FOCUS UCRAINA / Ucraina orientale: l’incognita della passività della popolazione

Nelle regioni di Donetsk e Lugansk la popolazione è rimasta in massima parte passiva di fronte ai drammatici sviluppi degli ultimi tre mesi. In questo articolo raccogliamo alcuni dati socio-economici e le testimonianze di due reporter per cercare di mettere in contesto questo fenomeno.

[PREMESSA – Come abbiamo notato di recente, la popolazione dell’Ucraina orientale è rimasta passiva di fronte agli eventi più recenti, nonostante la loro drammaticità. La “Repubblica Popolare di Donetsk” (RPD) non è mai riuscita a portare in piazza un numero di persone che andasse al di là del paio di migliaia, né vi è alcuna partecipazione popolare al funzionamento delle sue pressoché inesistenti strutture. Nella regione non raccolgono un sostegno attivo di massa nemmeno gli oligarchi come Akhmetov o Kolomoyskiy, e tanto meno il governo di Kiev. Le immagini delle code ai seggi in occasione del referendum sull’indipendenza dell’11 maggio sono sicuramente il frutto di una manipolazione, che va dal numero irrisorio di seggi aperti al fatto che molte persone hanno votato più volte. Ma una partecipazione comunque c’è stata, così come è evidente che la RPD, o le politiche della Russia o ancora, seppure in misura di gran lunga minore, quelle degli ex boss locali del Partito delle Regioni, raccolgono comunque un consenso che non può essere ignorato, per quanto non esplicito e non manifestato attivamente. Qui sotto cerchiamo di mettere in contesto questa situazione con alcune nostre brevi considerazioni sul profilo economico-politico dell’Ucraina orientale e con la traduzione di alcuni brani interessanti, a livello puramente descrittivo, di due recenti reportage dalla regione. Si tratta di un primo abbozzo di un’interpretazione che naturalmente andrà approfondita nel tempo. Segnaliamo anche un articolo in inglese del sito “People and Nature”, http://peopleandnature.wordpress.com/2014/05/22/eastern-ukraine-beyond-the-fragments/, nel quale nella seconda parte intitolata Workers and the “people’s republics” si descrive la situazione sul terreno dal punto di vista dei lavoratori della regione – a.f.]

донецк референдум

L’Ucraina orientale nel contesto ucraino: alcuni cenni sull’economia e la politica

La regione di Donetsk ha 4,3 milioni di abitanti e quella di Lugansk 2,2, la loro popolazione complessiva ammonta approssimativamente al 15% di quella totale dell’Ucraina. La produzione industriale della sola regione di Donetsk è pari al 17% di quella dell’intera Ucraina. Si tratta dell’area più industrializzata e più ricca del paese in termini di Prodotto Interno lordo pro capite. Il Pil pro capite della regione di Donetsk (dati 2011) è di 4.590 dollari, quello della regione di Luhansk è di 3.157, quello della regione di Dnepropetrovsk 5.298 e quello della regione di Kharkov è di 3.522. Solo nella città Kiev il Pil pro capite supera questi livelli, arrivando a 10.041 dollari (nella regione di Kiev il dato è di 4.335). Questi dati vanno confrontati poi con quelli delle regioni occidentali di Lvov (2.580), Ivano Frankivsk (2.441) e di Chernivtsi (1.666), decisamente più povere e dalle quali non a caso proviene la grande maggioranza dei 7 milioni di ucraini che sono emigrati all’estero per motivi economici (circa 1 milione di loro ha scelto l’Italia come propria destinazione).

