FOCUS UCRAINA / Crimea: elezioni e repressioni

Le prime elezioni nella Crimea del dopo-annessione non riescono a rompere il clima di apatia politica. Il voto, che ha visto un’affluenza molto bassa, è stato vinto nei fatti dal vecchio Partito delle Regioni riciclatosi sotto il brand putiniano “Russia Unita”. Intanto le autorità russe hanno scatenato un’ondata di repressioni contro la minoranza tatara, e in particolare contro il Medzhlis, il suo organo di autogoverno.

Il 14 settembre in Crimea si sono tenute le prime elezioni per il parlamento della regione autonoma e i consigli municipali dopo l’annessione della penisola alla Russia. Il voto si è svolto nell’ambito delle elezioni amministrative tenutesi in tutta la Federazione Russa. Ricordiamo che dopo l’annessione Mosca ha “declassato” lo status della Crimea da quello di repubblica autonoma a quello meno rilevante di repubblica senza status di autonomia. Sotto la Russia, inoltre, gli abitanti della Crimea non possono più eleggere i sindaci delle città, che vengono nominati d’autorità dal governatore della regione autonoma. Per completezza va detto che Kiev, quando la Crimea era parte dell’Ucraina, aveva a più riprese violato alcune prerogative della Repubblica di Crimea. Anche per quanto riguarda le politiche relative alle nazionalità, come osserva un attivista tataro, “tutto quello di buono che è accaduto nella penisola ai tatari di Crimea prima del referendum è avvenuto non grazie alle autorità di Kiev, ma nonostante loro”.

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Un voto apatico

Nonostante le autorità russe si siano adoperate con enormi sforzi per mobilitare la popolazione e spingerla a recarsi alle urne (il governatore della Crimea, Sergej Aksenov, aveva promesso una partecipazione al voto di almeno il 75%), alla fine l’affluenza è stata di solo il 53%. In realtà molti media e alcune Ong hanno avanzato dubbi su questo dato. Infatti a soli 45 minuti dalla chiusura dei seggi l’affluenza era del 45%, mentre alla fine ha raggiunto, secondo i dati delle autorità, quota 53%, senza che nessuno abbia notato un pari balzo del numero di persone che si recavano ai seggi. E’ probabile che le autorità abbiano alla fine “dato una spinta” al dato sull’affluenza per portarlo al di sopra dell’altamente simbolica soglia del 50%. Alcuni osservatori ritengono che la forte differenza tra il risultato ottenuto da Russia Unita nel voto per i consigli comunali (55%) e quello regionale (71%) sia anch’esso il segno di brogli mirati a correggere l’esito del voto. Ogni verifica precisa è tuttavia impossibile, data l’assenza di effettive modalità di controllo democratico in Russia e ancor più nella Crimea del dopo-annessione.

