ASIA / Il dialogo Corea del Nord-Usa e il suo contesto regionale

Corea del Nord e Stati Uniti sono passati da un clima prossimo alla guerra a un dialogo incondizionato con una rapidità che lascia stupefatti. Questo articolo mette in luce i fattori che hanno consentito questo repentino capovolgimento della situazione, leggendo gli eventi in una prospettiva regionale che copre anche Corea del Sud, Cina e Giappone.

Il 28 novembre scorso la Corea del Nord ha lanciato per la prima volta un missile balistico intercontinentale che, secondo la maggior parte degli esperti, è in grado di colpire gli Stati Uniti. Sebbene tra gli esperti vi siano divergenze di opinione riguardo all’effettiva capacità di tale missile di portare con precisione testate nucleari moderne sui propri obiettivi, è chiaro che se anche tale possibilità non fosse ancora reale, è comunque ormai a portata di mano per Pyongyang. Il lancio è stato il culmine di un 2017 tutto all’insegna di un rischio di guerra tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti, tra scambi di dichiarazioni roventi, ripetuti test missilistici, pesanti minacce e manovre militari imponenti. Nel suo discorso di fine anno tuttavia il leader nord-coreano Kim Jong-un ha inaspettatamente offerto un ramo d’ulivo ipotizzando una partecipazione del suo paese alle olimpiadi invernali di marzo nella Corea del Sud. Seul ha subito accettato la proposta con entusiasmo, ottenendo in breve tempo da Washington una sospensione delle manovre militari previste nello stesso mese al confine con la Corea del Nord. Pyongyang ha poi inviato una delegazione di primo piano ai giochi, aprendo così definitivamente la via a un dialogo politico sia con Seul che con Washington. Il resto è storia dell’ultimo mese o poco più: i ripetuti incontri tra delegazioni di alto livello del Nord e del Sud, l’annuncio a marzo da parte di Donald Trump di avere accettato l’invito di Kim a tenere un incontro diretto per discutere della denuclearizzazione della penisola coreana, le dichiarazioni ufficiali di Seul e Pyongyang che parlano della possibilità di firmare una pace definitiva tra i due paesi, dopo che la guerra del 1953 era terminata con un armistizio cui non aveva mai fatto seguito un accordo di pace, il viaggio improvviso e in incognito di Kim Jong-un a Pechino per incontrare Xi Jinping, l’annuncio di Trump che il segretario di stato in pectore Mike Pompeo a inizio aprile si era segretamente incontrato con Kim Jong-un e, su un piano culturale denso però di significato politico, un megaconcerto di star del pop coreano a Pyongyang al quale ha presenziato lo stesso leader nord-coreano e che è stato organizzato a livello d’immagine all’insegna dell’unità e della pace tra le due Coree. Domani, 27 aprile, si terrà uno storico incontro tra Kim Jong-un e il presidente sud-coreano Moon Jae-in, che dovrebbe costituire la prima fondamentale tappa di un processo il cui culmine, previsto per fine maggio o inizio giugno, sarà probabilmente un vertice Trump-Kim, che tuttavia deve essere ancora confermato. I motivi per essere ottimisti sono molti, ma rimangono non pochi punti interrogativi.

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Monumento per l’unità delle due Coree sul lato Sud della zona smilitarizzata

