FOCUS UCRAINA / Le incognite dell’autunno ucraino – 2

Una selezione di materiali di testate ucraine e russe che analizzano alcuni aspetti importanti della crisi ucraina. Il sito “Nihilist” dubita che Poroshenko possa rimanere a lungo in carica e descrive alcuni possibili sviluppi successivi a una sua ipotetica caduta, un analista del sito “Politcom” analizza alcune delle dinamiche militari peculiari della guerra ucraina prima della tregua di Minsk e, infine, un giornalista del sito “Slon” illustra la sempre maggiore militarizzazione dell’economia russa, spiegandone le motivazioni interne.

1) “L’Ucraina senza Poroshenko”, di V.Z., da “Nihilist”, 26 settembre 2014

[Nel suo lungo articolo il sito anarchico “Nihilist” esprime l’opinione che il regime di Petro Poroshenko non durerà a lungo e formula alcune ipotesi sui possibili successivi sviluppi, tentando un’analisi di classe che a nostro parere non è particolarmente rigorosa (per es. difficilmente in Ucraina esiste una “borghesia” come attore sociale e politico indipendente dallo stato e che sia disposta a lottare contro di esso). Ci sembra però che l’articolo offra numerosi stimoli di riflessione “da sinistra” e ne pubblichiamo quindi alcuni brani – Crisi Globale]

[…] Analizzerò quanto sta accadendo non nel contesto di una “geopolitica rivoluzionaria”, come fanno i militanti “di sinistra” che sostengono i separatisti allo scopo di “piazzare” la propria merce ideologica sul mercato. Cercherò invece di analizzare i conflitti di classe interni. Ci troviamo di fronte a un conflitto che è principalmente un conflitto tra borghesia e burocrazia, e anche un conflitto interno alla burocrazia. […] Maidan era contro la corruzione, e non ci troviamo di fronte a un mero slogan populista dei liberali. La corruzione ha un contenuto di classe, perché non è vantaggiosa per la borghesia. Il sistema in base al quale nelle tasche dei funzionari va a finire dal 10% al 50% di ogni progetto o di ogni affare pone un freno allo sviluppo economico. Ma la sostanza del problema non è questa. La centralizzazione dei redditi generati dalla corruzione nuoce al mercato delle merci di consumo. Il denaro viene esportato nell’Ue, per esempio, o in paradisi fiscali. […] La centralizzazione della corruzione ha privato di redditi una quota notevole della popolazione. La media e la piccola borghesia sono diventate la forza principale di Maidan perché non avevano più nulla da perdere. La politica di Yanukovich la stava portando alla bancarotta. Erano di origini borghesi anche la maggior parte dei volontari dell’esercito e coloro che hanno promosso le iniziative per raccogliere fondi a sostegno delle operazioni nell’Ucraina orientale. Se il problema della corruzione non verrà risolto, i borghesi non avranno motivi per accettare il nuovo potere di Poroshenko. C’è un’alta probabilità che la lotta contro la corruzione sarà alla base di una nuova fronda, questa volta contro Poroshenko. Con ogni probabilità questo movimento troverà l’appoggio dei gruppi armati che “criticano il regime”, cioè delle formazioni paramilitari regionali e dell’esercito. [Intanto], in tutta l’Ucraina, nell’ambito dei preparativi per le elezioni i “gruppi informali” di quel che rimane del Partito delle Regioni stanno riemergendo. Ma ora la loro macchina di partito serve un nuovo padrone: Poroshenko. […]