Del parlamento della regione autonoma sono entrati a fare parte solo due partiti, Russia Unita e il Partito Liberal-Democratico (LDPR) di Zhirinovskiy. Russia Unita infatti ha ottenuto il 71% dei voti e 70 posti in parlamento, mentre il LDPR ha ottenuto l’8%, e soli 5 posti di deputato. Gli altri partiti (Partito Comunista della Federazione Russa, Russia Giusta e Patria) non sono riusciti a superare la soglia del 5%. Rispetto alle ultime elezioni sotto l’Ucraina calano in particolare i comunisti, che nel 2012 avevano ottenuto il 20% mentre ora, sotto la nuova veste russa, hanno ottenuto appena il 4%. In pratica i partiti che si sono candidati al voto erano quasi tutti dei cloni del Partito delle Regioni di Yanukovich, i cui uomini dopo l’annessione sono passati in massa a Russia Unita, ma anche a LDPR e Russia Giusta. Se il precedente parlamento era già dominato dalle élite politico-economiche locali, e il ruolo di Kiev era solo quello di fare da ago della bilancia tra i diversi gruppi di influenza, come gli uomini d’affari locali, i tatari e le organizzazioni filorusse, scrive il sito russo “Slon”, “oggi della guerra aperta tra queste élite locali non rimane traccia. Ogni dissenso o scontro politico in pubblico è un tabu, sotto il rigido occhio vigile del Cremlino. Chi disturba questa ‘pace’ rischia l’esilio”. L’unica divisione è tutta interna a Russia Unita e di carattere esclusivamente tecnico, tra la fazione del governatore Aksenov e quella del presidente del parlamento, Vladimir Konstantinov, che si dividono in misura di circa il 50% ciascuno il controllo politico della penisola. Secondo il quotidiano “Vedomosti” Mosca in Crimea starebbe perseguendo, a livello politico, una politica di “cecenizzazione” – come in Cecenia, anche in Crimea “è stato instaurato un sistema di governo nel quale il potere nella regione è stato consegnato a un clan locale, che a sua volta garantisce alle autorità centrali la pace, la lealtà e il fatto che i fondi stanziati da Mosca vadano a finire nelle mani ‘giuste’. […] E’ in corso una spartizione degli attivi (ivi compreso attraverso nazionalizzazioni) e il potere locale, con l’aiuto delle forze di sicurezza federali, reprime ogni dissidenza politica, come per esempio quella dei tatari di Crimea”.

L’ondata di repressioni contro i tatari

I tatari sono scomparsi infatti dalla scena politica pubblica della Crimea dopo che i rappresentanti del loro organo di autogoverno Medzhlis hanno deciso di boicottare le elezioni poiché non riconoscono l’annessione alla Russia. I tatari avevano boicottato anche il referendum del 16 marzo scorso. Subito dopo l’annessione le nuove autorità russe della Crimea avevano esplicitamente promesso quote per i tatari in parlamento e nelle amministrazioni municipali. La nuova costituzione, approvata poco dopo, così come la legge sulle elezioni dei deputati, non prevedevano tuttavia alcun provvedimento di questo tipo. E’ tra gli altri motivi anche per questo che il Medzhlis ha invitato i tatari a boicottare le elezioni del 14 settembre. Le elezioni sono state seguite non a caso da una forte ondata di repressioni nei confronti di questa minoranza. Secondo Zair Smedlyaev, segretario del Medzhlis, queste repressioni “sono evidentemente un atto di intimidazione, soprattutto sullo sfondo della bassa affluenza al voto”. L’obiettivo, già perseguito dalle autorità russe locali quando la Crimea faceva parte dell’Ucraina, sarebbe cioè quello di compattare la popolazione locale di nazionalità russa contro il capro espiatorio tataro. Un altro obiettivo del Cremlino è evidentemente quello di diminuire i numeri delle nazionalità minoritarie (che però, come nel caso dei tatari, sono maggioritarie in alcune aree interne della penisola) per garantirsi nel tempo un più sicuro controllo della regione: i russi infatti sono in maggioranza assoluta, ma non di moltissimo (il 58%) e qualsiasi defezione rilevante tra le loro fila rispetto alla politica di annessione da parte delle autorità centrali russe metterebbe in dubbio la legittimità del controllo da parte di queste ultime. C’è infatti una politica intenzionalmente mirata a provocare un esodo delle minoranze verso l’Ucraina, chiudendo le scuole in lingua ucraina, applicando dure repressioni contro gli organi delle minoranze o contro chi contesta l’annessione e applicando varie altre politiche burocratiche tese a “liberarsi” di tali minoranze. Secondo i dati dell’Unhcr sono circa 10.000 i crimeani emigrati in Ucraina dopo la sua annessione alla Russia (in stragrande maggioranza tatari, seguiti da ucraini), alcune altre migliaia di loro hanno scelto come destinazione altri paesi. L’esempio più “soft” di queste politiche è quello della legge sulla cittadinanza mirata a costringere ad adottare quella russa. Entro l’1 gennaio 2015 chi non avrà richiesto e ottenuto un passaporto russo riceverà un permesso di soggiorno di tre mesi, scaduto il quale verrà espulso. Inutile dire che le autorità applicano in questo campo politiche attentamente mirate: ad alcuni il passaporto viene concesso senza problemi, ad altri l’ottenimento viene reso impossibile con la richiesta di documenti assurdi, e a chi per motivi politici non richiede il passaporto la vita viene resa fin da ora impossibile da una valanga di ostacoli burocratici nella vita quotidiana. A livello delle repressioni contro i dissidenti sono esemplari i casi del regista ucraino locale Oleg Sentsov e dell’attivista di sinistra crimeano Alexander Kolchenko, arrestati insieme ad altre persone con accuse assurde (tra le quali, come al solito, quella di essere membri di Pravy Sektor) e deportati a Mosca, dove sono in carcere. A questo va aggiunto, come osserva il sito “Krym Realii”, che le autorità centrali hanno varato un programma economico fortemente assimilatore e mirato ad annullare le politiche precedenti più aperte verso l’esterno in termini di commercio e relazioni economiche. Unitamente alla cancellazione dello status di autonomia, queste politiche puntano a imporre alla penisola una forte dipendenza economica dal centro russo.

