TEMI GLOBALI / L’eterno ritorno della crisi mondiale (Parte 2)

di Andrea Ferrario

Nonostante i tentativi di esorcizzarlo con enormi iniezioni di liquidità lo spettro della crisi mondiale continua a riemergere. In questa seconda parte del nostro panorama della situazione dell’economia a inizio 2016 affrontiamo il crollo dell’economia russa, le economie che apparentemente “vanno bene” (Usa, Germania, Spagna) e la stagnazione drogata dell’Ue.

[LEGGI LA PRIMA PARTE su caos mondiale, Cina, Giappone e Paesi emergenti]

La Russia nel baratro

In termini di dimensioni della sua economia la Russia ha un ruolo molto meno rilevante rispetto a quello delle maggiori potenze economiche come gli Usa, la Cina, l’Ue e il Giappone. Il suo Pil totale, per farsi un’idea, è di poco inferiore a quello italiano, è meno della metà di quello giapponese ed è otto-nove volte inferiore a quello degli Usa. La sua industria e le sue banche non hanno alcuna rilevanza al di fuori del suo “cortile di casa”, cioè i paesi dell’ex Urss e dell’ex Patto di Varsavia. Tuttavia altri fattori ne fanno un paese dal quale non si può prescindere in un’analisi della situazione mondiale. La Russia infatti è il numero due mondiale in altri importanti campi. E’ la seconda potenza militare (ivi compreso nucleare) del mondo, è il secondo venditore di armi del mondo e il secondo produttore di petrolio e gas del mondo (nonché il primo di molte altre materie prime). E’ anche il primo paese per estensione geografica, con un’area che va dall’Europa fino all’Estremo Oriente. E’ dalla metà del 2013 che il paese ha dato segni di un profondo logoramento del modello economico adottato da Putin. La strategia scelta dal Cremlino è stata quella della proiezione militare esterna, a partire dall’annessione della Crimea nel 2014, come strumento per una consolidazione politica interna mirata a raccogliere intorno a sé sia la popolazione sia le diverse fazioni oligarchiche. Allo stesso tempo, Putin punta a un’ancora maggiore integrazione del suo paese nel sistema capitalistico mondiale utilizzando l’unica arma efficiente di cui dispone: la possibilità di alzare la posta a livello militare (ivi compreso con minacce velate di utilizzare il nucleare, come avvenuto di recente in Siria), tenendo sempre aperta la porta della diplomazia (dagli accordi di Minsk dopo la vittoria militare nell’Ucraina orientale fino alle attuali manovre diplomatiche in Siria). Questa strategia ha finora conseguito un apparente pieno successo. A livello interno la popolarità del regime non è mai stata così alta, nonostante la grave crisi economica, mentre si sono per il momento sanate le fratture tra le diverse lobby tra le quali Putin media, quella “liberal” e quella del complesso militare-industriale, tanto che si parla di un ritorno ai vertici di Aleksey Kudrin, l’ex ministro delle finanze fautore di politiche monetariste, ritenuto un “filoccidentale” e per questo licenziato qualche anno fa. Grazie ai bombardamenti in Siria a sostegno di Assad, da una parte, e al conseguente ruolo di partner indispensabile per l’Occidente in Medio Oriente, dall’altra, Putin è riuscito contemporaneamente a fare leva sia sugli appettiti del complesso militare-industriale sia su quello dei “liberal” favorevoli a un riavvicinamento all’Occidente. A livello internazionale ha incontrato porte aperte sia presso l’amministrazione Usa, sia presso i vertici europei e molti paesi mediorientali. Come abbiamo sempre sostenuto in “Crisi Globale”, non c’è mai stata una Nuova Guerra Fredda tra Russia e Occidente, ma solo una serie di “divergenze parallele” che a volte genera forti frizioni. In realtà però, dopo quella che sembrava ormai diventare quasi un’apoteosi dopo gli attentati di Parigi, il Cremlino si trova ora coinvolto fino in fondo nel pantano politico e militare del Medio Oriente, dal quale difficilmente riuscirà a tirarsi fuori se le trattative non andranno a buon fine, oppure se si renderà necessario un intervento di terra. Le alleanze o le partnership che Putin ha intessuto nel 2015 con quasi tutti gli attori della regione (dall’Iran fino all’Arabia Saudita, passando per Israele e l’Egitto) rischiano in ogni momento di sgretolarsi trascinando la Russia in un groviglio inestricabile.

