FOCUS UCRAINA / La caduta di Slavyansk e le sue possibili conseguenze

di Andrea Ferrario

L’inattesa caduta di Slavyansk segna un punto di svolta nel conflitto in corso in Ucraina. Fortunatamente la ritirata dei separatisti è avvenuta pacificamente, ma il fatto che si stiano concentrando nella città di Donetsk non promette nulla di buono per il futuro della regione. Il loro comandante, Igor Strelkov, ora dovrà scegliere tra tre possibili strategie.

Il 5 luglio è giunta la notizia della caduta della città di Slavyansk, del tutto inaspettata per la maggior parte degli osservatori. Si tratta di un momento cruciale della guerra in atto nell’Ucraina Orientale perché la città, occupata il 12 aprile scorso da paramilitari filorussi, era la roccaforte dei separatisti, una specie di Stalingrado della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD) dal valore, oltre che militare, anche altamente simbolico. Ripercorriamo in breve gli eventi passati. Alla guida degli uomini che il 12 aprile hanno occupato Slavyansk c’erano russi che nel mese di marzo avevano partecipato all’operazione militare di supporto all’annessione della Crimea. Il loro capo, Igor Girkin detto Strelkov, moscovita con un lungo curriculum nei servizi segreti russi, è uscito allo scoperto a inizio maggio e in breve tempo è riuscito a imporre il suo controllo sia militare che politico su buona parte della RPD, ivi compresa la stessa Donetsk, dove i gruppi di neofascisti legati alla Russia che avevano proclamato la “repubblica” si stavano rivelando sempre più inefficaci. In breve tempo Strelkov è riuscito a emarginare anche l’uomo forte di Slavyansk che a livello pubblico aveva gestito la prima fase dell’occupazione della città, Vyacheslav Ponomarev, e che è stato incarcerato (le ultime notizie dicono che è stato liberato ed è fuggito anche lui a Donetsk con le truppe di Strelkov). Questa seconda fase è culminata, grazie anche alla conquista della maggior parte dei punti di confine con la Russia da parte delle forze militari della Repubblica Popolare di Lugansk (RPL), nel grande afflusso di “volontari” e armi (anche pesanti) a fine maggio-inizio giugno. Nel frattempo, con l’elezione di Poroshenko a presidente dell’Ucraina, le azioni militari delle forze di Kiev sono andate intensificandosi, aumentando di efficacia. Nel corso dell’ultimo mese Strelkov si era lamentato più volte pubblicamente delle difficoltà nel reclutare uomini e nell’ottenere un sostegno attivo della popolazione della RPD. Ma, come abbiamo detto, nessuno si attendeva una caduta della roccaforte dei separatisti in tempi così rapidi.

