FOCUS UCRAINA / L’agosto ucraino

di Andrea Ferrario

Una rassegna dei principali sviluppi che hanno preceduto l’escalation di questi giorni: dalle sanzioni contro la Russia, l’intensificarsi del conflitto militare e la vicenda del “convoglio umanitario russo”, fino alle dimissioni dei leader dei separatisti, gli sviluppi politici interni in Ucraina e il precipitare della crisi economica.

[Nota: il pezzo che segue doveva fare un sunto degli eventi verificatisi nel mese di “chiusura estiva” di Crisi Globale, fino al summit di Minsk compreso. Vista l’escalation degli eventi nel corso degli ultimi giorni ho deciso di pubblicare per il momento la parte che arriva fino alla settimana scorsa e di affrontare a breve più nei dettagli gli sviluppi successivi – a.f.]

Nel mese di agosto sono stati numerosi i nuovi eventi rilevanti per il conflitto in corso in Ucraina e il suo contesto più ampio. Cerchiamo di riprendere il filo degli avvenimenti dopo la pausa estiva di “Crisi Globale” riassumendo quelli che secondo noi sono stati gli sviluppi più importanti dell’ultimo mese.

Cominciamo da un “non evento”, la cui rapida scomparsa dai riflettori dei media e della diplomazia internazionale ci sembra eloquente. L’abbattimento del Boeing malese era stato commentato a fine luglio come un fatto dirimente nella crisi ucraina. Secondo i commenti di molti sostenitori di Kiev si trattava di un evento che avrebbe definitivamente relegato la Russia e Putin nell’ambito dei paria isolati internazionalmente, mentre sull’altro lato della barricata si parlava di una voluta provocazione volta a compromettere la Russia e a giustificare un’aggressiva escalation occidentale nei confronti di Mosca. Entrambi sembrano essersi ampiamente sbagliati e a livello diplomatico l’abbattimento dell’aereo malese è stato rapidamente riposto in un cassetto. Le nuove sanzioni approvate dall’Ue in seguito all’evento sono ben lungi dal rappresentare un salto di qualità. Alcune di esse, come per esempio le limitazioni al rifinanziamento delle banche statali russe sul mercato europeo, pongono dei problemi effettivi a una Russia che sta sempre più sprofondando in un pantano economico, ma nel complesso le sanzioni rimangono nell’ambito di un approccio diplomatico prudente e non sono improntate a una politica aggressiva nei confronti di Mosca.

lugansk

Sul terreno la situazione nell’Ucraina orientale si è fatta sempre più drammatica. L’avanzata delle forze militari ucraine dopo la riconquista di Mariupol a metà giugno e di Slavyansk a inizio luglio, che per un certo periodo era sembrata potere sfociare in una rapida chiusura del conflitto armato con una sconfitta dei separatisti, si è trasformata in una pesante impasse, che vede l’esercito ucraino assediare da settimane senza risultati le due grandi città di Donetsk e Lugansk. Il numero delle vittime e delle distruzioni è altissimo (oltre 2.000 tra civili e militari fino a metà agosto, secondo stime conservative dell’Onu), ed è in particolare drammatica la situazione a Lugansk, sottoposta a continui indiscriminati bombardamenti e priva di acqua, elettricità e collegamenti telefonici da inizio agosto. A partire dalla seconda metà di agosto le forze di Kiev sembrano però trovarsi sempre più in difficoltà e negli ultimi giorni è in atto un’offensiva delle forze separatiste, in diretta collaborazione con quelle russe, verso la città portuale di Mariupol – di questi ultimi sviluppi scriveremo maggiormente nei dettagli nei prossimi giorni. Intanto sta crescendo esponenzialmente il numero dei profughi, ormai dell’ordine delle centinaia di migliaia, come spiega nei dettagli questa infografica di fonte Onu: http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/ukr_displacement_unhcr_20140820v2_OCHA.pdf . In questo contesto l’operazione del convoglio umanitario russo che è entrato in territorio ucraino senza l’autorizzazione di Kiev si è rivelata molto abile: in primo luogo, sfruttando la situazione effettivamente drammatica a Lugansk, è riuscita a dare una mano di vernice umanitaria a Mosca, facendo dimenticare che è stata la prima, in Crimea a marzo e nell’Ucraina orientale ad aprile, a ricorrere all’opzione militare; in secondo luogo, all’interno della Russia ha avuto l’effetto di dare nuovamente un’immagine decisa a Putin, dopo i (probabilmente solo apparenti) tentennamenti dei mesi di giugno e luglio; in terzo luogo, ha messo la diplomazia internazionale, alla vigilia del summit di Minsk, di fronte a un “assaggio” concreto di quello che potrebbe essere un aperto intervento diretto di Mosca in territorio ucraino, dando così maggiore incisività alla leva negoziale russa. Non a caso la reazione sia di Kiev sia dell’Occidente è stata molto moderata e impacciata. Nel campo dei retroscena diplomatici va rilevata la dichiarazione del ministro degli esteri finlandese secondo il quale a fine giugno nel suo paese si è tenuto un incontro segreto tra Usa e Russia riguardo alla crisi ucraina. Gli Usa non hanno smentito e la Russia ha confermato, pur minimizzando la portata del summit. L’incontro ha preceduto di poco la caduta di Slavyansk il 5 luglio.

