ASIA / Corea del Sud: una mobilitazione di popolo dalle radici profonde

A partire da fine ottobre la Corea del Sud è stata teatro di enormi manifestazioni di piazza che hanno causato una profonda crisi politica nel paese, sfociata nell’impeachment della presidente Park Geun-hye. Si tratta di una mobilitazione che da un lato ha radici prettamente locali e dall’altro costituisce un proseguimento dell’ondata globale iniziata nel 2011 con le primavere arabe. Questo articolo ne ricostruisce lo sviluppo, analizzandone allo stesso tempo le radici storiche e il contesto internazionale.

La prima ondata di manifestazioni

Nel mese di ottobre 2016 alcune inchieste hanno portato alla luce come la presidente Park Geun-hye, in carica dal 2013, avesse delegato la gestione di aspetti importanti della politica nazionale a Choi Soon-sil, un’oscura “sciamana” (in realtà si tratterebbe solo della figlia di un noto sciamano), che agiva dietro le quinte senza alcun mandato formale esercitando una forte influenza sulla presidente. Ben presto è emerso anche che Choi, subito denominata da giornali e tv “la Rasputin coreana”, gestiva attraverso la sua ricca fondazione i flussi di denaro che dai grandi gruppi industriali nazionali, i chaebol descritti più sotto nei dettagli, venivano incanalati verso la presidenza per ottenerne favori. Questo scandalo dai succosi toni melodrammatici è stato immediatamente amplificato dai media, con l’accumularsi di altri particolari che hanno ulteriormente alimentato il risentimento dei coreani. Per esempio, è emerso che Park e il suo entourage avevano messo a punto una lista nera di intellettuali da boicottare e che alcuni anni fa, durante le drammatiche ore in cui un traghetto naufragava causando la morte di 300 persone, per la maggior parte giovani studenti, la presidente, che avrebbe dovuto supervisionare le operazioni di salvataggio poi fallite, è stata per ore irraggiungibile perché le stavano facendo la messa in piega. Il quadro complessivo che è emerso da queste rivelazioni è quello di un potere oligarchico profondamente corrotto, inetto e alienato dalla realtà. Park Geun-hye, arrivata alla presidenza con il sostegno del suo partito di destra Saenuri, non è una figura qualunque nella storia coreana: è la figlia del dittatore di estrema destra Park Chung-hee, salito al potere nel 1961 con un golpe militare e che ha governato il paese con repressioni di enorme portata fino al suo assassinio nel 1979. Nel periodo dal 1974 al 1979 Park Geun-hye, allora poco più che ventenne, aveva svolto il ruolo pubblico di first-lady di fatto, dopo che la madre era stata uccisa in un attentato. La sua salita al potere nel 2013 è stato il segno più evidente di come la dittatura parafascista non sia mai morta e sia ancora viva in Corea in una forma che ricorda quella degli zombie di molti film.

Park

Park Gyeun-he

Le prime manifestazioni per chiedere le dimissioni di Park sono iniziate a fine ottobre. Indette per ogni sabato nella capitale Seul da una serie molto variegata di piccole Ong della società civile hanno raccolto inizialmente alcune migliaia di persone, esplodendo però molto presto fino a centinaia di migliaia e superando a più riprese il milione di partecipanti a partire da fine novembre, periodo in cui si sono espanse anche ad altre città del paese. Le proteste sono sempre state pacifiche e anche quando hanno raggiunto dimensioni enormi, arrivando quasi a contatto con i muri di cinta del palazzo presidenziale, non vi è stato alcun tentativo di assalto al palazzo o di innalzare il livello dello scontro. La polizia, schierata in gran numero, si è astenuta da ogni provocazione. Nel frattempo l’indice di approvazione della presidente è sceso a un minimo del 4% (e appena l’1% tra i giovani), un record negativo mondiale. I partiti politici, sia di governo che di opposizione, hanno temporeggiato per l’intero mese di novembre, colti del tutto impreparati da questa oceanica mobilitazione di popolo. Park ha costantemente rifiutato ogni proposta di farsi da parte, ma di fronte alla rivolta di massa le forze parlamentari non hanno più potuto rimanere inattive: il 9 dicembre, con il sostegno all’ultimo momento anche di una parte del partito di governo Saenuri, il parlamento ha approvato una procedura di impeachment della presidente, fissando come termine massimo per il verdetto finale la primavera 2017. Nonostante la decisione del parlamento le  manifestazioni sono proseguite con l’obiettivo massimo di ottenere le dimissioni immediate e l’arresto di Park e quello minimo di evitare che il processo di impeachment subisse una reversione. Centinaia di migliaia di persone hanno continuato a scendere in piazza a Seul, con una nuova punta di un milione alla vigilia di Natale, ma la partecipazione è progressivamente diminuita durante le feste per ridursi poi al lumicino nella prima metà di gennaio.

