EUROPA / Successi e sfide della sinistra nell’ex Jugoslavia

a cura di Andras Juhas e Marko Miletic, dal sito serbo “Mašina”, 2 ottobre 2014

Alcuni gruppi della sinistra radicale della ex Jugoslavia e dell’Ungheria si sono riuniti il mese scorso per un confronto sulle rispettive esperienze di lotta. In questo reportage emerge il panorama di una sinistra particolarmente attiva e direttamente impegnata nelle lotte dei lavoratori, nelle condizioni peculiari e particolarmente difficili comuni a tutta l’Europa Centro-Orientale sulla quale gravano contemporaneamente l’introduzione di un neoliberalismo selvaggio e la pesante eredità del “socialismo reale”.

A fine settembre, nella sede dell’associazione Ravnopravnost (Uguaglianza) a Zrenjanin, in Serbia, si è tenuto uno degli incontri organizzati dal Levi Samit Srbije (Summit della Sinistra Serba, un forum che riunisce i gruppi della sinistra radicale serba – N.d.T.). Oltre a una riunione delle organizzazioni che hanno costituito il Levi Samit Srbije, nella grande sala del Centro culturale di Zrenjanin si è tenuta anche la conferenza “Le lotte sociali e la sinistra – Uno scambio di esperienze nella regione”. L’obiettivo principale della conferenza era quello di offrire al pubblico riunitosi un panorama dello sviluppo della sinistra nella regione, nonché delle sfide politiche ed economiche che si trova ad affrontare. [Nota del Traduttore: per maggiore agevolezza di riferimento nel titolo italiano abbiamo utilizzato il termine “ex Jugoslavia”, in realtà alla riunione hanno partecipato militanti anche di un paese come l’Ungheria, che non ha mai fatto parte della Jugoslavia].

incontro zrenjanin

Alle elezioni legislative tenutesi nel luglio scorso in Slovenia, la nuova coalizione Zdruzena Levica (Sinistra Unita) ha ottenuto il 6% dei voti e sei deputati in parlamento. Del contesto politico in Slovenia e del successo della sinistra alle elezioni ha riferito nel corso della conferenza Blaz Gselman, della Inicijativa za Demokratski Socijalizam (Iniziativa per il Socialismo Democratico) (IDS), uno dei partiti che ha costituito tale coalizione.

Nel suo intervento Gselman ha sottolineato che in Slovenia lo stato è rimasto proprietario delle imprese più a lungo che in altri paesi della regione. La Slovenia per lungo tempo ha goduto dell’immagine di un’economia di successo, ma dopo la vittoria nel 2004 dei partiti con un programma neoliberale la situazione è notevolmente cambiata. E’ seguita una crisi economica globale che ha colpito anche l’economia slovena portando all’adozione di una politica di austerità: congelamento degli stipendi e limite massimo del 3% per il deficit statale. Nel corso del 2012, in reazione alla nuova situazione economica, vi è stata un’ondata di dimostrazioni di massa. A tali proteste hanno preso parte anche le organizzazioni di sinistra e del movimento studentesco che successivamente insieme avrebbero dato vita all’IDS. Il motivo che ha portato alla fondazione del partito è stata la presa di coscienza della necessità di una struttura solida in grado di garantire una chiara rappresentanza politica alla sfera del lavoro. Gselman ha sottolineato che per il funzionamento dell’IDS sono di importanza fondamentale sia la collaborazione con movimenti progressisti sia la comunicazione con i sindacati, che ha un’importanza chiave per le lotte nell’ambito socio-economico. E’ importante anche la lotta sul piano ideologico, pertanto è necessario un collegamento con le istituzioni della cultura e dell’educazione. Gselman ha menzionato in particolare l’importanza del lavoro sul terreno e dell’autoeducazione. Infine, l’IDS non considera il lavoro in parlamento come il proprio obiettivo finale, ma solo come uno dei mezzi della propria lotta anticapitalista. Abbiamo chiesto a Blaz Gselman di commentare la possibilità che organizzazioni di sinistra analoghe si sviluppino anche in altri paesi della regione. Secondo Gselman lo sviluppo di organizzazioni di sinistra nell’intera regione non solo è possibile, ma è anche necessario. “E’ necessario perché le élite politiche nazionali rappresentano esclusivamente il capitale, mettono in atto la sua volontà, mentre il livello di vita dei lavoratori continua a peggiorare”. E’ particolarmente importante anche l’esistenza di un collegamento delle organizzazioni di sinistra a livello regionale. Gselman inoltre aggiunge che “queste organizzazioni non devono necessariamente avere la forma solo di partiti parlamentari, quello che è importante è che la forma nella quale sono organizzate consenta un lavoro costante per un progetto politico di emancipazione. Tentativi di dare vita a organizzazioni di questo tipo sono in atto in tutta la regione e tra i vari esempi c’è anche il Levi Samit Srbije. E’ importante che tutte queste organizzazioni continuino a lavorare nei propri paesi sia con una lotta ideologica che con una lotta economica, nonché collegandosi con i sindacati e i lavoratori organizzati”.

