FOCUS UCRAINA / Nuova Guerra fredda? No, grazie

di Andrea Ferrario

In occasione del recente vertice Nato i grandi media hanno parlato di una “nuova Guerra fredda” tra Occidente e Russia. Al di là degli esercizi retorici, le misure approvate dall’Alleanza atlantica non comportano un salto di qualità. Gli ultimi sviluppi, e in particolare il rinvio al 2016 dell’applicazione dell’accordo di associazione tra Ue e Kiev, indicano che l’Occidente punta a un compromesso con Mosca, riconoscendone la sfera d’influenza sull’Ucraina.

All’inizio di questo mese c’era grande attesa per due eventi che secondo numerosi osservatori avrebbero segnato un salto di qualità a livello militare e diplomatico nella posizione dell’Occidente riguardo al conflitto in Ucraina. Ci riferiamo al summit Nato tenutosi in Galles il 4-5 settembre e all’approvazione di nuove sanzioni Ue prevista per venerdì 5 settembre. I due eventi alla fine sono coincisi con la firma a Minsk, il 5 settembre, di un piano di tregua tra Ucraina, Russia, “repubbliche popolari” e Osce. In particolare, molti si attendevano che la posizione incerta dell’Ue e lo scarso coinvolgimento degli Usa nei confronti del conflitto ucraino avrebbero trovato un loro sostituto in una Nato più aggressiva e decisa a tornare ad avere un ruolo guida. Il vertice Nato alla fine ha portato qualche novità, ma non di portata tale da segnare un salto di qualità.

nato bruxelles

Nato e Russia: un decennio di collaborazione
Prima di passare agli ultimi sviluppi ripercorriamo in breve la storia più recente dei rapporti tra Nato e Russia, seguendo la traccia di un interessante articolo di Tatyana Stanovaya pubblicato dal sito russo Politcom. Stanovaya parte dalla creazione nel 2002 del Consiglio Russia-Nato come piattaforma permanente di dialogo tra le due parti, un atto distensivo dopo le tensioni conseguenti ai conflitti nei Balcani. A partire dal 2004 Russia e Nato hanno cominciato inoltre a svolgere per la prima volta nella loro storia esercitazioni militari comuni. Negli anni duemila il rapporto tra le due parti, pur con queste non indifferenti forme di collaborazione, non è mai stato considerato soddisfacente da Mosca, che ha visto respingere svariate sue proposte. Tuttavia anche nei momenti di maggiore tensione si è trovata sempre una via di uscita conciliante: lo testimonia l’esito della guerra con la Georgia, risolta in tempi relativamente brevi (a differenza del caso ucraino) grazie alla mediazione del presidente francese Nicholas Sarkozy. Da parte sua la Russia è riuscita a bloccare l’espansione a Est della Nato a partire dal summit di Bucarest del 2008, quando l’Alleanza atlantica ha abbandonato ogni progetto concreto di adesione della Georgia e dell’Ucraina per il timore, tra le altre cose, di approfondire le divergenze con Mosca. Due anni dopo, il documento approvato in occasione del summit Nato di Lisbona del 2010 definiva la collaborazione con la Russia “di importanza strategica” e includeva un punto sul nesso reciproco tra la sicurezza dell’Alleanza atlantica e quella di Mosca inserito su richiesta di quest’ultima. Solo due anni fa, nel 2012, c’era stato un altro passo importante: la concessione da parte di Mosca della base di Ulyanovsk, sul suo territorio, per il transito delle truppe Nato stanziate in Afghanistan, un fatto senza precedenti e altamente simbolico. Anche il dietro-front americano riguardo a eventuali bombardamenti in Siria nel 2013 è stato indirettamente una conferma del fatto che né l’Occidente né la Russia cercavano uno scontro. Insomma, i fatti dell’evoluzione dei rapporti tra la Nato e la Russia, pur contrassegnati da momenti di incomprensione, parlano di una convivenza prevalentemente pacifica e collaborativa negli ultimi dieci anni. E’ solo negli ultimi mesi che si è registrato un cambiamento, i cui orientamenti tuttavia non sono ancora chiari e che potrebbe essere solo temporaneo.