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L’esercito, a livello dei soldati a contratto e dei gradi più bassi degli ufficiali, non ha avuto la possibilità di arricchirsi rubando. I militari erano i figli rinnegati del sistema burocratico. La guerra ha innalzato lo status sociale di questi soldati. Oggi sono diventati eroi nazionali. Quando la gente dice “Gloria agli eroi” ha in mente sia la “centuria celeste” di Maidan sia i duemila soldati e volontari che sono già diventati oggetto di un potente culto patriottico. Non è un culto falso. E’ frutto di un sentimento sincero e proprio per questo l’elogio degli eroi è particolarmente pericoloso. I morti diventano una giustificazione per le azioni dei vivi e dei politici in buona salute, che oggi tradiscono ancora una volta il sangue di questi idealisti. […] Dopo la disfatta di Ilovaysk l’esercito e i volontari sono diventati un tutt’uno e i volontari stanno presentando in massa domande di arruolamento nelle forze armate. Non si tratta però di un processo che sta “guastando” l’esercito rispetto a prima, perché all’interno di quest’ultimo gli umori ora sono esattamente uguali a quelli dei combattenti dei battaglioni. Lo stesso odio, la stessa sete di vendetta. E l’oggetto di questi sentimenti non sono solo i separatisti, ma anche tutti gli alti gradi delle forze armate, i generali ubriaconi e ladri, gli idioti dei servizi di sicurezza che per lungo tempo hanno guidato l’”operazione antiterroristica”, così come i poliziotti venduti e i burocrati “patriottici”. L’avere lasciato che Ilovaysk venisse accerchiata viene visto come un vero e proprio tradimento. E a essere accusati di questo tradimento sono gli uomini più vicini a Poroshenko, se non lo stesso “garante della Costituzione”. L’attuale calo della tensione nell’ambito del conflitto crea le condizioni affinché i volontari smobilitati e delusi, i veterani a contratto e i borghesi insoddisfatti delle autorità comincino a fare passi nella direzione di una deposizione del nuovo “capo legittimo”.

Il nuovo potere con ogni probabilità verrà rovesciato con un colpo di stato militare. Lo stesso di cui sognavano Kiselev e Putin. Sarà una giunta fascista? Non so cosa sarà, ma con ogni probabilità assomiglierà più che altro ai regimi di “risanamento” che hanno preceduto la Seconda guerra mondiale. Pilsudski in fin dei conti era un bonaccione se raffrontato alla maggioranza dei suoi connazionali e dei governanti dei paesi vicini. […] Verrà sostituito il consiglio dei ministri e ci sarà la modifica di alcune leggi per rafforzare le prerogative del primo ministro. Nella migliore delle varianti questo processo si svolgerà con un’ampia partecipazione delle masse popolari. Questo rivolgimento porterà a una rivoluzione “antipresidenziale” della borghesia che vincerà insieme al proletariato, una rivoluzione guidata nei fatti da lavoratori dipendenti, ma che rispetterà gli interessi specifici dei vertici di tale classe. Questo rivolgimento ridurrà le funzioni del presidente a un puro rituale e rafforzerà i diritti delle amministrazioni locali. Solo tali cambiamenti renderanno il potere della borghesia duraturo e porranno limiti allo strapotere della burocrazia. Questa sarebbe la migliore delle varianti. Non porterà a forme di potere bonapartista durature. E la partecipazione di uomini in uniforme sarà minima.

La variante dell’instaurazione di una dittatura apertamente fascista fa venire i brividi solo a pensarci, ma un regime di tale tipo provocherebbe automaticamente quella guerra civile che il pubblico dei canali televisivi russi e i “professori anarchici” che ripostano nei portali libertari i falsi della propaganda del Cremlino vedono già adesso. Se ciò avverrà sarà un incubo. Esiste la variante intermedia che segue il modello della dittatura di Kimon Georgiev in Bulgaria o dello stesso Pilsudski in Polonia. Tali regimi però non sono duraturi e i tentativi di trovare un equilibrio tra le classi possono rivelarsi fatali. […] La medicina in questo caso si rivelerà peggiore della malattia, come nel caso di un colpo di stato fascista. La burocrazia che veleggia “al di sopra delle classi” si trasformerà rapidamente in una classe politica a parte, il cui potere, proprio come nel caso di una rivoluzione “antipresidenziale”, verrà alla fine rovesciato. E’ proprio di questo che ha paura anche Putin, a quanto sembra. Ed è proprio la corruzione come fattore sistematico che fa dell’Ucraina di Poroshenko un organismo statale fratello di quello di Putin. […]

Cosa devono fare gli anarchici e i militanti di sinistra? Rendere più attiva la lotta contro la forma di governo presidenziale e l’eccessiva centralizzazione della gestione dell’economia. E’ importante difendere le libertà, perché la nuova ondata potrebbe avere un carattere profondamente antidemocratico e antiliberale. E’ importante che fin dall’inizio nella “Ucraina senza Poroshenko” siano presenti richieste per la rimozione di tutte le diramazioni del potere presidenziale. La repubblica parlamentare della “cagnara borghese” offrirà maggiori opportunità affinché i lavoratori diventino una classe per sé, e non in sé, come sono oggi; per trasformare le chimere politico-economiche e sociologiche dei “lavoratori dipendenti” in una forza politica ugualitaria, vale a dire in una “classe per sé”. Abbiamo bisogno di attività propagandistica e della costruzione di strutture organizzative che non abbiano paura di impegnarsi nella guerra che seguirà, trasformandola da un “brumaio” nel proseguimento della rivoluzione.

