ASIA / Shinzo Abe e il nuovo nazionalismo giapponese

di Kristin Surak, da Jacobin, 19 agosto 2014

Le politiche economiche lanciate dal premier giapponese Shinzo Abe si stanno rivelando un fallimento, come testimoniato tra l’altro dal crollo del Pil nel secondo trimestre 2014. A fianco di un’economia che si basa sempre più sul precariato trovano ampi spazi politiche nazionaliste e revansciste. Intanto nel Sud-est asiatico un’ondata di scioperi intercollegati sta generando aumenti salariali che portano gli stipendi nella regione a livelli sempre più prossimi a quelli cinesi.

Poco dopo essere tornato al potere nel 2013, il primo ministro Shinzo Abe aveva esclamato trionfalmente in un discorso pubblico che “il Giappone è tornato!”. Da allora, con grande soddisfazione del capitale globale, ha fatto molto per dimostrarlo. Alla guida della terza economia del mondo è giunto finalmente un uomo capace di dare impulso alle privatizzazioni e alla deregolamentazione, superando le opposizioni tra diverse fazioni e riavviando la crescita – un compito così eroico che l’”Economist” ha dedicato la propria copertina al premier vestito come Superman.

Si tratta di un ritorno in grande stile per un premier che aveva dovuto dare le dimissioni nel 2007 dopo meno di un anno in carica in conseguenza di alcuni scandali e che ha giustificato la sua dipartita con la scusa alquanto stramba di un’invalidante diarrea. Anche gli osservatori più esperti che seguono il Giappone non si attendevano che Abe sarebbe riuscito a ottenere la nomination per il Partito Liberal-Democratico (PLD) nell’autunno del 2012. Nobutaka Machimura si era assicurato la maggioranza dei voti nella Dieta e Shigeru Ishiba aveva ottenuto una vittoria nel voto amministrativo. Ma dopo che le primarie sono andate al secondo turno, un fatto senza precedenti, Abe è riuscito a vincere la competizione interna al partito – dopo avere ottenuto molti favori che ora deve restituire.

shinzo abe

L’”Abenomics” è uno degli elementi di questo pacchetto di controfavori, e combina alcune delle richieste di più lunga data della classe dominante in un cocktail esplosivo. Le mega-aziende esportatrici hanno ottenuto un benvenuto enorme calo dello yen da Y77 a Y100 per un dollaro, i burocrati della finanza sono finalmente riusciti a ottenere un aumento dell’imposta sulle vendite [un analogo dell’IVA italiana – N.d.T.] dal cinque all’otto per cento, mentre le grandi aziende e le banche hanno inghiottito una grande massa di denaro di nuova emissione, salutando allo stesso tempo con favore l’ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro. Nel corso del primo anno l’adrenalina immessa nell’economia che si trovava in stato comatoso è sembrata funzionare: il Pil è passato da una crescita negativa al +1,3% all’inizio del 2013 e le aziende più affermate hanno cominciato a registrare profitti. L’”Economist” e il “Financial Times” hanno danzato per tutto il tempo lungo i bordi del campo come delle cheerleader mentre l’inflazione toccava l’1,5%. Sembrava che l’enorme economia del Giappone fosse nuovamente pronta a essere munta per ottenere profitti.

Stampare denaro e aumentare la spesa pubblica sono misure che possono creare bolle di questo tipo, ma non mantenerle nel tempo, e i risultati dell’Abenomics stanno già dimostrando di avere il fiato corto e di essere concentrati nelle mani di interessi consolidati. Le banche stanno vivendo un boom – la holding finanziaria Nomura, per esempio, ha triplicato i suoi utili – e la produzione, in particolare l’industria automobilistica, ha ottenuto buoni risultati. Gli utili tuttavia non sono stati reinvestiti in aumenti degli stipendi e i salari stanno calando mentre allo stesso tempo i prezzi aumentano [secondo un altro interessante articolo sull’Abenomics pubblicato oggi dal “Financial Times”, i salari reali sono calati del 3,2% rispetto a un anno fa – N.d.T.]. Nel secondo trimestre di quest’anno il Pil ha registrato un calo vertiginoso del 6,8%, spazzando via tutti gli incrementi registrati dall’economia nel primo trimestre, quando i consumatori avevano fatto acquisti massicci di prodotti prima dell’introduzione della nuova imposta sulle vendite. Gli apologhi affermano che la baseline più bassa renderà più facile registrare una crescita in autunno.

