FOCUS UCRAINA / Il gas, l’Italia e i problemi economici della Russia

La politica russa del gas è più fragile di quanto non sembri, dal progetto South Stream all’accordo con la Cina. Intanto l’intreccio politico ed economico tra Italia e Russia si fa più forte con l’entrata di un braccio destro di Putin come Igor Sechin nel cda di Pirelli, mentre i dati recessivi dell’economia russa si fanno sempre più preoccupanti e il suo sistema finanziario dà segni di difficoltà.

Accanto agli sviluppi politici, diplomatici e militari degli ultimi giorni, nel conflitto in atto in Ucraina sono in gioco anche importanti fattori economici. Il primo è quello del gas, tornato all’ordine del giorno dopo la rottura a giugno delle trattative tra Mosca e Kiev con la mediazione di Bruxelles. Anche se non crediamo alle tesi dietrologiche secondo le quali il conflitto in atto sarebbe stato originato da una guerra per il gas, i diversi interessi energetici in gioco incidono sicuramente in modo importante sugli eventi ai quali stiamo assistendo. Nel frattempo sono usciti nuovi dati sul difficile stato dell’economia russa, che rafforzano il quadro di un momento di forte difficoltà per Mosca, un altro aspetto che va tenuto presente nell’analisi del conflitto ucraino.

gasdotto

South Stream, l’Iran, la Bulgaria e i miliardi buttati a mare

Yuliya Latynina, in un articolo pubblicato da “Novaya Gazeta”, osserva che “una delle risposte più radicali dell’Occidente alla politica estera di Mosca potrebbe consistere in una revisione delle politiche nei riguardi dell’Iran. Se ciò avverrà, il gas iraniano, che si trova un po’ più vicino all’Europa di quanto non lo sia la penisola di Yamal, nella Siberia nord-occidentale (e che secondo gli ultimi dati della British Petroleum sarebbe il maggiore gicimento del mondo in termini di riserve dimostrate), potrebbe escludere la Russia dal mercato europeo in un periodo di dieci anni. Intanto la Gran Bretagna ha aperto a Teheran una propria ambasciata e gli Usa hanno annullato una serie di sanzioni, prendendo seriamente in esame l’ipotesi di una fornitura di aiuti militari dell’Iran all’Iraq. La normalizzazione dei rapporti con l’Iran sta procedendo molto rapidamente”. Latynina prende poi in considerazione anche il progetto del gasdotto South Stream, un progetto dai costi enormi la cui funzione è principalmente quella aggirare l’Ucraina nelle forniture di gas dalla Russia all’Europa meridionale.

Recentemente la Bulgaria aveva annunciato di volere proseguire nella realizzazione pratica del progetto, nonostante Bruxelles da tempo ne avesse disposto il congelamento. Il governo di Sofia ha poi dovuto fare marcia indietro dopo le pressioni Ue, con una conseguente grave crisi interna sia politica (si andrà a elezioni anticipate in autunno), sia economica, con l’aprirsi di una guerra tra oligarchi che ha il sistema bancario nazionale al rischio di un crollo. L’Austria successivamente ha ricalcato le orme del governo bulgaro, decidendo il proseguimento della realizzazione del progetto sul proprio territorio, ma senza incontrare una pari opposizione da parte dell’Ue. Ricordiamo che l’Austria è, insieme alla Gran Bretagna, uno dei principali canali finanziari del capitale russo nell’Unione Europea. Nelle ultime settimane, sia la Serbia, che la Slovenia e l’Ungheria hanno annunciato di volere proseguire le operazioni per la costruzione del gasdotto. Così prosegue Latynina riguardo a South Stream: “La portata prevista di South Stream è di 63 miliardi di m3 all’anno. La portata totale dei gasdotti che vanno dalla Russia all’Europa è di 250 miliardi di m3 all’anno. L’anno scorso però lungo questi tubi sono stati trasportati in tutto solo 138 miliardi di m3. In altre parole, dal punto di vista economico la costruzione di South Stream non ha senso, mentre invece ha senso dal punto di vista della guerra del gas non convenzionale che il Cremlino sta conducendo contro l’Ucraina. […] L’Europa ha smesso di farsi illusioni riguardo al gas russo dal 1 gennaio 2006, quando il Cremlino ha chiuso per la prima volta il rubinetto con l’Ucraina. A partire da tale momento la quota della Gazprom nel mercato europeo è scesa dal 39% al 25%”.