In campo politico dovremo aiutare i liberali estranei al sistema nella loro lotta contro i conservatori, ma in campo economico dovremo attenerci agli interessi di classe. I nostri materiali di analisi e propaganda dovranno contenere elementi di un’analisi di classe e promuovere la richiesta di libertà individuali le più ampie possibili. Nessun “antimperialismo” tra virgolette, o altri deliri simili, che spingano a formulare una valutazione dei “progressi compiuti” dal punto di vista della geopolitica, e non degli interessi e della vita dei lavoratori. Il nostro sistema di valori non deve diventare un’ideologia. Dobbiamo essere in grado di adottare decisioni sulla base delle nostre analisi, e non con l’aiuto di una pugno di intellettuali-pop e di leader di gruppetti politici “sinistreggianti”, corrotti dal capitale “nazionale” e dalla burocrazia imperiale. Queste ultime sono le medesime fonti che nutrono i fascisti all’Ovest e all’Est. […]
2) “Gli aspetti militari del conflitto ucraino”, di Sergey Minasyan, da “Politcom”, 14 ottobre 2014

[…] La crisi ucraina va considerata una “guerra ibrida” solo per quanto riguarda la prima tappa della sua fase militare: l’operazione in Crimea e le azioni di Strelkov nel Donbass durante il periodo aprile-giugno 2014. Successivamente le dimensioni della crisi sono cambiate e la guerra ibrida ha cominciato a trasformarsi in “normali” operazioni di guerra, con un impiego notevole di mezzi corazzati e dell’artiglieria, anche se con un coinvolgimento relativamente limitato dell’aviazione da combattimento. […] L’escalation rapidissima delle azioni di combattimento fanno sì che la crisi ucraina possa essere definita l’ultima “guerra post-sovietica”. Sotto molti aspetti ha replicato peculiarità specifiche e concettuali della dinamica con la quale si sono sviluppati i precedenti conflitti post-sovietici degli anni novanta e duemila. Solo che li ha rapidamente superati in termini di dimensioni e di innovazioni tecnico-militari. In fin dei conti la crisi ucraina è diventata sul piano militare e strategico un evento di portata globale ed è di fatto diventata l’inizio di una nuova Guerra fredda tra la Russia e l’Occidente. […]

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[In questo conflitto è riemersa la figura già nota del “combattente-volontario] dalle motivazioni ideologiche e nazionaliste, spesso con una biografia non del tutto pulita e con evidenti interessi affaristici. Il fenomeno del governatore di Dnepropetrovsk, Igor Kolomoiskiy, al quale vengono attribuiti la formazione e il finanziamento di alcuni battaglioni ucraini di volontari, oppure quello dell’oligarca russo Konstantin Malofeev, che nei fatti ha finanziato l’operazione di Strelkov a Slavyansk nell’aprile scorso, ne sono solo gli esempi più evidenti. La crisi ucraina ricorda poi sotto alcuni aspetti perfino le guerre del tardo feudalesimo europeo, con i suoi eserciti privati composti da lanzichenecchi, mercenari e soldati in pensione delle più varie provenienze etniche, ideologiche e sociali. Come allora, la logica militare del conflitto spesso si piega a motivazioni di natura diversa, in primo luogo politica, nonché alla promozione della reputazione di singoli attori o a obiettivi puramente propagandistici, trasformandosi in una specie di gioco a carte.

