il via a una travolgente ondata di azioni di protesta, tanto che a inizio giugno le università occupate erano più di una dozzina in tutto il paese, e a esse si sono aggiunti anche numerosi licei. La mobilitazione ha travalicato i confini della protesta per il caso specifico del prof. Carmona, avanzando rivendicazioni più generali e mettendo all’ordine del giorno le questioni degli abusi e delle discriminazioni delle quali in generale le donne sono oggetto. Il governo non ha potuto rimanere inerte e ha proposto nuove misure per la parità di genere, che però sono subito state oggetto di forti critiche da parte del movimento. Anche in un paese lontano dai riflettori internazionali come la Mongolia si stanno creando i presupposti per la nascita di un’ondata #MeToo, come segnala un articolo del “Guardian”. Qui a essere denunciato di stupro è stato un noto deputato, Gantulga Dorjdugar e si tratta di una notevole novità per un paese dove la cultura patriarcale, come d’altronde in numerosi altri luoghi, è molto forte. Le promotrici della denuncia dichiarano di volere aprire la strada ad altre donne vittime di abusi e costrette al silenzio. I segnali positivi non mancano, come la protesta organizzata lo scorso 8 marzo da centinaia di donne a Ulan Bator contro la violenza domestica o l’iniziativa di una serie di Ong di chiedere l’inclusione della punibilità delle molestie sessuali nel codice del lavoro. A maggio un gruppo di donne ha organizzato la prima rappresentazione nel paese dei “Monologhi della vagina” di Eve Ensler.

Una delle aree in cui il fenomeno #MeToo sta avendo gli sviluppi più interessanti è quella dell’Asia Orientale. Qui si moltiplicano le iniziative e le mobilitazioni delle donne contro le violenze, contro le pratiche patriarcali e per promuovere i propri diritti. In Giappone il governo del premier Shinzo Abe ha rischiato di cadere ad aprile in seguito alle accuse di molestie sessuali mosse da una giornalista contro un alto funzionario del Ministero delle Finanze stretto collaboratore del ministro Taro Aso, a sua volta braccio destro di Abe, nonché legato a doppio filo con l’estrema destra e dalle esplicite simpatie per la Germania nazista. Il governo si è salvato per il rotto di cuffia con le dimissioni del funzionario dopo una protratta e logorante crisi, ma la novità di una denuncia così esplicita e mirata in alto fa ben sperare per un paese in cui da decenni il maschilismo impera senza una resistenza di ampio respiro pubblico. Ancora più importante è il caso della Cina. Nello scorso mese di aprile Yue Xin, una studentessa della prestigiosa Università di Pechino, ha chiesto ai dirigenti di quest’ultima, con una lettera aperta pubblicata in rete, di riaprire le indagini su un caso di 20 anni fa che era stato messo a tacere dalle autorità: una studentessa era stata violentata da un professore e in seguito si era sucidata. Yue Xin è stata immediatamente oggetto di repressioni da parte delle autorità e la sua lettera aperta è stata eliminata dalla rete, ma nonostante l’intervento censorio il suo appello ha avuto un’enorme eco ed è stato condiviso da milioni di cinesi, mentre in numerosi atenei sono comparsi dazebao a suo sostegno e non pochi media sono riusciti a parlare del caso prima della mannaia della censura, un eloquente indice della sensibilità e dell’interesse per le tematiche femministe. Il professore è stato licenziato, ma senza venire incriminato e senza che il caso venisse riaperto in sede giudiziaria. Si tratta della tipica tattica del “grosso bastone” e della “piccola carota” adottata da Pechino: un limitato contentino per cercare di placare gli animi e forti repressioni per impedire che le proteste si diffondano oltre un perimetro limitato. Spesso però l’unica arma usata del Partito Comunista Cinese è la repressione, come è avvenuto nel caso delle “5 femministe” di Pechino, arrestate nel 2015 perché intendevano volantinare contro le molestie sessuali in metropolitana. Il movimento femminista è in crescita in Cina, sia sull’onda del fenomeno #MeToo iniziato negli Stati Uniti che riattualizzando la lunga tradizione nazionale. Nel caso specifico di Yue Xin è interessante in più notare che la studentessa fa parte di una nuova generazione di giovani marxisti non ortodossi, che rivendicano una maggiore democrazia e si attivano a favore dei lavoratori. Questi piccoli gruppi organizzano riunioni di discussione su temi politici e sociali e, naturalmente, sono oggetto di dure repressioni e arresti, come è accaduto ai membri di un gruppo di Guangzhou nel novembre scorso. Il tutto sta avvenendo in un contesto, come quello della Cina di Xi Jinping, in cui la stretta autoritaria si fa sempre più forte e l’ideologia patriarcale sta rafforzando il proprio ruolo di pilastro del regime.