Per capire cosa sta accadendo è necessario innanzitutto rispondere alla domanda di cosa abbia reso possibile una tale repentina inversione di rotta. I fattori principali sono due. In primo luogo il successo, conseguito con un’escalation impressionante, del programma nucleare della Corea del Nord, che ha messo nell’angolo gli Usa. A questo fattore militare si aggiunge il “fattore umano” dell’enorme ambizione di un giovane leader poco più che trentenne, tanto spietato quanto deciso, come Kim Jong-un. In secondo luogo le grandi mobilitazioni popolari di un anno fa nella Corea del Sud che hanno portato alla caduta della presidentessa ultraconservatrice Park Gyeun-he, consentendo l’ascesa di un abile nuovo presidente di centrosinistra, Moon Jae-in. Se oggi la destra reazionaria e anticomunista fosse ancora al potere in Corea del Sud gli sviluppi di pace attualmente in atto sarebbero del tutto inimmaginabili. A questi due fattori fondamentali se ne può aggiungere un altro rilevante: la presenza alla guida degli Stati Uniti di un presidente come Donald Trump che ha fatto dell’improvvisazione la propria bandiera. Paradossalmente la sua programmatica incoerenza ha agevolato una rapida apertura che probabilmente non ci sarebbe stata con una leader più rigidamente ortodossa come, per esempio, Hillary Clinton. In particolare, la linea seguita dall’establishment democratico e repubblicano negli ultimi anni riguardo alla Corea del Nord è stata sempre quella del “prima la denuclearizzazione, poi le trattative”: Trump ha in principio pigiato al massimo l’acceleratore delle minacce di guerra, ma alla fine ha saltato a pie’ pari l’ostacolo del mantra “prima la denuclearizzazione” aprendo a un dialogo incondizionato ai massimi vertici. Tuttavia non si tratta di uno dei colpi di testa ai quali il presidente Usa ormai ci ha abituato e ci sono motivi ben concreti per questa sua decisione. Come abbiamo accennato, il successo ottenuto in tempi relativamente brevi dal programma nucleare di Kim Jong-un ha messo in un angolo Washington. Nella penisola coreana, posta quasi al centro di uno dei maggiori punti nevralgici del capitalismo mondiale come l’Asia Orientale, gli Usa non possono scatenare né attacchi missilistici di facciata come quelli contro la Siria, da una parte, né guerre a tutto campo come quelle del Golfo, dall’altra, senza mettere in conto enormi conseguenze. Pyongyang avrebbe gioco facile a colpire immediatamente sia con armi convenzionali sia con l’atomica obiettivi come Seul, Tokyo e, se del caso, anche Pechino, provocando centinaia di migliaia o addirittura milioni di morti in una manciata di giorni, con catastrofiche ripercussioni politico-economiche a livello globale. Un boccone molto difficile da digerire anche per i peggiori Dottor Stranamore di Washington. Vista l’impraticabilità di queste due varianti, le uniche opzioni disponibili sono quella di disinteressarsi nei fatti della questione nord-coreana lasciandola in stato “dormiente”, come aveva fatto Barack Obama, oppure quella di avviare un dialogo. Con ogni probabilità Trump ha scelto il dialogo perché apre possibilità estremamente appetibili per Washington, come per esempio quella di fare nel tempo della Corea del Nord un alleato in possesso di arma nucleare a due passi da Pechino e direttamente ai confini della Russia. A ciò va aggiunto poi che la prospettiva di un’eventuale unificazione della penisola coreana all’insegna della pax americana, questione che prima o poi comincerà a proporsi se si dovesse giungere a un vero accordo, non farebbe che aumentare il peso di questo alleato (anche se un’unione tra le due Coree sarebbe talmente problematica da risultare destabilizzante per tutti gli attori in gioco, come “Crisi Globale” ha già spiegato in un articolo). Certo si tratta di ipotesi clamorose e all’apparenza irrealizzabili, ma non va dimenticato come anche solo il dialogo ora avviato fosse impensabile appena tre o quattro mesi fa. Il raggiungimento di una pace a egida statunitense comporterebbe poi per Trump, oltre che un grande successo per il proprio futuro politico, anche lo spostamento a proprio favore di una pedina di primo piano come la penisola coreana nell’ambito della partita a dama con la Cina. Gli esiti del processo di pace appena avviato, infatti, non riguarderanno solo Pyongyang, Seul o Washington, ma l’intera regione, e a livello non solo geopolitico, ma anche di politica interna dei singoli paesi.

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Foto di gruppo di Kim Jong-un con le star del pop sud-coreano dopo il concerto a Pyongyang

La dimensione regionale

Tutte le tre principali parti in gioco (Corea del Nord, Corea del Sud e Usa) si sono spinte molto in là nell’essere ottimiste riguardo al processo di dialogo apertosi. C’è però un grande “ma” che non può essere ignorato. Kim Jong-un si è detto apertamente pronto a una denuclearizzazione, sebbene non sia per nulla chiaro in quali termini e con quali tempi. Gli Usa da parte loro chiedono (almeno a parole) una denuclearizzazione completa e in tempi brevi. Nei media mainstream circolano ipotesi che parlano di 2 o 3 anni, se non addirittura meno. Appare però altamente improbabile che Kim si impegni a smantellare completamente un arsenale che gli garantisce la sopravvivenza e sul quale la Corea del Nord ha puntato le sue più importanti risorse per decenni. Il rischio è quindi che i negoziati falliscano, oppure che sfocino in accordi che poi nel tempo non verranno rispettati, riaprendo la crisi. Un altro grande timore, in particolare di Cina e Giappone, è che gli Usa ottengano dalla Corea del Nord uno smantellamento dei missili in grado di colpire gli Usa, chiudendo invece un occhio, fin da subito oppure in futuro nell’ambito di un eventuale processo di “denuclearizzazione”, sul mantenimento da parte di Pyongyang di dispositivi in grado di colpire obiettivi nell’Asia Orientale. Da un punto di vista puramente logico, sarebbe la soluzione più conveniente sia per Pyongyang che per Washington, perché la prima manterebbe comunque una deterrenza e la seconda aprirebbe rapporti amichevoli con una potenza atomica confinante con la Cina. Anche per Seul forse potrebbe essere una soluzione appetibile, visto che un successo delle trattative aprirebbe automaticamente l’ipotesi di una futura unificazione che renderebbe l’intera penisola coreana una potenza nucleare grazie alle atomiche di Kim. Poiché agli Usa, come a ogni osservatore, è perfettamente chiaro che Kim difficilmente rinuncerà completamente all’arma atomica, il fatto che Trump si sia spinto così in là nelle proprie aperture nonostante tali scontate considerazioni lascia intendere che le summenzionate ipotesi non siano per nulla peregrine. Ma si tratta per l’appunto solo di ipotesi: i possibili esiti ultimi del processo di dialogo appena iniziato rimangono un grande punto di domanda.