Putin crisi

Se questo dovesse succedere, come appare probabile allo stato attuale, Mosca non avrebbe retrovie salde in cui ritirarsi: la sua economia infatti sta sprofondando e i dati del 2015 sembrano quelli di una disfatta militare. Il Pil è crollato del 3,7%, il commercio al dettaglio del 10% a causa del calo di stipendi e redditi della popolazione (ed è in peggioramento: a dicembre era a oltre -15%), gli investimenti interni sono scesi dell’8,4% ed è il terzo anno consecutivo di calo. Caduta libera anche per gli investimenti esteri diretti (FDI) passati dal picco di $40 miliardi a inizio 2013 a $3 miliardi nel primo semestre 2015. I consumi crollano: a dicembre segnavano un -13% anno su anno. Il Pil pro capite, che al suo picco a metà 2013 era pari a $15.000, ora è a $8.000. Gli stipendi nominali sono aumentati dell’1,6%, che è comunque il minimo dal 1993, ma essendo l’inflazione intorno al 13% quelli reali sono crollati di circa l’11% in un anno, dopo un calo del 4% nel 2014. Se calcolato in dollari, lo stipendio medio si è dimezzato. La disoccupazione è bassa, al 5,8%, ma come nel caso della Cina il dato va letto alla luce della realtà: il massiccio settore dell’economia nera a salari bassissimi, la pratica diffusa di abbassare anche di molto lo stipendio piuttosto che licenziare e, soprattutto, il fenomeno del mancato versamento dello stipendio per lunghi periodi, che secondo le stime ufficiali nel 2015 ha fatto un balzo dell’83% rispetto all’anno precedente. Non sorprende quindi che nell’anno appena terminato il numero delle persone sotto la soglia di povertà sia aumentato di 2 milioni e la percentuale di chi non riesce ad acquistare contemporaneamente cibo e vestiario a sufficienza sia balzata dal 22% al 39%. Anche il rublo è in caduta libera e dopo avere dimezzato il suo valore rispetto al dollaro nel 2014 quest’anno ha perso un altro 20%. I fondi di riserva di cui il Cremlino disponeva per fare fronte a situazioni di crisi sono ormai ridotti al minimo, in buona parte per il tentativo inutile di limitare la caduta del rublo. Il primo fondo è di $50 miliardi, ridotto quasi della metà rispetto al 2014 quando era di $90 miliardi, il secondo, di $70 miliardi, è destinato a garantire le pensioni future ed è illiquido.

Visti i dati disastrosi dell’economia russa e il crollo del prezzo del petrolio che ha esasperato una situazione già di netto declino, probabilmente chi legge si immagina che le società energetiche, responsabili della fetta maggiore del Pil russo, versino in situazione disastrosa. Invece, come spiega il ‘”Wall Street Journal”, godono di un’ottima salute e stanno macinando profitti. Infatti stanno pompando come mai in passato petrolio che vendono in dollari (la Russia ha aumentato la propria produzione già prima, e in modo più massiccio, dell’Arabia Saudita), mentre le loro spese per personale, macchinari ecc. sono in rubli svalutati di oltre la metà rispetto al primo semestre del 2014. Inoltre, l’aliquota fiscale che pagano è vincolata al prezzo del petrolio, pertanto in questo momento è ridotta al minimo e lo stato si prende interamente carico delle perdite che avrebbero subito per il crollo dei prezzi dell’oro nero. Lo stesso stato ha deciso allo stesso tempo quest’anno un ulteriore taglio del 10% della spesa pubblica per non superare il limite di deficit di bilancio del 3% (un dogma neoliberale), ha annullato la scala mobile per le pensioni (nel 2016 verranno rivalutate solo del 4% a fronte di un’inflazione al 13% e in continua ascesa) e prevede un innalzamento dell’età pensionabile. Se si aggiunge che le spese militari stanno seguendo un trend al rialzo secondo un piano a lungo termine (e l’intervento in Siria potrebbe farle incrementare ulteriormente), si ha un quadro di chiaro e massiccio trasferimento di ricchezza dai lavoratori ai capitalisti del complesso energetico e dell’industria militare, le due colonne portanti del regime. Insomma, la Russia di Putin non solo sta massacrando civili a sostegno di un regime borghese criminale come quello di Assad, instaurando allo stesso tempo una partnership con gli imperialisti statunitensi e molti regimi reazionari del Medio Oriente, non solo è alleata dell’estrema destra europea (Lega Nord inclusa) e di gruppi neofascisti, mentre da sempre adotta politiche reazionarie in patria, ma è anche un paese che applica brutalmente i dettami neoliberali contro i propri lavoratori. Nonostante questo, una larga fetta della sinistra continua a osannarlo e/o a ritenerlo un’alternativa “oggettiva” al resto dei suoi colleghi capitalisti e imperialisti.