Il profilo dei partecipanti

La folla scesa in piazza è sempre stata molto composita: particolarmente numerosi e visibili i giovani e i giovanissimi, ma vi è stata una forte presenza anche di anziani, famiglie con bambini, persone dall’aspetto dimesso e apparentemente più abbienti, uomini e donne in ugual misura ecc. Il luogo di concentrazione finale dei cortei è stato il vasto viale antistante il palazzo presidenziale, dove sul palco si è svolto ogni sera un lungo e variegato happening, con gruppi rock, spettacoli folk, musica pop commerciale e cantanti dell’epoca delle proteste antidittatura degli anni ’80, ai quali si alternavano oratori delle varie Ong, liceali che leggevano comunicati, “gente comune” che portava la propria testimonianza personale e così via. Nessun partito politico ha dato il proprio sostegno ufficiale alle mobilitazioni o vi ha preso parte, e l’opposizione parlamentare si è limitata a esprimere una vaga simpatia per i manifestanti. Il mondo politico della Corea del Sud è complesso, nel corso degli anni i principali partiti hanno cambiato più volte nome, si sono divisi, fusi e poi di nuovo divisi e così via. Nella sostanza, dalla metà degli anni ’90 a oggi vi è stata però un’alternanza tra la destra (il partito Saenuri) e i liberaldemocratici del Partito Democratico. L’unico partito di sinistra presente in parlamento è stato sciolto alcuni anni fa d’autorità con false accuse di collaborazione con la Corea del Nord. Esistono piccole formazioni di estrema sinistra, ma sono di entità minima e agiscono in semiclandestinità a causa delle leggi anticomuniste ancora in vigore. A fine novembre, quando le proteste di piazza raggiungevano il loro culmine, vi è stata la proclamazione di uno sciopero generale da parte della Korean Confederation of Trade Unions (KCTU), un sindacato di massa indipendente, progressista e spesso (ma non sempre) tenacemente combattivo, erede delle mobilitazioni antidittatura degli anni ’80. In altri momenti il livello di partecipazione allo sciopero, pari a 200.000 lavoratori, e il corteo di circa ventimila di essi a Seul nel giorno per il quale era stato indetto sarebbe forse stato considerato un successo (va però precisato che negli anni recenti la KCTU era riuscita a portare in piazza fino a 150.000 lavoratori), ma visto il contesto di ebollizione sociale senza precedenti l’iniziativa sindacale va considerata un fallimento, e non a caso non ha avuto seguito. La KCTU ha sostenuto fin dall’inizio, ma solo verbalmente, le manifestazioni contro la presidente, senza prendervi parte, anche se sicuramente molti suoi aderenti vi hanno partecipato a titolo personale. Sempre a fine novembre erano cominciate occupazioni e scioperi in svariate università a sostegno delle mobilitazioni anti-Park, ma sono rapidamente finiti nel nulla. Le manifestazioni di ottobre-dicembre sono quindi rimaste dall’inizio alla fine eventi spontanei, scarsamente coordinati e quindi privi della capacità di formulare rivendicazioni che andasserò al di là della richiesta di dimmissioni di Park. In realtà, dai reportage dei media e dalle prime inchieste sociologiche realizzate al volo è subito emerso che i motivi che spingevano la gente a scendere in strada erano molto più ampi: dall’insoddisfazione per il precariato e il peggioramento delle condizioni economiche, fino al risentimento nei confronti dei grandi gruppi industriali e l’insoddisfazione per la cultura politica reazionaria e oppressiva del potere (ivi compreso nei confronti delle donne, nonostante Park Geun-hye sia stata la prima donna presidente della storia coreana).