Nel corso del mese vi è stato un altro sviluppo molto importante, ma passato un po’ inosservato a livello internazionale perché avvenuto a cavallo di Ferragosto. In quel periodo, nel giro di soli alcuni giorni, ci sono state le dimissioni dei più importanti leader delle repubbliche separatiste. Dopo che a luglio già si era dimesso il “presidente” della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD), Denis Pushilin, ritenuto tuttavia una figura più che altro di facciata, a metà agosto si sono dimessi sia il premier Aleksandr Boroday, sia il capo militare Igor Strelkov, entrambi tornati nel paese di cui sono cittadini, la Russia. Pressoché contemporaneamente si è dimesso anche il premier della Repubblica Popolare di Lugansk (RPL), Valery Bolotov. Colpisce in particolare la fuoriuscita di Strelkov, il personaggio tra tutti più carismatico e abile – il motivo ufficialmente è il ferimento in combattimento, ma i motivi reali non sono chiari. Le modalità della loro fuoriuscita e l’assenza di spiegazioni riguardo ai motivi del loro abbandono (un ennesimo indice dell’assoluta mancanza di democrazia e di un controllo popolare nelle “repubbliche popolari”) fanno pensare all’adempimento di un ordine di Mosca in vista di un cambiamento nella gestione da parte di quest’ultima del conflitto ucraino. La nomina di Aleksandr Zakharchenko, uno dei leader delle milizie di “Oplot”, indica che ora Mosca, la RPD e la RPL intendono concentrarsi maggiormente sull’aspetto locale. Zakharchenko infatti, a differenza dei due moscoviti Boroday e Strelkov, è un esponente locale e Oplot è un’organizzazione preesistente alle due repubbliche, nata nella città di Kharkov. Oplot ha sempre avuto stretti legami sia con il regime di Yanukovich e il Partito delle Regioni, sia con l’oligarcato dell’Ucraina orientale e in particolare con Rinat Akhmetov. Secondo alcuni osservatori la mossa è il preludio a un ritorno al coinvolgimento degli oligarchi locali in vista di futuri accordi o compromessi sulla regione.