Della loro esperienza di una collaborazione tra iniziative di sinistra, sindacati e organizzazioni non governative in Croazia hanno parlato Bojan Nonkovic, del gruppo Baza za Radnicku Inicijativu i Demokratizaciju (BRID) [Base per l’Iniziativa Operaia e la Democratizzazione – BRID] e Vedrana Bibic, che è allo stesso tempo membro anche del Fronte Femminista e del Fronte delle Donne per i Diritti del Lavoro e Sociali. L’obiettivo principale della BRID è quello di occuparsi della problematica dei diritti dei lavoratori e dell’introduzione di processi democratici nella sfera economica, di conseguenza tra i suoi principali alleati ci sono i sindacati e i loro aderenti. La collaborazione più intensa è quella con il Novi Sindikat (Nuovo Sindacato), nel quale i militanti della BRID sono impegnati a diversi livelli. Nonkovic ha sottolineato l’importanza delle attività sindacali, considerato che secondo le leggi attualmente in vigore in Croazia solo il sindacato rappresentativo ha il diritto di avviare uno sciopero, ma anche perché l’esperienza insegna che una lotta operaia di lunga durata è possibile solo se viene organizzata seriamente. Per questo non è sufficiente solo la buona volontà, ma è importante lavorare anche per il rafforzamento delle risorse materiali in modo tale da potere disporre dei mezzi per lavorare, dando vita a servizi adeguati a sostegno dei lavoratori. E’ inoltre necessario anche impegnarsi nell’educazione dei lavoratori e dei militanti, in particolare per quanto riguarda il diritto del lavoro, perché l’ignoranza di questa normativa serve ai datori di lavoro come strumento per incutere paura. Vedrana Bibic ha sottolineato che i sindacati e le organizzazioni non governative si sono rinchiusi per lungo tempo nei loro specifici problemi e che ora è necessario passare insieme sul terreno di una lotta comune. Allo stesso tempo è necessario smettere di feticizzare le proprie modalità di azione, perché ciò rende impossibile una collaborazione. I sindacati sono una forma di organizzazione positiva, ma è necessaria una loro modernizzazione, mentre le organizzazioni non governative devono rendersi conto della necessità di promuovere i diritti dei lavoratori. Alla luce di tutto questo, la BRID e il Fronte delle Donne lavorano insieme a sezioni femminili dei sindacati e a organizzazioni femministe con l’obiettivo di allargare il loro campo di azione politica e di richiamare l’attenzione sulla posizione specifica della donna nei rapporti di produzione capitalisti. Una questione specifica dell’organizzazione sindacale nelle attuali condizioni è quella della messa a punto di una strategia relativa ai lavoratori precari. In una intervista a “Mašina”, Bojan Nonkovic ha detto che si tratta di “una questione estremamente importante considerati i cambiamenti nella composizione della classe operaia”. Visto dalla prospettiva di un piccolo sindacato il lavoro relativo a questo aspetto purtroppo non è razionale, perché è costoso, come spiega Nonkovic. “Devi prendere l’auto e andare a cento chilometri di distanza in un cantiere per parlare con gli operai che lavorano al nero. Se questi operai si iscrivessero al sindacato rimarrebbero immediatamente senza lavoro, di conseguenza al sindacato non derivano vantaggi diretti da un operare di questo tipo”. Nonkovic inoltre constata che “la scena sindacale in Croazia in generale non ha una posizione riguardo al lavoro precario, esiste solo una fraseologia generica sul fatto che bisogna contrapporvisi”. Come dice il nostro interlocutore, l’azione sindacale deve cambiare indirizzo, passando “dalla difesa dei diritti a breve termine di gruppi di lavoratori sempre più ristretti a richieste offensive mirate a trasformare il sistema esistente”.