Il vertice Nato del 4-5 settembre
Il summit Nato tenutosi nel Galles il 4-5 settembre, a giudicare dai suoi esiti, non ha comportato un salto di qualità nelle relazioni con la Russia. Sia la stessa Nato, interessata a dare di sé una immagine decisa, sia i grandi media che perseguono per motivi ideologici il tema della “nuova Guerra fredda”, hanno riferito con enfasi la notizia della decisione di creare “cinque nuove basi” dell’alleanza in paesi dell’Europa Orientale, destinate ad accogliere forze di rapido intervento. Se però si vanno analizzare i dettagli si vede che queste cinque “basi” sono sì tecnicamente definibili come tali, ma saranno in realtà strutture logistiche prive di armamenti. La forza di intervento rapido sarà composta da 5.000 uomini (quindi la variante minima delle ipotesi formulate alla vigilia, che parlavano di una forza composta da “4.000-10.000” uomini). Poiché è stato specificato che circa 300 uomini presso ogni base saranno addetti alla logistica, al supporto tecnico e all’intelligence, se ne deduce che le forze di combattimento saranno composte da 3.500 effettivi. Naturalmente, questi effettivi non saranno dislocati permanentemente nei cinque paesi, bensì vi approderanno solo in caso di necessità. Inoltre, la Nato ha precisato che per questa forza di rapido intervento verranno utilizzati soldati già a disposizione in altri ambiti – si tratta quindi solo di una riassegnazione di effettivi (la Nato dispone già di una forza di rapido intervento di 14.000 uomini). Un tale limitato numero di effettivi non solo è enormemente lontano dal costituire una forza in grado di effettuare azioni offensive nei confronti della Russia, ma è anche chiaramente insufficiente per potere opporre una difesa efficace di fronte a un’offensiva consistente. Inoltre, la decisione presa non influisce in alcun modo concreto sul conflitto in atto in Ucraina. E’ chiaro quindi che questa nuova iniziativa dell’Alleanza non comporta un salto di qualità nei rapporti con la Russia, e tantomeno l’inizio di una “nuova Guerra fredda”. Non a caso la Russia, dopo avere rilasciato un paio di dichiarazioni indignate di routine, ha dimenticato subito il tutto e non ha adottato alcuna contromisura. Più preoccupanti ci sembrano invece le esercitazioni militari organizzate da Kiev insieme ad alcuni paesi Nato (tra i quali gli Usa) nell’Ucraina occidentale e nel Mar Nero occidentale: un pericoloso quanto inutile mostrare i “muscoli della guerra” in un’area ad alta tensione.

La travagliata adozione delle nuove sanzioni Ue
Da parte sua l’Ue, dopo un lungo e difficile travaglio, ha varato nuove sanzioni contro la Russia. In un primo tempo ne era stata annunciata l’approvazione per il 5 settembre (in contemporanea con il termine del summit Nato), poi sono state rimandate all’8 settembre, per essere infine approvate il giorno successivo. All’origine di questi ritardi ci sono da una parte la tregua firmata nel frattempo a Minsk, dall’altra la divisione tra i paesi che volevano applicare subito le sanzioni e quelli che preferivano solo approvarle, tenendole però in sospeso finché la tregua fosse durata. Alla fine è prevalsa la prima opzione, su pressione in particolare della Germania. Tra le nuove sanzioni approvate quelle che possono comportare problemi di entità consistente per Mosca sono quelle relative a un innalzamento delle barriere al rifinanziamento delle società petrolifere statali sul mercato bancario dell’Ue (il principale mercato di finanziamento delle aziende russe) e al divieto alle imprese europee di fornire servizi tecnici alle aziende russe del settore energetico. A differenza della decisione della Nato, le nuove sanzioni Ue hanno quindi un certo peso, ma si tratta di misure che possono avere qualche effetto negativo per Mosca solo sul lungo termine, cioè fra molti mesi o addirittura alcuni anni. Anche in questo caso non ci troviamo di fronte né a una “politica offensiva a tutto campo” di Bruxelles né ancor meno a una “nuova Guerra fredda”. Tanto più che c’è un altro particolare fondamentale: nell’approvare le nuove sanzioni l’Ue ha contemporaneamente stabilito che già alla fine di questo mese le riesaminerà, affermando al contempo esplicitamente che, in caso di proseguimento della tregua fino ad allora, potrebbe annullare non solo le ultime adottate, ma eventualmente anche quelle precedenti. Gli Usa hanno adottato nuove sanzioni simili a quelle Ue, annunciando anche loro una possibile revisione a breve termine delle misure varate, senza tuttavia parlare concretamente di fine settembre, a differenza di Bruxelles.