forze ucraine

Le modalità della ritirata

Il timore di tutti era che la battaglia per la conquista di Slavyansk avrebbe portato a una carneficina, con uno scenario simile a quello della conquista di Grozny in Cecenia da parte delle forze russe. Per fortuna non è stato così, anche se, va ricordato, il lungo assedio ha causato decine di vittime tra la popolazione civile e decine di migliaia di profughi. La città era da tempo completamente circondata dalle forze ucraine, che negli ultimi giorni avevano preso il controllo anche di alcuni quartiere periferici. Nella notte tra il 4 e il 5 luglio le forze dei separatisti, sotto la guida di Strelkov, hanno abbandonato Slavyansk in direzione della vicina Kramatorsk, altra loro importante roccaforte. Il ritiro tuttavia non si è arrestato e i separatisti hanno subito abbandonato sia Kramatorsk, che la città di Konstantinovka, ripiegando in massa, con tutti gli armamenti che sono riusciti a portare con sé, nella “capitale” Donetsk. Nel frattempo l’esercito e la guardia nazionale di Kiev hanno preso il controllo di Slavyansk in modo pressoché pacifico (nella notte tra il 5 e il 6 luglio si sentivano però ancora spari nei quartieri periferici). Dalle pochissime notizie indipendenti che provengono dal posto si ha l’immagine di una città spettralmente vuota, in larghissima parte abbandonata dai suoi abitanti, con molte case danneggiate da colpi di mortaio, ma per fortuna non colpita da distruzioni su vasta scala. Secondo stime non confermate del vicepremier della RPD, Andrey Purgin, a Slavyansk sarebbe rimasto solo il 20% della popolazione originale (Slavyansk prima del conflitto aveva 120.000 abitanti). Un quadro completo e pienamente verificabile tuttavia lo si potrà avere solo più avanti nel tempo. Le autorità ucraine hanno comunicato che ci vorranno circa due settimane per ripristinare le infrastrutture fondamentali e consentire un rientro dei profughi. Il capo della SBU, i servizi di sicurezza ucraini, ha avuto parole concilianti, invitando a concedere un’amnistia generale a tutti gli abitanti locali che hanno dato sostegno ai separatisti. Di diverso tono invece le parole del comandante della Guardia Nazionale, che prevede l’arresto di tutti coloro che consegneranno le armi, mentre degli altri “ce ne occuperemo noi”, ha detto. Come era prevedibile i leader separatisti hanno minimizzato il significato del ritiro. Sia Strelkov, che altri loro importanti esponenti, hanno affermato che si trattava di un’operazione prevista già da tempo per consentire di concentrare le capacità di difesa e di combattimento in modo più razionale ed efficace. Strelkov ha affermato che le sue forze sono riuscite ad evacuare con successo dall’area di Slavyansk e Kramatorsk “l’80-90% degli effettivi e degli armamenti”, lasciando nelle due città “gruppi di sabotatori che operano in clandestinità”. Rimane il fatto che, secondo tutte le testimonianze disponibili, la ritirata dei separatisti è avvenuta in modo quasi del tutto pacifico. Ciò significa che con ogni probabilità vi è stato un accordo in tal senso tra la parte ucraina e quella dei separatisti.

Le acque agitate tra i separatisti prima della caduta

Nei giorni che hanno preceduto la caduta di Slavyansk tra le fila dei separatisti si erano verificati alcuni eventi che evidenziano, per l’ennesima volta, un clima di instabilità interna. Già da tempo si affermava che il comandante “Bes” (“Demonio”), che controlla l’importante città di Gorlovka (non lontana da Donetsk e dove fino a ora non si è verificata alcuna ritirata), fosse in conflitto con la dirigenza della RPD. Il 1° luglio truppe di Bes hanno fatto un’incursione armata a Donetsk, cercando di conquistare l’edificio della direzione regionale del Ministero degli interni, ma dopo uno sconto a fuoco con forze della RPD (Oplot, Battaglione Vostok) sono state respinte. Il premier della RPD, Aleksandr Boroday, ha poi condannato l’incursione di Bes affermando che la Repubblica condurrà contro di lui un’azione antiterroristica. Qualche giorno fa è stato invece arrestato Vladimir Makovich, speaker del parlamento della RPD, accusato dalla dirigenza dei separatisti di avere mal gestito l’operazione di scambio di prigionieri durante la quale è stato recentemente ucciso un giornalista del Primo canale della televisione russa. A quanto pare l’operazione di scambio di prigionieri sarebbe stata utilizzata da Makovich come copertura per un’operazione di spionaggio o sabotaggio – l’accusa nei suoi confronti non è però di averne fatto un “uso improprio”, ma di non averlo comunicato a Boroday. Makovich è una figura importante perché è fin dalla prima ora uno dei leader della RPD e, come ex dirigente della associazione dei piccoli imprenditori di Donetsk, ha sicuramente avuto un ruolo importante nel preparare il terreno ai separatisti. Infine, il 4 luglio a Lugansk il “presidente” della RPL, Valeriy Bolotov, ha dimissionato l’intero governo della repubblica. La scelta del nuovo premier è stupefacente: si tratta di Marat Bashirov, l’ennesimo cittadino russo che fino a oggi non ha avuto nulla a che fare con l’Ucraina. Bashirov fino a pochi mesi fa era un top manager della Renova, la holding dell’oligarca russo Viktor Vekselberg, e nelle sue passate attività di consulente e dirigente ha avuto costanti contatti con il mondo politico ed economico della Russia, tanto che gli osservatori politici lo considerano principalmente un lobbista al servizio dell’oligarcato russo. Mentre Bolotov procedeva a questa nomina, le truppe ucraine si avvicinavano sempre più alla città di Lugansk (che ha 500.000 abitanti), secondo alcune fonti non confermate penetrando addirittura in alcuni suoi quartieri periferici e circondandola in buona parte. Le truppe governative avrebbero inoltre preso il controllo della città di Krasnodon, dove ad aprile c’era stato un importante sciopero dei minatori. Nella stessa area sono in corso combattimenti per il controllo di un importante transito di confine.