Il dumping russo in Cina e la cerchia di Putin

L’articolo, dopo avere rilevato che Putin si illude sulle sue capacità di potere esercitare a livello politico un ricatto basato sul gas, passa a prendere in esame il recente accordo sulle forniture di gas dalla Russia alla Cina: “Di recente Putin ha firmato con la Cina un contratto per la fornitura di gas naturale al prezzo di 350 dollari per 1000 metri cubi, inferiore addirittura a quello che praticato all’Ucraina con uno sconto [concesso quando Yanukovich ha rinunciato alla firma dell’accordo di adesione all’Ue e da alcuni mesi annullato – N.d.T.]. Allo stesso tempo, lo sfruttamento dei giacimenti dai quali si prevede di prelevare il gas non è ancora stato avviato e il gasdotto lungo il quale dovrebbe essere trasportato non è ancora stato costruito. Gli esperti ritengono che il contratto con la Cina risulterebbe a profitto zero con un prezzo di 370-380 dollari, e quindi il prezzo di 350 dollari comporterebbe una perdita netta per la Russia. Per ridurre le perdite che verranno generate dal contratto Putin ha addirittura eliminato l’imposta sull’estrazione della materia prima per quanto riguarda il gas fornito alla Cina. In altre parole l’impressione è che il contratto, che genera perdite e non contribuisce alcun introito fiscale al bilancio statale, sia stato firmato solo affinché uomini della cerchia di Putin possano realizzare lauti guadagni con la costruzione del gasdotto “Forza della Siberia” il cui costo preventivato è di 30 miliardi di dollari (che calcolato sulla base del prezzo al chilometro risulta essere 7,5 volte più alto del prezzo del gasdotto dal Turkmenistan alla Cina). Questa impressione è stata rafforzata dal fatto che il gasdotto “Forza della Siberia” verrà costruito anche se il contratto non andrà a buon fine. La stessa cosa è accaduta anche con South Stream. Non appena la Bulgaria ha rinunciato ai lavori di costruzione, il direttore esecutivo della tedesca Winterfall, che fa parte del consorzio del progetto, ha dichiarato che il consorzio stesso continuerà a costruire la tratta sul fondo del Mar Nero. Tradotto in parole povere: continuerà a buttare a mare soldi anche se il gasdotto non arriverà da nessuna parte. L’impressione è che la politica del Cremlino riguardo al gas soffra di due gravi malattie. In primo luogo, il Cremlino continua ostinatamente a utilizzare il gas come arma, senza rendersi conto che presto smetterano di acquistare da lui tale arma. In secondo luogo, si ha l’impressione che, a causa di un ricorso smodato all’idea illusoria di disporre di forti leve energetico-geopolitiche, al Cremlino si sia formato un gruppo di persone i cui interessi affaristici sono intrinsecamente legati all’appropriazione di fondi statali per la costruzione di gasdotti, e alla fine accade che la Russia non costruisce gasdotti per aggirare l’Ucraina e metterla così in ginocchio, bensì il contrario: dichiariamo guerra all’Ucraina per avere la possibilità di distribuire soldi per la costruzione della “Forza della Siberia” e di “South Stream””, conclude Latynina.

Ancora South Stream

Un altro articolo di “Novaya Gazeta”, questa volta a firma di Aleksey Polukhin, aggiunge ulteriori elementi a questo quadro. “I punti fondamentali di entrata dei gasdotti principali attraverso i quali il gas russo si immette sul territorio ucraino sono due. Il primo si trova nella regione di Sumy [nell’Ucraina nord-orientale] e il secondo in quella di Lugansk. E’ nel secondo che si trova la direzione dei gasdotti fondamentali di Novopskov, il più grande hub del gas la cui capacità può superare i 100 miliardi di m3 all’anno. Il volume del transito dalla Russia all’Europa attraverso il territorio ucraino è pari a circa 60 miliardi di m3 all’anno, ai quali vanno aggiunti i 30-35 miliardi di m3 consumati dalla stessa Ucraina. Vale a dire che da un punto di vista puramente tecnico tutto il gas russo destinato al sistema di trasporto del gas ucraino potrebbe passare attraverso il solo nodo di Novopskov. Ironia della sorte, Novopskov si trova a nord di Lisichansk, cioè nell’area in cui vi è la maggiore concentrazione di forze armate della Repubblica Popolare di Donetsk. Vale a dire che l’Ucraina nei fatti non controlla questo attivo di importanza chiave. Le chiavi del transito del gas in Ucraina si trovano quindi nelle mani della Russia. Attraverso altre mani, è vero, ma si tratta di mani molto ubbidienti. Lo hub di Novopskov è di importanza strategica anche per il futuro South Stream. La capacità di trasporto di South Stream è di 63 miliardi di m3 all’anno, cioè addirittura superiore al flusso che attualmente attraversa il territorio ucraino. Se entrerà in funzione, l’Ucraina diventerà del tutto superflua come paese di transito e il suo sistema di trasporto del gas potrà essere venduto solo a società di rottamazione [il governo di Kiev ha appena approvato la privatizzazione del sistema di trasporto del gas dell’Ucraina mediante la vendita di quote di proprietà ad aziende europee e statunitensi – N.d.T.]. Ma South Stream, se mai verrà costruito, dovrà anche essere riempito di gas. Il ramo di Izobilny (regione di Stavropol), dove il flusso avrà inizio, viene rifornito da Novopskov. Vi è un percorso in grado di aggirare quest’ultimo, la tratta Sokhranovka-Oktyabrskaya, ma la sua capacità di 28 miliardi di m3 all’anno è evidentemente insufficiente. Se Novopskov si dovesse trovare sotto il controllo dell’Ucraina, quest’ultima potrebbe in ogni momento mettere in questione il riempimento di South Stream. La recente creazione della ‘Novorossiya’, cioè l’unione tra la Repubblica Popolare di Donetsk e quella di Lugansk, ha per la Russia un significato più che strategico. Dal punto di vista della guerra del gas Novopskov è paragonabile a Sebastapoli”.