Protesters hold candles during an anti-government rally in central Seoul

Manifestazione a Seul, inverno 2016

La ripresa delle proteste di piazza e il verdetto di impeachment

A fine gennaio e inizio febbraio Park e il suo entourage hanno cercato con ogni mezzo di inficiare la procedura di impeachment, riuscendo a porre alcune importanti ipoteche burocratiche sui suoi esiti. La procura, che nell’ambito delle indagini sul sistema corruttivo che aveva al suo centro la presidenza della repubblica aveva richiesto l’emissione di un mandato di arresto contro il capo di fatto della Samsung, il maggiore gruppo industriale del paese e uno dei più noti nel mondo, se lo è vista rifiutare. Quest’ultimo sviluppo, in particolare, ha fatto temere a molti che si stesse andando verso un verdetto contrario all’impeachment. Contemporaneamente, le piccole e insignificanti manifestazioni di 1.000-2.000 persone, probabilmente prezzolate, che si erano svolte a sostegno di Park in novembre sono riprese con il sostegno dell’estrema destra raggiungendo alcune decine di migliaia di partecipanti e adottando un linguaggio revanscista particolarmente violento. Fortunatamente i coreani democratici hanno reagito in tempi brevi tornando a manifestare in massa e nell’ultimo fine settimana di febbraio si è raggiunto di nuovo il milione di persone in piazza a Seul. Contemporaneamente, una seconda richiesta di emissione di un mandato di arresto per il vicepresidente della Samsung (che in realtà è di fatto il capo del gruppo) è stata approvata e il manager-padrone è finito dietro le sbarre, un fatto clamoroso e senza precedenti per la borghesia della Corea del Sud. Oggi infine i giudici hanno approvato l’impeachement, Park Gyeun-he è stata sollevata dal proprio incarico e verrà processata come un normale cittadino, con la forte probabilità di finire in carcere per lungo tempo. La notizia è stata accolta con rabbia dai sostenitori di Park scesi in piazza in attesa del verdetto e ci sono stati scontri con la polizia, con due manifestanti morti, un sintomo del forte clima di tensione, che probabilmente perdurerà anche nei mesi a venire. Ora si dovranno tenere elezioni presidenziali straordinarie entro due mesi. Con ogni probabilità il voto verrà vinto dall’opposizione liberaldemocratica, una soluzione più che tollerabile per i cosiddetti poteri forti, il cui obiettivo principale è l’esaurirsi della forza propulsiva delle mobilitazioni popolari. La portata di massa delle manifestazioni e il livello di rabbia diffusa, specialmente tra i giovani (l’unico precedente analogo all’attuale mobilitazione in termini di partecipazione e durata è quello del movimento di popolo del 1987 che ha segnalato l’inizo della fine della dittatura), non garantiscono però affatto una sostenibilità nel tempo di una tale soluzione politica. Sulla spinta delle manifestazioni, svariati candidati hanno già avviato una campagna elettorale di fatto che li vede costretti ad andare incontro agli umori della piazza, per esempio promettendo di rivedere i piani di installazione di uno “scudo antimissile” Usa, la ripresa di un dialogo con la Corea del Nord, lo smembramento dei grandi gruppi industriali, o quantomeno la limitazione del loro strapotere.

Il retroterra storico

La storia moderna della Corea in generale, e della Corea del Sud nello specifico, è un concentrato di traumi storici, attivismo sociale, colonialismo subito, violenza poliziesco-militare e oppressione economica che ha pochi analoghi nei paesi dell’attuale capitalismo avanzato. Per comprendere a fondo quello che vi sta accadendo oggi è necessario analizzare il quadro storico ed economico più generale.