Di fronte alla situazione disastrosa dell’economia del suo paese Putin non ha trovato di meglio che imitare le allegre sortite del suo amico Berlusconi ai tempi della crisi europea del 2011, affermando in autunno che il peggio della crisi era ormai passato, poi, di fronte all’evidenza, sostenendo che il crollo del rublo ha i suoi lati positivi. Il nuovo piano economico del Cremlino, annunciato in queste settimane, conferma tutte le misure di austerità contro lavoratori e pensionati, con l’unica novità di un aumento dei sussidi alle regioni, ma si tratta di solo poco più di $3 miliardi, una briciola rispetto alla situazione in cui versano e alla vastità del paese. La mossa però ha una sua logica. Infatti, come ha rilevato il Centro per i diritti sociali e del lavoro, in Russia è stato registrato nel 2015 un balzo delle proteste dei lavoratori. Oltre all’aumento in termini numerici, c’è stata un’evoluzione dalle proteste strettamente locali a quelle regionali e interregionali, spesso anche intersettoriali, molto più difficili da gestire da un punto di vista politico. Un’indagine sociologica ha rivelato che il numero dei russi pronti ad aderire a proteste è aumentato di un terzo, fino al 20%. La percentuale però è molto più alta, del 37%, tra i ceti medio-bassi. Quando era salito al potere, Putin aveva promesso di diversificare l’economia del suo paese troppo incentrata sulle risorse energetiche. Allora olio e gas generavano il 30% delle entrate federali, oggi tale percentuale è del 44%. Il modello di capitalismo di Putin ha chiaramente esaurito la sua capacità di riprodursi senza intoppi ed è in profonda crisi. Così come nel caso della Cina, dovrà necessariamente passare attraverso cambiamenti radicali, l’unica incognita è per quanto tempo riuscirà a rimandare la resa dei conti.