Per comprendere pienamente la posta in gioco degli ultimi sviluppi è necessario tuttavia adottare una prospettiva più ampia di quella della geopolitica “volgare”, intesa cioè come rapporti tra potenze statali e aree della loro influenza, che è preponderante non solo presso i media borghesi ma, purtroppo, anche a sinistra. Cerchiamo quindi qui di seguito di offrire un quadro più vasto, seppure entro i limiti di spazio necessariamente angusti di un articolo.

L’intera Asia Orientale sta attraversando un momento particolarmente delicato, contrassegnato da spinte autoritarie o addirittura reazionarie più o meno marcate. Gli unici casi in controtendenza, da questo punto di vista, sono la Corea del Sud e Taiwan, in particolare la prima. E’ crescente anche il livello di militarizzazione e quello della Corea del Nord è il caso più eclatante, ma non certo isolato. A livello economico, come nel resto del mondo, la crisi del 2008 ha lasciato i suoi pesanti segni, anche se attualmente è in atto una limitata crescita, a livelli però molto più bassi che nei decenni precedenti. Il problema del debito si è fatto enorme in Cina e continua a esserlo in Giappone, mentre in Corea del Sud riguarda in modo preoccupante il credito al consumo. Il precariato è cresciuto in modo esponenziale fino a raggiungere livelli prossimi al 40% della forza lavoro in un paese un tempo a “posto di lavoro garantito a vita” come il Giappone. Ma il problema riguarda anche la Corea del Sud e la Cina, paese quest’ultimo dove è imperante tra i lavoratori rurali migranti, che costituiscono circa un terzo della forza lavoro. Il panorama delle mobilitazioni sociali è molto variegato: nulle in Corea del Nord e vivaci al Sud, numerose ma episodiche e frammentate in Cina, in riflusso a Hong Kong e Taiwan, scarsissime in Giappone. Last but not least, il fenomeno #MeToo e in generale le lotte delle donne hanno trovato terreno particolarmente fertile in Corea del Sud e in Cina, ma in quest’ultimo caso hanno incontrato subito le repressioni del regime. Andiamo ora a esaminare più nei dettagli la situazione dei singoli paesi.

