FOCUS UCRAINA / Donbass: elezioni farsa e regime di terrore

di Andrea Ferrario

Il Donbass, lacerato da profonde divisioni interne, andrà alle urne il 2 novembre per le elezioni-farsa organizzate dai separatisti. In realtà gli unici candidati sono gli attuali premier delle “repubbliche”, Zakharchenko e Plotnickiy, e il voto si svolgerà senza alcun controllo democratico. Intato la fazione “radicale” del comandante Mozgovoy organizza processi popolari degni della sua linea nazi-stalinista, che trova spazi anche nella sinistra internazionale.

Dopo le elezioni parlamentari in Ucraina, anche la “repubblica popolare di Donetsk” (RPD) e la “repubblica popolare di Lugansk” (RPL) stanno per recarsi al voto il 2 novembre. Il punto 9 degli accordi di tregua siglati a Minsk a inizio settembre prevedeva lo svolgimento di elezioni, senza specificare date, “in alcune aree delle regioni di Donetsk e Lugansk” in conformità alla legge speciale ucraina sull’autogoverno, poi approvata. Il governo ucraino ha fissato lo svolgimento di queste elezioni per il 7 dicembre e per questo motivo contesta la decisione dei separatisti di organizzare in autonomia il voto per il 2 novembre. L’Ue e gli Usa hanno preventivamente dichiarato che non riconosceranno tali elezioni, mentre la Russia ha da parte sua annunciato già prima del voto che ne riconoscerà la validità.

elezioni donbass

Al di là di tutto questo, anche il voto di dopodomani nelle “repubbliche”, così come il referendum dell’11 maggio scorso, si sta rivelando per tutta una serie motivi una completa farsa. Le elezioni sono state indette in fretta e furia e in condizioni di regime interno totalmente repressivo. Alcuni gruppi separatisti locali hanno provato a chiedere fin dall’inizio di rimandarle almeno di una settimana, mancando i tempi tecnici, ma le autorità hanno rifiutato categoricamente. La Commissione elettorale, che come tutti gli organi delle “repubbliche” agisce al di fuori di ogni controllo democratico, ha escluso con pretesti tutte le liste che non erano di suo gradimento e che rischiavano di intaccare il potere del tandem Zakharchenko (a Donetsk) – Plotnickiy (a Lugansk). Nella RPD è stata così esclusa la lista Novorossiya del “governatore popolare” Pavel Gubarev il quale, subito dopo avere annunciato una sua dichiarazione in merito, è stato oggetto di un grave attentato e da allora tace, fatta eccezione per un comunicato distribuito ieri  in cui invita i cittadini ad andare a votare, evidentemente per il “partito unico” di Zakharchenko (si veda più sotto). E’ stata proibita la candidatura, per citare un altro esempio, anche di alcuni ex militanti del Partito Comunista dell’Ucraina. Alla fine gli elettori potranno scegliere tra due sole liste, che in realtà sono la stessa cosa. La prima è quella del movimento “Repubblica di Donetsk”, il gruppo neofascista che è all’origine delle due repubbliche e ancora oggi ne costituisce il nucleo portante (si veda per i dettagli il nostro articolo “L’anima nera della Repubblica di Donetsk”). A guidare questa lista c’è tutta la crème della RPD: innanzitutto Zakharchenko stesso, seguito dal neofascista Andrey Purgin e dal loro camerata Denis Pushilin. L’altra lista si chiama “Donbass Libero” ed è stata creata alla bell’e meglio qualche settimana fa senza un programma politico da alcuni illustri sconosciuti: si tratta di una lista civetta creata solo per dare una parvenza di democraticità al voto. I candidati per l’elezione del presidente della “repubblica” saranno tre: il solito Zakharchenko, e altri due illustri sconosciuti, Aleksandr Kofman e Yuriy Sivokonenko, che, inutile dirlo, non hanno condotto alcuna campagna elettorale e non hanno alcun programma politico degno di questo nome. Analoga la situazione nella RPL, dove però accanto alla lista di Plotnickiy (che si candida anche a presidente) ci sono ben altre tre liste civetta composte da candidati ignoti e senza programma politico.