I paesi che “vanno bene” e la stagnazione drogata dell’Ue

Nel panorama desolante dell’economia mondiale ci sono tre apparenti importanti eccezioni, gli Usa, il Regno Unito e la Germania, tre paesi la cui economia è in crescita da alcuni anni. A essi va aggiunto un paese meno rilevante a livello globale, la Spagna, che ha registrato nel 2015 un alto tasso di crescita del Pil. La realtà della situazione di questi paesi, che è tra l’altro sicuramente gonfiata dalla bolla delle politiche monetarie delle banche centrali, lancia però forti segnali d’allarme. Ci occupiamo qui più nei dettagli di Usa, Germania e Spagna, perché il Regno Unito è un caso a parte e poco indicativo, trattandosi essenzialmente di uno “hub di smistamento” della bolla finanziaria e immobiliare mondiale, nonché dei servizi annessi. Basti dire che sebbene in virtù delle sue caratteristiche peculiari goda più di altri della spinta di questa bolla, il Regno Unito ha registrato dopo la crisi del 2008 una crescita media di appena circa il 2%, che tra l’altro secondo gli ultimi dati è in frenata. Ben più rilevante è invece ovviamente il caso degli Usa, che nonostante i grandi cambiamenti geopolitici degli ultimi due decenni rimangono il numero uno dell’economia mondiale, la prima potenza militare e il paese imperialista con la più vasta proiezione globale. Anche gli Stati Uniti hanno registrato una bassa crescita dopo la crisi, in media di poco superiore al 2%. Si tratta di circa la metà rispetto ai ritmi del 4% o più prima del 2001 e a quelli superiori al 3,5% appena prima della crisi del 2007-2008. Il livello della sua crescita è largamente insufficiente per fare da traino a un’economia mondiale in profonda crisi. E le prospettive non sono per nulla rosee. L’ultimo trimestre del 2015 ha registrato una crescita in netta flessione, pari allo 0,7% annualizzato rispetto al 2% del terzo trimestre. A fine anno sono risultati in calo anche i consumi (-0,1%), che sono responsabili dei due terzi dell’economia nazionale. In complesso nel 2015 sono cresciuti della metà rispetto al 2014, segnando il livello più basso dall’anno della grande crisi, il 2009, un fatto dovuto tra le altre cose alla stagnazione dei redditi. L’inflazione è in costante calo e, allo 0,7%, si avvicina sempre più alla deflazione, che ha già colpito i prezzi alla produzione. Sono in forte calo anche i profitti delle imprese: -1,7% nel secondo trimestre 2015, -3,1% nel terzo trimestre e stimati a -7,2% nel quarto (anche i ricavi vengono stimati in calo: -3,1%). Altrettanto preoccupante è la drastica frenata di cui sta dando segno il settore industriale Usa. I dati relativi all’ISM e all’Empire, due degli indici più significativi della produzione industriale, dipingono il quadro di un calo costante da novembre a gennaio. Gli ordini di beni durevoli sono calati di ben il 3,5% nel 2015 e a dicembre risultavano crollati addirittura del 5,1%, dati che indicano come le aziende stiano cessando di investire per il futuro, un altro forte segnale di crisi generale alle porte. Di fronte a questo calo della produzione industriale e alle chiare prospettive di un suo peggioramento i pompieri dell’informazione si affrettano a commentare che tutto ciò conta poco, perché l’industria rappresenta “solo” il 12% del Pil degli Stati Uniti. In realtà, come spiegava qualche tempo fa il “Sole 24 Ore”, l’industria genera una fetta molto ampia del volume dei servizi, mentre non avviene il contrario. Lo sa molto bene l’Italia, dove solo il 15% circa del Pil è riferibile all’industria (18% se si aggiunge il settore energetico), ma dove il crollo di quest’ultima ha trascinato con sé l’intera economia. Il quadro generale dei dati Usa ha portato molti osservatori a ipotizzare un nuovo scivolamento del paese in recessione nel 2016. Va infine citato un altro dato che indica come la crescita post-2008 negli Usa abbia riguardato solo una parte limitata del paese. Secondo i dati della Associazione Nazionale delle Contee degli Usa, a fine 2015 solo il 7% delle oltre tremila contee del paese era tornato ai livelli precedenti alla crisi del 2008 in termini di occupazione, produzione economica e prezzi delle case. In questo 7% delle contee vivono poco meno di 30 milioni di americani, per gli altri 278 milioni la situazione rimane peggiore rispetto al periodo pre-crisi.

usa crisi in arrivojpg

La Germania ha registrato nel 2015 una crescita del Pil pari all’1,7%, che però rettificata per tenere conto del maggiore numero di giorni lavorati è dell’1,5%. Siamo quindi a livelli stagnanti inferiori a quelli degli Usa. Si tratta di una crescita che appare ancora più deludente se si tiene conto di alcuni eccezionali fattori di spinta di cui ha goduto il paese: l’avvio nel 2015 del programma di quantitative easing della Bce, del quale la Germania in quanto maggiore economia europea è la maggiore beneficiaria, la forte svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, fondamentale per l’export che è responsabile di quasi la metà dell’economia tedesca, i bassi costi del petrolio che hanno favorito l’industria e i consumi, e i tassi reali a zero. In particolare, le centinaia di miliardi di liquidità immesse dalla Bce hanno salvato per ora dalla recessione gli altri paesi Ue, che sono di gran lunga il maggiore mercato di sbocco delle esportazioni tedesche. Queste ultime nel 2015 hanno ricevuto impulso da un aumento del 5,5% delle esportazioni verso i paesi Ue e di ben il 19% verso gli Usa, mentre quelle verso la Cina, mercato ancora secondario per la Germania ma che negli anni scorsi era in forte ascesa, sono calate del 4,3%. Il traino delle esportazioni verso gli Usa è destinato a ridursi di molto, se non a esaurirsi, vista la situazione della loro economia e in particolare della loro industria, quello dei paesi Ue è fortemente a rischio e sicuramente non aumenterà, mentre il calo del mercato cinese è destinato ad approfondirsi: si profilano tempi duri per le esportazioni e quindi anche per l’economia della Germania. Le prime conferme di questa prospettiva sono già arrivate: nel quarto trimestre la produzione industriale, colonna portante dell’economia tedesca, è calata dello 0,8%, con una punta dell’1,2% in dicembre. A dicembre hanno segnato un netto calo anche le esportazioni e le importazioni, entrambe in discesa dell’1,6%.

