FOCUS UCRAINA / La svolta di Akhmetov e la situazione incontrollabile sul terreno

di Andrea Ferrario

Il voltafaccia dell’oligarca Akhmetov, passato nel giro di un paio di settimane da un sostegno alla “Repubblica Popolare di Donetsk” a un duro attacco contro i separatisti, ha una sua logica che va individuata nei progetti di federalizzazione dell’Ucraina. La situazione sul terreno, in particolare con il moltiplicarsi dei battaglioni “privati”, rischia però sempre più di degenerare e di sfuggire di mano agli attori del conflitto.

Il dietro-front di Akhmetov

Il più potente oligarca dell’Ucraina orientale (e del paese nel suo complesso), Rinat Akhmetov, ha rilasciato nei giorni scorsi delle dichiarazioni che segnano una netta svolta nelle sue posizioni. L’oligarca di Donetsk, che fino a oggi era considerato colui che dietro le quinte dava il principale sostegno alla “repubblica” proclamata nella città, ha lanciato un duro attacco contro la dirigenza di quest’ultima, insistendo per una soluzione negoziata che porti a una federalizzazione dell’Ucraina. Si tratta di una svolta che per essere interpretata va messa in collegamento con altri sviluppi e in particolare le divergenze apertesi all’interno della “Repubblica Popolare di Donetsk” (RPD) con l’insediamento ai suoi vertici di due cittadini russi, Igor Strelkov e Aleksandr Borodaj (si veda per i dettagli il nostro ultimo articolo “Repubblica di Donetsk: sempre più a destra, verso la Russia”).

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Nel mese di aprile Akhmetov aveva pubblicamente sostenuto le motivazioni di coloro che in quel mese avevano dato vita alla RPD, invitandoli però ad aprire una trattavia per la federalizzazione. A inizio maggio la sua holding Metinvest aveva chiesto con un comunicato alle autorità di Kiev di interrompere la “operazione antiterroristica” nell’Est del paese invitandole ad “ascoltare invece la voce degli abitanti del Donbass”. Le posizioni di Akhmetov hanno cominciato a cambiare rapidamente dopo il referendum dell’11 maggio e, soprattutto, dopo gli eventi di Mariupol del 9 maggio. I fatti di Mariupol, che hanno causato una decina di morti tra i quali alcuni civili, rimangono ancora in larga parte non chiariti. Quello che è sicuro è però che quel giorno nella città sul Mar d’Azov, dove Akhmetov ha una parte consistente dei suoi interessi economici, sono entrati in azione gli “uomini in nero” di battaglioni dietro ai quali, secondo svariate fonti, c’è l’oligarca di Dnepropetrovsk suo concorrente, Igor Kolomoyskiy, fedele a Kiev. Il 12 maggio la Metinvest ha annunciato la creazione di milizie formate da operai delle sue fabbriche per garantire l’ordine, solo che in questa fase si trattava ancora di milizie incaricate di organizzare pattuglie insieme alla polizia che, a Mariupol come nel resto dell’Ucraina orientale, sostiene di fatto i separatisti della RPD o comunque convice pacificamente con loro. Ricordiamo che il 12 maggio è la stessa data in cui è uscita sulla governativa Rossiyskaya Gazeta l’intervista in cui il “governatore popolare di Donetsk”, Pavel Gubarev, accusava la RPD di essere al soldo di Akhmetov.

Il 19 maggio l’oligarca ha invece operato una svolta totale pronunciando parole durissime e sprezzanti contro i leader della RPD: “Ditemi per favore chi nel Donbass conosce anche solo uno dei rappresentanti di questa RPD? Cosa hanno fatto per la nostra regione, quanti posti di lavoro hanno creato? Se ne vanno in giro per le città del Donbass con fucili automatici in mano, ecco tutto quello che fanno – altro che difendere i diritti degli abitanti di Donetsk di fronte al potere centrale! Seminano il panico nelle città e sequestrano abitanti pacifici – sarebbe questa la lotta per la felicità della nostra regione? No! Questa è una lotta contro gli abitanti della nostra regione! Questa è una lotta contro il Donbass! Questo è un genocidio contro il Donbass!”. Akhmetov ha anche “invitato” gli operai delle sue fabbriche a scioperare ogni giorno contro la RPD, come poi è avvenuto, anche se con una partecipazione non spontanea e chiaramente diretta dall’alto. Secondo alcuni giornalisti non pochi di loro sono usciti dalle fabbriche esibendo simboli dei separatisti. La dirigenza della RPD ha risposto dichiarando l’intenzione di nazionalizzare i beni di Akhmetov – una dichiarazione che ha una pura valenza simbolica, visto che da una parte, trattandosi di una repubblica-fantoccio non ha gli strumenti per farlo, e dall’altra la RPD nella sua costituzione garantisce l’inviolabilità della proprietà privata.