Il giornalista di “Novaya Gazeta” prende poi in esame la decisione dell’Austria di proseguire nella costruzione di South Stream: “L’Austria ha firmato di fatto un contratto separato, la Germania ha dichiarato che se ci dovessero in futuro essere problemi riguardo al transito attraverso l’Ucraina, la Gazprom verrà autorizzata a utilizzare per intero la portata del gasdotto North Stream che trasporta il gas russo fino alla Germania (attualmente in conformità alle norme del Terzo pacchetto energetico europeo, i tubi vengono riempiti solo per una metà, la seconda essendo riservata a ipotetici fornitori indipendenti nell’ambito della liberalizzazione del mercato). Se le cose dovessero proseguire così, gli interessi economici prenderanno il sopravvento rispetto alla situazione politica e South Stream alla fine verrà costruito. […] Inoltre in futuro la Russia potrebbe ottenere per sé nuovi spazi nell’ambito del già citato Terzo pacchetto energetico. Oltre alla Gazprom in Russia ci sono due altri grandi produttori di gas, i cui volumi non faranno che aumentare: la Novatek di Timchenko e la Rosneft di Sechin [entrambi molto vicini a Putin ed entrambi colpiti dalle recenti sanzioni Usa; su Sechin e l’Italia si veda più sotto – N.d.T.]. Si ritiene che il loro peso politico si rivelerà sufficiente per infrangere il monopolio della Gazprom nelle esportazioni, tanto che è possibile prevedere un ruolo di tutte e tre le aziende sia in North Stream che in South Stream”.

provera putin sechin

Sechin e la Pirelli, Mogherini e Putin

In questo contesto va segnalato che secondo quanto riferisce il quotidiano “Kommersant” il 1 luglio a Mosca, in occasione della presentazione del semestre di presidenza italiana dell’Ue, l’ambasciatore italiano Cesare Maria Ragaglini, sottolineando come una delle priorità di Roma sia ripristinare la fiducia tra l’Ue e la Russia, ha fatto intendere che l’Italia è contraria all’approvazioni di sanzioni economiche contro Mosca e si è detto favorevole alla realizzazione del progetto South Stream, specificando che “il progetto si inserisce in pieno nella strategia europea relativa al gas”. La posizione dell’Italia come principale paese europeo, insieme alla Germania, che preme per frenare ogni iniziativa diplomatica volta a ostacolare le politiche imperialiste russe nei confronti dell’Ucraina diventa sempra più evidente. Lo rileva in una sua analisi il “Financial Times”, richiamando l’attenzione su alcuni fattori. Lo scambio commerciale tra Italia e Russia è in continua e rapida ascesa, e attualmente ammonta a 30 miliardi di euro all’anno. In una recente intervista al quotidiano Sole 24 Ore il banchiere Vladimir Dimitriev, vicino a Putin, ha detto che un embargo alla Russia potrebbe costare all’Italia 10 miliardi di euro prima ancora di ogni mossa ritorsiva da parte di Mosca. Il grande capitale italiano è sempre più strettamente legato a quello russo. La settimana scorsa Igor Sechin, da sempre il braccio destro di Putin e attualmente colpito dalle sanzioni Usa, è entrato a fare parte del consiglio di amministrazione della Pirelli, dopo che la Rosneft, il gigante petrolifero russo a controllo statale, è diventata azionista di maggioranza dell’azienda italiana, al cui capitale partecipano anche Intesa Sanpaolo e Unicredit, oltre Marco Tronchetti Provera. L’Eni rimane il caposaldo degli interessi italiani in Russia e Unicredit conferma la posizione di seconda banca estera in Russia per redditi generati. Non meraviglia quindi che, nonostante le forti tensioni internazionali, la ministra Mogherini abbia dato un segnale di amicizia al regime di Putin invitando il presidente russo a un importante incontro internazionale che si terrà a Milano nel prossimo mese di ottobre. Il governo Renzi sta tra l’altro cercare di imporre Mogherini come nuovo “ministro degli esteri” dell’Ue al posto di Catherine Ashdown, incontrando però una forte opposizione da parte di svariati paesi Ue dell’Europa Orientale proprio per le politiche filo-Cremlino dell’Italia, la cui costanza nella politica estera di Roma nell’ultimo ventennio, nonostante i cambi di governo, è una testimonianza del fatto che tali politiche si basano non su contingenze politiche, bensì sugli stabili interessi del capitale italiano.