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Shin Ji-ye, candidata femminista alle amministrative di Seul

Il paese dell’area in cui tuttavia il fenomeno #MeToo ha avuto dimensioni più vaste, soprattutto nelle strade, è la Corea del Sud. Qui le attività del movimento sono multidimensionali: denunce in tribunale, attività in rete e grandi manifestazioni pubbliche. La vittima più illustre del #MeToo coreano è stato il poeta Ko Un, un vero monumento vivente della letteratura nazionale e con un curriculum di intellettuale progressista. Sul lato più istituzionale, invece, è finito recentemente sotto processo per molestie sessuali An Hee-jung, potente ex governatore della provincia di Chungcheong e membro del Partito Democratico al potere, il cui nome era stato citato l’anno sorso tra quelli dei possibili candidati alla presidenza della repubblica. In parallelo, alle elezioni municipali della capitale Seul, svoltesi a giugno, la giovane e poco conosciuta Shin Ji-ye, candidata del minipartito verde locale ha ottenuto insperatamente 80.000 voti, nonostante la campagna condotta con pochi mezzi, presentandosi esplicitamente come “candidata femminista” e battendo così il ben più noto rivale del Partito della Giustizia, forza della sinistra radicale. Come in Giappone, anche in Corea la sinistra e i sindacati più radicali non solo sono spesso maschilisti, ma al loro interno si sono verificati in passato casi di violenze sessuali sui quali regna ancora oggi un clima di omertà. In un altro ambito, il noto commentatore Kim Tae-hoon, che aveva attaccato le femministe definendole “deficienti” e “più pericolose dell’Isis”, è stato costretto alle scuse pubbliche ed estromesso dal programma televisivo al quale partecipava regolarmente in seguito a una campagna pubblica di boicottaggio organizzata dalle donne. Ma è nelle strade che il movimento femminista è riuscito a dimostrarsi veramente forte. Negli ultimi mesi le manifestazioni si moltiplicano, da quelle contro le falsità giapponesi sulle “comfort women”, cioè le donne costrette dal regime fascista di Tokyo a prostituirsi per l’esercito giapponese durante la Seconda guerra mondiale, al “festival delle mestruazioni” del 26 maggio scorso organizzato perché “le mestruazioni non sono una cosa di cui le donne devono vergognarsi”. La partecipazione più alta la hanno però avute le manifestazioni per il diritto all’aborto, alle quali hanno preso parte decine di migliaia di donne, molte delle quali vestite di nero prendendo ispirazione dalle loro colleghe polacche, nonché le proteste di migliaia di giovani contro la tolleranza che le autorità hanno dimostrato nei confronti degli uomini che pubblicano in rete immagini di donne nude non autorizzate da queste ultime (un fenomeno di ampie dimensioni in un paese ipermediatico e fortemente maschilista) e quella, molto partecipata nonostante la pioggia torrenziale, contro la violenza sessuale. Durante l’ultima manifestazione di alcuni giorni fa per il diritto all’aborto le donne non hanno esitato ad attaccare duramente il presidente progressista Moon Jae-in, nonostante la sua grande popolarità, per alcune sue sconsiderate frasi paternaliste sulle donne.

Questa breve e incompleta panoramica ci sembra sufficiente per dare un’idea della vastità del movimento #MeToo e della sua portata globale. Si tratta di un’ennesima riprova del fatto che, così come dimostrano gli altri movimenti post-“primavere del 2011”, in tutto il mondo vi è un’ampia voglia di democrazia dal basso che, se troverà un sostegno in un maggiore sforzo di organizzazione, di solidarietà internazionale e di riflessione politica, potrebbe sviluppare con risultati molto positivi tutte le proprie potenzialità.

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