FOCUS UCRAINA / Prove di pace nella sinistra post-sovietica – 2

Proseguiamo con altri due interventi la nostra rassegna sul dibattito apertosi nella sinistra radicale ucraina e russa riguardo all’appello “Fermare la guerra in Ucraina”. Il primo è di un militante di “Opposizione di Sinistra”, un gruppo della sinistra antistalinista ucraina che non ha firmato l’appello. Il secondo è di un militante del “Movimento Socialista Russo”, gruppo russo di area analoga che invece ha dato il proprio sostegno all’appello.(Leggi la prima puntata con il testo integrale dell’appello e altri materiali)

 

CESSATE IL FUOCO: CONSIGLI E OSTACOLI
A quale compromesso siamo preparati per salvare vite nel Donbass?
di Zakhar Popovych, membro di “Opposizione di Sinistra” – Kiyv, da “Gaslo”, 11 giugno 2014

Solo i più pigri non parlano della necessità di fermare l’Operazione Antiterroristica (ATO). La cessazione nel più breve tempo possibile del conflitto armato è diventata addirittura la posizione ufficiale delle autorità ucraine. Il problema, però, è che alcune persone ritengono che l’ATO debba cessare solo quando l’esercito del governo ucraino, che in questo momento ha un chiaro vantaggio in termini di numeri e armi, avrà ottenuto una vittoria definitiva. A nostra opinione questa “vittoria” è impossibile ora senza un massiccio numero di vittime tra la popolazione civile della regione. E anche se dovesse essere ottenuta, porterà alla crescita di un odio completamente giustificabile da parte della popolazione locale e non solo nei confronti dell’esercito filogovernativo, ma anche in generale contro lo stato ucraino stesso.

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Un’autorità ucraina imposta mediante il terrore non sarà solida e non verrà accettata dagli abitanti dell’Ucraina orientale come propria. Ma è esattamente lungo questa china che gli estremisti di entrambe le parti del conflitto ci stanno spingendo. E’ una china che alla fine porterà in queste regioni alla completa perdita fiducia nelle istituzioni dello stato ucraino e alla disintegrazione di fatto di quest’ultimo. Si tratta precisamente dello scenario che le forze antiucraine vogliono vedere realizzarsi; vogliono provare innanzitutto l’incapacità dello stato ucraino contemporaneo e l’impossibilità degli ucraini di esistere come nazione politica.

Il confronto armato attualmente in corso intorno a Slavyansk, Kramatorsk e altre città del Donbass causa ogni notte nuove vittime tra i civili. Se nessuno dei pezzi di granata che hanno ferito o ucciso un civile troverete il nome di chi la ha sparata. Tuttavia queste granate continuano a esplodere molto vicino a quartieri residenziali e cadono sistematicamente in case abitate, anche se certamente nella maggior parte dei casi a essere prese di mira sono persone per nulla pacifiche. Si può certo credere che le forze dell’ATO non abbiano mai sparato direttamente contro edifici residenziali, ma nei centri densamente abitati del Donbass è impossibile evitare del tutto vittime accidentali. Si può discutere allo stesso modo se le formazioni armate delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk puntano o meno i loro mortai contro edifici residenziali. Rimane il fatto che le granate li colpiscono, e con ogni probabilità da entrambi i lati del conflitto.

Pertanto la prima richiesta che i cittadini ucraini coscienti dovrebbero avanzare è quella di un cessate il fuoco immediato. Un cessate il fuoco immediato nell’uso di armi pesanti e di forze aree da entrambe le parti nei centri popolati. Evitare vittime tra la popolazione civile pacifica, che di fatto è ostaggio dei terroristi, è l’obiettivo primario, per il quale si può trattare anche con il diavolo se necessario. In questa situazione è semplicemente necessario condurre negoziati anche con coloro che riteniamo essere i peggiori terroristi.

Aspetti come un cessate il fuoco e la creazione di un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili, nonché la consegna di aiuti umanitari, possono essere oggetto di accordi, tra gli altri, anche con i reali “comandanti sul campo” dei terroristi, cioè Girkin-Strelkov, Abver, Bes e chi altro del caso. Allo stesso tempo, il rilascio di ostaggi e le condizioni in base alle quali i terroristi abbandoneranno l’Ucraina sono le uniche questioni che devono essere negoziate con loro. Tutte le questioni riguardanti l’adozione di decisioni politiche dovranno essere esaminate invece esclusivamente con rappresentanti delle comunità locali, e non con combattenti che sono venuti qui dall’estero.