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Le repressioni e le minacce più dure sono però quelle contro la minoranza tatara. Nel periodo intorno alle elezioni il nuovo procuratore generale russo Natalya Poklonskaya ha minacciato letteralmente di “deportazione” tutti coloro che non accettano l’annessione della Crimea alla Russia. Poklonskaya non ha nominato specificamente i tatari – non ve ne era alcun bisogno, essendo i tatari, come sanno tutti, per ora l’unico soggetto organizzato che non accetta l’annessione. E le sue parole hanno tutta la pesantezza che possono avere in una penisola in cui i tatari sono stati oggetto di genocidio con la loro deportazione totale da parte dei russi nel 1944 e il conseguente sterminio di metà di loro. Parole simili le ha pronunciate anche il governatore Aksenov il 22 settembre in un’intervista al quotidiano “Kommersant”: “Tutti coloro che mobiliteranno la gente sulla base dei rapporti tra diverse nazionalità verranno espulsi da me personalmente con un metodo o con l’altro”. L’uscita di Poklonskaya è avvenuta, come scrive “Krym Realii”, nel contesto di un’intensificazione dello sciovinismo russo: “la repubblica è diretta [da Sergey Akesnov], un aperto sciovinista, fautore di posizioni di odio, che alle elezioni relativamente libere che si svolgevano quando la penisola faceva ancora parte dell’Ucraina per anni non è riuscito a raggiungere nemmeno il 4% dei voti e ha ottenuto la maggioranza solo ora, dopo l’occupazione. La maggior parte dei sostenitori dell’annessione è costituita da sciovinisti che hanno sempre odiato i tatari e ora hanno la possibilità di giungere a una resa dei conti. […] [In tutta la Russia oggi] le organizzazioni delle nazionalità, che potrebbero diventare un fattore fondamentale di una Russia democratica basata su un’effettiva unione dei popoli, sono state marginalizzate, dichiarate estremiste, o addirittura nemici dello stato. E’ un processo che ci è noto, e che ha portato alle guerre cecene, al trionfo dello sciovinismo, all’annessione della Crimea e alla guerra in Ucraina. In questo contesto gli sforzi per distruggere il Medzhlis – l’organo di rappresentanza dei tatari alla cui elezione partecipa l’intero popolo tataro – sono un coronamento logico di tutte le politiche precedenti”. La guerra delle autorità russe contro i tatari è cominciato subito dopo l’annessione. Il processo è culminato in aprile quando Mustafa Dzhemilev, capo eletto del Medzhlis, è stato dichiarato “persona non grata” mentre si trovava in Ucraina ed è stato colpito dal divieto di entrare in Russia (e quindi anche in Crimea) per un periodo di cinque anni. Il 3 maggio Dzhemilev ha cercato di tornare in patria, ma è stato respinto al confine. Successivamente, dopo una riunione del Medzhlis che ha deciso di rifiutare ogni forma di collaborazione con le nuove autorità, è stato espulso dal paese anche Refat Chubarov, vice di Dzhemilev e noto tra l’altro come leader dell’ala più moderata dei tatari di Crimea. Entrambi in precedenza avevano ricevuto una diffida per “conduzione di attività estremiste” in base alla legge russa contro “l’estremismo” (ampliamente applicata in tutta la federazione) che consente di chiudere media e applicare dure repressioni contro organizzazioni o singole persone per via amministrativa e senza processo.

