FOCUS UCRAINA / I fomentatori della guerra

di Ilya Matveev, dal sito “Otkrytaya Levaya” (“Sinistra Aperta”), 2 settembre 2014

Il regime russo non può essere spiegato solo con la figura di Putin. Dietro di lui c’è un intero gruppo di potere politico basato sugli apparati di sicurezza, che gestisce un sistema economico fondato su una rapina sistematica e per sua natura aggressivo verso l’esterno. Un sistema che sta giungendo al suo parossismo con un piano faraonico di riammodernamento militare dal costo di 1 trilione di dollari, mentre l’economia ristagna.

[Nota: abbiamo mantenuto in russo il termine “siloviki”, difficilmente traducibile in italiano e che indica nel loro insieme gli apparti di sicurezza, quelli militari e i loro referenti politici. Sugli stessi argomenti trattati dall’articolo qui sotto, e in particolare sul funzionamento del “capitalismo di stato” russo, consigliamo la lettura di un’interessante analisi pubblicata in inglese dal sito lituano “Delfi”: “Vladimir Putin’s pyramid of rule: Who really governs Russia?“. ]

La maggior parte delle analisi dell’aggressione russa in Ucraina si concentra sulla figura di Putin, sulle sue decisioni e sulle sue intenzioni. Ma riuscire a prevedere qualcosa su questa base è molto difficile. Sono passati ormai 15 anni dalla sua salita al potere, ma ancora non siamo in grado di rispondere alla domanda “chi è Putin?”. Un liberale, un conservatore, un populista di sinistra? Un cekista spietato o un collaboratore del liberale Sobchak, collega dell’altrettanto liberale Aleksey Kudrin dai tempi in cui lavoravano presso il municipio di San Pietroburgo? Un pragmatico, un realista, un cinico ironico sotto la maschera di un legislatore imparziale, un uomo che ama giocare al gioco “vediamo a chi saltano i nervi per primo”? Un uomo intuitivo, con una visione del mondo a tutto campo, ma non uno stratega, come ha osservato Fedor Lukyanov? Sono tutte affermazioni vere o in parte vere, ma nel loro insieme non consentono di formulare previsioni riguardo al futuro della Russia.

putin militari

Quello che è important è che alla fine la politica di Putin si dimostra di effetto uguale a quello delle forze che gli sono più vicine. La comparsa sulla scena di un “nuovo Putin” dopo il suo primo mandato, dopo il secondo e dopo l’alternanza con Medvedev, dopo la Crimea e così via è una conseguenza di movimenti tettonici nell’élite russa. Sono movimenti che aprono molti squarci per un’interpretazione e sulla loro base è facile prevedere i futuri terremoti.

Facciamo tornare indietro le lancette. E’ il 2003. Gleb Pavlovskiy pubblica una nota analitica sulla formazione di un centro di potere parallelo nel paese intorno al gruppo di Sergey Pugachev, di Igor Sechin e di Viktor Ivanov. Fin dal suo inizio il gruppo ha avuto ambizioni sia in campo politico sia in campo economico, affiancando a un’ideologia imperiale-statale quello che i politologhi chiamano un “comportamento orientato alla rendita”, vale a dire l’aspirazione a conquistare il controllo su flussi di denaro al fine di accumulare una ricchezza personale. Successivamente questo “centro di potere parallelo” è diventato il centro di potere fondamentale. L’episodio chiave, in questo caso, è stato sicuramente il caso Yukos. E’ ormai chiaro da lungo tempo che non si è trattato affatto di una vendetta politica contro Khodorkovskiy, bensì di una spartizione forzata delle sue proprietà. La “Rosneft”, controllata dai siloviki, è diventata una delle colonne della loro influenza e una fonte fondamentale di rendita.

