FOCUS UCRAINA / Prima dell’autunno: guerra, manovre politiche e liberismo

di Andrea Ferrario

Una panoramica della situazione in Ucraina a fine luglio. Lo scontro militare si intensifica e aumenta il numero delle vittime civili dei bombardamenti sulle città, mentre a Kiev si è dimesso il premier Yatsenyuk e, in un clima di patriottismo volto a coprire altri aspetti, si va verso una difficile campagna elettorale. Intanto l’economia del paese scivola sempre di più verso il baratro.

Poiché “Crisi Globale” si prende da oggi una pausa estiva di circa un mese, pubblichiamo prima della sospensione delle pubblicazioni questo articolo che fa il punto della situazione a fine luglio riguardo a una serie di aspetti a nostro parere particolarmente rilevanti.

Il caso dell’abbattimento del Boeing malese viene costantemente seguito dai media di tutto il mondo con abbondanza di materiali. In considerazione di questo fatto, e visto tra l’altro che a oggi non è ancora possibile giungere a conclusioni sicure riguardo alle sue esatte dinamiche, ci concentreremo su altri aspetti. Prima di farlo però osserviamo che nonostante la gravità del fatto, ci sembra che a più di dieci giorni dall’evento le reazioni internazionali non siano particolarmente rigide, al di là di alcune dichiarazioni verbali di routine in casi del genere. Ci sembra evidente che sia USA e UE, da una parte, sia la Russia, dall’altra, per il momento preferiscono conservare margini di manovra che consentano soluzioni di compromesso. Il recente dispaccio con il quale la Associated Press attribuiva a un funzionario Usa anonimo l’opinione secondo cui potrebbero essere le forze ucraine le vere responsabili dell’abbattimento del Boeing va secondo noi interpretato, per citare solo un esempio, come un segno del fatto che all’interno dell’amministrazione Usa è in corso uno scontro tra falchi e colombe riguardo alla linea da seguire: in passato le “rivelazioni” di gole profonde anonime sono state molto spesso usate come strumenti per le lotte intestine all’amministrazione. Anche tra i separatisti ci sono evidenti fratture riguardo al caso del Boeing malesiano, visto che il comandante del battaglione Vostok, Alekandr Khodakovskiy, e il “governatore” della Repubblica Popolare di Lugansk, Valeriy Bolotov, hanno entrambi dichiarato che le forze filorusse disponevano di missili Buk: sia Khodakovskiy che Bolotov sono in conflitto con il leader militare della Repubblica Popolare di Donetsk, Igor Strelkov, e queste loro “rivelazioni” potrebbero essere un messaggio in codice indirizzato a lui. Ma, come per la maggior parte delle dinamiche relative all’abbattimento del Boeing, siamo per ora ancora nel campo delle ipotesi.