I probabili motivi del voltafaccia di Akmetov

La svolta di Akhmetov sembra in realtà riguardare soprattutto i suoi rapporti con gli uomini che controllano la RPD, e non gli obiettivi ultimi dell’oligarca, che rimangono gli stessi. Il 14 maggio, come riferisce la “Ukrainska Pravda”, in un discorso Akhmetov aveva scartato tre delle ipotesi in campo per una stabilizzazione della situazione dell’Ucraina, dando la sua preferenza a quella di una federalizzazione del paese. Le ipotesi da lui scartate sono nell’ordine: 1) il paese rimane con una struttura come quella di oggi sotto il controllo centrale del governo di Kiev, ipotesi che Akhmetov definite irrealistica e ormai esauritasi; 2) creazione di una Repubblica di Donetsk indipendente, che tuttavia non verrebbe riconosciuta internazionalmente e non sarebbe in grado di reggersi in piedi da sola dal punto di vista economico; 3) unione dell’Ucraina orientale alla Russia, che non converrebbe né alla regione di Donetsk né alla Russia e porterebbe a pesanti sanzioni economiche. L’opzione a cui Akhmetov dà invece la sua adesione è quella di una modifica della costituzione e di una decentralizzazione dell’Ucraina, vale a dire la sua federalizzazione. Si tratta in realtà della stessa opzione alla quale Akmetov aveva dato il suo sostegno fin dall’inizio (come d’altronde aveva fatto anche la Russia), quando ad aprile aveva approvato le ragioni dei “fondatori” della RPD. Il problema risiede quindi evidentemente nel cambiamento dei rapporti di forza sul campo e in una situazione che sembra sfuggire sempre più al controllo non solo dell’oligarca, ma anche di altre parti in gioco.

Che la situazione sia estremamente caotica lo testimoniano altri sviluppi degli ultimi giorni, citati come esempio dal sito “Petr i Mazepa”, una delle fonti che ha analizzato maggiormente nei dettagli gli ultimi sviluppi: la ripresa con forza della “operazione antiterroristica” che vede però ora un ruolo sempre maggiore di battaglioni di “volontari” (si veda più sotto), il misterioso attentato al leader della “Repubblica Popolare di Lugansk”, Valeriy Bolotov, le tavole rotonde organizzate dal governo di Kiev in seguito alle quali è stato presentato un progetto per una maggiore autonomia delle regioni e un riconoscimento formale del russo come seconda lingua ufficiale (una mossa che va chiaramente incontro ad Akmetov), le dichiarazioni di Igor Strelkov, il capo militare della RPD, secondo cui l’esercito della “repubblica” non riesce a reclutare un numero sufficiente di uomini a causa dell’indifferenza degli abitanti della regione, l’estromissione e il disarmo di Vyacheslav Ponomarev, il “sindaco popolare” di Slavyansk che finora era stata una delle figure mediaticamente più importanti della RPD, per non parlare poi dell’improvviso ammorbidimento delle posizioni di Putin.