La Corea del Sud ha 51 milioni di abitanti (altri 24 milioni vivono nella Corea del Nord e circa 1,8 milioni in Cina, concentrati principalmente nella prefettura autonoma d Yanbian) e uno dei tassi di natalità più bassi tra i paesi industrializzati. E’ l’undicesima potenza economica mondiale e tra i paesi a capitalismo avanzato è quello la cui economia più dipende dalle esportazioni, superando in questo perfino un paese estremamente sbilanciato verso l’export come la Germania. A inizio secolo, nel 1910, la penisola è stata annessa dal Giappone, il cui regime coloniale ha raggiunto punte di violenza e razzismo particolarmente violente e traumatiche con l’ascesa del fascismo a Tokyo negli anni ’30. Nel 1945 l’occupazione coloniale giapponese è stata sostituita a nord da quella sovietica e a sud da quella statunitense e nel 1948 la penisola è stata divisa ufficialmente nei due stati ancora oggi esistenti. Nel 1950 è scoppiata la Guerra di Corea, durata fino al 1953: rimasta impressa nella memoria collettiva mondiale meno di quella del Vietnam, è stata una guerra più breve e tuttavia altrettanto devastante. Due milioni di coreani sono morti, centinaia di migliaia rimasti invalidi, innumerevoli famiglie sono rimaste divise tra i due stati e i centri urbani sono stati praticamente rasi tutti al suolo. La penisola inoltre è scampata per un soffio alla distruzione nucleare, visto che gli Usa avevano seriamente preso in considerazione l’uso della bomba atomica. Dopo la guerra, a Nord si è consolidato un regime stalinista oppressivo e spietato, sotto la guida via via sempre più paranoica della “dinastia comunista” dei Kim, ancora oggi al potere. A Sud si è instaurato un regime di estrema destra anch’esso spietato e stragista, al quale nel 1961, dopo una breve “primavera democratica” di un anno, è seguita la dittatura militare di Park Chung-hee, padre dell’attuale presidente oggi oggetto di impeachment, che ha proseguito e intensificato le misure repressive, in particolare con un uso massiccio della tortura. Sotto il regime di Park la Corea del Sud ha inoltre svolto un importante ruolo militare nella guerra in Vietnam, a sostegno degli Usa. Park è stato assassinato nell’ambito di un’oscura congiura di palazzo nel 1979 e, passato un breve intervallo di liberalizzazione durato meno di un anno, gli è succeduto con un altro golpe militare Chun Doo-hwan, che ha proseguito le politiche repressive e di tortura, rendendosi colpevole tra le altre cose del massacro di 500 persone che erano insorte nella città di Gwangju nel 1980, anno in cui il paese è stato teatro di altre grandi mobilitazioni antidittatura. Nel 1987 Chun, in vista anche di un evento di primaria importanza per il prestigio internazionale della Corea del Sud di allora come le Olimpiadi del 1988, ha avviato un allentamento della morsa repressiva con la decisione di consentire “libere” (in realtà, del tutto pilotate) elezioni presidenziali. Ciò ha creato lo spazio per l’aperta esplosione di un movimento sociale di massa clandestinamente in che era in evoluzione già da oltre un decennio e che è riuscito a creare nel paese uno stato quasi insurrezionale, ma i cui obiettivi rivoluzionari non sono tuttavia stati conseguiti. La destra di regime ha vinto come previsto le elezioni e fino al 1997 vi è stata un’epoca di regime reazionario più o meno “soft” rispetto al passato, alla quale hanno fatto da contraltare altre mobilitazioni popolari, epoca chiusasi con l’elezione a presidente nel 1998 del liberale-progressista ed ex prigioniero politico Kim Dae-jung. Alla sua presidenza ha fatto seguito quella del collega liberale Roh Moo-yun, seguita da un ritorno della destra al potere con Lee Myung-bak nel 2008, al quale nel 2013 è succeduta Park Geun-hye.