Nonostante sia tra le più ricche del paese, la regione di Donetsk è di gran lunga quella che riceve la maggiore quantità di sussidi dal governo centrale, visto che è in grado di coprire da sola appena il 39,8% delle spese. Ogni anno lo stato ucraino assegna in media più di 1,5 miliardi di dollari di sussidi alle miniere concentrate pressoché esclusivamente nell’Ucraina orientale: le miniere infatti lavorano quasi tutte in perdita, con costi che superano di molto i redditi. Uno degli slogan dei separatisti, secondo cui “il Donbass è stanco di pagare per il resto del paese” è pertanto del tutto privo di sostanza. Se però questo slogan populista trova qualche riscontro tra la popolazione, è perché l’Ucraina orientale è una delle aree del paese in cui le differenze di reddito sono più marcate e la maggior parte della gente vive con stipendi da quattro soldi. I sussidi in realtà vanno a finire per la maggior parte nelle mani degli oligarchi, che in Ucraina sono quasi tutti originari di queste regioni e/o vi detengono i propri maggiori interessi. Akhmetov, del quale abbiamo scritto nel nostro ultimo articolo, è l’uomo più ricco del paese e uno dei più ricchi del mondo grazie tra le altre cose a questi sussidi e alle concessioni statali in campo energetico che consentono a lui, come agli altri oligarchi, di sottrarre alle casse pubbliche cifre vertiginose dell’ordine di miliardi di dollari all’anno. A tutto questo si affianca nell’area una situazione di redditi particolarmente bassi per i lavoratori dell’industria con fenomeni di miseria totale come quello del settore dell’estrazione illegale del carbone, che coinvolge nell’Ucraina orientale circa 70.000 lavoratori ridotti pressoché in schiavitù, senza alcuna tutela, e consente agli oligarchi (tra i quali in prima fila il figlio dell’ex presidente Viktor Yanukovich) di ottenere carbone a prezzi bassissimi, ma registrato poi nei loro libri contabili come spesa effettuata a prezzi di mercato, con il risultato di lucrare ulteriormente sui sussidi statali.

Se esiste qualche forma di sostegno dei lavoratori locali al sistema economico-politico presieduto dagli oligarchi e del Partito delle Regioni, va interpretata probabilmente come un sostegno passivo e prepolitico a chi “ha fatto andare avanti il sistema in qualche modo” (nella regione di Lugansk e, soprattutto, in quella di Donetsk il tasso di disoccupazione è decisamente inferiore a quello del resto del paese – si veda http://pdc.ceu.hu/archive/00005099/01/download.aspx_file_id=16764.pdf), che viene considerato comunque preferibile all’incognita di un’altra élite politico-economica proveniente da aree più lontane. Insomma, per riassumere in modo un po’ grezzo, il ragionamento sembra essere “sono oligarchi bastardi, ma sono i ‘nostri’ oligarchi”. L’area dell’Ucraina orientale inoltre è stata per lunghi periodi egemone non solo a livello economico, ma anche a livello politico, visto che è da qui che la grande maggior parte dei politici più influenti dell’Ucraina indipendente (non solo Yanukovich, ma anche Tymoshenko tra i tanti altri possibili esempi) proviene o ha costruito la propria carriera. Va infine rilevato che il ruolo decisivo svolto dagli oligarchi locali dell’est risulta evidente anche a livello geografico: nelle regioni di Donetsk e Lugansk, dove comanda Akhmetov, il separatismo è dilagato, in quella contigua di Dnepropetrovsk, sotto il pieno controllo del filo-Kiev Kolomoyskiy, la situazione è stata sempre del tutto pacifica, mentre a Kharkov, dove l’uomo forte è il più ambiguo Gennadiy Kernes, che ha sempre oscillato tra “filo-occidentali” e Partito delle Regioni, la situazione si è evoluta in modo incerto, senza un dilagare dei separatisti, ma con frequenti scontri di piazza tra opposte fazioni.