Secondo la maggior parte degli osservatori Akhmetov punta a esercitare pressioni affinché dalla RPD vengano estromesse le teste più calde in vista di un compromesso con Kiev. Il suo obiettivo sarebbe quello di giungere a una federalizzazione che gli consenta di conservare un controllo feudale sull’Ucraina orientale e di mantenere i legami economici con la Russia. Si tratta di un processo che potrebbe essere fortemente agevolato dall’elezione a presidente di una figura di compromesso come Petr Poroshenko. Attualmente però Akmetov starebbe perdendo il controllo della situazione a causa della “operazione antiterroristica” di Kiev, della invasione del suo territorio da parte di battaglioni “privati”, e in particolare di quelli dell’oligarca Kolomoyskiy, che molti osservatori ritengono una figura in questo momento in ascesa (tra le altre cose, dopo la strage del 2 maggio le autorità di Kiev hanno nominato come governatore della importante regione di Odessa un suo uomo, Igor Palica). Anche la Russia ha a suo modo invaso il suo territorio, con la nomina ai vertici della RPD di due cittadini russi legati ai servizi segreti di Mosca come Igor Strelkov e Aleksandr Borodaj. Secondo “Petr i Mazepa”, alla Russia potrebbe comunque convenire una prima fase più moderata incentrata su un processo di federalizzazione (che, come abbiamo visto in passato, trova ampi consensi anche nell’Ue e negli Usa), che le consentirebbe poi di aprire in modo non caotico il fronte dell’Ucraina meridionale, senza la quale il solo est avrebbe politicamente ed economicamente poco senso. L’obiettivo, secondo questa tesi, sarebbe non quello di un’invasione diretta (ipotesi tuttavia non del tutto esclusa sul lungo termine), ma quello di un controllo indiretto che consenta a Mosca una colonizzazione del sud-est dell’Ucraina. In particolare, l’ascesa del moscovita Strelkov ai vertici della RPD sarebbe un’importante leva di controllo militare degli sviluppi da parte della Russia. Da notare infine, per completare il nostro panorama, che dopo il referendum dell’11 maggio anche un altro potente oligarca, Dmytro Firtash, economicamente legato alla Russia e recentemente schieratosi a favore dell’elezione di Poroshenko a presidente, si è dichiarato favorevole a una federalizzazione dell’Ucraina. Il quadro complessivo ci sembra quello di un tentativo di tutte le parti di posizionarsi nel modo per loro migliore, anche da un punto di vista militare, in vista di una soluzione negoziata. Il rischio però, vista la sempre maggiore frammentazione delle forze sul campo e le reciproche differenze tattiche, è che gli sviluppi sfuggano di mano.

bataljon donbass

Il moltiplicarsi dei battaglioni “privati”

La situazione sul terreno è infatti tutt’altro che chiara. Particolarmente preoccupante ci sembra il moltiplicarsi di battaglioni “privati” o di “volontari” che agiscono militarmente nella regione di Donetsk e di Lugansk con l’avallo, tacito o esplicito, del governo di Kiev. Il sito Gazeta.ru ha dedicato al tema un interessante articolo. “Gli effettivi totali del ministero degli interni e delle forze armate dell’Ucraina ammontano a 480.000 uomini. Ma come hanno dimostrato gli ultimi eventi, non riescono o non vogliono svolgere le funzioni loro attribuite. Sotto l’egida del ministero degli interni e dell’esercito sta emergendo un numero sempre maggiore di nuove formazioni, denominate ‘battaglioni di autodifesa’. Le autorità li hanno di fatto legalizzati e svariati uomini d’affari di primo piano le hanno armate e rifornite di tutto il necessario”, scrive Gazeta. I battaglioni controllati da Kolomoyskiy sono il “Dnepr”, incaricato principalmente di mantenere la stabilità politica nella regione di Dnepropetrovsk di cui l’oligarca è governatore, e il “Donbass”, che in collaborazione (non sempre però effettiva) con la Guardia nazionale del governo di Kiev combatte contro i separatisti nella regione di Donetsk. Il battaglione “Donbass” è guidato da un comandante particolarmente attivo, che agisce sotto lo pseudonimo di Semen Semenchenko. Il ministero degli interni di Dnepropetrovsk (controllato da Kolomoyskiy) sta dando vita a un nuovo battaglione del quale faranno parte uomini del “Berkut”, le forze speciali che a febbraio a Maidan hanno fatto strage di dimostranti. C’è poi il battaglione “Azov”, i cosiddetti “uomini in nero” intervenuti il 9 maggio a Mariupol, che attualmente opera nell’ambito delle forze del ministero degli interni, ma dietro al quale secondo più fonti c’è Kholomoisky. Il partito Pravy Sektor ha affermato di avere dato vita a un suo battaglione, denominato anch’esso “Donbass” (cosa che senz’altro contribuirà a rendere ulteriormente più confusa la situazione). Alcuni militanti dell’ala più estrema e violenta del Pravy Sektor, la neonazista “Patrioti dell’Ucraina”, sono recentemente entrati a fare parte del già menzionato battaglione “Azov”. Un’altra unità di “autodifesa” è la “Nibulon”, creata sotto l’egida di Aleksej Vadaturskiy, proprietario della più grande holding agricola ucraina e forte nella regione di Nikolaev, dove intende organizzare un altra milizia. A Kharkov gli imprenditori locali, guidati da Aleksandr Davtyan, si stanno organizzando per creare un loro battaglione di volontari. Particolarmente attivi sul terreno sono poi i 500 combattenti del battaglione “Ucraina” controllato dal deputato e candidato a presidente Oleg Lyashko, ma che opera ufficialmente nell’ambito degli effettivi del ministero degli interni ucraino. Infine, a Odessa sono in corso di formazione due battaglioni sotto il controllo di Igor Palica che, come abbiamo visto, è un uomo di Kholomoyskiy.