Corea del Nord: Se Kim Jong-un non fosse un criminale a capo di uno spietato sistema oppressivo, gli si potrebbero fare i complimenti per l’abilità con la quale ha gestito sia il programma di armamento nucleare sia la successiva apertura diplomatica. Non va però dimenticato che questo programma è stato realizzato mettendo letteralmente alla fame l’intera popolazione nord-coreana e militarizzando la società. In due articoli di “Crisi Globale”, ai quali qui rimandiamo, abbiamo già descritto nei dettagli la storia del paese e, in particolare, i cambiamenti in corso ormai da anni che vedono la nascita di un sistema capitalista molto sui generis. Quest’ultimo fenomeno ha finora rafforzato il regime di Kim e la sicurezza di cui sta dando prova nel muoversi a livello internazionale ne è un’ulteriore dimostrazione. Un accordo di pace lo incoronerebbe ancora di più grande leader, e darebbe ulteriore slancio alla “nuova borghesia” che lo ha sostenuto in quest’ultima fase. Ma ponendo un freno alla “militarizzazione prima di tutto” e inaugurando un dialogo effettivo con il Sud, aprirebbe sicuramente spazi interessanti per i lavoratori che hanno pagato per intero il prezzo sia dei programmi militari sia delle riforme economiche. Il sistema protocapitalista nord-coreano, privo di basi legali effettive e non ancora ben strutturato, rimane molto vulnerabile ed è difficile prevederne la futura evoluzione. Né è chiaro con quali modalità Kim Jong-un pensi di gestire internamente un terremoto politico come un’eventuale pace con gli Usa accompagnata da un serio riavvicinamento con il Sud. E’ interessante a tale proposito notare come un sito di solito bene informato come DailyNK abbia segnalato di recente che, silenziosamente e in via evidentemente sperimentale, il regime di Pyongyang per la prima volta sta adottando il metodo dell’elezione dal basso per scegliere i dirigenti delle Unità del Popolo, il gradino più basso dell’amministrazione locale, finora nominati d’autorità. Va rilevato anche che la nuova economia capitalista nord-coreana sta portando con sé, in parallelo all’aumento delle disparità sociali e allo strapotere della nuova borghesia, un positivo cambiamento: come già descritto nei dettagli in “Crisi Globale”, oggi sono le donne a svolgere un ruolo primario nell’economia di un paese in cui altrimenti è sempre prevalso a ogni livello il patriarcato. Forse il ruolo di estrema rilevanza che secondo tutte le fonti Kim Yo-jong, sorella minore di Kim Jong-un, sta avendo nel processo di dialogo con il Sud è un segno di questo importante cambiamento.

Kim Yo-jong

Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un, dialoga con il presidente sudcoreano Moon Jae-in

Corea del Sud: Come abbiamo già accennato, le mobilitazioni che nel 2016-2017 avevano portato in piazza milioni di sudcoreani fino a fare cadere la presidentessa reazionaria Park Gyeun-he sono uno dei fattori essenziali che hanno reso possibile l’avvio di un dialogo di pace. E’ una lezione di democrazia che dimostra come in ultimo la geopolitica la facciano non solo le cancellerie, ma anche le masse. Oltre a rendere possibili gli attuali sviluppi diplomatici, le mobilitazioni dell’anno scorso hanno avuto anche risvolti interni. Il nuovo presidente Moon Jae-in, pur essendo portatore di una politica di centrosinistra moderata, si è mosso molto bene e in controtendenza con il vento conservatore che tira in tutto il mondo. In un primo momento è sembrato deludente: ha ceduto alle pressioni Usa per l’installazione del sistema antimissilistico Thaad, formalmente mirato a difendere il paese dal Nord in realtà mirato soprattutto contro la Cina, e non ha inizialmente avuto successo nelle sue forti aperture nei confronti di Pyongyang. Il cedimento alle richieste Usa è stato però evidentemente una tattica per prendere tempo e ottenere risultati più importanti, come dimostra l’attuale successo della sua linea di apertura verso il Nord. A livello interno, ha ottenuto la condanna della presidentessa Park a 24 anni di carcere e ha messo in prigione anche il suo predecessore, l’altrettanto reazionario Lee Myung-bak. Il capo della più grande azienda sud-coreana, la Samsung, è finito in carcere per un anno e altre grandi aziende sono finite nel mirino della magistratura, sia per abuso di potere che per comportamento antisindacale. Nonostante la forte opposizione della confindustria locale ha approvato un netto aumento del salario minimo e regolamentato il ricorso al lavoro straordinario, di cui le aziende abusavano ampiamente. La sua presidenza ha inoltre consentito l’ampio dispiegarsi di una campagna di denuncia femminista #MeToo che ha colpito alcuni mostri sacri del mondo culturale, tra i quali scrittori, professori universitari, attori di fama e un regista noto in tutto il mondo come Kim Ki-duk, ma anche alcuni dirigenti aziendali. Il successo della politica di distensione aprirebbe ulteriori spazi a questi sviluppi non certo rivoluzionari, ma di chiaro segno progressista.

