FOCUS UCRAINA / Le incognite dell’autunno ucraino – 1

Dopo il summit di Milano sia l’Ucraina che le “repubbliche” separatiste si stanno preparando al voto. La tensione rimane ovunque alta. Mentre a Kiev ci sono stati disordini, a Donetsk e a Lugansk l’appuntamento elettorale si sta trasformando in una lotta intestina senza esclusione di colpi. Intanto sul terreno il congelamento del conflitto nel Donbass ricorda sempre più quello deciso a suo tempo per le alture del Golan e in atto ormai da quaranta anni.

Il summit di Milano, che ha visto tra le altre cose un nuovo incontro tra Vladimir Putin e Petro Poroshenko, non sembra per ora avere prodotto risultati concreti. E’ possibile che dietro le quinte siano stati compiuti alcuni passi di compromesso (per esempio sulla questione del gas), ma se ci sono effettivamente stati lo capiremo solo nelle prossime settimane, in particolare dopo le elezioni che si terranno in Ucraina il 26 ottobre. Le sanzioni contro la Russia rimangono in vigore, dopo che successivamente alla loro approvazione sia Usa che Ue avevano ipotizzato un loro ridimensionamento a fine settembre o inizio ottobre. L’Ue, più direttamente coinvolta nel conflitto, sembra ora meno intenzionata a fare passi indietro dopo avere raggiunto con grande difficoltà un’unanimità sulla loro applicazione.

A una settimana dalle elezioni parlamentari in Ucraina e a due da quelle autorganizzate dai separatisti nelle zone da loro controllate, la situazione sul terreno rimane congelata. Il Donbass rimane diviso più o meno a metà tra le aree controllate da Kiev e quelle controllate dai separatisti, con in mezzo una “zona di buffer” semi-smilitarizzata di 30 km e un monitoraggio da parte dell’Osce, che sta aumentando il numero dei propri osservatori. Gli scontri armati con numerose vittime civili in realtà proseguono, anche se perlopiù in aree limitate come l’aeroporto di Donetsk o la periferia di Mariupol, ma ufficialmente la tregua tiene.

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A Kiev i sondaggi continuano a dare largamente in testa il Blocco Poroshenko, che al voto dovrebbe ottenere una percentuale intorno al 30%, seguito a larga distanza, cioè dal 10% in giù, dal Partito Radicale, la forza populista di destra guidata da Oleg Lyashko, e da tre formazioni di stampo liberale come Patria (Timoshenko), Posizione Civile (Gricenko) e Fronte Patriottico (Yatsenyuk), anche se quest’ultimo si è indirizzato sempre più verso un’immagine di “partito della guerra”, integrando nelle sue fila comandanti di battaglioni e/o neofascisti. Poroshenko quindi non sembra avere risentito della disfatta militare di fine agosto, forse anche perché nella tesa e caotica situazione attuale è riuscito paradossalmente, proprio lui che a giugno-luglio aveva puntato sulla soluzione militare, a presentarsi come “uomo della pace” incontrando così il favore di una fetta degli ucraini che, come confermano alcune indagini, è sicuramente maggioritaria, anche se non chiassosa come quella favorevole alla guerra. Il presidente ucraino ha provveduto alla rimozione del ministro della difesa Geletej, sostituendolo con il comandante della Guardia Nazionale, Poltorak, un altro segno dell’ampio spazio che viene riservato al mondo dei battaglioni nella sfera politica. La situazione in Ucraina rimane sotto ogni punto di vista molto tesa e l’ondata di “nazional-patriottismo” degli ultimi mesi ha creato un clima che sta dando i suoi frutti. Lo si è visto con i recenti disordini in occasione di una manifestazione dell’estrema destra davanti al parlamento, nelle numerose aggressioni verificatesi, nelle ronde del Pravy Sektor per “mantenere l’ordine pubblico” e in altre azioni che ai tempi di Maidan potevano anche avere un carattere liberatorio (l’abbattimento di statue di Lenin, i parlamentari corrotti gettati nella spazzatura), ma che nel contesto attuale assumono un significato del tutto opposto. La situazione economica e sociale rimane disperata e per questo rimane in secondo piano nella campagna elettorale. Infine, a ridosso del voto gli oligarchi stanno tenendo un profilo basso. Kolomoyskiy, “boss” e governatore di Dnepropetrovsk, ha diminuito le sue uscite pubbliche, mentre Firtash e soprattutto Akhmetov, il “boss” di Donetsk, rimangono del tutto nell’ombra. Come da tradizione, però, stanno intessendo le loro trame dietro le quinte, adottando la strategia già sperimentata in passato di non appoggiare un’unica forza politica, bensì di inserire propri uomini in diversi partiti.