L’Ucraina orientale in questo momento si trova stretta nella morsa di un complesso mosaico di attori, a ognuno dei quali la situazione potrebbe rapidamente sfuggire di mano. Il governo di Kiev, privo di forze armate e di polizia in grado di agire in modo anche minimamente efficace, si sta affidando a milizie “private” difficilmente controllabili, senza contare che lo stesso governo e i suoi servizi di sicurezza sono chiaramente lacerati da divisioni interne. La “Repubblica Popolare di Donetsk” è un fenomeno da baraccone ai cui vertici però ci sono pericolosi uomini dei servizi segreti di Mosca nonché neofascisti con collegamenti inquietanti, e che a livello militare utilizza combattenti provenienti dalle forze di intervento militare russe in Crimea, il tutto con dinamiche contrassegnate da evidenti reciproci conflitti tattici e strategici. Gli oligarchi mantengono leve di controllo economico, politico e addirittura militare (e stanno aumentando in particolare queste ultime), ma sono in reciproco conflitto tra di loro, in particolare Akhmetov e Kolomoyskiy, sia per i contrapposti obiettivi egemonici sia per l’ambizione di diventare i punti di riferimento di trattative con Kiev, da una parte, e delle manovre di Mosca, dall’altra. Ue e Usa, al di là della retorica di routine, dopo avere avallato l’annessione della Crimea hanno lavorato attivamente per una soluzione federale, anche se in questo momento sembrano più che altro in posizione di attesa. E’ logico attendersi un’accelerazione di queste dinamiche dopo le elezioni di domani, 25 maggio. In tutto questo il grande assente è il popolo dell’Ucraina orientale, che non dà un sostegno attivo né alla RPD, né al governo di Kiev, né alle trame degli oligarchi, rimanendo nell’ombra di un atteggiamento passivo particolarmente difficile da interpretare. Si tratta di un grande punto di domanda che cercheremo di affrontare a breve con ulteriori materiali.

Principali fonti utilizzate:

http://www.gazeta.ru/politics/2014/05/12_a_6027725.shtml
http://petrimazepa.com/politics/august-germanicus.html
http://www.pravda.com.ua/news/2014/05/14/7025347/
http://kommersant.ru/doc/2470477
http://kommersant.ru/doc/2470977
http://www.gazeta.ru/politics/2014/05/16_a_6036333.shtml
http://argumentua.com/stati/sobytiya-v-mariupole-9-maya-kak-eto-bylo
http://petrimazepa.com/economics/ahmetov-eats-ukraine.html
http://www.pravda.com.ua/rus/news/2014/05/19/7025818/
http://society.lb.ua/life/2014/05/19/266956_45_chernih_chelovechkov_otpravilis.html
http://www.pravda.com.ua/rus/articles/2014/05/16/7025475/
http://petrimazepa.com/politics/dnrology-1634.html
http://www.gazeta.ru/politics/2014/05/20_a_6040665.shtml
http://kommersant.ru/doc/2475741
http://kommersant.ru/doc/2475312
http://www.politcom.ru/17609.html

 

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