Un ritmo di sviluppo economico senza pari nel mondo

Questo riassunto sommario degli sviluppi politici del dopoguerra non sarebbe completo senza una parallela descrizione degli sviluppi economici. Dopo una difficile e stentata ripresa dalle distruzioni della guerra del 1950-1953, il dittatore Park Chung-hee ha avviato un radicale programma di sviluppo industriale incentrato sulla collaborazione tra lo stato e i chaebol, un’oligarchia di grandi gruppi industriali a conduzione familiare (ancora oggi mantengono questa caratteristica) formatisi sotto la sua presidenza e lautamente incentivati dalle finanze statali. Si tratta di gruppi ancora oggi noti in tutto il mondo con marchi come Samsung, Hyundai o LG. L’intensità del ritmo di sviluppo industriale della Corea del Sud a partire dagli anni ’60 non ha pari nella storia mondiale moderna: in soli venticinque anni il paese ha percorso la strada da economia agricola sottosviluppata a potenza industriale di portata globale, strada che altri paesi, per esempio in Europa, hanno impiegato almeno un secolo per percorrere. Questo ritmo rapidissimo, unitamente alla rigida gerarchia dei chaebol su cui era imperniato, al violento autoritarismo del regime e all’imposizione da parte della borghesia di modelli sociali “confuciani” repressivi, hanno fatto della Corea del Sud di quel periodo un universo se non concentrazionario, prossimo a tale condizione. Negli anni ’70 per tutti gli operai, e negli anni ’80 ancora per una grande fetta di loro, era normale lavorare 12 ore al giorno per sei o sette giorni alla settimana, con turni a volte fino a 24 ore in caso di necessità, a fronte di paghe che consentivano semplicemente di sopravvivere e nulla più. Come se non bastasse, i lavoratori erano sistematicamente oggetto di violenze arbitrarie, di umiliazioni fisiche e psicologiche di ogni tipo e venivano socialmente bollati come esseri di natura inferiore. Si tratta, per fare un esempio, di condizioni analoghe a quelle imposte dai nazisti ai prigionieri di guerra nei rispettivi campi di concentramento. Oggi le cose sono cambiate, ma permangono modelli di lavoro che ne sono eredi, con ritmi di lavoro e straordinari massacranti, anche e soprattutto nel terziario, e un’umiliante sottomissione forzata dei dipendenti ai loro padroni. Il processo di industrializzazione degli anni ’60-80 ha comportato anche un enorme esodo dalle zone rurali ai centri urbani (oggi l’area metropolitana di Seul ha quasi 25 milioni di abitanti) e il conseguente improvviso sradicamento di enormi masse di popolazione. Il peso di questi processi ha colpito le donne ancora più degli uomini: da una parte sono state, specie nella prima fase dell’industrializzazione e fino alla fine degli anni ’70, la colonna portante dell’industria leggera a basso costo, quella in cui le condizioni erano le peggiori in assoluto, dall’altra molto spesso le giovani ragazze venivano mandate dalla famiglia a lavorare in fabbrica per pagare gli studi dei fratelli maschi.

80s

Manifestazione degli anni ’80

Il passato di grandi mobilitazioni e il presente di precarietà

Nonostante le conseguenze della devastante guerra, la dittatura con la sua violenza sistematica e le tremende condizioni di lavoro, i coreani del sud hanno dato prova per tre decenni di una straordinaria capacità di lotta. Il primo movimento di massa del dopoguerra è stato quello della “rivoluzione d’aprile” del 1960, che grazie alle massicce mobilitazioni di studenti e lavoratori è riuscito ad abbattere il regime autoritario di Rhee Syng-man, sebbene poi il colpo di stato del 1961 abbia chiuso molto presto questa breve “primavera”. Negli anni settanta sono state in prima file le lavoratrici del tessile, con un movimento di lotte sindacali autorganizzate di vaste dimensioni, supportato da studentesse e studenti militanti di sinistra che si facevano assumere sotto mentite spoglie come operai nelle fabbriche per condurvi attività di propaganda politica. Un ruolo organizzativo fondamentale lo hanno svolto in quegli anni anche i preti e i fedeli di religione cristiana che si ispiravano alla teologia della liberazione latinoamericana (in Corea del Sud circa il 27% della popolazione è di fede cristiana). Negli anni ’80 si sono intensificate le lotte studentesche e quelle dei lavoratori (questa volta in massima misura maschi) delle industrie pesanti allora in ascesa. A loro si sono presto aggiunti gli agricoltori e gli intellettuali nonché, nell’ultima fase, la piccola borghesia, dando luogo a un movimento di popolo di enorme portata, ispirato in modo molto libero alle idee socialiste e marxiste e denominato minjung, cioè “popolo”. Il movimento ha coinvolto ogni sfera della vita sociale, ivi compresa quella culturale con un fiorire della letteratura e del cinema militante, e aveva tra le sue caratteristiche anche quella di un forte nazionalismo antiautoritario e progressista. Nel 1987 il minjung è riuscito a dare una spallata decisiva al regime, anche se una democratizzazione più ampia (di stampo però liberale) è arrivata solo dieci anni dopo con l’elezione di Kim Dae-jung a presidente nel 1998. Kim avrebbe forse potuto essere il catalizzatore di una politica maggiormente progressista, ma la sua elezione è arrivata a ridosso della crisi economica asiatica del 1997 che ha colpito durissimamente la Corea del Sud, costretta a chiedere un aiuto al Fondo Monetario Internazionale e ad accettarne quindi il diktat. Molti coreani hanno perso nel giro di pochi giorni i risparmi di un’intera vita e vi è stata un’esplosione della disoccupazione, seguita negli anni successivi dalla diffusione del precariato e dei lavori miseramente retribuiti, nonché da tagli della spesa sociale. Si è trattato di un altro evento traumatico, a livello non solo materiale, ma anche psicologico, per una Corea del Sud che nel 1997 è passata all’improvviso dal ruolo di “tigre economica” in perenne forte ascesa a quello di elemosinante. Negli anni della grande bolla, fino al 2007, c’è stata una ripresa del Pil, ma il paese è stato di nuovo colpito duramente dalla crisi globale del 2008. Oggi un terzo dei lavoratori guadagna meno di 5,8 dollari all’ora e tra i paesi Ocse la Corea del Sud è quella che spende meno in previdenza sociale e assistenza medica, circa la metà della media. La società civile è ancora viva, i sindacati indipendenti si mobilitano spesso, ma negli ultimi due decenni la sfera dell’attivismo sociale è risultata frammentata ed episodica.