I siloviki hanno cambiato il carattere del capitalismo in Russia. La quota del settore statale è passata nel giro di pochi anni dal 30% al 40%. Secondo le parole del politologo russo Andrey Yakovlev, “nell’anno 2004 lo stato ha cominciato ad avere una predominanza assoluta sul business”. I siloviki preferiscono realizzare le loro ambizioni economiche tramite il controllo politico sulle aziende statali, e non ampliando direttamente le rispettive proprietà. Le aziende statali, nelle quali tutti i vantaggi e i privilegi dello status di proprietà di stato vanno a braccetto con una totale mancanza di trasparenza e una piena assenza di controllo da parte della società, sono una loro creatura.

Specifichiamo subito che il caso Yukos non è stato assolutamente l’unico esempio di lotta ai vertici dell’economia. I siloviki avevano acquisito un controllo parziale sull’industria militare già prima dell’attacco contro Khodorkovskiy. Tra le altre cose, nel 2002 con un decreto di Putin è stato creato il gruppo Almaz-Antey, che riuniva alcune decine di società del settore militare. Viktor Ivanov è diventato il presidente del consiglio di amministrazione di questa holding. Il gruppo è diventato tristemente noto per la produzione del lanciamissili Buk, con il quale probabilmente è stato abbattuto il boeing malese. Nel 2003 è stato ucciso il direttore ad interim dell’Almaz-Antey, Igor Klimov, un uomo di Ivanov. Si è trattato di una reazione al rafforzamento dei siloviki in ambito economico? E’ quanto ipotizzano alcuni politologhi. Cosa ne è oggi degli eroi della nota analitica di Pavlovskiy? Viktor Ivanov guida l’Agenzia statale contro il narcotraffico e il Comitato statale contro il narcotraffico. Igor Sechin è presidente della “Rosneft” e, secondo molti osservatori, è il secondo uomo più influente della Russia. Sergey Pugachev invece è ricercato in Russia e vive a Londra, dopo che la sua Mezhprombank è andata in rovina. Il posto di Pugachev è evidentemente stato preso da Konstantin Malofeev, un imprenditore particolarmente vicino alla chiesa ortodossa e patriottico, con una barba di dimensioni non inferiori al suo entusiasmo religioso e nazionalista. Malofeev ha svolto un ruolo chiave negli eventi in Crimea e nell’Ucraina orientale [più in particolare, ha finanziato l’operazione in Crimea ed è sotto la sua diretta ala protettrice che si sono mossi Igor Strelkov e Aleksandr Boroday, fino a poco tempo fa leader della Repubblica Popolare di Donetsk – N.d.T.].

Muoviamo ancora le lancette. E’ il 2007. Il clan dei siloviki è ormai il più influente della Russia. L’esperto americano Ian Bremmer spiega come funziona: i siloviki sono uniti non tanto dalla loro biografia, quanto dalla loro visione del mondo e dai loro interessi; il loro clan non è un consesso di eguali e al suo interno esiste una precisa gerarchia. Bremmer ha formulato la seguente analisi:
“Se nel 2008 giungerà al potere un rappresentante di questo gruppo, con ogni probabilità condurrà una politica più antioccidentale. […] In breve la Cina verrà considerata un partner più accettabile dell’Occidente. […] Inoltre, i siloviki spingeranno per il proseguimento della collaborazione con l’Iran. Nello spazio ex sovietico cercheranno con decisione di rafforzare l’integrazione economica e politica, in particolare riguardo all’Ucraina e alla Georgia. Con un presidente-silovik gli armamenti strategici verranno mantenuti al precedente livello e saranno modernizzati”. Le sue previsioni si sono rivelate paurosamente precise. Cosa ha previsto Bremmer? La guerra con la Georgia, l’attuale svolta antioccidentale, il rafforzamento delle relazioni con la Cina, l’aggressione contro l’Ucraina, la modernizzazione degli armamenti. Affrontiamo qui sotto maggiormente nei dettagli quest’ultima.