L’intervento successivo è stato quello di Tibor Mesman, membro dell’organizzazione ungherese Helyzet (Situazione), che ha parlato della situazione politica ed economica che ha portato in Ungheria alla vittoria del partito di destra Fidesz nelle elezioni del 2010 e del 2014. I presupposti storici e politico-economici della maggioranza dei due terzi di cui dispone questo partito risalgono agli anni ottanta, quando sono state prese alcune delle principali decisioni riguardo alla liberalizzazione, decentralizzazione e privatizzazione in Ungheria. Tali processi hanno portato a una disoccupazione di massa, alla crescita del numero di coloro che fanno sempre più fatica a sopravvivere con uno stipendio, nonché alla creazione di un piccolo strato di persone ricche. I ricercatori che hanno dato vita a Helyzet interpretano la politica della Fidesz e il radicalismo del premier Viktor Orban come una svolta ideologica dal liberalismo antipopulista al populismo antiliberale, individuando nell’Ungheria di oggi uno stato aggressivo-redistributivo. Questa politica ha creato una rete clientelare di istituzioni e servizi che sono sotto il controllo del partito al governo e che ottengono mezzi aggiuntivi dal bilancio statale. Allo stesso tempo vengono tagliate le spese per i settori statali che secondo il governo costituiscono un focolaio di opposizione, come le facoltà di studi umanitari. Secondo Mesman si sta avvicinando un’inevitabile crisi dell’attuale governo e questa sarà una buona occasione per l’emergere di nuove iniziative di sinistra. Per i rapporti politici in Ungheria è rilevante anche il fatto che il partito di estrema destra Jobbik abbia registrato un’enorme crescita alle ultime elezioni. Secondo Mesman, Orban riesce a controllare Jobbik dall’esterno, anche se gli schemi interpretativi proposti da Jobbik sono troppo radicali per la maggior parte della popolazione dell’Ungheria. Alla nostra domanda se il confronto con Jobbik è una delle priorità della sinistra in Ungheria, Mesman ha detto che riguardo a questo aspetto fino a pochi mesi fa si sono svolte discussioni molto accese. Inoltre, una delle posizioni emerse è che è necessario sottrarre le questioni sociali e di altro tipo alla metanarrativa di destra. “Bisogna quindi esaminare analiticamente cosa dice Jobbik e attaccare tali posizioni da una prospettiva di sinistra”. Inoltre egli ritiene che sia “essenziale da un punto di vista strategico lo sviluppo di un movimento di sinistra in grado di riconoscere quali sono gli errori compiuti in passato in Ungheria che hanno portato alle attuali divisioni politiche ed economiche nella società”.