L’unificazione tra le due Coree, allo stato attuale un’ipotesi molto lontana, ma che viene comunque implicitamente chiamata in causa dagli sviluppi in corso, costituisce uno spauracchio sia per il Giappone, perché darebbe vita a un rivale politico ed economico molto rilevante, che, soprattutto, per la Cina, la cui dirigenza teme più di ogni altra cosa ogni sviluppo che alteri lo status quo e sia passibile di destabilizzare anche solo di riflesso i fragili equilibri interni del paese. Inoltre è chiaro che un processo di unificazione a seguito di una pace egemonizzata dagli Usa comporterebbe in ultimo per la Cina l’avere ai propri confini una Corea molto più grande e potente, e molto più vicina a Washington che a Pechino. Potenzialmente un’unificazione sarebbe un evento di portata altamente positiva per l’intera regione, perché metterebbe fine a uno dei capitoli più tristi di oppressione imperialista e violenza della Guerra fredda. Se condotta in modo pacifico, aprirebbe sicuramente nuovi spazi democratici per i coreani sia del Nord che del Sud. Considerata la situazione attuale, tra regime militaristico-repressivo al Nord, sistema capitalista oligarchico in crisi, ma ancora integro al Sud, interessi imperialisti insistenti di Usa e Cina, un processo di unificazione indolore è però difficilmente ipotizzabile. Inoltre, considerata la tragica storia politica delle due Coree e le reciproche enormi differenze economiche, non potrebbe avvenire in modo relativamente fluido come quella tra le due Germanie e sarebbe molto più turbolenta e destabilizzante, motivo per cui l’eventualità di un’unificazione non viene vista di buon occhio da nessun altro paese della regione, e probabilmente anche da settori influenti dell’establishment Usa.