Anche le “repubbliche popolari” di Donetsk e Lugansk si approntano a elezioni preparate in tutta fretta per il 2 novembre nelle zone da loro controllate, in modo tale da prevenire quelle previste per il 7 dicembre dagli accordi Minsk nell’ambito di uno status triennale di non meglio definita autonomia per quei distretti. Attendere la scadenza del 7 dicembre implicherebbe infatti il riconoscimento indiretto dell’autorità di Kiev su tutto il Donbass. La commissione elettorale dei separatisti sta estromettendo dalle liste svariate “forze politiche” (che in realtà non esistono, si tratta di gruppi improvvisati da un pugno di persone), come il partito Novorossiya del “governatore popolare” Pavel Gubarev, non a caso oggetto subito dopo di un grave attentato. Alcuni gruppi e singoli hanno richiesto lo spostamento del voto al 9 novembre per avere il tempo di organizzarsi, visto che si è fatto evidente che i termini previsti sono troppo brevi, ma tale ipotesi è stata respinta d’autorità. Secondo molti osservatori l’obiettivo di questa fretta nel procedere al voto sarebbe quello di fare sì che in ognuna delle due repubbliche ci siano solo due candidati a presidente, uno “forte” e uno “debole” e due liste o poco più per i parlamenti secondo il medesimo modello, in modo tale da garantire un risultato prestabilito, e cioè la conferma della leadership degli attuali capi a Donetsk (Zakharchenko) e a Lugansk (Plotnickiy). Entrambi sono leader dell’ala “moderata” e strettamente collegata all’oligarcato politico-economico locale, insediata da Mosca ad agosto in funzione dell’ultima fase del suo intervento imperialista. Le elezioni servono loro, oltre che per il già citato motivo di prevenire il voto di dicembre previsto dagli accordi di Minsk, anche per ottenere una legittimità di facciata. Così come nel resto dell’Ucraina, anche nelle “repubbliche” la situazione rimane tesa. C’è un’ala militare che propone una linea più dura e ha il suo leader informale nel comandante Mozgovoy (in realtà anch’egli legato a Mosca, avendo partecipato alla “seconda Yalta” insieme a un braccio destro di Putin come Sergey Glazev), ci sono state azioni militari autonome dei gruppi cosacchi che operano nell’area di Lugansk e hanno cercato di proclamare una loro “repubblica dentro la repubblica”, ci sono state le misteriose dimissioni di Zakharchenko, dichiarate e subito rinnegate, e c’è stato, come già ricordato, l’attentato a Gubarev. La situazione economica è disastrosa e i separatisti sembrano del tutto incapaci di gestirla, come testimoniato dal fatto che, nonostante le repressioni, ci siano state le prime piccole mobilitazioni dal basso per rivendicazioni sociali.

Dopo questo riassunto degli ultimi sviluppi riportiamo qui di seguito a titolo documentativo alcuni brani di articoli recenti pubblicati da fonti locali che offrono secondo noi informazioni o riflessioni stimolanti su alcuni aspetti, anche se non riteniamo sempre condivisibili i loro contenuti. I temi in questa prima parte sono le elezioni nelle repubbliche separatiste e il congelamento del conflitto nel Donbass. Nella seconda parte, che distribuiremo domani, i temi saranno quelli delle possibili evoluzioni politiche a Kiev, degli aspetti militari del conflitto ucraino e della militarizzazione dell’economia russa.