Se l’Abenomics ha sicuramente garantito l’entrata nella storia per un primo ministro che era stato un fallimento nel suo primo mandato, è possibile sostenere che rappresenti una svolta negli obiettivi di Abe? A parte una dubbia economia dell’offerta, le differenze tra il suo primo mandato e il secondo sono scarse. I discorsi su un “arco della libertà e della prosperità” mirato a proteggere la libertà di impresa negli USA, in Giappone, in Australia e in India (nessuna Cina, per favore) si sono tradotti nei negoziati segreti per la Trans-Pacific Partnership che puntano a ottenere gli stessi obiettivi. Il suo best seller nazionale del 2006, intitolato “Verso un bel paese”, affolla nuovamente gli scaffali delle librerie, dopo essere stato riconfezionato con il titolo poco fantasioso “Verso un nuovo paese”. Non sorprende che Abe continui a non riconoscere le scuse offerte nel 1995 per l’aggressione imperiale dall’allora primo ministro socialista Tomiichi Murayama, in occasione del cinquantesimo anniversario della fine della guerra, e tradizionalmente considerate come la posizione ufficiale del governo. Durante il suo primo mandato Abe ha puntato a rivedere tutti gli atti istitutivi del paese: la Costituzione, la Legge fondamentale sull’educazione e il trattato di sicurezza Ampo con gli Stati Uniti, ottenendo un successo parziale. Ora gli si presenta l’opportunità di riprendere questo percorso là dove lo aveva interrotto. Ed è sufficiente guardare alle sue proposte di revisione della Costituzione per comprendere dove si sta dirigendo.

Vengono abbandonati i nobili ideali democratici del preambolo – gli inni alla “preservazione della pace e al bando della tirannia, della schiavitù, dell’oppressione e dell’intolleranza per tutta la vita della Terra”, sostituiti da un incipit più nerboruto: “Il Giappone è un paese con una lunga storia e una cultura dalle caratteristiche uniche, e con un imperatore che è il simbolo che unifica la nazione”. Seguono poi rettifiche di quasi tutti i 103 articoli del documento mirate ad ampliare di molto lo spazio per introdurre uno stato di emergenza: trasformazione della simbolica Forza di Autodifesa in un vero e proprio esercito; subordinazione delle libertà di parola, di stampa e di associazione al mantenimento dell’ordine pubblico. Ma la strada dell’emendamento del documento fondativo del paese è disseminata di ostacoli. Abe ha bisogno di una maggioranza qualificata in entrambe le camere della Dieta, nonché del sostegno di un’opinione pubblica riluttante per vincere un referendum. Quindi ha preferito l’approccio di un cambiamento più tranquillo e incrementale. Il suo vice-primo ministro Taro Aso ha delineato la strategia in quello che si è rivelato essere un disastro dal punto di vita delle pubbliche relazioni, lodando i nazisti per avere sostituito la Costituzione di Weimar senza che nessuno se ne accorgesse e suggerendo che i giapponesi avrebbero potuto ispirarsi a questo esempio.