Il cosiddetto “modello tedesco” si basa su riforme avviate alla fine degli anni novanta e approfondite all’inizio degli anni duemila. In pratica Berlino ha applicato un dumping sistematico in termini di costo del lavoro, sfruttando allo stesso tempo l’arma di un euro più debole di quello che sarebbe stato il marco in assenza della moneta unica, allo scopo di stimolare le proprie esportazioni. Si tratta di un ennesimo esempio di politica del “frega il tuo vicino” che va a tutto vantaggio della borghesia nazionale tedesca e di quelle del suo indotto (per es. Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), ma che non crea ricchezza a livello globale e si limita invece ad appropriarsi di una sua fetta maggiore. In particolare, la Germania ha tenuto pressoché fermi i salari reali per quasi un ventennio e ha fatto un ricorso massiccio al lavoro precario a basso costo. Il settore dei minijob, lavori precari e part-time a basso e bassissimo reddito (nel settore commerciale il tetto è €450), riguarda in tutto 7,5 milioni di lavoratori tedeschi – il raffronto in questo caso è da farsi con l’altra potenza dell’Eurozona, la Francia, dove i lavoratori precari sono 500.000. E’ in questo modo, tra l’altro, che la Germania è riuscita ad avere un tasso di disoccupazione molto basso rispetto al resto d’Europa. Grazie all’enorme saldo positivo della bilancia commerciale generato da questa politica del “frega il tuo vicino” basata sulle esportazioni, nonché grazie al costo zero del servizio del debito reso possibile dalle politiche monetarie della Bce, il governo di Berlino è in grado di destinare molti fondi a misure sociali che compensano i bassi salari e quelli da fame dei minijob. Nei fatti, in questo modo, il governo tedesco si assume una larga fetta dei costi salariali delle imprese consentendo loro di risultare competitive all’estero. Tutto ciò spiega come la Germania sia passata dall’avere una quota del Pil attribuibile alle esportazioni pari a circa il 25% nel 1995 all’attuale quota stratosferica del 47%, che tra i paesi industrializzati trova un analogo solo nella Corea del Sud (50%). Per un raffronto, in Italia e in Francia tale quota è inferiore al 30%, in Cina è pari a circa il 22%, in Giappone è del 15% e negli Usa del 13%. Anche nel caso della Germania, come in quello della Cina, molti commentatori affermano che il paese negli ultimi due anni ha avviato una politica di aumento dei salari che consentirà in ultimo di rilanciare l’economia nazionale e allo stesso tempo di fare dei consumi tedeschi il traino della crescita Ue. In realtà le cose non stanno così. I salari tedeschi reali (cioè corretti in base al tasso d’inflazione) hanno registrato un calo nel 2013, nel 2014 sono tornati positivi al +1,7% e nel 2015 sono cresciuti del 2,5%. Ma come al solito le statistiche vanno lette e interpretate con attenzione. In termini nominali (cioè senza tenere conto del tasso di inflazione) i salari tedeschi sono cresciuti l’anno scorso del 2,8%, un risultato che non si discosta affatto dal moderato ritmo di crescita del quinquennio precedente: la media annua del periodo 2010-2014 è stata infatti del 2,5% e nel 2011 era stata per esempio registrata una punta del +3,3%. Non c’è stata alcuna impennata dei salari negli ultimi due anni, ma solo un crollo del tasso d’inflazione fino a quasi zero, l’unico effettivo fattore di “spinta” dei dati relativi ai salari reali. Inoltre va tenuto conto di altri due fattori – in primo luogo quello una tantum dell’approvazione l’anno scorso, dopo un travagliato e lungo iter, di una legge sul salario minimo (e la crescita del 2015 è infatti dovuta in massima parte ai salari di fascia inferiore) che non si ripeterà nel prossimo futuro, in secondo luogo il fatto che il tasso di crescita dei salari sia reali che nominali è stato sì in rialzo fino alla prima metà del 2015, ma nella seconda parte dell’anno ha avviato un trend in frenata. Alla luce di questi dettagli non vi è alcun motivo per parlare di una svolta e la situazione dei salari tedeschi rimane nei fatti immobile, con segni anzi di un rallentamento a partire dalla seconda parte del 2015. E anche se la Germania avesse avviato una fase di effettivo netto aumento dei salari (cosa che come abbiamo visto finora non è avvenuta), si tratterebbe come nel caso della Cina di uno sviluppo che richiederebbe decenni, e non anni, prima di avere effetti sensibili, tanto più che il contesto generale è tutto fuorché favorevole a un tale ipotetico trend. La nostra opinione è che anche la Germania, sebbene probabilmente in modo meno drammatico della Cina e della Russia, sarà presto costretta a fare i conti con l’inadeguatezza del proprio modello economico.