cannoni

Nel 2011 il ministro delle finanze Aleksey Kudrin ha dato le dimissioni per il suo disaccordo con il programma di rafforzamento dell’esercito fino al 2020. Il programma nel suo complesso ammonta a 20 trilioni di rubli [circa 600 miliardi di dollari]. Sommata ai costi per l’aumento delle retribuzioni di militari e il rimodernamento del complesso militare-industriale, la cifra arriva a oltre 30 trilioni di rubli, quasi un trilione di dollari (!), pari al 50% dell’intero Pil della Russia. Queste cifre fantasmagoriche sono state una vittoria dei siloviki. Si crea così qualcosa come una doppia spirale di rapina: il denaro prima circola nel settore del petrolio e del gas, va a finire nelle tasche necessarie e poi viene indirizzato verso il complesso militare-industriale, dove va a riempire alcuni altri portafogli occulti. Entrambi i settori dell’economia sono controllati dallo stato nella persona degli stessi gruppi di siloviki. E’ forse necessario aggiungere che tutta questa avventura da 30 trilioni di dollari è economicamente irrealizzabile e porterà alla catastrofe. E’ per questo che Kudrin se ne è andato [Kudrin tuttavia rimane consigliere di Putin – N.d.T.]. La decisione di distribuire un trilione di dollari ai siloviki è stata approvata e il loro clan è diventato così insostituibile.

A Mosca e in altre grandi città a quei tempi si erano svolte manifestazioni per ottenere elezioni oneste. Siamo abituati a pensare che la svolta conservatrice, sempre più evidente a partire dal 2012, sia stata una risposta alle proteste di massa. Ma non è del tutto preciso. Allora, nel 2011, la reazione delle autorità alle manifestazioni non era ancora predeterminata. Ma i siloviki hanno sfruttato il momento per introdurre repressioni e una politica dello scontro sfruttando come scusa le proteste. Poi è venuta l’Ucraina, la paura di un Maidan in Russia e ancora una volta c’è stata una vittoria strategica dei siloviki – prima la Crimea e poi la guerra “ibrida” (oggi non più così ibrida) nel Donbass. Si pensava che la classe dominante russa non sarebbe andata a un’escalation nelle relazioni con l’Occidente perché temeva per i suoi attivi all’estero e per la prospettiva di una vecchiaia felice da qualche parte a Nizza. E’ emerso che le cose non stanno così. Ma questo non vuole dire che la linea aggressiva seguita dai siloviki in politica estera non abbia i suoi motivi economici. Innanzitutto, il programma da 30 trilioni di rubli per il rimodernamento del complesso militare-industriale ora non può più essere annullato. Come ha detto Rogozin: “gli americani ormai non riusciranno più a fermare il programma di riarmo dell’esercito e della flotta della Russia”. Fino a quando Putin sarà al potere rimarrà un nemico dell’Occidente e quindi da questo Occidente è necessario difendersi. La cosa positiva è che questo nobile fine tra le altre cose consentirà ai soliti noti di guadagnare qualche decina, e addirittura centinaia di miliardi di dollari. Ogni capitalista, come è noto, è disposto a tutto per un profitto del 300% e per una rapina di dimensioni così mostruose come quella descritta sopra sono disposti a tutto anche i siloviki russi, che sono “capitalisti politici”.