La promessa di dare nuova vita a un’economia in stato comatoso ha incantato sia la stampa che il volgo e mentre il pubblico guardava dall’altra parte Abe è riuscito a fare passare alcune delle sue proposte meno popolari. Il mese scorso il suo ufficio ha proclamato che la Costituzione non esclude l’autodifesa collettiva – nonostante un suo articolo dichiari in modo esplicito che “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione, e alla minaccia di usare la forza, o all’uso della stessa, come mezzi per risolvere le dispute internazionali”. Gli Stati Uniti hanno spinto per anni il Giappone ad adottare un’interpretazione più permissiva dell’Articolo 9 e a porsi “a fianco” delle sue truppe – un invito che Abe e i nazionalisti sono fin troppo contenti di accettare. La nuova lettura, si stenta a crederlo, viene presentata come tale da consentire al Giappone di venire militarmente in aiuto degli Stati Uniti se questi ultimi verranno attaccati. Ukeru Magosaki, ex alto funzionario del Ministero degli esteri, ha descritto questa nuova lettura come tale da trasformare letteralmente la Forza di Autodifesa giapponese in un “servizio di mercenari al soldo degli Stati Uniti”. Anche se non si tratta della prima lettura revisionista – la Forza di Autodifesa è già stata inviata all’estero in missioni di supporto all’Onu – si tratta dalla prima che ha come fonte non il sistema giudiziario ma il potere esecutivo. Un principio fondativo del costituzionalismo è quello secondo cui nessuna entità è al di sopra del dettato costituzionale. In linea di principio, le modifiche devono essere il frutto di reinterpretazioni graduali da parte di tribunali o di procedure formali di emendamento, e non di raccomandazioni di comitati di consulenza nominati dal primo ministro. Ma per Abe questi cavilli non sono altro che un ostacolo alla creazione di una forte leadership.

L’approccio dall’alto verso il basso è un marchio di fabbrica che Abe ha sbandierato con piena convinzione nel dicembre scorso, quando con una procedura abbreviata è stata approvata una radicale Legge sui segreti di stato. Presentata come una misura mirata a proteggere gli interessi nazionali dalle fughe di notizie attraverso i media, la legge va molto più in là della semplice preoccupazione per gli atti di spionaggio o di terrorismo. Si tratta infatti più che altro di una legge contro i whistleblower, che prevede cinque anni di prigione per un giornalista e dieci per la sua fonte nei casi in cui vengano denunciati casi di corruzione, di minacce alla salute pubblica e perfino di problemi ambientali, quando gli stessi vengono designati come “segreti”. Ma si tratta di timori che probabilmente andranno placandosi, visto che le voci critiche nei grandi media sono costrette a uscire di scena in seguito alle pressioni provenienti dall’alto. Tra le ultime vittime ci sono alcuni delle voci giornalistiche più critiche dell’energia nucleare e della cattiva gestione del disastro di Fukushima: Toru Nakakita, commentatore della Japan Broadcasting Corporation (NHK), Jun Hori, conduttore della NHK e Takashi Uesugi, annunciatore del canale radio Tokyo Broadcasting System (TBS). Di sicuro il nuovo capo della NHK, Katsuo Momii, non rimpiange la perdita dei giornalisti. L’uomo d’affari scelto da Abe per dirigere il canale di news televisive più popolare del Giappone ha accettato la nomina dichiarando, senza alcuna remora, che “se il governo va a destra, noi non possiamo andare a sinistra”. Non sorprende certo che i servizi della NHK sulla nuova interpretazione dell’Articolo non abbiano mai parlato dell’uomo che si è dato fuoco in una delle aree più trafficate di Tokyo per protestare contro la legge.