La Spagna da parte sua ha registrato nel 2015 una crescita del Pil del 3,5%, nettamente superiore a quella degli altri paesi dell’area dell’euro. Si tratta di un risultato notevole, soprattutto rispetto a un paese con problematiche non dissimili come l’Italia. La Spagna è però ancora impegnata a recuperare una caduta nel baratro che nel 2008-2009 la aveva colpita in misura molto più forte della maggior parte degli altri paesi Ue. Sul periodo 2008-2015 il suo Pil registra ancora una contrazione del 4,1%. Il problema più drammatico per il paese iberico rimane quello della disoccupazione, che nonostante le correzioni rimane al 21% (e di gran lunga più alta se si conteggiano coloro che hanno rinunciato a cercare un’occupazione) mentre prima del 2008 era di circa il 7,5%: la crisi ha distrutto 3,7 milioni di posti di lavoro, la Spagna per ora ne ha recuperati meno di un terzo. Come scrive Romaric Godin su “La Tribune”, “in parole povere, il ritmo di creazione è coerente con il ritmo di distruzione. Da questo punto di vista non vi è alcun miracolo, ma solo un ritorno progressivo alla normalità, largamente agevolato dalla moderazione salariale” – un ritorno alla normalità, aggiungiamo noi, per ora solo abbozzato e alquanto incerto. Infatti, scavando nei dati, si riscontra che nel solo 2015 la popolazione attiva è diminuita di 148.000 unità (quindi il calo della disoccupazione è dovuto in larga parte all’aumento degli sfiduciati che rinunciano a cercare un lavoro) e tra i nuovi posti di lavoro creati quelli precari sono pari al 64%. La Spagna rimane il secondo paese dell’Ue dopo la Romania, e il primo dell’Eurozona davanti alla Grecia, per la quota di nuclei familiari a rischio di povertà (22%). Nonostante la crescita del Pil, i salari medi sono fermi e la situazione per la popolazione è sostenibile solo grazie alla deflazione, che però è proprio uno dei problemi principali dell’economia Ue contro il quale la Bce di Mario Draghi cerca di combattere. Se poi il commercio estero della Spagna dovesse frenare, come appare probabile a giudicare dal contesto mondiale, le imprese comincerebbero a tagliare gli investimenti trascinando con sé al ribasso l’intera economia. Un primo segno di un tale trend sono i conti in rosso della produzione industriale, che a fine 2015 risultava in calo dello 0,2% anno su anno. Il paese quindi rappresenta un’eccezione esclusivamente se ci si limita a un’analisi superficiale e affrettata del solo dato del Pil.