E’ necessario aprire discussioni con i rappresentanti delle comunità locali sul ritiro dell’esercito dai centri abitanti e creare zone cuscinetto di sicurezza intorno alle aree nelle quali sono accampate le forze militari ucraine. Può essere anche essere sollevata la questione del ritorno delle unità militari ucraine presso le loro basi permanenti, ma non si può assolutamente chiedere la rimozione di tutte le forze militari ucraine dal territorio delle regioni di Donetsk e di Lugansk. Le unità delle forze armate ucraine si trovano lì fin da quanto le stesse forze armate sono state create, cioè fin da subito dopo che abbiamo ottenuto la nostra indipendenza. Gli effettivi e le loro famiglie vivono nelle caserme e negli insediamenti vicini da decenni. Chiedere a queste persone, la maggior parte delle quali non ha nulla a che fare con organizzazioni nazionaliste, di andarsene altrove è assolutamente inaccettabile.

I negoziati dovranno essere condotti nel contesto dell’organizzazione di elezioni aperte e democratiche per gli organi di governo locali. In particolare sarà necessario consentire la presenza di osservatori elettorali di organizzazioni ucraine e internazionali. Non è un segreto che una parte significativa (se non la maggioranza della popolazione urbana) non si fida dell’esercito ucraino. Naturalmente la gente ha paura e si trova sotto l’influsso delle falsità della propaganda russa. Tuttavia vi sono anche motivi obiettivi per questa sfiducia. Ci sono molti membri di organizzazioni ultranazionaliste e addirittura apertamente neonaziste tra le fila e nella leadership delle unità militari ucraine di recente creazione. E purtroppo il governo ha fatto sempre più affidamento su tali unità, maggiormente inclini ad azioni spietate e che non hanno uno status chiaro o poteri definiti con chiarezza. Le azioni di questi battaglioni semiautonomi consistono spesso in provocazioni e tendono a consolidare la popolazione locale intorno ai gruppi terroristici che vengono in questi casi considerati paradossalmente come suoi “difensori”. Senza dubbio un importante passo verso la pace in questa regione sarebbe la rimozione di questi battaglioni ucraini “volontari” dal territorio di Lugansk e Donetsk, il loro disarmo e il loro scioglimento.

Non è un segreto nemmeno che finora i lavoratori non hanno praticamente preso parte in forma organizzata agli eventi in atto in questa regione industriale. Allo stesso tempo, nei luoghi in cui le organizzazioni dei lavoratori hanno preso la situazione nelle loro mani, come è successo per esempio a Krasnodon, nella regione di Lugansk, il comitato di sciopero non solo ha assunto il controllo dell’intera città, ma ha anche impedito ogni episodio di violenza nel corso del suo sciopero generale. I sindacati di Krivoy Rog hanno un’esperienza nella creazione di proprie brigate di autodifesa. Hanno svolto un ruolo importante nel prevenire provocazioni e violenze nel corso delle loro proteste a Maidan e nel bacino di Krivoy Rog.

Riteniamo che i rappresentanti dei sindacati, che da una parte sono indipendenti dai padroni oligarchi e dall’altra hanno preso chiaramente le distanze dalle organizzazioni radicali nazionaliste, sia quelle filoucraine sia quelle filorusse, possano diventare garanti di accordi stipulati tra le parti in conflitto nel Donbass. Invitiamo quindi i sindacati indipendenti e i comitati di sciopero a creare le proprie brigate di autodifesa e a utilizzare tutti i mezzi accettabili per portare tutte le parti a un cessate il fuoco immediato. Le delegazioni dei lavoratori della regione di Dnepropetrovsk potrebbero svolgere un ruolo di mediazione efficace per normalizzare la situazione ed essere molto più utili nella zona della ATO di quanto non lo siano i battaglioni (formati da volontari) “Azov” e “Dnepr”.

 

 

PERCHE’ IL PACIFISMO OGGI E’ RIVOLUZIONARIO
di Ivan Ovsyannikov, dal sito del Movimento Socialista Russo, 13 giugno 2014

[…] Maidan, come tutti i movimenti popolari di analoghe dimensioni, non era omogeneo. Conteneva in sé svariate possibilità di sviluppo, una delle quali era antioligarchica, democratica e rivoluzionaria. Se si fosse realizzata, avrebbe potuto unire le regioni occidentali e quelle orientali del paese. Solo che la sinistra ucraina era debole e divisa, e l’occupazione della Crimea da parte della Russia ha subito reso un fantasma le speranza di un “Maidan sociale”.

Quando si è evidenziato il pericolo di una invasione su grande scala dell’Ucraina da parte dell’esercito russo io, così come il Movimento Socialista Russo (MSR) nel suo complesso, mi sono pronunciato contro la guerra, riconoscendo allo stesso tempo il diritto degli abitanti della Crimea all’autodeterminazione. Gli umori filorussi nella penisola sono sempre stati forti, e questo non è certo un segreto per nessuno. Ma l’idea di una separazione difficilmente sarebbe stata così attraente se non ci fosse stata la retorica etno-nazionalista così popolare a Maidan.