Citiamo infine alcuni dati da un’indagine sociologica condotta tra l’8 e il 13 maggio su un campione ampio di intervistati (6.000) da tre tra le più note società demoscopiche dell’Ucraina (http://www.kiis.com.ua/?lang=ukr&cat=news&id=317&page=1). L’indagine riguarda principalmente le elezioni del 15 maggio, ma sono state poste anche alcune domande più generali. Si tratta di dati che vanno presi con le pinze, viste le difficoltà di condurre una tale indagine in questo momento, gli interessi politici in gioco e l’evidente volatilità delle opinioni. L’Est si distacca decisamente dal resto del paese per il numero di persone che, a un ipotetico referendum, deciderebbero di votare a favore di un’adesione all’Unione Doganale voluta dalla Russia piuttosto che all’Unione europea. La regione di Donetsk-Lugansk è in cima (55% per l’Unione Doganale), ma anche le altre regioni dell’area, in particolare Kharkov, hanno un dato consistente a favore di tale opzione. Solo nella regione di Doneck-Lugansk invece c’è una maggioranza a favore del russo come lingua ufficiale statale accanto all’ucraino (maggioranza molto forte, pari al 74%), nelle altre regioni del sud-est del paese la maggioranza è a favore dell’ucraino come unica lingua ufficiale dello stato, ma con il russo lingua ufficiale a livello regionale (a Kharkov il 55%) o completamente divisa sull’argomento (Dnepropetrovsk-Zaporozhie). Infine sorprende un po’ il dato sulle soluzioni istituzionali: nella regione di Donetsk-Lugansk la soluzione federale supera di poco (43% contro 37%) quella di un’Ucraina unitaria, cioè così come è adesso, ed è alto il numero di coloro che non rispondono (18%), tra i quali una parte probabilmente è a favore dell’indipendenza, domanda che non è stata posta. La soluzione unitaria è largamente maggioritaria in tutto il resto del paese, ivi comprese le altre regioni del sud-est e solo a Kharkov l’ipotesi di una federalizzazione raggiunge una quota consistente (25%), per quanto largamente minoritaria. a.f.
I non integrati
brani da un articolo non firmato di Kermlinrussia.com, 17 maggio 2014

I rappresentanti della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD) godono effettivamente del sostegno di una quantità sufficiente di cittadini per sentirsi pienamente padroni della città. […] Hanno il sostegno spontaneo delle persone oltre i 45 anni di età che sono rimaste escluse dall’attuale capitalismo oligarchico e vogliono tornare alla Russia. O più precisamente all’Urss, visto che nella Russia contemporanea non hanno mai vissuto.

Ma lo strato sociale principale che costituisce il nucleo delle formazioni armate è quello dei giovani, i ragazzi tra i 17 e i 25 anni. Alcuni di loro probabilmente sono legati al mondo della criminalità. Altri verrebbero definiti da alcuni lettori dei teppisti. Ma ci sembra che la definizione più precisa sia quella dei non integrati. O degli esclusi.

Questo gruppo è figlio della struttura sociale di Donetsk, per la quale è tipico uno dei livelli più alti di differenziazione sociale dell’Ucraina. Donetsk è la città degli oligarchi e dei proletari. La stratificazione non è tanto di natura patrimoniale, quanto piuttosto di livello educativo, di possibilità di viaggiare, di mobilità geografica e sociale.

Nel centro di Donetsk svetta l’edificio per uffici a 24 piani della holding System Capital Management. Ai vertici e tra i medi dirigenti della sua società Rinat Akhmetov ha collocato principalmente gente che viene da fuori – da Mosca, da Kiev, dal Kazakistan e addirittura dai paesi esteri più lontani. Si tratta di persone esperte nel campo del business, molte di loro hanno un MBA. La “Donetsk dei manager” conduce una vita decisamente benestante. Vive in begli appartamenti all’interno di edifici nuovi di zecca, si sposta su automobili costose e viaggia all’estero. Corrisponde in tutto e per tutto alla classe media moscovita. Anche nelle altre grandi aziende vi è una situazione simile.

Dai piani superiori della SCM però si vede l’ammasso delle numerosissime miniere che comincia subito ai confini della città e costituisce un elemento sostanziale del suo panorama. I lavoratori di queste miniere guadagnano in media 380 euro al mese.

I non integrati si rendono conto che l’attuale struttura sociale non offre loro alcuna prospettiva. Questa sensazione viene rafforzata dal fatto che Donetsk è un città priva di università. Non è come Kharkov e tanto meno come Kiev. La mancanza di istituti di istruzione universitaria non fa che rafforzare la sensazione di una mancanza di prospettiva. I non integrati si rendono conto che la loro possibilità di scelta si limita a un numero limitato di opzioni non certo invitanti: adeguarsi ai bassi salari offerti dalle miniere o dalle imprese industriali, entrare a fare parte del mondo criminale o darsi all’alcool. Gli ingegneri sociali non hanno previsto alcun ascensore che li porti ai piani alti degli uffici della SCM, o anche solo di qualche centro direzionale più modesto.