Il voto avverrà poi in buona parte via internet senza alcuna reale garanzia di controllo, mentre ai seggi potranno recarsi anche cittadini della Federazione Russa. Per esempio, per votare online, come spiega lo stesso governo della RPD, basta registrarsi nel sito della Commissione elettorale con una password, inviare una copia scannerizzata del proprio documento di identità, ricevere di ritorno il bollettino e poi inviarlo nuovamente attraverso il sito o come allegato a una normale mail. La Commissione non si preoccupa nemmeno di specificare il tipo del documento di identità e dove deve essere residente l’elettore: il che vuole dire che in teoria possono votare anche i 150 milioni di cittadini della Federazione Russa, visto oltretutto che possono farlo anche ai seggi. In realtà, oltre a questi motivi già di per se stessi del tutto sufficienti, è la totale mancanza di qualsiasi strumento, anche solo formale, di controllo democratico e popolare nelle due “repubbliche” che già da sola è sufficiente per rendere le elezioni una nuova farsa. Alla fine verranno comunicati dei risultati che viste le modalità del voto saranno privi di qualsiasi rilevanza, e non sapremo mai la reale partecipazione al voto.

La RPD e la RPL arrivano a queste elezioni divise sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto, controllano solo la metà del territorio delle regioni di cui si sono proclamante repubbliche. Inoltre hanno notevoli problemi interni, visto da una parte che recentemente si sono svolte mobilitazioni contro le politiche sociali delle autorità, in alcuni casi represse con metodi terroristi, e dall’altra che continua a non emergere un sostegno attivo a loro favore: un’ennesima conferma è il fatto che i festeggiamenti per i primi sei mesi dalla loro proclamazione hanno raccolto in piazza a Donetsk solo un paio di centinaia di persone. I separatisti non godono di un sostegno attivo della popolazione nemmeno nell’altra metà del Donbass sotto il controllo di Kiev che mirano ad annettersi. La RPD e la RPL continuano a presentarsi insieme sotto il brand comune di “Novorossiya”, termine storico dello sciovinismo imperiale russo. Tuttavia in questi mesi la RPD e la RPL non sono mai state in grado di dare vita a un’entità comune a causa delle loro profonde divisioni, che non sono di natura politica o strategica, bensì solo frutto di lotte tra gli svariati “baroni” che controllano fette del loro territorio. E non solo vi sono divisioni tra la RPD e la RPL, ma ci sono divisioni anche all’interno delle stesse. Da questo punto di vista è particolarmente caotica la situazione nella RPL, dove alcuni gruppi hanno addirittura proclamato una “minirepubblica all’interno della repubblica”. Vi è poi in tutte e due le entità una lotta intestina tra un’ala “moderata” e una più “radicale”. La divisione risale all’agosto scorso, quando Mosca, nell’ambito della propria strategia riguardo al Donbass, ha richiamato in patria i moscoviti Strelkov e Boroday, rispettivamente comandante militare e premier della RPD, nominando al loro posto due esponenti locali. Il nuovo premier Zakharchenko è un uomo di Oplot, un’organizzazione ultranazionalista di destra e squadrista creata a Kharkov nel 2010 che vanta una lunga collaborazione con Viktor Medvedchuk, potente rappresentante dell’oligarcato e personalmente legato a Putin. Plotnickiy è anch’egli un esponente locale e ha militato nelle forze speciali ucraine durante il regime di Yanukovich. La mossa del Cremlino ha avuto la chiara funzione di mandare in pensione la vecchia guardia proveniente da Mosca, almeno temporaneamente, per sostituirla con uomini locali, ma fidati, incaricati di gestire la fase del dopoguerra. La moderatezza di questa ala sta solo nel fatto che per ora è favorevole a osservare più o meno la tregua e insiste meno sulla retorica della Novorossiya mirata alla conquista militare anche delle altre aree del sud-est ucraino. I radicali hanno trovato il loro uomo di riferimento nel comandante Mozgovoy, che predica il proseguimento della guerra fino a conquistare tutta la Novorossiya. La fazione di Mozgovoy non si presenta al voto, ma non si è nemmeno esplicitamente opposta allo stesso. Sia l’ala “moderata” che quella “radicale” sono favorevoli a Putin, quella moderata senza riserve, quella radicale sostiene invece che il presidente, al quale comunque dà il suo sostegno, è impossibilitato ad agire perché al Cremlino glielo impediscono coloro che sono favorevoli a un compromesso con Kiev e l’Occidente. Le due fazioni sono ugualmente di estrema destra ed entrambe hanno agganci di altissimo livello al Cremlino. Da notare che i due padrini moscoviti delle “repubbliche”, Strelkov e Boroday (anche loro, tanto per cambiare, estremisti di destra), sono divisi a proposito delle elezioni: Strelkov appoggia il comandante Mozgovoy ed è l’ideologo della sua fazione, mentre Boroday si è pronunciato a favore di Zakharchenko. Ma questo è spiegabile con il fatto che le differenze tra le due fazioni sono, come abbiamo già detto, di natura tattica e non politica.