Qui vorrei spiegare la mia posizione riguardo al fattore dell’ingerenza russa negli eventi ucraini. A differenza dei liberali, che spesso spiegano quanto sta accadendo nell’Ucraina sud-orientale come una macchinazione del Cremlino, affermando che i sostenitori della federalizzazione sono terroristi inviati da fuori, io sono convinto che il livello del controllo della Russia sulla situazione sia fortemente sopravvalutato. Sì, il Cremlino sta giocando il proprio gioco imperialistico, provocando e alimentando i conflitti interni per avere la possibilità di alzare il prezzo con l’occidente. Ma per farlo sfrutta contraddizioni reali della società ucraina; contraddizioni che ora vengono risolte mediante la guerra civile. La responsabilità di questa guerra va divisa tra le élite della Russia, dell’Ucraina, dell’Ue e degli Usa, nonché i leader e gli intellettuali di Maidan, la cui tolleranza nei confronti delle sortite neonaziste e di un razzismo sociale sui generis hanno reso la rivoluzione estranea a una parte consistente dei cittadini ucraini. Tutto questo, naturalmente, non dà a me, come cittadino russo, il diritto di ritenere positiva l’ingerenza russa, o anche solo di considerarla un male minore. Al contrario, mi sento obbligato a pronunciarmi innanzitutto contro la politica di provocazioni del Cremlino, contro lo sciovinismo russo e contro gli avventuristi filorussi di estrema destra che hanno preso il potere nella RPD e nella RPL.

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L’unione della Crimea alla Russia, avvenuta quasi senza spargimenti di sangue e con il sostegno di gran parte della popolazione della penisola, ha aperto un vaso di pandora. Le proteste antimaidan nelle altre regioni dell’Ucraina sono state indirizzate verso una linea radical-separatista. Se Maidan veniva giustamente accusata di alimentare le illusioni riguardo all’Ue, Antimaidan ha ripetuto questo errore, collegando la risoluzione di tutti i problemi delle regioni sud-orientali alla Russia, che in realtà ha solo utilizzato l’instabilità per mercanteggiamenti di natura geopolitica con le autorità ucraine e con l’occidente. La possibilità di un’alleanza tra gli attivisti di Maidan, insoddisfatti dell’arrivo al potere degli oligarchi e che chiedevano le lustrazioni nonché una trasformazione radicale del sistema politico, e quelli federalisti, la cui protesta sotto molti aspetti aveva le stesse radici sociali di Maidan, non si è realizzata. Un discorso a livello nazionale avrebbe consentito di approfondire il processo rivoluzionario, mettendo ai margini i nazisti ucraini, da una parte, e i separatisti russofili di estrema destra, dall’altra, ma non si è concretizzato. E’ cominciato una controrivoluzione, contrassegnata da tappe tremende come la carneficina di Odessa e la guerra nelle regioni di Donetsk e Lugansk.

Il proseguimento di questa guerra conviene sia al Cremlino che a Kiev. Il governo vecchio-nuovo dell’Ucraina grazie alla guerra può mettere fine a Maidan e consolidare il proprio potere – il potere dei vecchi oligarchi, che intendono continuare a governare il paese come facevano sotto Yushchenko e Yanukovich. Riguardo alle regioni sud-orientali Poroshenko agisce sullo stesso solco di Eltsin e Putin riguardo alla Cecenia. Il regime di Putin, con il suo tentativo di controllare le regioni sud-orientali attraverso torbidi avventuristi reazionari, che è sempre pronto a “sostituire” in ogni momento, ha oltre a interessi geopolitici anche concreti interessi di politica interna. Se a gennaio-febbraio Maidan rappresentava una minaccia per il futuro del Cremlino, oggi ogni giorno di guerra civile in Ucraina rafforza gli umori conservatori nella società russa. L’opposizione liberale che sostiene la Kiev ufficiale e ripete acriticamente i modelli propagandistici dell’altra parte del conflitto sta compiendo un suicidio politico e morale. Intorno alla persona di Putin si sta raccogliendo un’intera internazionale dell’estrema destra europea e locale. A loro volta le forze di sinistra sono in una situazione di confusione, e si schierano con i poli opposti della conservazione e del liberalismo.

Capovolgendo la formula classica di Lenin dei tempi della Prima guerra mondiale sulla “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile”, in Ucraina la guerra civile si è trasformata in guerra imperialista. Le opportunità di cui ho scritto sopra, se mai si potranno realizzare, potranno farlo solo dopo che sarà stata conclusa una pace. Se tale pace verrà conclusa dalle élite dopo che avranno bevuto a volontà il sangue del popolo, oppure sotto la pressione delle masse dell’Ucraina, della Russia e dell’Europa Occidentale, è una questione di primaria importanza. E’ proprio per questo motivo, nonostante una serie di carenze del testo in questione, che ho firmato la dichiarazione contro la guerra approvata a Minsk il 7-8 giugno dagli attivisti di sinistra della Russia, dell’Ucraina e della Bielorussia.

 

 

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