Tutto ciò va a sovrapporsi ad alcune peculiarità culturali. Alcuni degli abitanti di Donetsk che simpatizzano per la RPD mi hanno detto che in precedenza loro (o meglio i loro rappresentanti impersonati dalla figura di Yanukovich) riuscivano a “fare piegare la testa” a tutti quelli di Kiev. E gli abitanti della regione di Donetsk ne erano fieri. Quando Yanukovich è stato deposto sono stati in molti a sentirsi delusi. […] Tutto questo spiega perché il fucile automatico si è trasformato in un ascensore sociale per i non integrati. […]

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Immagini dalla guerra civile nel Donbass
brani da un articolo di Timur Olevskiy pubblicato da Colta.ru , 19 maggio 2014

[…] Per lunghi anni nessuno ha mai interpellato questa gente, che a sua volta è come se non avesse mai parlato, e all’improvviso il potere è scomparso, sulle loro teste ha cominciato a sventolare la bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk, rendendo più impellente il bisogno di urlare tutto quello che si era accumulato a una Russia del tutto astratta, nella speranza che avrebbe prestato il suo ascolto e avrebbe messo a posto tutto.

La prima cosa che colpisce gli occhi a Donetsk è il fatto che ci siano pochi negozi. Dopo avere vagato a lungo per cercare delle sigarette chiedo a un politologo locale: perché mai è così? “Ad Akhmetov non piace il piccolo business”, mi risponde, ma questa risposta suona come un ennesimo mito di Donetsk. L’attivismo civile nella regione in realtà è pari quasi a zero ed è in contrasto con i piani dei burocrati e dei deputati locali, il cui unico obiettivo è quello di raccogliere voti alle elezioni. “Guarda: i capi della polizia, i sindaci… lavorano tutti per Rinat Akhmetov e per la sua holding SCM”, mi dice un imprenditore locale. “E quelli che lavoravano per Yanukovich, adesso che è finita Maidan sono già tornati e hanno di nuovo il controllo di tutto”. “Sai perché nella regione di Donetsk il numero di incidenti automobilistici mortali è tre volte più alto che nel resto dell’Ucraina?”, mi chiede un’altra persona. “I poliziotti che proteggono le miniere illegali portano i cadaveri dei minatori sulla strada e, con l’aiuto dei loro colleghi della polizia stradale, li fanno passare per vittime di incidenti. Lo sanno tutti. E perché i minatori tacciono? Vivono così da anni, lavoro non ce ne è molto in giro e devono sopravvivere”. “Sì, e picchiare la moglie, poi ubriacarsi e andare a dormire è un passatempo del tutto comune”, mi dice un dirigente locale, il quale è convinto che la regione sia ormai persa. Ne parla come se ne sentisse sollevato. Gli attivisti filoucraini, ai quali i combattenti della repubblica stanno letteralmente dando la caccia, ormai se ne sono andati. Chi non è riuscito a fuggire è andato a completare l’elenco degli ostaggi scomparsi al decimo piano dell’edificio dell’amministrazione regionale conquistata dai separatisti, che ormai la gente chiama NKVD.

Le leggende e i miti della nuova Transdnistria
Il Donbass vive dei miti dell’ultimo periodo dell’Urss e il più resistente tra di essi è che la regione dà da mangiare all’intera Ucraina, mentre se invece potesse trattenere tutti i soldi per sé la gente del posto vivrebbe felicemente. Dimostrare che le cose non stanno così non serve a niente. “Dobbiamo nazionalizzare tutto, allora vivremmo tutti felicemente”, è la risposta che ci si sente dire. La situazione dei prezzi del carbone naturalmente viene ignorata completamente.
Il secondo mito è che i media ucraini mentono tutti. Naturalmente, il ragionamento che ne consegue è che se i media nazionali mentono, vuol dire che quelli del paese vicino dicono la verità. Le verità vengono attinte esclusivamente dalla televisione russa, e il vero e proprio attacco informativo che quest’ultima ha scatenato, che a Mosca viene ritenuto solo propaganda, a Donetsk e Lugansk viene accolto come un manuale dia zione. Non è una cosa nuova. Il Partito delle Regioni e il locale Partito Comunista per lunghi anni hanno condotto un lavaggio di cervello del proprio elettorato, in seguito al quale ogni parola pronunciata dalla televisione centrale equivale a una pallottola sparata dalla canna di un kalashnikov.