Nell’esercito russo e nel complesso militare-industriale si ruba a piene mani. E’ qualcosa che non nega nemmeno l’attuale curatore di tale complesso, Dmitriy Rogozin, che una volta promette di lottare “con un pugno di ferro” e fino all’ultimo contro ogni corruzione, e un’altra volta ammette che i livelli della corruzione crescono oltre misura. Nel 2011 la procura ha dichiarato ufficialmente che nell’industria bellica viene rubato un rublo su cinque. Il ministero della difesa ha l’onore di occupare il primo posto nella classifica dei ministeri più corrotti messa a punto da “Novaya Gazeta”. Gli esperti che la hanno stilata osservano che nella sfera della ricerca e sviluppo e in quella dei lavori di costruzione del settore militare “è facile mettersi in tutta tranquillità nelle tasche fino al 90% e più dei finanziamenti statali”. Inoltre, le avventure geopolitiche di Putin creano possibilità di arricchimento diretto. Il ponte che da Kerch collegherà la Crimea con la Russia verrà costruito dai Rottenberg e da Timchenko. Il costo previsto dell’opera è di 247 miliardi di rubli [più di 7 miliardi di dollari]. Naturalmente l’importo, come al solito, aumenterà “in maniera imprevista” di svariate volte. E si tratta solo di una parte del programma federale complessivo di aiuti alla Crimea. A un livello più basso si trova il business privato russo, che punta a un rafforzamento del protezionismo statale e alla possibilità di lucrare sulle spalle della popolazione, alla quale viene sottratta la possibilità di scegliere. Un esempio eloquente è quello del complesso agrario-industriale. Già nel 2003 Pavlovskiy aveva scritto che una parte delle medie imprese è pronta a riorientarsi verso il gruppo dei siloviki. E’ evidente che già ora significativi segmenti delle stesse contano di guadagnare, e non di perdere, dalla nuova “guerra fredda”.

rogozin

Nel 2007 il politologo americano Daniel Traceman aveva osservato che la “silovarchie”, cioè le oligarchie di siloviki come quella russa, non sempre sono fallimentari dal punto di visto economico. Ma quella russa è fallimentare. Il 2014 avrà una crescita economica pari a zero o addirittura una recessione. E tutto questo in presenza di alti prezzi del petrolio nonché in un periodo in cui l’economia mondiale si sta riprendendo (non in una fase di crisi acuta a livello mondiale). L’economia russa continua a battere il passo. Questo significa che il capitalismo politico creato dai siloviki ha raggiunto i limiti della sua crescita. Ci attende un approfondirsi della crisi economica, il taglio delle spese per l’educazione, la ricerca, la sanità e la cultura, misure antisociali come la recente ripetuta espropriazione dei contributi pensionistici accumulati (quando non ci sarà più nulla da portare via, si passerà ad abbassare le pensioni o ad aumentare l’età pensionabile).

La popolazione della Russia si trova in una doppia trappola. E’ cominciata l’era di mastodontiche avventure militaristiche attraverso le quali spremere dall’economia i suoi ultimi succhi. Le guerre imperialiste del passato venivano condotte per nuovi mercati delle materie prime o per nuovi sbocchi delle esportazioni, le guerre non dichiarate di oggi per la possibilità di lucrare sulle commesse militari e infrastrutturali. Ma il regime non può sopravvivere infinitamente in condizioni di stagnazione economica o di recessione. Solo che anche dopo la fine del regime – e si tratta della seconda trappola – nulla di buono attenderà la Russia. E’ chiaro che l’Occidente farà tutto il possibile affinché una nuova porzione di ricette neoliberali smantelli definitivamente l’industria russa. Sulla Russia verranno esercitate pressioni senza precedenti affinché metta in atto i più duri programmi delle istituzioni finanziarie internazionali, si ripeterà la situazione degli anni novanta, ma questa volta senza l’eredità sovietica sulla quale potere vivere di parassitismo. Chi riuscirà a impedirlo? I nazionalisti che andranno al potere insieme ai liberali, se la popolazione continuerà a tacere?

I rapporti tra il potere e la popolazione ricordano un crudele esperimento behaviorista. Le Olimpiadi di Sochi e la Crimea si sono rivelati stimoli efficaci, che hanno garantito al potere una forte crescita del rating. Ma questa disponibilità a reagire unicamente agli stimoli rende la popolazione totalmente indifesa di fronte a stimoli di altra natura: eventuali shock che potrebbero disorientarla completamente, come lo shock di una grave crisi economica o quello di un crollo del regime di Putin. L’unica possibilità è prendere l’iniziativa. La popolazione della Russia deve diventare in prima persona uno shock per il potere, che ha deciso senza esitazioni di continuare a guadagnare sul sudore della gente e sul sangue degli innocenti.

(traduzione dal russo di Andrea Ferrario)

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