 
1) “La scelta del Donbass”, di Oleg Gorbunov, da “Politcom”, 7 ottobre 2014

[…] Le elezioni a Donetsk e Lugansk si svolgono in alternativa alla campagna elettorale in Ucraina. I separatisti però si scontrano con il fatto che nelle “zone speciali” stabilite dagli accordi di Minsk (e che coincidono con il territorio da loro controllato) è previsto l’avvio della registrazione di candidati a deputati. Kiev intende sfruttare l’occasione per giungere ad accordi con singoli comandanti militari riguardo allo svolgimento del voto previsto dagli accordi nei territori da loro controllati. Per la Repubblica Popolare di Lugansk (RPL) e la Repubblica Popolare di Donetsk (RPD) ciò rappresenta una “dispersione delle forze” che può essere molto pericolosa per uno pseudo-stato che non si è ancora consolidato. Kiev inoltre cerca di utilizzare il fatto che la popolazione è stanca della guerra al fine di aumentare i sentimenti ucrainofili tra gli abitanti delle “repubbliche”. […] Lo spazio politico delle “repubbliche popolari” è monopolizzato da due categorie di forze. Da una parte si tratta dei vecchi leader, cioè le schegge del Partito delle Regioni (PR) e del Partito Comunista dell’Ucraina (PCU), le due forze che hanno dominato politicamente il Donbass dopo la disgregazione dell’Urss. Dall’altra ci sono i separatisti che, attraverso il canale degli aiuti umanitari, collaborano strettamente con la Federazione Russa. […] Gli “ex” [del PR e del PCU] cercano informalmente di entrare nelle forze politiche che si stanno formando. In questo processo svolgono un ruolo particolare gli uomini di fiducia degli oligarchi, che fino allo scoppio degli scontri armati controllavano di fatto le due regioni. Nel caso di Donetsk si tratta di quello che un tempo era l’uomo più ricco dell’Ucraina, Rinat Akhmetov, del suo “braccio destro” nonché leader occulto del PR, Boris Kolesnikov, nonché del capo del gruppo dei “vecchi di Donetsk”, Efim Zvyagilskiy. Nel caso di Lugansk si tratta della squadra dell’ex governatore, e attualmente leader della frazione del PR nel parlamento di Kiev, Aleksandr Efremov, nonché del suo partner Viktor Tikhonov. Tutte queste élite del mondo imprenditoriale ucraino hanno stretti contatti con una parte dei separatisti e i loro leader politici. Il ritorno degli “uomini di Donetsk” e degli “uomini di Lugansk” al potere nel Donbass significherebbe che la “rivoluzione ha chiuso il suo cerchio” e ha riportato tutto “al suo posto”. Il Cremlino difficilmente è entusiasta di questa variante, in assenza della quale però i soldi per la ricostruzione del Donbass dovrà metterli di tasca propria. La struttura del potere nella RPD e nella RPL è tale che nei fatti non si tratta di uno stato unitario, bensì di un conglomerato formato da diverse forze militari unite sotto l’insegna comune della “Novorossiya” e, in parte, dagli organi di potere di Donetsk e Lugansk che puntano ciascuno a fare il salto da organi di potere cittadini a forze egemoni di un’unica repubblica. La conseguenza è che le elezioni possono svolgersi solo in presenza dell’accordo dei comandanti militari, per i quali il voto è una opportunità per legittimarsi e ottenere una protezione politica nel caso in cui un giorno le loro milizie dovessero essere identificate come gruppi criminali. Per questo hanno un gran bisogno delle elezioni, che quindi in un modo o nell’altro si terranno.

lugansk donetsk
2) “Il conflitto nel Donbass verso il ‘congelamento’”, di Pavel Felgengauer, da “Novaya Gazeta”, 8 ottobre 2014

[…] A Minsk il 19 settembre è stato firmato un memorandum sul ritiro delle armi pesanti dalla linea di contatto tra le parti contrapposte, al fine di creare due zone di sicurezza nelle quali sarà limitato il dispiegamento di forze e mezzi utilizzabili per un attacco armato. Nel Donbass assistiamo a uno schema che ricorda l’accordo del maggio 1974 per dividere le parti in conflitto sulle alture del Golan tra Israele e Siria, una tregua che dura da quaranta anni e continua a “tenere”, nonostante la sanguinosa guerra civile in Siria. […] I vertici di tutte le parti del conflitto sembrano condividere la volontà politica di porre termine finché è possibile alla guerra nel Donbass: vogliono una tregua sia le autorità di Kiev e del Cremlino, sia l’Occidente. Dopo la disfatta di Ilovaysk perfino tra i volontari-patrioti ucraini più accesi e ostinati non si intravede nessuno che abbia voglia di avviare una nuova marcia per ripulire il Donbass dai “terroristi” fino a giungere ai confini con la Russia, visto che ci si dovrebbe scontrare con una controffensiva di Mosca. In Novorossiya sono ancora molti quelli che desiderano combattere: se non per arrivare fino a Kiev e a Lvov, almeno per marciare su Kharkov, oppure fino ai confini amministrativi delle regioni di Donetsk e Lugansk o, nelle varianti più limitate, fino a conquistare Mariupol, o l’aeroporto di Donetsk, oppure ancora prendendo Debaltsevo per chiudere un’enclave finora monca. Ma Mosca non ha alcun bisogno di tali sviluppi: se avesse voluto prendere Mariupol o l’aeroporto di Donetsk lo avrebbe fatto nei primi giorni di settembre, mentre le forze ucraine venivano sconfitte a Ilovaysk.