Ситуация в Луганской области

La situazione militare, le vittime e i profughi

Nel frattempo, rimane drammatica la situazione a Lugansk, dove bombardamenti indiscriminati hanno causato la morte di decine di civili e ingenti distruzioni. Gran parte di questi bombardamenti è evidentemente attribuibile alle forze ucraine che stanno da tempo assediando la città nel tentativo di espugnarla, come ha tra l’altro affermato Kai Vittrup, un osservatore Osce, in un’intervista al sito Gazeta.ru. Ma alle violenze e alle morti sicuramente non sono estranei gli stessi separatisti che difendono le loro posizioni nella città. Il “governatore popolare” di Lugansk, Valeriy Bolotov, dopo avere abbandonato la città vi ha fatto ritorno per dare una conferenza stampa durante la quale ha affermato a chiare lettere che nella città “ci sono alcuni singoli reparti che cercano di avere il sopravvento sugli altri e di conquistare il controllo di alcuni quartieri. Attualmente stiamo combattendo contro di loro: è impossibile lottare contro il nemico, mentre allo stesso tempo dobbiamo fare fronte a un altro nemico nelle nostre retrovie”. In questo momento i due principali battaglioni separatisti che operano a Lugansk sono lo “Zariya”, sotto il controllo di Bolotov, e il “Leshiy”, fedele a Igor Strelkov e ai separatisti di Donetsk. Tra le due fazioni ci sarebbe un profondo conflitto causato dal fatto che gli uomini di Lugansk non accettano le pretese egemoniche di Donetsk. A complicare ulteriormente le cose ci sono le truppe cosacche comandate da Ilya Manachenko, che sono ostili a Strelkov, ma non sembrano essere alleate a Bolotov. Secondo dati del pronto soccorso locale citati da Vittrup, a Lugansk in poco più di un mese sarebbero morti 250 civili. Secondo i dati del Consiglio di sicurezza ucraino i morti tra le fila delle forze di Kiev a partire dall’inizio dell’operazione antiterroristica sarebbero 325. L’ONU, secondo quanto riferisce la Reuters, stima a sua volta che il numero dei profughi in Ucraina abbia raggiunto quota 230.000 (13.000 dei quali sono profughi fuggiti dalla Crimea dopo l’annessione da parte della Russia). 100.000 di loro si troverebbero in Ucraina, mentre 130.000 avrebbero varcato i confini con la Russia.

Le truppe ucraine proseguono l’assedio di Donetsk, i quartieri periferici della quale sono oggetto di frequenti bombardamenti. Le forze di Kiev sono riuscite a tagliare il principale collegamento tra Donetsk e Lugansk, con la conseguenza che per la prima volta dovrebbero essere tagliati anche i collegamenti tra Donetsk e la Russia, e quindi anche i rifornimenti di armi alla città. Il fatto tuttavia che i separatisti riescano ancora a resistere, e in alcuni casi a passare all’attacco, è una chiara testimonianza del fatto che giungono ancora importanti rifornimenti dal paese vicino. Le truppe ucraine sembrano essere in forte difficoltà nelle zone ai confini con la Russia, dove in alcuni casi sono isolate e circondate, in una situazione quasi disperata. Izvarino, importante punto di confine con la Russia, è stato riconquistato dai separatisti, mentre le truppe governative hanno ottenuto successi nelle aree più settentrionali riconquistando Lisichank e costringendo alla ritirata il comandante separatista Mozgovoy. Mentre scriviamo sono in corso pesanti bombardamenti delle forze ucraine su Gorlovka, feudo del comandante Bezler, e su Avdeevka: anche in questi casi sono numerose le vittime civili. Dopo la caduta di Slavyansk, avvenuta il 5 luglio in modo pacifico, e il ritiro in massa delle forze di Strelkov di fronte all’avanzata delle truppe governative, la situazione militare complessiva ora sembra essere quella di uno stallo, con un netto aumento delle vittime civili e delle distruzioni. Cominciano a emergere inoltre i primi evidenti segni dell’insofferenza delle popolazioni locali riguardo alla guerra. In più di un’occasione abitanti di località dell’Ucraina orientale si sono apertamente ribellati contro comandanti locali, come è avvenuto per esempio a Lisichansk dopo la morte di due ragazzini uccisi da una mina dei separatisti. Ma anche nel resto dell’Ucraina ci sono segnali in tale senso, come le mobilitazioni che a Lvov e a Kiev hanno visto come protagonisti parenti, mogli e madri di soldati che stanno combattendo al fronte.

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Le dimissioni di Yatsenyuk e il contesto politico