L’orgoglio nazionalista e l’economia neoliberale distribuiti a piene mani da Shinzo Abe non fanno che promettere un’improbabile fuga dai problemi del Giappone. Il Giappone oggi è uno dei membri dell’Osce in cui le diseguaglianze sociali sono maggiori, con tassi di povertà (una persona su sei non riesce a fare fronte alle spese correnti) secondi solo agli Stati Uniti e al Messico. Un terzo degli occupati lavora con contratti a breve termine o part-time, ma se si tiene conto che dalla scena non è ancora uscita la generazione del baby-boom che gode ancora di un impiego a vita, il dato relativo ai giovani è di gran lunga più alto. E poiché la maggior parte della previdenza sociale è collegata a un lavoro a lungo termine, quali prospettive si trovano di fronte questi giovani? La speranza è che il futuro riservi per loro qualcosa di più degli atteggiamenti nazionalisti proposti da Abe.

cambodia strike

Sud-est asiatico: aumentano gli scioperi, salgono i salari

(a cura di “Crisi Globale”)

In un interessante articolo dell’agenzia Reuters viene descritta la sempre maggiore intensità delle azioni sindacali nel Sud-est asiatico e i successi che queste ultime ottengono a livello di aumenti salariali e di miglioramento delle condizioni di sicurezza, grazie anche a un crescente scambio di informazioni e di esperienze a livello regionale. Uno scambio che, con le iniziative per la sicurezza del lavoro dopo la tragedia del Rana Plaza in Bangladesh, supera perfino i confini della regione in senso stretto. Il paese più dinamico dell’ASEAN (l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico di cui fanno parte dieci stati) sembra essere da questo punto di vista la Cambogia. Con gli scioperi dell’anno scorso i 600.000 lavoratori del tessile, il settore più importante dell’industria nazionale, sono riusciti a ottenere un aumento dello stipendio minimo senza precedenti, pari al 25%. Ma non si accontentano del successo così ottenuto che ha portato lo stipendio minimo a 100 dollari al mese, una cifra comunque sempre irrisoria, né dell’impegno della locale associazione degli industriali di portarlo a 160 dollari entro il 2018 e chiedono un aumento fino a 177 dollari, minacciando nuovi scioperi. In Cambogia nel periodo 2011-2013 gli scioperi sono più che quadruplicati, arrivando a 147 in un anno. Successi analoghi sono stati ottenuti dai lavoratori indonesiani, che negli ultimi due anni sono riusciti con le loro azioni a fare aumentare del 60% lo stipendio minimo, attualmente pari a 205 dollari. I lavoratori del tessile cambogiano e indonesiano si ispirano in parte alle lotte dei lavoratori thailandesi, che quest’anno sono riusciti a portare lo stipendio minimo nazionale a 9,42 dollari al giorno. Si tratta di livelli che si avvicinano sempre più a quelli della Cina, dove per esempio a Shanghai, la città cinese in cui è più alto, lo stipendio minimo, è di poco inferiore a 300 dollari al mese. Allo stesso tempo si nota una sempre maggiore coordinazione tra i lavoratori dei paesi della regione che, con l’aiuto tra l’altro anche di organizzazioni internazionali come IndustriALL, si incontrano regolarmente per condividere le loro esperienze di lotta e scambiarsi informazioni. Non è quindi sicuramente un caso fortuito che recentemente un colosso mondiale come Nike sia stato colpito in breve tempo, tramite suoi subappaltatori, da tre ondate di scioperi in Asia: quello di aprile a Yue Yuen in Cina, che ha coinvolto 40.000 lavoratori, quello di maggio a Sabrina in Cambogia, al quale hanno preso parte 4.000 lavoratori, e gli altri recenti scioperi in Indonesia. L’integrazione economica dell’ASEAN, prevista per il 2015, avverà quindi in un contesto di crescita delle lotte sindacali e di maggiore coordinazione tra i lavoratori della regione. I sindacati traggono forza in generale da una carenza di manodopera qualificata, un problema che affligge anche la Cina, un altro paese dove non a caso le azioni di sciopero dei lavoratori sono sensibilmente in crescita. Per un background, rimandiamo ai seguenti nostri articoli: Indonesia: lo sciopero generale e i suoi sviluppi, Cambogia: un salario da svenire, Bangladesh: dallo sfruttamento alla strage, Sud-Est Asiatico: lotte per i salari e instabilità politica.

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