A quest’ultima categoria, per esempio, appartiene il tentativo dell’esercito ucraino, nei mesi di giugno-luglio 2014, di conquistare il Donbass e Lugansk stringendoli nella tenaglia formata da un’avanzata lungo i confini tra Ucraina e Russia, con l’obiettivo di interrompere i rifornimenti di armi e proiettili provenienti dalla Russia e destinati ai miliziani filorussi. Questa operazione, secondo quanto hanno riportato i media, è stata ideata non tanto dallo Stato maggiore delle forze armate, il quale si rendeva conto che i limiti dell’esercito in termini di potenza militare e di risorse erano troppo grandi per realizzare un’operazione militare di così grandi dimensioni, quanto piuttosto sulla base della visione politica dell’allora segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, Andriy Parubiy. Il risultato di questa operazione è stato quello di un doppio accerchiamento delle forze ucraine lungo i confini con la Russia e la creazione della cosiddetta “sacca sud” nell’are di Amvrosievka. Così facendo gli ucraini nell’estate del 2014 hanno ripetuto l’errore dei georgiani nel 2008, quando l’efficacia militare di un superamento di Tskhinvali e di una avanzata-lampo delle forze georgiane a nord mirata a bloccare il tunnel di Rokski è stata sacrificata sull’altare di obiettivi politici e del desiderio di Mikhail Saakashvili di piantare il più in fretta possibile la bandiera georgiana nel centro della capitale dell’Ossezia del Sud.

In condizioni in cui non esiste una netta linea del fronte e in cui non è possibile identificare con sicurezza la fedeltà o meno della popolazione locale, la cosa più importante è diventata non tanto sconfiggere il nemico, quanto piuttosto riuscire a piantare la bandiera in qualche centro abitato “di importanza chiave”. Tutto ciò di norma è avvenuto dopo un lungo e sanguinoso assedio, per esempio a Slavyansk, oppure con le azioni contro Lugansk e Ilovaysk, oppure come stiamo vedendo adesso con i ripetuti tentativi dei separatisti di conquistare l’aeroporto di Donetsk. Nella maggior parte dei casi dopo la conquista le truppe della operazione antiterroristica sono state in breve tempo costrette ad abbandonare il centro abitato conquistato per non trovarsi accerchiate nell’ennesima sacca, come è successo a Ilovaysk a fine agosto. La specificità “tardo-feudale” del conflitto ucraino, nella quale le forze più capaci di combattere sono le formazioni irregolari costituite da volontari nazional-romantici o dai battaglioni privati di oligarchi, grandi uomini d’affari e autorità criminali, non ha la sua origine nella crisi ucraina. Nello spazio post-sovietico sia Strelkov, che Kolomoyskiy e Malofeev hanno già avuto i loro predecessori. E’ il caso per esempio del noto Dzhaba Ioseliani, un potente del mondo criminale georgiano. Con la sua struttura militarizzata “Mkhedrioni”, uno dei principali attori della guerra civile in Georgia negli anni 1991-1992 e del conflitto georgiano-abchazo del 1992-1993, è giunto a essere forse la figura politica più importante della Georgia all’inizio degli anni novanta, fino a quando Eduard Shevardnadze non ha cominciato a poco a poco a prendere nelle proprie mani tutti i fili della gestione del paese. Un caso analogo è quello dell’ex primo ministro dell’Azerbaigian, Suret Gusseynov, che fino al conflitto del Nagorno-Karabakh era direttore di una fabbrica per la lavorazione della seta e che all’inizio delle azioni militari ha formato con i suoi mezzi un’intera brigata, diventando addirittura comandante di un corpo di armata nella fase iniziale di quella guerra.

La crisi in Ucraina si è rivelata essere una guerra ibrida non solo per la combinazione di forme nascoste di conduzione delle azioni di combattimento, oppure per il coinvolgimento di forze speciali o di unità dell’esercito della Federazione Russa con l’appoggio di volontari e di reparti irregolari formati da settori della popolazione locale. La dinamica dello sviluppo del conflitto ucraino ha evidenziato fin dall’inizio dell’escalation un’asimmetria sia di risorse che di status tra le parti coinvolte: l’Occidente e l’Ucraina contro la Russia, il nuovo governo centrale di Kiev e le autorità della RPD/RPL, entrambi accusati di non essere legittimi, le azioni delle truppe e dell’artiglieria della Russia senza una reale risposta da parte degli ucraini sul territorio russo ecc. L’asimmetria di status e di risorse è in generale una delle particolarità dello svolgimento e degli esiti di quasi tutti i conflitti post-sovietici di natura analoga, in Abchazia, nell’Ossezia del Sud, nel Nagorny-Karabakh e nella Transnistria. […]