Il 24 luglio a Kiev si è dimesso il governo di Arseniy Yatsenyuk, dopo che i deputati di Udar e Svoboda hanno abbandonato la coalizione, seguiti da alcuni loro colleghi di Batkivshchina. Si tratta di uno sviluppo che era previsto ormai da tempo, anche se molti non se lo aspettavano in questo momento. E’ probabile che si vada a elezioni anticipate a fine ottobre, come accadrà se da qui al 24 agosto, quando scadrà il termine per formare una nuova coalizione, non si troverà un’altra soluzione. Quasi tutti danno per scontato che si andrà comunque al voto anticipato, ma nell’attuale contesto di instabilità non è escluso che ci siano colpi di scena, visto che partiti come Batkivshchina e Svoboda, il cui sostegno presso gli elettori è in forte calo, non sono interessati ad andare alle urne a differenza del presidente Petro Poroshenko, che ha bisogno di avere al suo fianco un parlamento in cui siedano suoi uomini. Gli ultimi sondaggi danno in testa il “partito del presidente”, Solidarnost, con il 23,3% degli elettori che intendono recarsi alle urne. Segue il Partito Radicale di Oleg Lyashko, intorno al quale sta cominciando a gravitare l’estrema destra ucraina, con il 13,0%, Batkivshchina di Yuliya Timoshenko e Arseniy Yatsenyuk con l’11,1% e Udar di Vitaliy Klichko con il 7,3%. L’estrema destra di Svoboda non supererebbe la soglia per entrare in parlamento e otterrebbe solo il 4,1%, così come il Partito Comunista (3,7%). Naturalmente da qui a ottobre, vista la situazione di guerra e le tensioni estreme nel mondo politico ucraino, questi dati potrebbero cambiare anche radicalmente. Rimane poi la grande incognita delle regioni dell’Ucraina orientale, dove se proseguirà l’attuale situazione di conflitto armato sarà impossibile votare e riguardo alla quale, se anche il conflitto dovesse terminare, è impossibile prevedere il comportamento degli elettori. In generale, non promette bene per i futuri sviluppi il fatto che pochi giorni dopo le dimissioni del governo ci sia stata l’uccisione del sindaco di Kremenchug, Oleg Babaev, membro del partito Batkivshchina destinato a diventare governatore dell’importante regione di Poltava (voci non confermate dicono che fosse in conflitto con Igor Kolomoyskiy, l’oligarca di Dnepropetrovsk), e un attentato contro l’abitazione del popolare sindaco di Lvov, Andrey Sadoviy. Inoltre Gennadiy Kernes, potente sindaco di Kharkov rimasto gravemente ferito in un attentato a fine aprile, ha accusato negli ultimi giorni esplicitamente il ministro degli interni Arsen Avakov di esserne il mandante. Preoccupante è anche il fatto che nelle sfere politiche di Kiev si stia sempre più diffondendo un patriottismo dai toni spesso isterici, evidentemente mirato da una parte a coprire il fatto che l’apparato militare di Kiev è passato a una politica di bombardamenti indiscriminati sulle città, con il conseguente alto numero di vittime civili, e dall’altra a fare passare in secondo piano la disastrosa situazione economica, sociale e politica del paese a tutto vantaggio del ceto politico-militare e dell’oligarcato. In tale contesto vanno lette a nostra opinione anche le iniziative volte a vietare il Partito Comunista, un partito di affaristi che di comunista ha ben poco e le cui posizioni sono da ogni punto di vista indifendibili, ma che nel caso in questione serve evidentemente da capro espiatorio per altri fini.

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Il baratro economico e il “liberismo di guerra”