Cacciare i militari ucraini asserragliati nell’aeroporto è un obiettivo facilmente realizzabile per un esercito regolare. L’arsenale russo è dotato di tutti i mezzi necessari, ma Mosca non li fornisce ai separatisti. Dopo Ilovaysk il contingente russo, limitato in termini numerici (fino a un massimo di 10 battaglioni tecnici, che con le forze di appoggio arrivavano a circa 6.000 uomini), è prima arretrato dalle zone di combattimento e poi si è ritirato completamente, o quasi completamente, dal Donbass per non subire ulteriori perdite che avrebbero costretto Mosca ad ammettere pubblicamente la propria ingerenza. La Russia lascia che i separatisti si consumino i denti sulle fortificazioni dell’aeroporto di Donetsk affinché in futuro si ricordino bene “chi è il vero capo” e abbandonino così le loro ormai inutili fantasie riguardo a una nuova offensiva. Giungere a una tregua duratura è nell’interesse della politica sia interna che estera del Cremlino (cosa che evidentemente i combattenti della Novorossiya non comprendono bene). Ottobre d’altronde non è un mese adatto a operazioni d’attacco a tutto campo: la stagione invernale è alle porte, con le sue strade impraticabili, il tempo inclemente e il fango in cui affondano perfino i carri armati. Inoltre, il 1 ottobre il presidente Putin ha firmato e pubblicato un decreto per richiamare alle armi oltre 150.000 coscritti in sostituzione dei soldati attualmente in servizio. Entro Capodanno quasi 150.000 soldati di leva dovranno tornare a casa, e si tratta di quelli più esperti, che hanno accumulato esperienze in questi mesi. In generale si tratta di gruppi di battaglioni tattici, che non verranno ritiratti tutti di un colpo e per intero, ma dovranno comunque tornare dai confini con l’Ucraina alle loro basi per una rotazione del personale e una ristrutturazione. A quali mai marce su Kiev e su Kharkov si può pensare! […] Finora non è chiaro se nel Donbass la zona smilitarizzata sarà in aggiunta ad altre zone nelle quali verranno posti limiti agli armamenti. Bisognerà decidere anche questioni complesse come lo spostamento di gruppi della popolazione civile, il traffico delle merci e i saldi finanziari attraverso le diverse linee di controllo e zone di sicurezza. A giudicare dagli ultimi comunicati di Kiev, gli organi ucraini di controllo dei confini hanno già cominciato a prepararsi a “organizzare una linea di divisione lungo la zona in cui è stata condotta l’operazione militare”, una formulazione che evidentemente lascia intendere la creazione di un nuovo confine di fatto.

[…] In Ucraina il 26 ottobre si svolgeranno le elezioni parlamentari, il presidente Petro Poroshenko con ogni probabilità potrà dare vita a una nuova coalizione di governo e poi, durante un lungo e freddo inverno, potrà giungere alla conclusione che è meglio tornare alla politica di Leonid Kuchma improntata a mantenere un equilibrio tra l’Est e l’Ovest, raccogliendone i frutti senza dissennati scontri. […] E’ quasi garantito che ci saranno alcuni mesi per tirare il fiato, forse anche di più. Ma indipendentemente dal fatto che l’accordo di tregua riesca o meno a fermare l’attuale guerra del Donbass, il degrado economico e sociale, la fuga della popolazione e la disgregazione complessiva della regione non faranno che crescere. Naturalmente arriveranno aiuti umanitari inviati dai luoghi più diversi, ma l’indeterminatezza dello status politico e del futuro della Novorossiya, insieme all’assenza di garanzie per la proprietà, impediranno nei fatti ogni serio investimento nella ricostruzione e nello sviluppo della regione.

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