belgrado sciopero studenti

Artan Sadiku, militante del movimento di sinistra Solidarnost (Solidarietà) e ricercatore presso l’Istituto di Scienze Sociali e Umanitarie di Skopje, ha esposto le principali caratteristiche dell’attuale situazione politica in Macedonia. All’inizio della sua relazione si è soffermato sulla nuova Legge sul lavoro in Serbia, affermando che è simile alla legge che è in vigore n Macedonia già dal 1997. Nello stesso anno è terminata in massima misura anche la privatizzazione delle imprese pubbliche. Secondo i sindacati l’unica possibilità era quella di accettare un dialogo con le autorità, ma si è rivelata una soluzione errata. Le autorità infatti, sia con le leggi che con mosse politiche “creative”, hanno impedito l’articolazione dei diritti dei lavoratori e una lotta per difenderli. Sadiku ha citato alcuni esempi dell’aggressività delle politiche neoliberali in Macedonia. Secondo la bozza di Legge sugli scioperi, la condizione preliminare per avviare uno sciopero legalmente riconosciuto è quella che si svolga un processo di trattativa tra il comitato di sciopero e il datore di lavoro, e che entrambe le parti dichiarino la rottura delle trattative. Ciò comporta che il datore di lavoro si trova sempre nella posizione di impedire uno sciopero. Con le sue ultime mosse “creative” il governo macedone ha dimostrato come sia possibile aggirare le leggi esistenti in nome di una presunta minaccia agli interessi pubblici. Per esempio, quando i lavoratori della scuola e delle università hanno scioperato, sono stati assunti temporaneamente al loro posto coloro che si trovavano ancora in graduatoria, mentre in risposta a uno sciopero nel settore sanitario è stato indetto un concorso per l’assunzione di medici provenienti dalla Serbia. Inoltre il governo macedone ha proposto anche una modifica della Costituzione che prevede la creazione di cosiddette “zone di libero scambio” sul territorio della Macedonia nelle quali i rapporti economici saranno regolati dalle leggi del libero mercato, e non da quelle dello stato. Su un altro piano, gli attacchi della maggioranza di governo contro i media, così come le minacce contro la libertà di informazione, hanno portato a una politicizzazione dei sindacati dei giornalisti e di una parte delle organizzazioni non governative che vengono sottoposte a pressioni da parte del governo. Sadiku individua una potenziale campo di applicazione per politiche di sinistra nella collaborazione con tali organizzazioni e sindacati. Ha inoltre sottolineato l’importanza di un collegamento tra i gruppi di sinistra dei Balcani, che darebbe una maggiore rilevanza politica alle organizzazioni nei singoli paesi. Un problema specifico e di entità notevole nei rapporti politici in Macedonia è il parallelismo nazionalista tra il lato albanese e quello macedone. Abbiamo chiesto ad Artan Sadiku dell’atteggiamento della sinistra riguardo a tale aspetto. “All’interno del movimento costituito dai militanti della Macedonia abbiamo esaminato le diverse modalità pratiche di un’azione politica in un tale contesto, per non cadere nella riproduzione del nazionalismo quando critichiamo il nazionalismo albanese o quello macedone. Cerchiamo costantemente di combinare una retorica antinazionalista con un’unità di classe della gente in Macedonia, ma senza mai trascurare la questione del nazionalismo, poiché un discorso puramente di classe e sociale ci emarginerebbe completamente”. Per la sinistra è un processo pieno di sfide, come ci spiega ancora una volta Artan Sadiku: “La più grande di tali sfide è quella di non tenerci a distanza dalle masse che sono ormai reazionarie e nazionaliste. Dobbiamo muoverci su questo terreno passo per passo e armonizzare la nostra strategia politica lavorando con le persone che a livello sociale si trovano su posizioni di sinistra, ma riproducono il nazionalismo”.

I membri del movimento politico Lijevi (Militanti di Sinistra) di Tuzla, Esmir Hajdarpasic e Denis Sadikovic, hanno parlato di come si sono sviluppate le proteste di massa e come sono stati creati i plenum in Bosnia-Erzegovina all’inizio di quest’anno. Hanno sottolineato l’importanza dei lavoratori di Tuzla e dell’impresa “Dita”, i cui operai sono entrati in sciopero già nel 2005 e hanno svolto un importante ruolo nelle successive proteste con gli scioperi del 2012, quando per tre mesi hanno bloccato l’accesso alla loro fabbrica. I relatori hanno discusso anche delle difficoltà relative all’organizzazione e allo svolgimento dei plenum, nonché dei tentativi di abusare dei principi della democrazia diretta da parte di gruppi di destra. Pur avendo svolto un ruolo significativo per la politicizzazione dei cittadini, i plenum hanno avuto come effetto quello di fare rientrare le proteste di strada e questo ha portato tra le altre cose a intaccare la loro autorità. L’unica richiesta dei plenum che è stata soddisfatta è stata quella di creare un governo tecnico, che secondo le parole di Sadikovic è contrario agli interessi della classe lavoratrice che ha guidato le proteste. In seguito alle proteste a Tuzla è stato formato il Sindikat Solidarnosti (Sindacato di Solidarietà), al quale hanno aderito 4.000 lavoratori di 22 aziende e che costituisce una risposta all’attuale frammentazione, divisione e mancanza di efficacia dei sindacati che è in atto fin dalla disgregazione della Jugoslavia. “Dopo le proteste e i plenum, in Bosnia-Erzegovina ci siamo resi conto con chiarezza che è possibile cambiare, anche dopo l’apparente letargia durata oltre venti anni”, ha detto Sadikovic. “Naturalmente tutto quello che è accaduto ci ha inviato il chiaro messaggio che è necessario, e possibile, organizzarsi per una lotta politica più ampia. La sinistra deve sempre essere pronta nel caso in cui dovessero scoppiare altre proteste di massa, al fine di prendervi parte e fare sentire proprie proposte che sulla scena politica possano essere fatte proprie dalla classe lavoratrice”.

(traduzione dal serbo di Andrea Ferrario)

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