Cina: La Cina è evidentemente in forte difficoltà per l’avvio di un dialogo di pace che la vede relegata in secondo piano. L’improvviso viaggio in incognito di Kim Jong-un a Pechino, dove a fine marzo il leader nord-coreano ha incontrato Xi Jinping, è stato interpretato dagli osservatori più superficiali come una dimostrazione del ruolo di primo piano e irrinunciabile che la Cina svolge nel processo di distensione. In realtà la visita di Kim non ha apportato nulla di nuovo a livello concreto e appare più che altro come un evento di protocollo, una specie di contentino di Kim a Xi per salvarlo dall’imbarazzo per essere stato tenuto completamente fuori dalle trattative. Naturalmente alla Corea del Nord conviene comunque, prima dell’incontro con Trump, trarre forza negoziale dalla dimostrazione di non avere rotto i ponti con Pechino. Ma è la Cina che va al traino di Kim, non il contrario. Ed è la Cina che segue inerte un processo guidato interamente dalle due Coree e dagli Usa fin dai suoi inizi olimpici. A essere decisivi in questo processo, nel bene e nel male, saranno gli incontri tra i due presidenti coreani e quello tra Kim e Trump, se si terrà, non certo quello tra Pechino e Pyongyang. Al massimo, alla Cina sarà riservato un posto di una qualche rilevanza solo a processo concluso, se e quando i tre attori principali saranno giunti a qualche forma d’accordo, in particolare per quanto riguarda la firma di un eventuale trattato di pace che chiuda definitivamente la guerra del 1950-1953. Ma proprio in questi giorni il presidente sud-coreano Moon Jae-in ha detto che un eventuale trattato verrà firmato da Pyongyang, Seul e Washington, senza citare Pechino. Certo, obiettivamente per Xi Jinping un accordo è meglio di un eventuale scontro militare che avrebbe conseguenze disastrose ai suoi confini, quindi non può che avallare gli sviluppi in corso. Ma il rischio di avere ai propri confini una penisola coreana più potente e più vicina agli Stati Uniti costituisce per la Cina uno spauracchio per nulla irrilevante. Se poi nelle due Coree di riflesso dovessero aprirsi processi di democratizzazione (già timidamente in corso al Sud) lo spauracchio sarebbe ancora maggiore per Pechino che, già regime autoritario e antidemocratico, sta operando un’ulteriore svolta reazionaria e, per motivi di stabilità, preferisce evidentemente essere circondata da un contesto altrettanto antidemocratico. Le trattative per una soluzione della crisi coreana coincidono infatti con un inasprimento delle politiche autoritarie in Cina successivamente al congresso del Partito Comunista dell’ottobre scorso. A fine febbraio la dirigenza ha deciso una modifica costituzionale in base alla quale non ci saranno più limiti temporali al mandato di Xi. Nelle scorse settimane sono stati creati nuovi organi del Partito Comunista Cinese che, scavalcando il potere statale, avranno la facoltà di incriminare, arrestare e condannare senza processo i funzionari pubblici, e sono state varate altre misure che consentono al Pcc di prevaricare le già deboli prerogative degli organi statali. Vi è una crescente intensificazione della censura, accompagnata da un patriottismo dai chiari tratti sciovinisti in campo sia culturale, che di politica interna ed estera, e da accenni a un culto della personalità di Xi Jinping. Il regime sta inoltre intensificando l’adesione a un neoconfucianesimo conservatore fortemente patriarcale, che tra le altre cose considera ogni timida mobilitazione femminista un obiettivo in ultimo da colpire, come ha confermato una recente campagna #MeToo dal basso che, sebbene abbia portato al licenziamento di un professore accusato di stupro – ma non alla sua incriminazione – è stata immediatamente messa a tacere dalla censura. Le repressioni nei confronti delle minoranze, in particolare di quella uigura nella provincia dello Xinjiang, stanno assumendo toni orwelliani (l’ultima trovata di Pechino è stata quella di introdurre l’obbligo di fornire il numero della carta d’identità per potere accedere alla metropolitana locale). Questa svolta reazionaria generale non è fine a se stessa, ma è dettata da precisi motivi. Il sistema economico e politico della Cina, nonostante gli ultimi decenni di vertiginosa crescita, rimane estremamente fragile. La bolla finanziaria sta assumendo proporzioni enormi e le autorità si rivelano incapaci di risolverla. Nell’ultimo anno sono riuscite solo a rallentarne di poco il ritmo di crescita, almeno se si vuole credere alle poco affidabili statistiche ufficiali, non certo a invertire la rotta, e questo soprattutto grazie al clima temporaneamente favorevole dell’economia mondiale, a sua volta alimentata da una bolla monetaria. Ogni volta che Pechino riesce a rintuzzare la bolla in un settore, per esempio quello immobiliare nelle grandi città, ne emerge subito un’altra di pari volume in un altro, per esempio nelle città più piccole. E’ stato posto un freno parziale e temporaneo alla bolla degli investimenti, e subito è emersa un’enorme bolla nel credito ai nuclei familiari. Tale scarsa capacità di controllo è dovuta tra le altre cose al fatto che la burocrazia centrale riesce a esercitare un potere molto ridotto sulla miriade di amministrazioni locali (“31 governi provinciali, 334 prefetture, 2.850 contee, 40.000 municipalità e 900.000 amministrazioni informali dei villaggi”, scrive il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto) che sono responsabili dell’89% delle spese statali, spesso in combutta con il capitale privato o delle grandi aziende statali locali che operano in base a criteri capitalistici. La centralizzazione autoritaria voluta da Xi Jinping mira evidentemente a porre rimedio a questi problemi. Non solo però rimane completamente da dimostrare se riuscirà a risolvere questo groviglio politico ed economico, ma anche se dovesse riuscirvi arrestando il gonfiamento della bolla causerebbe necessariamente un ulteriore rallentamento di un’economia che ha già ridotto di quasi la metà la sua crescita media e che non è più in grado di funzionare adeguatamente senza la droga del debito. La continua alta crescita economica e la conseguente prospettiva di un futuro migliore costituiscono il principale collante che consente di non fare esplodere una massa di centinaia di milioni di lavoratori, in particolare i cosiddetti lavoratori rurali migranti, che vivono di stipendi poveri e lavorano in condizioni precarie. La linea che Xi intende seguire rispetto alla classe operaia è stata tracciata con chiarezza a gennaio, quando a Pechino con la scusa della sicurezza è stato smantellato un quartiere di lavoratori migranti, noto tra le altre cose perché ospitava uno dei loro principali centri di autorganizzazione, espellendone l’intera popolazione senza offrirle alternative abitative. La cosiddetta “armonia sociale” che costituisce in ogni sfera politica ed economica una vera e propria ossessione dei burocrati di Pechino è in realtà solo un eufemismo mirato a nascondere la realtà, cioè il loro terrore per una possibile messa in discussione del sistema capitalista che li ha consacrati a classe dominante. Il nervosismo della dirigenza cinese è incrementato dalle pesanti misure protezioniste che Donald Trump ha varato non a caso proprio in coincidenza dell’apertura nei confronti di Pyongyang, una mossa che rende chiaro come l’apertura di un dialogo con la Corea del Nord rientri nell’intenzione generale di Washington di mettere in un angolo Pechino. Non è ancora chiaro al momento se le misure protezioniste verranno effettivamente applicate, e se sì, in quale misura e con quali tempistiche. Vista la situazione interna della Cina che abbiamo riassunto a linee molto somme qui sopra, è però evidente che Pechino si trova in una posizione molto vulnerabile.

