FOCUS UCRAINA / La deriva di una parte della sinistra riguardo all’Ucraina

di Andrea Ferrario

Un commento sulla pericolosa deriva di una parte della sinistra italiana riguardo al conflitto in Ucraina, dall’antifascismo solo parziale, all’informazione distorta, all’adozione di schemi lontani dalla realtà attuale nella critica all’imperialismo, alla mancata denuncia dei nessi tra capitalismo italiano/Ue e russo e dei loro riflessi sulla crisi in corso, al disinteresse per l’apertura di un dialogo con i lavoratori ucraini immigrati in Italia.

“Crisi Globale” è un blog che pubblica informazioni e analisi, e non commenti od opinioni. E’ una scelta cosciente che abbiamo fatto, nella convinzione che il lavoro più utile sia quello di fornire stimoli a chi è interessato a formarsi una propria visione in autonomia. Ma siamo allo stesso tempo militanti della sinistra anticapitalista e il nostro lavoro è anche un impegno all’interno di questo movimento. Come persona che nell’ambito del blog segue regolarmente l’Ucraina non posso astenermi dall’intervenire riguardo a quella che a mio parere è una pericolosa deriva nel modo in cui alcuni compagni stanno affrontando la situazione in Ucraina. Mi riferisco qui in particolare alle posizioni riguardanti la crisi in atto in quel paese e alle tematiche alla base della prossima manifestazione nazionale del 17 maggio a Roma, riguardo alle quali ritengo doveroso esprimere in modo circostanziato il mio completo dissenso.

manifestazione

Innanzitutto, la manifestazione si dichiara “a fianco degli antifascisti”. Purtroppo così come è stata indetta rischia di essere l’opposto. L’antifascismo è un valore fondamentale e condiviso da tutta la sinistra e per questo è importante che sia sempre rigoroso. Leggendo i comunicati e altri materiali prodotti da compagni che aderiscono alla manifestazione, si evince che la stessa si svolge sulla premessa del tutto falsa che l’Ucraina sia completamente in preda alle bande neofasciste del Pravy Sektor che fanno quasi quotidianamente strage di gente o seminano il terrore ovunque. Come abbiamo spiegato dettagliatamente, e sulla base di dati concreti, il Pravy Sektor e le altre forze di estrema destra nazionaliste ucraine costituiscono un pericolo reale, hanno compiuto gravi atti di violenza, ivi compresi omicidi, ma sono ben lontani dall’essere in questo momento una forza rilevante, sia numericamente, che istituzionalmente o in termini di sostegno popolare – semmai è il contrario. Molti compagni hanno invece ridistribuito in modo del tutto acritico la falsa propaganda di Mosca che dipinge esattamente il quadro irreale di cui sopra riguardo al pericolo fascista. Si tratta di persone che hanno gli strumenti per avere un quadro più realistico della situazione, ma non lo fanno e traggono così pericolosamente in inganno migliaia di militanti che non hanno certo il loro tempo e i loro strumenti per informarsi. Un conto è combattere il fascismo, obiettivo che tutti condividiamo, un altro invece è farsi canale di una propaganda, come quella russa, che semina sistematicamente la paura allo scopo di alimentare il conflitto e la violenza – la sinistra anticapitalista non può e non deve cadere in una tale trappola.

Quel che è altrettanto grave è che ampi settori della sinistra italiana stanno chiudendo gli occhi su un altro fascismo, quello dei “separatisti” della Repubblica di Donetsk. Come abbiamo documentato, non con voci o teorie cospirative, ma con fatti ampiamente verificati, è che a capo (e non solo nelle fila) di tale Repubblica c’è una banda di neofascisti legata a doppio filo con fascisti della Russia. In questo momento la loro pericolosità è a mia opinione addirittura maggiore rispetto a quella dei fascisti del Pravy Sektor o degli ultranazionalisti di Svoboda, e ciò per svariati motivi. Innanzitutto, sono particolarmente subdoli perché si mascherano il più delle volte, per motivi puramente contingenti, sotto slogan antimperialisti e addirittura antifascisti, e ciò tra l’altro è una prova del fatto che sono almeno in parte manovrati dalla Russia. Quest’ultima infatti, se vuole essere efficace, può basare per motivi storici la propria politica imperiale e la propria propaganda solo sul richiamo alla vittoria militare di Stalin contro i fascisti nella Seconda guerra mondiale. Inoltre, questi fascisti “filorussi” sono direttamente alla guida delle varie “repubbliche” separatiste, nell’ambito delle quali applicano metodi militari e autoritari (desaparecidos, razzismo e assenza di ogni forma di dibattito politico sono all’ordine del giorno). A differenza poi dei fascisti di Pravy Sektor, che erano qualche centinaia all’interno di un movimento di centinaia di migliaia, se non di milioni di persone come quello di Maidan, quelli filorussi muovono direttamente leve di comando e sono egemoni a livello istituzionale in un contesto di mobilitazioni alquanto limitate. Come è noto a tutti, poi, collaborano con un Cremlino dove i leader del Front National e di Jobbik sono di casa e che da tempo flirta sistematicamente con l’intera estrema destra europea, non esclusa Alba Dorata. Una sinistra che dice di combattere il fascismo, ma poi tace e chiude gli occhi sulla fetta più ampia ed egemone dei fascisti è una sinistra che sarà sicuramente perdente su questo fronte.