I possibili futuri sviluppi

La situazione quindi è nel complesso estremamente confusa, tanto più che anche a Kiev e a livello diplomatico internazionale sono in corso grandi, quanto non del tutto chiare, manovre (che intendiamo analizzare in un articolo a parte in breve tempo). La concentrazione delle truppe dei separatisti a Donetsk non promette nulla di buono. Da una parte, aumenterà il controllo della città da parte di bande armate che si sono rivelate poco controllabili, dopo che in questi mesi i separatisti si erano concentrati solo in alcune parti della città. Dall’altra la prospettiva di un eventuale assedio di Donetsk, che, lo ricordiamo, è una città di 1,1 milioni di abitanti, nel quale si fronteggino il grosso delle truppe ucraine e la maggior parte di quelle della RPD è da incubo, se si tengono presenti sia le possibili conseguenze per la popolazione civile sia il probabile prolungarsi nel tempo. Nella situazione attuale, inoltre, Lugansk acquista ancora maggiore rilievo, visto che la sua vicinanza ai confini con la Russia, ancora in buona parte controllati dai separatisti, ne fa lo snodo principale per gli approvvigionamenti di armamenti e uomini da parte della RPD e della RPL. E con l’avanzata di un esercito ucraino che dispone di un numero sempre maggiore di effettivi (la stima prevalente è di 25.000-30.000 uomini) ed è sempre meglio organizzato questi approvvigionamenti diventano ancora più essenziali per la sopravvivenza delle due “repubbliche”. Si può quindi ipotizzare che le forze di Kiev punteranno innanzitutto alla riconquista del controllo sui confini con la Russia e poi su Lugansk, facendo in tale modo terra bruciata intorno al nucleo separatista di Donetsk e costringendolo alla resa. Naturalmente gli sviluppi dipenderanno anche da come si muoverà Mosca, che in questi giorni, nonostante la drammaticità degli sviluppi, sta tenendo un profilo basso.

ritirata da slavyansk

I possibili sviluppi futuri vengono riassunti in modo efficace da un commento scritto da Aleksandr Noynets per il sito “Petr i Mazepa”, secondo il quale Strelkov avrebbe deciso la ritirata da Slavyansk e Kramatorsk perché ormai non disponeva più di armi sufficienti e di effettivi in grado di affrontare un duro scontro armato. Se non lo avesse fatto, scrive il sito, l’assedio sarebbe potuto durare ancora anche due mesi, con il risultato che la città sarebbe stata ridotta a un mucchio di rovine. Noynets poi aggiunge: “Il patrimonio abitativo di Slavyansk ha subito grandi danni, ma non si tratta di danni distruttivi, non sono irrimediabili per la città. Ora per due settimane Slavyansk sarà chiusa per consentire agli specialisti di individuare e neutralizzare le mine [negli ultimi giorni vengono sempre più spesso utilizzate da entrambe le parti del conflitto – a.f.], ripristinando inoltre le vie di comunicazione, dopo di che la città sarà aperta ai profughi che desiderano ritornarvi. Il proseguimento dell’operazione militare lungo la linea Donetsk-Lugansk risulterà più facile per una serie di fattori. In primo luogo quella di Strelkov adesso e un’armata in fuga, che dovrà adattarsi a una nuova situazione, senza le fortificazioni dietro alle quali è abituata a posizionarsi e in zone che sono in larga parte sconosciute ai suoi uomini, la cui capacità di combattimento andrà diminuendo. In secondo luogo, i suoi uomini non combatteranno più per fini puramente morali, bensì come un’armata in fuga, che ha subito una sconfitta e ha abbandonato la sua Stalingrado. Ora non lotteranno più per una futura “Nuova Russia”, ma solo per salvare la propria vita. In terzo luogo, saranno in numero decisamente inferiore. Gran parte degli uomini di estrazione locale diserterà per tornare a casa, e ciò sia nel gruppo di Strelkov che negli altri gruppi sul territorio controllato dai combattenti. Quindi ora il numero di questi ultimi diminuirà notevolmente, con la conseguenza che tra le forze dei separatisti andrà aumentando la quota dei cittadini russi, la cui via verso casa è invece chiusa. In quarto luogo, la gente, dopo avere visto che “i nosti concittadini sono stati costretti alla fuga”, abbasserà la testa. Non di molto, perché altrimenti sarebbe umiliante. Ma il sostegno della popolazione ai combattenti di un armata bruciata dalla sconfitta e che appare prossima alla fine diminuirà drasticamente, con la speranza che tutto finisca quanto prima. Non voglio dire che avranno intorno a sé un terreno bruciato, ma non potranno più contare sull’ospitalità della popolazione locale. Saranno persone straniere in terra straniera”.