Sullo sfondo di tutto questo c’è la pesante situazione economica. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rivisto al ribasso le proiezioni relative al Pil del paese, che nel 2014 dovrebbe registrare un enorme calo, pari a -6,5%, mentre la tendenza recessionistica è andata aumentando in particolare nell’ultimo mese preso in esame, quello di giugno. La revisione è dovuta essenzialmente al fatto che nelle regioni orientali, colonna portante dell’industria nazionale, lo stato non riesce più a riscuotere le tasse, da una parte, mentre dall’altra sono enormemente aumentate le spese militari. Per fare fronte alla situazione il governo prepara ingenti tagli alle spese sociali, il congelamento di stipendi e pensioni, ulteriori aumenti delle bollette energetiche, che sono già aumentate del 50% per la popolazione a luglio e aumenteranno ancora del 40% nel 2015 e del 20% nel 2016-2017, chiusure di ospedali, e l’innalzamento dell’età per andare in pensione a 65 anni. Il FMI richiede tra le altre cose anche il taglio di circa 400.000 posti di lavoro nell’amministrazione pubblica. Verrà inoltre varato un massiccio programma di privatizzazione delle imprese statali, che vista la situazione di instabilità del paese avverrà forzatamente a prezzi depressi. Il FMI prevede che se il conflitto armato non terminerà “in tempi molto brevi” l’Ucraina avrà bisogno di un nuovo pacchetto di aiuti in aggiunta a quello già varato di oltre 17 miliardi di dollari. Il ministero delle finanze ha chiesto lo stanziamento di altri 780 milioni di dollari per finanziare le operazioni militari nell’Ucraina Orientale fino a fine anno (il costo mensile medio della cosiddetta “operazione antiterroristica” è stato stimato come pari a 128,5 milioni di dollari). Questa cifra va ad aggiungersi ai 635 milioni di dollari già stanziati finora, portando il totale del costo delle operazioni a quasi 1,5 miliardi di dollari. Questi soldi devono essere prelevati dal Fondo di riserva statale, nel quale però sono rimasti solo 520 milioni di dollari – si rende pertanto necessario reperire liquidità per circa 1 miliardo di dollari. Intanto nel giro di un anno il debito statale è aumentato di circa un terzo e, viste le cifre citate sopra, l’Ucraina si trova nuovamente di fronte allo spettro del default.

Come osserva “Gaslo”, sito del gruppo Opposizione di Sinistra, le autorità ucraine stanno introducendo un “liberismo di guerra” e nuove leggi in preparazione prevedono di dare agli imprenditori mano libera nei confronti dei lavoratori con un nuovo Codice del Lavoro. Si propone inoltre di diminuire del 70% i fondi assegnati agli organi di controllo, ivi inclusi quelli di supervisione della sfera del lavoro, dell’ecologia, della qualità dei farmaci, dell’edilizia, della sicurezza dei trasporti, nonché quelli assegnati alla sicurezza del lavoro nelle miniere o, su un altro piano, quelli destinati ad aiutare i tatari costretti a fuggire dalla Crimea. In compenso si prevede un alleggerimento dell’imposizione fiscale sulle imprese e un aumento delle tasse per le persone fisiche, nonché un aumento dei fondi destinati al rimborso del debito statale. Come commenta “Gaslo”: “Dalla guerra traggono vantaggio solo gli oligarchi ucraini e il capitale mondiale impersonificato dal FMI. Nel momento in cui gli ucraini stanno vivendo un momento estremamente difficile, lo stato versa i suoi fondi al FMI. Se davvero vuole migliorare in tale modo la propria immagine internazionale, non si capisce perché allo stesso tempo continua a integrare neonazisti come volontari nei propri battaglioni. Il governo non può sconfiggere i terroristi filorussi nelle regioni orientali al prezzo di un terrore sociale contro il proprio popolo. Il passaggio nelle mani della società del controllo delle proprietà degli oligarchi ucraini consentirebbe invece di risolvere i problemi sociali, che sono stati uno dei fattori all’origine della guerra civile”. In generale poi sulla situazione economica incombe la possibilità di un embargo di fatto da parte della Russia (in realtà già avviato: da gennaio le esportazioni verso la Russia sono diminuite di circa il 25%) e gli effetti in autunno della chiusura da parte di Mosca del rubinetto del gas.

L’autunno ucraino sarà quindi sicuramente un autunno difficilissimo. L’evoluzione concreta della situazione complessiva dipenderà principalmente dall’evolversi del conflitto armato nelle regioni orientali. Ma decisivi saranno anche gli sviluppi politici a Kiev, la linea che seguiranno le potenze internazionali e la capacità della popolazione, sia nelle regioni orientali che in quelle occidentali, di mobilitarsi per fare sentire la propria voce. L’unico dato sicuro è invece quello della disastrosa situazione economica, che sicuramente non potrà cambiare a breve termine e inciderà pesantemente su ciascuno degli aspetti sopra citati.

 

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