нато россия

I segni di un riavvicinamento alla Russia
A ulteriore testimonianza della linea di disponibilità dell’Occidente a collaborare con la Russia e a tenere conto dei suoi “interessi” (cioè delle sue mire imperialiste), il 12 settembre vi è stata la decisione inaspettata, da parte di Bruxelles, di rimandare fino ad almeno il 2016 l’applicazione dell’accordo di associazione con l’Ucraina, che avrebbe dovuto cominciare dal 1° novembre di quest’anno. L’accordo, la cui mancata firma da parte di Yanukovich era stata all’origine di Maidan, era stato siglato in gran pompa da Poroshenko a fine giugno e la dirigenza di Kiev lo aveva considerato una grande vittoria. Putin aveva però subito chiesto a Merkel la possibilità di esercitare un “diritto di veto” sulla sua entrata in vigore, richiesta che Merkel ha avallato convincendo Kiev a formare un gruppo negoziale Ucraina-Russia-Ue del quale, fino a pochi giorni fa, si diceva che stesse preparando solo il rinvio dell’adozione di alcune particolari misure, come la cancellazione di dazi su una serie di categorie di merci, e non un rinvio dell’intero accordo. Quest’ultimo è stato un vero schiaffo politico alla dirigenza di Kiev, tanto più che il rinvio non è di alcuni mesi, bensì di più di un anno e senza alcuna garanzia di una sua applicazione finale a tale scadenza. Si è trattato in particolare di un’umiliazione personale per Petro Poroshenko, che solo il giorno prima aveva annunciato la ratifica dell’accordo per il 16 settembre (che avverrà unilateralmente da parte di Kiev, e quindi sarà solo una formalità priva di effetto). E’ la terza volta in una decina di giorni che il presidente ucraino si ritrova in una posizione umiliante. La prima era stata quando aveva annunciato il raggiungimento con Putin di un accordo di pace, per essere smentito da quest’ultimo dopo poche ore. La seconda è stata quando alla chiusura del vertice Nato aveva annunciato di avere raggiunto accordi per la fornitura di armi con cinque paesi dell’alleanza: Usa, Francia, Polonia, Norvegia e Italia – tutti hanno subito seccamente smentito, con l’eccezione dell’Italia la quale ha precisato però che le “forniture militari” consisteranno solo in “giubbotti antiproiettile ed elmetti”. Il 13 settembre Bruxelles ha compiuto un altro passo che va in direzione di un compromesso con la Russia, passando sulla testa di Kiev: Stefan Fule, commissario europeo per l’allargamento e la politica europea di vicinato, ha dichiarato durante un incontro ufficiale che devono essere avviate trattative per un accordo di libero scambio tra l’Ue e l’Unione Doganale (Russia, Bielorussia, Kazakistan). Infine, l’ultimo importante sviluppo da citare nell’ambito delle relazioni tra Occidente e Russia. I paesi occidentali hanno deciso di invitare anche la Russia alla conferenza di Parigi per decidere l’operazione militare contro lo Stato Islamico, e Mosca ha accettato: in questo momento si tratta di uno sviluppo significativo, che testimonia come per l’Occidente Mosca continui a essere un interlocutore e addirittura, nel contesto mediorientale, anche un potenziale alleato.

Imperialismi conniventi
Al di là dei reportage superficiali dei media, l’evolversi fattuale delle relazioni tra Mosca e l’Occidente indica chiaramente che se c’è un conflitto tra Occidente e Russia in questo momento, si tratta di un conflitto di natura ancora limitata tra paesi imperialisti che possono sì “pestarsi i piedi” a vicenda, ma che trovano il modo di convivere. In particolare, il rinvio della ratifica dell’accordo di associazione dell’Ucraina all’Ue secondo quanto richiesto da Putin e, al vertice Nato, l’ennesimo rifiuto di fornire armi all’Ucraina, dimostrano che l’Occidente continua a rispettare la “sfera di influenza” rivendicata da Mosca sull’Ucraina e non si azzarda per il momento a varcarne la soglia. La “nuova Guerra fredda” quindi sembra ancora lontana, mentre rimangono del tutto vive e attuali le manovre imperialiste giocate sulla pelle dei popoli.

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