A maggio il già citato procuratore generale Poklonskaya aveva dichiarato a chiare lettere: “Il Medzhlis dei tatari verrà liquidato [sic], e le sue attività sul territorio della Federazione Russa verranno vietate” se continuerà a violare la legge sull’estremismo. La legge è stata applicata anche contro media della minoranza tatara, come uno dei suoi più importanti canali televisivi, l’ATP, accusato dalle autorità di Mosca di “cercare di inculcare ostinatamente [nella popolazione] l’idea che vi possano essere repressioni su basi nazionali o religiose” e di “alimentare tra i tatari di Crimea la sfiducia rispetto alle autorità e al loro operato, cosa che costituisce direttamente una minaccia estremistica”. La vera colpa di ATP, secondo i dirigenti della televisione, sarebbe quella di avere trasmesso un’intervista con Dzhemilev. Il 19 settembre nella capitale Simferopoli la principale biblioteca dei tatari nella penisola è stata chiusa d’autorità dagli organi federali in applicazione di una legge che prevede la sostituzione delle biblioteche gestite localmente con biblioteche statali russe.

Nel frattempo è partita un’ondata di perquisizioni da parte delle forze speciali di Mosca presso abitazioni private, scuole, moschee dei tatari, mentre si registrano anche vari casi di attivisti tatari aggrediti da uomini mascherati e quattro casi di tatari spariti senza lasciare traccia. Questo tipo di operazioni era già stato messo in atto a più riprese dal luglio scorso, ma dopo il voto del 14 settembre è aumentato in misura esponenziale. Le perquisizioni sono condotte da membri delle forze speciali accompagnati da uomini mascherati che rifiutano di farsi identificare e che sequestrano documenti, libri, computer e oggetti personali. Sempre subito dopo le elezioni, le forze speciali russe hanno perquisito per un’intera giornata la sede del Medzhlis, che è stata infine sgomberata e posta sotto sequestro dalle autorità russe della Crimea con il pretesto di irregolarità burocratiche. Il governo della repubblica ha inoltre disposto il sequestro di tutti i beni della principale fondazione dei tatari di Crimea, la Fondazione Qirim. Il direttore della fondazione, Riza Shevkiev, ha dichiarato: “Ora il popolo tataro di Crimea viene dipinto come una forza maligna che minaccia il benessere degli altri abitanti della Crimea, gli viene affibbiata un’immagine di nemico e saremo oggetto di repressioni sempre maggiori. In questo modo cercano di ottenere il sostegno della popolazione e aumentare il proprio rating dopo che gli abitanti della penisola, alle ultime elezioni, hanno voltato loro le spalle”. Gli fanno eco, sul fronte opposto, le parole di Aleksandr Formanchuk, consigliere del governatore Aksenov: “L’idea di una statualità dei tatari di Crimea è un’idea di per se stessa conflittuale. Da noi non ci sarà nessuna autonomia nazionale in un futuro intravedibile. E’ qualcosa di irrealizzabile senza spargimenti di sangue”. Considerato tra le altre cose che i tatari di Crimea hanno condotto le loro lotte in maniera pacifica, quest’ultima frase suona come una chiara minaccia.

(oltre alle fonti citate nel testo abbiamo utilizzato come fonte la lunga analisi-reportage “In cosa sperano e cosa temono i tatari di Crimea” pubblicata dal settimanale russo “Vlast”)

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