Strelkov Mozgovoy

Strelkov e Mozgovoy

Nell’ambito di questa lotta intestina, l’ala “radicale” di Mozgovoy ha diffuso in questi giorni in rete l’allucinante video di un “processo popolare” tenutosi in un teatro in cui due “fascisti” accusati senza prove l’uno di avere scaricato da internet materiale pedopornografico e l’altro di violenza sessuale vengono prima linciati verbalmente dalla folla sotto la sguardo vigile dei miliziani armati e poi condannati per alzata di mano alla fucilazione, nel secondo caso mentre la madre del condannato piange disperatamente. Il tribunale è presieduto per tutto il tempo dallo stesso Mozgovoy che, lo ricordiamo, è un fascista nella cui fazione militano (in posizione a lui subordinata) i “comunisti” di Borotba, quelli che sono il punto di riferimento politico e informativo di tutta la “sinistra” italiana e internazionale filo-Novorossiya. Queste sono le parole con le quali lo stesso Mozgovoy ha diffuso ieri sera il video nella sua pagina nel social-network Vkontakte (https://vk.com/id265927036): “Indipendentemente da come i difensori dei diritti umani e i giuristi lo definirebbero, il processo c’è stato. Secondo le leggi dello stato di guerra avremmo potuto direttamente fucilare questi criminali. Ma il processo popolare è stato condotto proprio perché fosse il popolo a prendere la decisione assumendosene così, in parte, la responsabilità. Se vogliamo costruire un nuovo stato, anche il popolo deve rinnovarsi”. E’ quindi evidente che con la diffusione di questo video Mozgovoy punta, oltre a terrorizzare la popolazione esibendo la fine che può fare chiunque i separatisti prendano arbitrariamente di mira, proclama indirettamente l’intenzione di dare vita a un nuovo stato di stampo nazi-stalinista. Il video cioè non è un documento, bensì un agghiacciante manifesto politico, tanto più che non a caso è stato distribuito proprio alla vigilia delle elezioni.

Nell’ambito di questa linea politica di terrore, l’ala di Mozgovoy sta cercando di darsi una verniciata “di sinistra” puntando in alcune occasioni a coinvolgere i settori nostalgici dell’Unione Sovietica di Stalin e di Brezhnev (non certo quella di Lenin, che viene vista come il demonio dai separatisti) con una retorica priva di ogni contenuto concreto. Ogni tanto si accenna a eventuali nazionalizzazioni (che, come sappiamo, mettevano in atto anche i fascisti), comunque mai realizzatesi, e sono emersi all’improvviso un paio di minigruppi stalinisti ad hoc (ovviamente accesi sostenitori dei leader fascisti delle “repubbliche”), come la fantomatica formazione Resistenza Rossa, che a quanto è dato sapere ha un solo membro. Nell’ambito di questa campagna di specchietti per allodole mirati a coinvolgere la “sinistra” i separatisti sono giunti a pubblicizzare la notizia della prima fabbrica autogestita dagli operai nel Donbass. Si tratta ovviamente di un clamoroso falso, la fabbrica in realtà è chiusa da tempo e non ha operai, mentre a guidare una sua eventuale riapertura è stato chiamato l’ex direttore, già protagonista in passato di malversazioni e ruberie messe in atto tra l’altro con una fittizia intestazione delle azioni agli ignari operai, spacciata per proprietà collettiva. Sulla questione si puo leggere la puntuale e ironica analisi distribuita da Vincent Présumey in facebook (in francese): https://www.facebook.com/notes/10152484909660886/. Infine, nonostante si definiscano a parole antioligarchici, i separatisti non hanno mai compiuto passi concreti in tale senso. A fine maggio, per esempio, affermavano ancora di essere in trattative con l’oligarca Rinat Akhmetov e non a caso ancora oggi ne proteggono le proprietà nella “repubblica di Donetsk”, mentre quelle di un altro oligarca passato con Kiev, Taruta, sono state devastate.

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