Il contesto economico e internazionale delle attuali mobilitazioni

Le ultime mobilitazioni sono eplose in un momento particolarmente delicato per la Corea del Sud. La crescita economica è da tempo in frenata ed è pari a poco più del 2%, con previsioni di un ulteriore calo. Proprio poco prima dell’esplosione delle proteste il paese è stato colpito da due eventi che ne hanno minato il prestigio internazionale e hanno avuto pesanti ricadute economiche. Il primo è quello del malfunzionamento delle batterie dei nuovi telefoni Samsung, che ha causato danni per miliardi di dollari. Il secondo è quello del fallimento della Hanjin, un colosso mondiale dei trasporti marittimi e una delle più importanti aziende del paese. La presidente Park Gyeun-he poco prima di finire nei guai aveva cercato di fare fronte agli insuccessi registrati durante il suo mandato con le repressioni e le politiche ultraconservatrici. Ne sono un esempio da una parte la condanna nel luglio scorso a 5 anni di carcere di Han Sang-gyun, presidente del già menzionato sindacato indipendente KCTU, che ha 600.000 iscritti (Han era accusato di incitazione alla violenza durante una manifestazione in cui l’unica violenza era venuta dalla polizia, che aveva caricato un corteo uccidendo un manifestante), dall’altra la riscrittura dei testi scolastici di storia in senso reazionario.

Rock e missili in un concerto della girl band nord-coreana Moranbong

Il contesto internazionale della crisi in atto in Corea del Sud è estramente instabile e teso. Le mobilitazioni hanno raggiunto il loro culmine nel momento in cui la potenza semicoloniale di riferimento, gli Usa, erano in transizione dalla presidenza Obama a quella Trump. L’insediamento di Trump ha reso ancora più confusa la situazione. Il neoeletto presidente Usa durante la campagna elettorale aveva annunciato che la Corea del Sud avrebbe dovuto prendersi carico di una maggiore fetta delle spese per le forze Usa che stazionano nel paese (in realtà Seul copre già larga parte dei costi), ma sembra poi avere fatto marcia indietro. Trump inoltre non aveva escluso la possibilità di effettuare un attacco preventivo contro la Corea del Nord per fermarne il programma di sviluppo nucleare, un’ipotesi paventata anche da Hillary Clinton durante la campagna presidenziale. Infine, vi è la spinosa questione dello “scudo antimissile” THAAD, teoricamente mirato esclusivamente a difendere il paese dall’escalation nucleare della Corea del Nord, ma la cui portata coprirebbe in realtà anche vaste aree della Cina, che si è sempre opposta duramente alla sua installazione. La decisione di accettarne il dispiegamento era stata presa da Park Gyeun-he nel luglio scorso, senza alcun dibattito nel paese. Nei giorni scorsi, giusto alla vigilia del suo impeachment, gli Usa hanno inaspettatamente avviato in anticipo l’installazione della prima batteria di missili, che era invece pianificata per fine 2017. Si tratta di una pesante ingerenza, visto l’attuale vuoto politico nella Corea del Sud, tanto più che l’accelerazione dei tempi è chiaramente mirata a creare una situazione di fatto che impedisca al futuro presidente di rimettere in discussione il dispiegamento del THAAD, ampiamente impopolare nel paese. Pechino ha reagito con durezza e ha già varato le prime sanzioni economiche contro Seul, proprio mentre l’amministrazione Trump ha annunciato una revisione del trattato di libero scambio con la Corea del Sud, così come ha fatto per il Nafta con il Messico. La posizione della Corea del Sud, che come abbiamo già ricordato è l’economia avanzata più dipendente dalle esportazioni (i principali partner commerciali sono Usa, Cina e Germania) è da questo punto di vista estremamente fragile. A complicare ulteriormente il quadro vi è la politica della Corea del Nord di puntare tutto sullo sviluppo degli armamenti nucleari. La Corea divisa in due non ha mai potuto liberarsi dal contesto di Guerra fredda e oggi è al centro della corsa all’innalzamento delle tensioni militari che sta investendo l’Estremo oriente. Purtroppo va riscontrato che tutti gli stati in gioco potrebbero trovare conveniente un’escalation militare: innanzitutto gli Usa, perché sarebbe un modo per attaccare indirettamente la Cina e l’occasione per Trump di dimostrare una capacità di azione che finora gli è mancata, e anche la Corea del Nord, per la quale l’accelerazione militare è da lungo tempo il maggiore collante per tenere insieme il suo regime. In Corea del Sud è evidente che l’escalation militare consentirebbe a poteri forti come i chaebol, i servizi segreti e i militari di mettere a tacere l’ebollizione sociale nel paese. Per la Cina potrebbe essere la soluzione ideale per spostare l’attenzione dagli irrisolvibili problemi economici interni verso l’esterno, sfruttando un clima di diffuso nazionalismo alimentato ad arte da anni dalla dirigenza di Xi Jinping. Anche per il Giappone potrebbe essere l’occasione per sviare l’attenzione dagli insuccessi economici del premier Shinzo Abe e dalla stagnazione economica che dura da quasi tre decenni, ma soprattutto per aprire la strada alla creazione di un vero e proprio esercito e proiettarsi militarmente all’esterno.