Per il resto dell’Ue c’è poco da dire di nuovo in questo inizio 2016. Pressoché l’intera Unione continua a essere in stagnazione, fatta eccezione per qualche paese dell’Europa orientale la cui rilevanza economica è trascurabile. La deflazione è strisciante e la disoccupazione rimane elevata. Il problema destabilizzante del debito sovrano è stato temporaneamente nascosto sotto il tappeto grazie alle politiche monetarie della Bce, ma persiste e in molti casi si aggrava. Il grande bazooka del quantitative easing di Draghi invece di una montagna ha generato un topolino, vale a dire solo una stagnazione appena sopra lo zero al posto di una recessione che oggi appare comunque alle porte. Il ventre molle dell’Ue, viste le sue dimensioni in termini economici, rimane l’Italia, con il suo gigantesco debito statale, le sue banche malconce, l’enorme massa di crediti deteriorati, il sistema industriale a pezzi e mai ripresosi dalla crisi.

La scorsa estate i burocrati di Bruxelles avevano serrato le fila ottenendo una vittoria nello schiacciare senza pietà un piccolo paese come la Grecia. Ma si tratta di una vittoria che, fatte le debite differenze, ricorda per qualche verso quella ottenuta nel 1968 contro la piccola Cecoslovacchia dall’ipertrofica e burocratizzata Urss di Brezhnev, poi crollata miseramente da lì a vent’anni. In realtà sono molti i fattori che indicano un’instabilità e una fragilità generale dell’Ue. Il più recente è quello dell’ondata di profughi e della caotica reazione politica: che un’Unione di 500 milioni di abitanti si riveli incapace di gestire un flusso di profughi di 1 milione o poco più cadendo in una profonda disarticolazione interna la dice lunga sulla sua inefficienza. A livello economico permangono le forti divisioni tra i singoli stati e le rispettive diverse strategie di crescita. A livello politico è un moltiplicarsi di fattori di destabilizzazione. La crescita generalizzata e fino a pochi anni fa fa impensabile dei partiti e movimenti non tradizionali che sfuggono ai modelli di bipartitismo stabile (dal Front National in Francia, fino ai più recenti Syriza, M5S, Podemos e Ciudadanos, Alleanz fur Deutschland in parallelo a Pegida, e altri ancora) è segno di instabilità: come ha dimostrato anche il caso di Syriza, riteniamo che allo stato attuale nessuno di essi ponga problemi sistemici per l’ordine europeo, ma sono tutti segno di una frammentazione politica difficile da gestire e che complica di molto il già difficile compito di garantire la stabilità. Inoltre, sono il segno di una difficoltà dell’Ue a coinvolgere le masse nei propri progetti: tra gli altri soggetti economici o politici di peso comparabile, né gli Usa, né la Cina, né il Giappone hanno problemi analoghi e un paragone in questo caso è forse possibile solo con l’India. A questo vanno ad aggiungersi fattori come quello delle aspirazioni all’indipendenza di Scozia e Catalonia, o il processo della Brexit, che quasi certamente non porterà a un’uscita del Regno Unito dall’Ue, ma sarà l’occasione per imporre agli altri stati alcune condizioni della borghesia britannica. A livello culturale, alla crescita dell’estrema destra o della destra più biecamente reazionaria si affianca il sempre maggiore diffondersi, anche in ambienti “liberal”, di idee identitariste a contenuto strisciantemente fondamentalista come quelle sulla “superiorità dei valori europei”, segno più di un tentativo di compensare il deficit di identità europea e di occultare i punti deboli del continente che di forza, visto anche che prende di mira soggetti emarginati e non in grado di difendersi come i profughi e gli immigrati. In questo caso il paragone possibile è con il revanscismo culturale espresso da Shinzo Abe in Giappone, un paese che da venticinque anni ha fallito la sfida economica che aveva lanciato al mondo ed è in perenne stagnazione. Certo, l’Ue sa spesso mostrarsi forte, unita e organizzata, per esempio nell’attaccare i diritti dei lavoratori e nello spostare ricchezza dagli stessi ai capitalisti. Ma rimane una formazione che a più di mezzo secolo dall’avvio del suo processo costitutivo continua ad avere handicap enormi. Ogni decisione deve passare attraverso lunghi e dolorosi processi di contrattazione tra paesi diversi. L’Ue inoltre non ha un esercito né una politica militare ed estera comune degna di questo nome, non ha una vera banca centrale e un sistema di regolamentazione unico per le banche, non è riuscita nemmeno a imporre una moneta unica a tutti i suoi membri, ha frontiere interne che incidono profondamente in termini di cultura, identità nazionale e lingua, ha borghesie nazionali ben distinte che hanno stretto sì una forte alleanza, ma hanno chiaramente problematiche e prospettive diverse e che tengono nel cassetto, per i casi di crisi drammatica, lo strumento della rottura di questa alleanza a favore della via nazionale o dei miniblocchi regionali. Ancora una volta va osservato che nessuno dei concorrenti dell’Ue come gli Usa, la Cina e il Giappone ha anche solo lontanamente problemi di questo genere. Insomma, la convinzione di chi scrive è che l’Ue continua ad avere handicap che mettono un’ipoteca sulla sua sopravvivenza.