Economia e finanze russe sempre più in difficoltà

Intanto proseguono i problemi finanziari ed economici interni della Russia. All’argomento ha dedicato un’analisi l’agenzia Bloomberg, riportando molti dati eloquenti. Secondo gli ultimi dati del FMI l’economia, già da tempo stagnante, è passata in territorio negativo per la prima volta da quattro anni. Il rublo si è ripreso dopo il drastico calo di marzo, ma la sua posizione rimane estremamente traballante e per tenerlo a galla sono state fortemente intaccate le riserve. Gli investimenti esteri sono in caduta libera, a livelli prossimi alla disastrosa crisi del 2008-2009. A ciò si aggiungono ora le forti difficoltà delle imprese russe a reperire finanziamenti sul mercato estero. Le vendite di obbligazioni internazionali da parte delle aziende russe nel trimestre marzo-maggio sono crollate a soli 2 miliardi, rispetto ai 19 miliardi di dollari dello stesso periodo dell’anno scorso. Le banche e le imprese russe hanno di conseguenza sempre più difficoltà a rimborsare i 191 miliardi di dollari di debito estero dovuti entro quest’anno. Il sistema bancario si trova vicino a trovarsi privo di attivi sufficienti da utilizzare come garanzia collaterale per ottenere fondi dalla banca centrale in un momento in cui la domanda di rifinanziamenti è in continua crescita. Ciò rende molto più rischiosi i massicci finanziamenti che la Banca Nazionale sta fornendo alle banche e, attraverso queste ultime, alle imprese (in tutto nel solo mese di aprile 142 miliardi di dollari). Il modello di crescita russo che, a differenza per esempio dalla Cina, è basato sui consumi alimentati dal credito, sembra essere definitivamente giunto a un’impasse.

Questo quadro recessivo viene rafforzato da un’analisi di Nikolay Kondrashov, dell’istituto “Centr Razvitija” pubblicata dal sito Politcom.ru. Secondo i dati dell’istituto la flessione dell’economia russa nel primo trimestre 2014, dopo la correzione per eliminare gli effetti stagionali, è di gran lunga peggiore dello 0,3% registrato dall’istituto di statistica statale Rosstat, e ammonta a -1,5%. Nei dettagli, è stata riscontrata una leggerissima crescita solo nei settori delle finanze (paradossalmente dovuta, però, al panico per la svalutazione del rublo) e delle attività immobiliaristiche. Tutti i settori industriali sono invece in forte calo, così come anche quello importante dei servizi statali. I dati finora disponibili per i mesi di aprile e maggio indicano un proseguimento di questa flessione, dovuto principalmente a un proseguimento del calo degli investimenti e della domanda dei consumatori. Nel bimestre aprile-maggio è stato inoltre registrato un vero e proprio crollo delle vendite di autovetture, un dato che, vista la rilevanza del settore automobilistico e del suo indotto nell’economia russa, avrà pesanti ricadute. L’unico settore che nel primo trimestre di quest’anno ha registrato una forte ascesa è quello dell’estrazione e della lavorazione delle materie prime, dovuto a un aumento della domanda estera di prodotti energetici russi. Secondo le proiezioni dell’istituto, tuttavia, anche questa crescita dovrebbe subire una frenata nel corso di quest’anno.

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