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Campagna di AI per le cinque femministe cinesi arrestate nel 2015 perché avevano organizzato una campagna contro le molestie sessuali nella metropolitana

Non è un caso che alla distensione nella penisola coreana abbia fatto da contraltare un preoccupante aumento della tensione intorno a Taiwan. Da quando nell’isola la destra del Guomindang, fedele alleata di Pechino, ha per la prima volta dovuto cedere il potere all’opposizione indipendentista in seguito al “movimento dei girasoli” del 2014 sfociato poi nelle elezioni del gennaio 2016 che hanno portato al potere la presidentessa, comunque moderata, Tsai Ing-wen, l’atteggiamento della Repubblica Popolare Cinese nei confronti di Taipei si è fatto particolarmente minaccioso. Pechino ha sempre considerato Taiwan parte del proprio territorio, una posizione che a livello diplomatico non è mai stata oggetto di particolari sfide dagli anni ’70 del secolo scorso, quando gli Usa hanno riconosciuto la Repubblica Popolare a scapito di Taiwan. Trump sta giocando anche questa pedina, dal momento che ha autorizzato visite ufficiali di funzionari Usa nell’isola, un anatema per Pechino, e sta dando il via libera ad alcune forniture a Taiwan di componenti per sottomarini. Già prima di queste decisioni però la Repubblica Popolare aveva intensificato gli attacchi verbali e le manovre militari contro Taiwan, che in queste settimane non hanno fatto altro che raggiungere il loro culmine. Il Global Times, organo di Pechino, ha accennato esplicitamente a una possibile operazione militare su Taiwan, mentre le manovre della marina e dell’aviazione cinese si sono notevolmente intensificate e fatte più vicine all’isola: i venti di guerra su Taiwan sono molto forti. Se è indubbio che l’amministrazione Usa sta manipolando la situazione per i propri fini imperialisti, l’origine del problema sta nell’aggressività di Pechino contro il legittimo e positivo desiderio della maggioranza dei taiwanesi di sfuggire alla minaccia dell’assimilazione da parte di una Cina autoritaria, patriarcale e sfruttatrice. Lo stesso in linea generale vale per la situazione a Hong Kong, dove tuttavia Pechino dispone di una mano più libera e non a caso sta intensificando le misure repressive per fare fronte agli umori autonomisti e/o indipendentisti. Ma Taiwan nel contesto in corso ha una maggiore rilevanza: una sua annessione per mano militare da parte di Pechino potrebbe avere una funzione analoga a quella che l’annessione della Crimea ha avuto per la Russia di Vladimir Putin, cioè dare un giro di vite alla crisi interna e proiettarla all’esterno facendo leva sull’ondata di nazionalismo sciovinista già ampiamente alimentata negli ultimi anni dal regime di Xi Jinping.

Giappone: Tra tutti i leader della regione, quello che attualmente è messo peggio è sicuramente il premier giapponese Shinzo Abe. All’inizio dell’estate 2017 il suo governo, colpito dagli scandali, rischiava di cadere, ma ha ottenuto un aiuto insperato da… Kim Jong-un. Il lancio di un missile nord-coreano che ha sorvolato il Giappone ha infatti dato ad Abe l’occasione per mostrare il viso duro e riguadagnare rating facendo leva sulle paure della popolazione, per convocare poi elezioni anticipate che a ottobre hanno riconfermato la maggioranza del suo Partito Liberal-Democratico. Oggi gli scandali si sono riaperti con accuse ormai confermate di favoreggiamento che coinvolgono direttamente Abe, da una parte, e di molestie sessuali compiute da un suo viceministro, dall’altra (quest’ultimo caso è un segno di come anche in Giappone l’ondata globale #MeToo stia avendo i suoi effetti). Ma ora non c’è più l’”aiuto” di Kim Jong-un, al contrario, il clima di distensione toglie un’arma importante ad Abe, che tra l’altro è stato tenuto pressoché interamente fuori dalle trattative, nonostante un incontro con Trump. Washington tra l’altro ha dato un altro potente schiaffo diplomatico ed economico ad Abe: ha tolto da un elenco di paesi minacciati di misure protezioniste Usa tutti quelli che ha definito esplicitamente come “stati alleati” (per es. Corea del Sud, Ue, Brasile), ma tra di essi non vi è il Giappone, che implicitamente quindi per il presidente Usa non è uno stato alleato! Come se non bastasse, si tratta di misure protezioniste che rischiano di incidere fortemente sull’economia giapponese. Il processo di pace mina anche uno dei principali progetti di Abe e dell’estrema destra xenofoba e ultranazionalista con cui ha stretti legami: una riforma costituzionale che consenta al Giappone di dotarsi di un esercito a tutti gli effetti, in grado di proiettare il paese militarmente nell’intera regione. La Costituzione imposta dagli Usa nel secondo dopoguerra infatti consente al Giappone di avere solo Forze di Autodifesa, che sebbene si siano evolute diventando nei fatti un esercito, hanno dimensioni, funzioni e mezzi ridotti rispetto a quelle dei paesi vicini. Nel paese l’opposizione a questo progetto è sempre stata forte, ma Abe ha costantemente fatto di tutto per cercare di farlo passare. Tokyo ha un ulteriore problema, quello dell’economia. Nel 2013 il governo Abe ha varato quello che è il programma monetario di quantitative easing più grande della storia mondiale e i cui volumi superano ampiamente  quelli dispiegati dalla Fed americana e dalla Bce. Nonostante questo colossale programma l’inflazione rimane estremamente bassa, le esportazioni non sono mai decollate e l’economia nell’ultimo quinquennio è cresciuta a un ritmo medio di circa l’1% che è praticamente analogo a quello immediatamente precedente l’avvio del programma e si discosta solo di poco da quello della “grande stagnazione” che a partire dallo scoppio della bolla nel 1989 ha colpito il paese, un tempo come la Cina ad altissima crescita.  Il debito statale è gigantesco e, al 250% del Pil, ha raggiunto livelli da fare impallidire a confronto l’Italia e la Grecia. In Giappone inoltre c’è un forte aumento delle disuguaglianze sociali, il reddito reale dei lavoratori dipendenti è in costante calo e il precariato, come abbiamo già accennato, sta crescendo esponenzialmente fino a quasi toccare il 40% della forza lavoro. Un segno dell’insoddisfazione della popolazione è dato dal fatto che in un paese nel quale da lunghi decenni le mobilitazioni sono un evento molto raro, un paio di settimane fa decine di migliaia di persone sono inaspettatamente scese in piazza per protestare contro le politiche di Abe, adottando modalità simili a quelle delle proteste che in Corea del Sud hanno portato alla caduta di Park Gyeun-he.