La resa dei conti è inevitabile

Dopo la grande crisi del 2008 non solo l’enorme massa di debito improduttivo che circola a livello mondiale non è stata ridotta, ma è addirittura andata lievitando a causa delle politiche monetarie espansioniste. Il debito non ha fatto che spostarsi dalle banche agli stati, dai paesi sviluppati a quelli emergenti, dal sistema finanziario ufficiale allo shadow banking e così via, gonfiandosi sempre di più. Continua a pesare come un macigno su un’economia dalla crescita asfittica segnata ovunque da un basso livello di produttività e di profitti, che non è oggettivamente in grado di generare una crescita in grado di assorbire tale massa di debito. I governi mondiali hanno indubbiamente acquisito in questi anni un notevole know-how in termini di individuazione di soluzioni tecniche per tappare in qualche modo le falle che si aprono a intervalli regolari nel sistema economico mondiale. Ma si tratta di tattiche di breve respiro il cui unico effetto è quello di rimandare la resa dei conti, aumentando nel contempo il prezzo che dovrà essere pagato. Il crollo dei prezzi del petrolio e le svalutazioni delle monete nazionali sono segni tra le altre cose del fatto che si sta inasprendo il ricorso irrazionale a politiche di “frega il tuo vicino” nel tentativo disperato, e inutile, di salvare il salvabile a livello nazionale.

Questo inizio 2016 ha portato alla luce l’enorme garbuglio di bombe a orologeria reciprocamente collegate che abbiamo descritto qui sopra. Di fronte a questa situazione, la reazione dei governi e delle banche centrali, così come quella psicologica dei mercati finanziari, non è cambiata di una virgola. In Europa il crollo delle borse ha subito una (provvisoria) battuta d’arresto quando Mario Draghi ha lasciato intendere che a marzo il programma di quantitative easing verrà ulteriormente ampliato, nonostante la sua dimostrata inefficacia nel risolvere i problemi reali. Analoga euforia ha destato la decisione della banca centrale giapponese di introdurre tassi negativi sul denaro che le banche depositano presso di essa, nonostante la Bce abbia adottato da tempo la stessa misura con un effetto pari a zero. La Cina continua a tamponare ogni proprio problema (dal crollo delle borse, alla svalutazione dello yuan, alla recessione industriale) riversando nella sua economia masse enormi di liquidità, con effetti però pressoché nulli. La Federal Reserve americana, dopo averlo rimandato per lungo tempo minacciando la propria credibilità, aveva avviato a dicembre un programma di ridottissimo aumento dei tassi ma, passato il primo momento di euforia dei mercati per l’entità minima e i ritmi lenti promessi dalla banca centrale statunitense, gli effetti destabilizzanti di questo timido tentativo di uscire progressivamente dal quantitative easing si sono fatti sentire in pieno a gennaio. E’ pressoché sicuro che il programma si fermerà e non è nemmeno da escludersi un ritorno della Fed a un pieno regime di quantitative easing. L’euforia dei mercati per ogni nuovo allentamento monetario è in realtà un segno del panico per quello che succederebbe nel caso di un suo esaurirsi. Ma la resa dei conti è inevitabile e il sistema capitalista mondiale dovrà prima o poi passare attraverso una dolorosissima distruzione di debito e ricchezza che causerà sconvolgimenti anche in campo politico e sociale.

Annunci

I commenti sono chiusi.