 

3) “Fucili e non pane, ovvero la militarizzazione della Russia”, di Aleksey Mikhaylov, da “Slon”, 16 ottobre 2014

[…] Una delle caratteristiche più evidenti del bilancio per il 2015, presentato dal governo alla Duma, è il netto aumento delle spese per la voce “Difesa nazionale”. […] Pochi hanno rivolto la loro attenzione al netto cambiamento delle quote del bilancio assegnate alle diverse voci, e al netto aumento delle spese per la difesa. […] [A tale proposito vanno citati alcuni fatti.] Il 31 dicembre 2010 l’allora presidente russo Dmitriy Medvedev ha approvato il nuovo programma per l’acquisto di armamenti fino al 2020 per un totale di 19 trilioni di rubli (circa 500 miliardi di dollari). Ecco il grafico aggiornato dell’aumento delle spese per la difesa

Bilancio militare della Russia, in % del Pil

1 budget militare russia
Fonte: Ministero delle Finanze della Federazione Russa

Alla fine del quinquennio 2011-2015 il bilancio militare risulterà aumentato di circa cinque volte. La quota della difesa nelle spese di bilancio aumenterà di quasi tre volte, dal 7,5% al 21,2%. Nel 2010 un lavoratore russo dava per la difesa del paese la metà del suo stipendio mensile. Nel 2014 tale cifra è ormai superiore a uno stipendio mensile. Naturalmente l’aumento delle spese militari avviene a scapito di altre spese. Nel bilancio per il 2015 le allocazioni dalla difesa aumentano del 33%, raggiungendo 812 miliardi di rubli (circa 20 miliardi di dollari) rispetto al 2014. Quelle per l’educazione scendono a 31 miliardi di rubli. Caleranno anche quelle per la sanità, a 114 miliardi di rubli (quasi di un quarto). Scendono anche quelle per l’educazione fisica e lo sport. Le spese per l’educazione rimangono immutate, ma se si tiene conto dell’inflazione risulteranno diminuite in termini reali. Le spese in bilancio per la scienza civile crescono, ma più lentamente del Pil e di conseguenza la loro quota scende dallo 0,5 del Pil nel 2014 allo 0,41% nel 2015). […]

Secondo i calcoli della Banca Mondiale, già nel 2013 la Russia aveva speso il 4,25% del Pil per la difesa (quota calcolata in dollari) – è molto o è poco rispetto agli standard mondiali? Fra i 131 paesi del mondo riguardo ai quali esiste una statistica della Banca Mondiale, nel 2013 la Russia occupava il 9° posto. Prima di lei nella classifica ci sono i paesi militarizzati del Medio Oriente e dell’Africa Settentrionale, l’Afghanistan in preda alla guerra, nonché l’Azerbaigian. […] Nel 2013 la Russia ha superato per la prima volta nella sua storia gli Usa (3,9% del Pil). Molto più indietro rimangono la Francia (2,2%), la Cina (2,1%), la Germania (1,3%). La Russia spende molto di più dei suoi vicini: l’Ucraina (2,9%), la Bielorussia (1,3%), il Kazakistan (1,2%). […] Anche per quanto riguarda la quota delle spese militari rispetto al bilancio 2013 nel suo complesso la Russia si trova tra i primi dieci paesi del mondo con il 15,3%. Con il 21,2% previsto per il 2015 la Russia entrerebbe a fare parte della top 5. […] Ecco infine la classifica delle spese militari per il 2013.