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Protesta in Giappone contro il premier Shinzo Abe

Infine, un paio di parole su Russia e Usa. La Russia che, lo ricordiamo, confina direttamente con la Corea del Nord, ha cercato più volte di fare da mediatore durante i mesi della crisi tra Pyongyang e Washington nel 2017, senza riuscire però ad avere alcun ruolo. Il fatto che anche nelle trattative in corso non abbia quasi voce in capitolo è un’ulteriore testimonianza di quanto poco Mosca conti in questa regione fondamentale del capitalismo globale, nonostante la sua diretta presenza geografica. Per gli Usa di Trump l’ottenimento di qualche risultato concreto nelle trattative sarebbe sicuramente un grande successo, che potrebbe aiutare il presidente a fare fronte agli innumerevoli problemi interni e gli darebbe una spinta per le ormai imminenti elezioni di metà mandato. E’ chiaro che gli Usa stanno perseguendo nella regione i propri interessi imperialisti, ivi compreso quello di proiettarsi ancora di più contro la Cina cercando di fare di Kim Jong-un un amico e minacciando misure protezionistiche. Tuttavia, il fatto che ora, al contrario del folle innalzamento della tensione nel 2017, lo stia facendo aprendo un dialogo a tutto campo non può essere che accolto con favore, e non solo perché si allontana così il rischio di una guerra che avrebbe riflessi catastrofici a livello globale sotto tutti i punti di vista, sia umani che sociali, politici ed economici. Un accordo di pace infatti sarebbe, per i motivi illustrati sopra, di forte ostacolo a un gigante del capitalismo mondiale come la Cina, al suo prestigio imperialista, alle sue politiche sempre più autoritarie e reazionarie. Toglierebbe inoltre terreno alla destra reazionaria di Shinzo Abe in quella che rimane la terza potenza economica mondiale. Aprirebbe infine nuove prospettive di emancipazione per l’intero popolo coreano in termini sia di democrazia che di sviluppo sociale, non ultimo consentendo di cominciare a pensare a un’unificazione delle due Coree e alla chiusura di questo capitolo irrisolto della Guerra fredda. E aprendo tali prospettive, conferirebbe maggiore autorità e legittimità alle mobilitazioni democratiche di massa del 2017 in Corea del Sud, uno dei capitoli più recenti dell’onda lunga inauguratasi con le “primavere arabe” del 2011. Nel momento in cui scriviamo l’ottimismo per gli esiti del dialogo in corso è forte, ma come abbiamo già osservato, le problematiche concrete da risolvere sono particolarmente complesse ed è difficile prevederne gli esiti. Quello che è sicuro è che un fallimento dei negoziati sui quali sia le due Coree che gli Usa stanno puntando così tanto renderebbe il rischio di una guerra, ivi compreso quello di una guerra nucleare, ancora più alto di quanto già non lo sia stato in un 2017 di fuoco.

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