киев

Nel frattempo Poroshenko si sta muovendo per consolidare ulteriormente il proprio potere, dopo che all’inizio dell’estate aveva sostituito i vertici della difesa. Ad agosto anche Kiev ha avuto le sue dimissioni, quelle di Andrey Parubiy, uomo di Maidan ed esponente di Batkivshtina, il partito di Yuliya Timoshenko, che presiedeva l’importante Consiglio di sicurezza nazionale. Il suo posto potrebbe essere preso dal capo dei servizi segreti Valentin Nalivaychenko, uno sviluppo che rafforzerebbe il controllo del potere da parte del presidente ucraino. Negli stessi giorni Dmitro Yarosh, il leader di Pravy Sektor, ha cercato di farsi pubblicità dopo l’insuccesso elettorale alle presidenziali di fine maggio minacciando di marciare su Kiev con i suoi uomini. Come era prevedibile, alla fine ha rinunciato ma, nonostante il suo scarsissimo peso politico, è riuscito a ottenere dalle autorità la promessa dell’integrazione ufficiale di un suo battaglione nella “operazione antiterroristica” (ATO) che l’esercito ucraino sta conducendo nell’Ucraina orientale, un’altra conferma del fatto che il nuovo potere ucraino continua a tenere l’estrema destra come variante di riserva per il dopo-conflitto. Nel corso del mese inoltre il governo di Kiev ha approvato la “Legge sulle sanzioni” mirata essenzialmente contro la Russia, ma formulata in maniera così generica da potere essere utilizzata anche contro oppositori e dissidenti interni. Ad agosto c’è stato anche uno scambio di fuoco tra altri due personaggi di primo piano che flirtano (o si alleano direttamente) con l’estrema destra e i neofascisti: il leader del Partito Radicale Oleg Lyashko e l’oligarca e governatore di Dnepropetrovsk, Igor Kolomoyskiy. L’oligarca evidentemente teme che Lyashko, dato in forte ascesa da tutti i sondaggi elettorali, possa ostacolare i suoi progetti che puntano a una crescente egemonia sul piano politico ed economico. Lyashko è un personaggio spregiudicato, che ha cambiato più volte fronte e intorno al quale potrebbero coalizzarsi altri interessi oligarchici e/o del vecchio regime, sotto il paravento del suo populismo mediatico sempre più eclatante. Riguardo a Kolomoyskiy invece corre la voce, non confermata, che intenda dare vita a un partito “patriottico” basato sui leader dei battaglioni che combattono nell’ambito dell’ATO. Ed è proprio sull’onda delle celebrazioni patriottiche in grande stile della giornata dell’indipendenza dell’Ucraina che il presidente Poroshenko ha indetto le attese elezioni anticipate per il 26 ottobre. La prima “vittima” di questo annuncio è stato il partito Batkivshtina, che ha visto nei giorni scorsi la fuoriuscita di leader del calibro del premier Arseniy Yatsenyuk, dell’ex presidente ad interim Aleksandr Turchinov, del ministro degli interni Arsen Avakov e dell’ex segretario del Consiglio nazionale di sicurezza Andrey Parubiy. Questi politici andranno con ogni probabilità a formare una nuova forza politica, che tuttavia non ha grandi speranze di successo, vista la loro scarsa popolarità, e punterà probabilmente a un’alleanza con il partito di Poroshenko, “Solidarnost”, che nel frattempo è stato rinominato “Blocco Petro Poroshenko”.

Sullo sfondo di tutto questo rimane la grande incognita del baratro economico e del rischio di un default che incombe sempre più sul paese, come avevamo già scritto nel nostro ultimo articolo. Il versamento della seconda tranche del prestito del Fondo Monetario Internazionale di 17 miliardi di dollari è stato rimandato perché il governo ucraino non ha ancora soddisfatto tutte le condizioni. Il fabbisogno di fondi di Kiev, già impellente, andrà aumentando, tra le altre cose anche a causa delle spese militari e dei danni alle infrastrutture, e gli esperti non escludono che sarà necessario un nuovo ingente prestito internazionale, la cui messa a disposizione però non è garantita. Poroshenko alla parata del 24 agosto ha promesso 3 miliardi di dollari di spese militari per il prossimo triennio, ma non è assolutamente chiaro dove potrà reperire tali fondi. Intanto la valuta nazionale ha continuato a svalutarsi e, dopo avere superato la soglia di 14 hryvne per un dollaro sta ora puntando verso 15 a 1 (il dato a inizio anno era di 8 a 1), il che rende ancora più difficile la situazione per i molti ucraini che gli anni scorsi avevano contratto prestiti in valuta. A luglio, secondo le statistiche ufficiali, gli stipendi reali risultavano diminuiti dell’8,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre tra i soli mesi di giugno e luglio di quest’anno la massa degli stipendi non versati dalle aziende in crisi ha fatto un balzo del 12%. E’ in continuo aumento anche il numero delle fabbriche che fermano la produzione, e il caso più eclatante è stato quello della fabbrica di automobili Zaporozhets. Un altro segno delle difficoltà economiche in cui si trova la popolazione è il calo del 25% delle vendite di benzina rispetto all’anno scorso.

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