L’inazione della polizia nel Donbass suscita disprezzo, ma non esacerbazione. […] Della polizia la gente di qui non si fida così come non si fidava la gente a Kiev, o addirittura di più. La polizia del Donbass è al servizio dei padroni, però non è un nemico, ma solo una banda di sbirri che li copre. […]

Il giorno del referendum sull’indipendenza ho chiesto alla gente per cosa ha votato e cosa succederà dopo il voto. La domanda su cosa accadrà in futuro fa finire quasi tutti in un vicolo cieco. Non ci sono piani precisi, come con ogni probabilità non li avevano un tempo nemmeno quelli che hanno votato al referendum per la conservazione dell’Unione Sovietica, che i comunisti russi amano citare di frequente. […]

Trasformare una regione laboriosa in una imitazione della Cecenia si è rivelato molto facile, ma alla fine l’analogia che funziona di più è quella con la Transdnistria. Per giungere a un tale risultato è necessaria una popolazione immiserita e indecisa. Una polizia completamente corrotta. I legami tra gli interessi dei burocrati e un pugno di audaci avventuristi pronti a costruire la prima barricata. Ma allo stesso tempo non è assolutamente chiaro che cosa farebbe Kiev se dovesse ottenere una vittoria definitiva sui terroristi di Slavyansk. Per fare sì che la parte del Donbass che non vive nei villaggi a maggioranza ucraina, ma abita in città dimenticate da dio, non diventi un problema ancora maggiore di quello rappresentato dai miliziani armati Kiev deve cambiare le regole del gioco. Ma non può farlo solo superficialmente. Vale a dire che deve intaccare gli interessi di tutti gli oligarchi, ivi inclusi quelli del “patriottico” Kolomoyskiy, dell’amico di Yuliya Timoshenko, Sergey Taruta, di Petr Poroshenko e di tutti gli altri che il capitalismo ucraino ha generato. Difficile credere che lo farà. E il tempo che rimane a disposizione è veramente poco.

Già ora gli uomini armati di fucili automatici cominciano a riscuotere tributi ai posti blocco, a riscuotere tasse dagli imprenditori ucraini che trasportano prodotti a Donetsk e a Lugansk. Nelle gioiellerie l’oro è finito, così come le automobili nei saloni degli autorivenditori. Rapinare la gente ormai non dà quasi frutto e vendere carbone non produce redditi. Mentre invece fare la guerra a questo punto può rivelarsi un’attività molto vantaggiosa.

In primo luogo, è un buon poligono per l’addestramento di mercenari. In secondo luogo, è un contesto ideale per i sequestratori di persone e in terzo luogo è un ambiente sotto l’attenta osservazione delle forze di sicurezza russe che sanno come costruire una carriera per chi prende parte a conflitti che si trascinano nel tempo. E per i politici ucraini può rivelarsi più facile limitarsi semplicemente a ignorare la popolazione del Donbass che vincere e doversi impegnare per qualche serio cambiamento. Gli abitanti locali si abitueranno, visto che già da lunghi anni sono abituati a vivere senza speranza. […]

Dalle conversazioni che ho avuto risulta chiaro che gli abitanti di Donetsk, di Slavyansk e delle città minerarie non sono stranieri gli uni agli altri. Sono diversi, ma riescono a comprendersi reciprocamente. Molto di più di quanto non riescano a comprenderli, per esempio, gli intellettuali di Kiev. Si può senz’altro affermare che per questi ultimi, abituatisi ai rapporti orizzontali della società civile, è impossibile comprendere chi vive nell’Est e perché è diverso. A volte ciò suscita irritazione in loro, a volte paura. E intanto nell’Est industrializzato tutto somiglia sempre più non a uno stato, ma a un’azienda nella quale chiunque si proclama dirigente ottiene il diritto di dare ordini ai sottoposti. Qui rispettano la forza. In ogni strato della società, in ogni ambito professionale ci sono dei leader nascosti che non sono stati dichiarati, non sono stati analizzati e non sono chiari a nessuno di coloro che segue la crisi dell’Est da fuori. Perlomeno fino a ora. […]

 

 

 

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