Le analogie con le altre mobilitazioni post-2011

Le manifestazioni iniziate in Corea del Sud nello scorso ottobre si iscrivono a pieno titolo nell’ondata di mobilitazioni che dal 2011 si è diffusa in tutto il mondo. Pur con le loro fondamentali specificità nazionali descritte sopra, le proteste di massa di Seul e delle altre città coreane hanno molti elementi in comune con quelle svoltesi in tutto il mondo negli ultimi sei anni: grandi numeri, composizione sociale eterogenea, assenza di forme di organizzazione stabili e incisive, obiettivi espliciti limitati alla caduta di un leader/un’oligarchia e a una democratizzazione politica dalle coordinate molto vaghe. Come altrove, la leadership che occupa le poltrone del potere politico sembra sciogliersi in tempi molto rapidi, ma il sistema nel suo complesso appare capace di riciclarsi, almeno per il momento, togliendo di scena il leader corrotto e sforzandosi di salvaguardare le coordinate essenziali del potere esistente.

Anche la borghesia coreana, in termini sia di rappresentanti politici sia delle famiglie capitaliste dei chaebol, si inserisce bene nell’attuale contesto internazionale. Lo scandalo della “Rasputin coreana” è indice di una degenerazione sempre più profonda della borghesia alla quale si assiste anche altrove, a partire dagli Stati Uniti di Donald Trump fino alla campagna elettorale in Francia, al fallimento di David Cameron e alla Brexit, o alla bastonata spavalderia referendaria di Matteo Renzi. Senza dimenticare poi le borghesie apparentemente stabili, ma che non lo sono affatto, come quella della Cina di Xi Jiping che per motivi obiettivi non riesce a trovare una via di uscita dal vicolo cieco della bolla finanziaria e della frenata della crescita, del Giappone di Shinzo Abe in perenne stagnazione e in degrado economico nonostante gli enormi stimoli monetari, e della Russia di Vladimir Putin, che cerca di nascondere sotto il tappeto un’economia interna ormai al limite della capacità di riprodursi con la proiezione militare esterna e l’ideologia reazionaria. Anche le fragilità di un colosso come la coreana Samsung ricordano da vicino quelle evidenziate recentemente da altre multinazionali, come la Volkswagen con lo scandalo dei motori truccati o la Deutsche Bank e la sua pancia strapiena di finanza a rischio.

Quello che in Corea del Sud, sempre come altrove, sembra attualmente mancare è un “punto di attrito diretto” tra gli elementi di forza delle mobilitazioni e i fenomeni disgregativi nell’ambito della borghesia che generi una scintilla in grado di scatenare un salto di qualità nelle lotte. La storia però ha spesso tempi lunghi, oppure accelerazioni improvvise e impreviste: quello che è sicuro è che l’esperienza di massa di una mobilitazione come quella coreana crea comunque una prima base imprescindibile per futuri cambiamenti radicali.

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