Spese militari dei paesi mondiali, in miliardi di dollari

2 spese militari mondiali
Fonte: IHS Jane’s Annuale Defence Budgets Review

La Russia è terza al mondo, ma le sue spese in termini assoluti sono nove volte inferiori a quelle degli Usa. E quelle della Cina sono doppie. Una rincorsa di questi paesi è una pura follia. L’aumento delle spese militari non costituisce una via di uscita da questa situazione. […] E’ evidente che l’aumento delle spese militari non persegue lo scopo di raggiungere una parità con le spese dei due primi paesi. E’ impossibile conseguirla. Perfino nel caso in cui dovesse assegnare il suo intero bilancio federale alla difesa la Russia non riuscirebbe a raggiungere gli Usa. Anche la parità con la Cina ci costerebbe troppo: l’8% del Pil rispetto al 2% nel caso della Cina. Stiamo forse aumentando la potenza militare contro l’Ucraina o la Georgia? Già nel 2013 il nostro budget militare era di 36 volte superiore a quello ucraino e di 200 volte più grande di quello georgiano. E quindi per quale motivo bisognerebbe aumentare le spese militari? Secondo me si tratta di una domanda mal posta. Quella giusta non è “per quale motivo”, ma “a vantaggio di chi”. Non per problemi della sicurezza esterna, ma per cause puramente interne.

Il complesso militare-industriale russo ha cominciato a essere centralizzato nelle mani dello stato nel 2007, quando è stata creata la Compagnia unificata di costruzioni navali, mentre mezzo anno dopo veniva creata la Rostekhnologii. Hanno fatto loro seguito altre società statali monopolistiche. Gli interessi dei due mostri – l’esercito e l’industria militare – sono di natura opposta. L’industria militare vuole vendere di più, e a un prezzo più alto, armi che possono essere prodotte a costi minori. Il ministero della difesa vuole acquistare armi di qualità e d’avanguardia a prezzi minori e facili da mantenere. Il mercato regola questa situazione mediante la concorrenza tra venditori e acquirenti. Ma in questo caso alla fine sono rimasti solo un acquirente monopolistico e un venditore altrettanto monopolistico. Alla fine del 2010 l’allora presidente Medvedev aveva firmato un nuovo programma di acquisto di armamenti che prevedeva il raddoppio degli acquisti statali. E sono emerse subito nette frizioni tra il ministero della difesa e l’industria militare. Il ministero della difesa, guidato dal ministro Serdyukov, aveva dichiarato che l’esercito russo doveva potere disporre di armi migliori e che non importava dove venissero prodotte. Il complesso militare-industriale non poteva starsene tranquillamente a guardare come una fetta dei soldi statali andasse a finire nella tasca di qualcun altro all’estero. Ma il ministero da parte sua continuava a terrorizzare l’industria militare con standard di qualità, scadenze, reclami ecc. Il risultato di tutto questo era che il piano di acquisti statali di armamenti stava per andare completamente all’aria. La vittima di questo conflitto alla fine è stato Serdyukov. E’ stato licenziato in modo ignominioso. Certo, non era un angelo, ma faceva il suo mestiere di ministro. Dopo di lui l’esercito russo ha ripreso a fornirsi di armamenti russi, e non di quelli più moderni offerti altrove nel mondo. A differenza di Serdyukov, il premier e il presidente avevano capito che le commesse militari non sono solo il capriccio di un despota o la conseguenza di una paranoia. Sono anche un modo per dare sostegno all’economia russa e garantire una crescita del Pil. Infatti per potere vendere armamenti al Ministero della difesa bisogna anche produrli, e a tale fino bisogna acquistare e trasportare materie prime, estrarle e così via. In linguaggio economico si tratta di un moltiplicatore, cioè il meccanismo in base al quale un rublo di commesse statali provoca un aumento di due-tre rubli dell’economia nazionale. […]

Non bisogna poi dimenticare che quasi tutti gli acquisti di armi sono segreti. Non ci sono occhi curiosi, non c’è una concorrenza, nessun altro se non un burocrate fratello può verificare la fondatezza dei prezzi e l’effettiva qualità dei prodotti. […] Nella nostra storia ci siamo trovati più di una volta nella situazione in cui gli eccessi dell’industria militare hanno portato il paese sull’orlo della catastrofe. Non dimentichiamoci la disgregazione dell’Urss. Allora il paese aveva il primo posto con gli Usa, ma nessuna economia è in grado di mantenere un tale carico eccessivo. Il budget militare dell’Urss per il 1990, secondo la Banca Mondiale, era pari al 19% del Pil. Oggi il record mondiale appartiene all’Oman, con il suo petrolio, il suo gas e “solo” l’11,5% del Pil destinato alle spese militari […].

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