Noynets prosegue descrivendo quelle che secondo lui sono le tre strategie che Strelkov potrebbe seguire da qui in avanti: “La prima è quella di raccogliere intorno a se tutti i reparti dei combattenti e di concentrarsi in una sua ‘Berlino’ per l’ultima guerra urbana, che potrebbe prolungarsi per un altro paio di mesi. Questa ‘Berlino’ potrebbe essere Donetsk come potrebbe essere Lugansk. A Donetsk però il rischio è quello di trovarsi nuovamente sotto un completo assedio, senza la possibilità di avere canali di rifornimento fino ai confini con la Russia, per cui da un punto di vista strategico Lugansk sarebbe la soluzione più vantaggiosa. Ritirarsi fino a Lugansk però sarebbe come ammettere una sconfitta definitiva, mentre Donetsk rappresenterebbe il tentativo di mantenere aperto un asse Lugansk-Donetsk. La seconda strategia sarebbe quella di disperdersi. Passare dal metodo della guerra diretta a quello della guerra partigiana, organizzando reparti di sabotaggio e adottando tattiche di guerriglia urbana. La terza strategia è la meno probabile: una fuga dei combattenti nel territorio della Russia o in Crimea e il definitivo scioglimento dei loro reparti. Un vero e proprio tradimento al quale è difficile credere”.

Noynets infine commenta che “il secondo scenario è il più temibile, perché causerebbe grandi problemi ancora per uno o due anni. Il problema del secondo scenario però è che organizzarlo nel contesto di una popolazione locale sempre meno fedele è difficile. Sì, gli abitanti locali non amano Kiev e odiano le sue forze armate. Ma quando sotto casa loro ci saranno sparatorie provocate da gente che in un appartamento vicino ha deciso di ospitare un gruppo di sabotatori provenienti dalla Russia, ameranno ancora di meno i combattenti”. Secondo Noynets per questo scenario sarà decisiva la posizione che assumerà l’oligarca locale Rinat Akhmetov: se cominceranno a sparire o a essere uccisi misteriosamente leader dei ribelli, vuole dire che Akhmetov ha deciso di “mostrare la sua fedeltà alla regione”, se invece ciò non accadrà vorrà dire che l’oligarca non ha praticamente più alcun controllo sugli eventi. E proprio ieri Akhmetov si è fatto sentire con una dichiarazione, in cui chiede a entrambe le parti di riaprire le trattative e alle autorità di Kiev di non bombardare Donetsk, preservandone le infrastrutture. Ci sembra sintomatico il fatto che l’oligarca di Donetsk nella sua dichiarazione si preoccupi solo della preservazione delle infrastrutture della città e non pronunci nemmeno una parola sulla necessità di evitare vittime tra la sua popolazione, che evidentemente per lui è di secondaria importanza.

 

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