Quanto invece alla presenza di settori operai tra i “separatisti” si tratta, nei rari casi in cui c’è, di una presenza del tutto limitata e minoritaria, trattandosi perlopiù di singoli o di piccoli gruppi che imprudentemente hanno deciso di agire in un contesto in cui gli estremisti di destra e i paramilitari reazionari hanno una posizione egemone. Senza poi contare che i capi della Repubblica di Donetsk collaborano con l’oligarca e ultracapitalista Rinat Akhmetov, il Berlusconi locale che non a caso lì ha i suoi principali interessi. I sindacati indipendenti, i lavoratori che si organizzano autonomamente, come a Krivoy Rog e a Krasnodon, lottano apertamente e concretamente oltre che contro il potere centrale, anche contro gli oligarchi come Akhmetov e i separatisti filorussi.

La recente e tremenda strage di Odessa, frutto dell’azione di criminali, è stata sfruttata in modo secondo me molto cinico da alcuni esponenti della supposta “informazione alternativa”. Si è giunti a parlare di 400 vittime e di stupri quando in realtà gli stessi conoscenti e familiari delle vittime hanno confermato il ben diverso, e comunque orribile, quadro di 46 morti, i primi dei quali tra l’altro uccisi dai “filorussi” con una folle provocazione. A questa distorta “informazione alternativa” evidentemente non interessano né le vittime, né avere un quadro reale della situazione sul quale basarsi per lottare efficacemente per la pace e contro gli assassini, e preferisce invece cercare di spingere i compagni verso un clima di odio irrazionale dannoso per tutti. Inoltre, in questa come in altre occasioni, tali settori aderiscono a un modello cospirazionista che è totalmente estraneo alla tradizione marxista ed è piuttosto patrimonio dell’estrema destra e dei conservatori.

Anche sull’imperialismo vengono applicati schemi oggi irreali, che ripetono automaticamente come un disco rotto interpretazioni degni di un manualetto stalinista degli anni cinquanta, senza rendersi conto che siamo nel 2014. Parlare di pericolo imperialista in Ucraina senza mettere in primo piano quello russo – tra l’altro politicamente ed economicamente imperante da più di un secolo in quel paese – vuol dire uscire dalla realtà e pagarne il relativo pesante prezzo in capacità di analisi e di azione. Molti compagni inoltre adottano una sbrigativa e semplificatrice visione geopolitica secondo cui la “Russia non può non reagire all’accerchiamento” o deve “difendere i suoi interessi” – in realtà non esistono “interessi della Russia”, ma solo gli interessi divergenti della classe lavoratrice russa e della borghesia russa. Adottare una tale acritica visione geopolitica vuol dire fare propria una cultura che è tipica della borghesia capitalista.

Molti compagni sono in preda ad altre e secondo noi gravi amnesie. Quando si parla di antimperialismo si dimenticano completamente del fatto che il capitalismo italiano è pesantemente connesso a quello russo (come d’altronde lo sono anche quello tedesco e dell’Ue in genere). Tanto che sia Prodi, che Berlusconi e oggi anche Renzi sono sempre stati in ambito internazionale tra i principali interlocutori di Putin. Gli affari tra Roma e Mosca vengono condotti sulla pelle dei lavoratori italiani e russi. A tutti è noto il denaro pubblico che l’Italia butta via ogni anno (oltre 2 miliardi di euro) senza battere ciglio in conseguenza delle sciagurate politiche filoputiniane di Berlusconi e del suo uomo all’Eni, Paolo Scaroni, che hanno portato all’accordo “take-or-pay” sul gas russo. Una sinistra anticapitalista e antimperialista che tace su tutto questo e non mette in evidenza i nessi tra i nostri capitalisti italiani o Ue, e le politiche imperialiste di Putin, è una sinistra reticente e, ancora una volta, perdente. Non si può infine non notare che non si vede alcun tentativo di aprire un dialogo con i moltissimi lavoratori ucraini che tra mille difficoltà sono immigrati e vivono in Italia (sono circa un milione), dove stanno vivendo ore di angoscia e di timore per il rischio di una guerra nel loro paese. Come può una sinistra vera “dimenticarsi” di questa massa di lavoratori e scegliere, senza averli nemmeno interpellati, una linea che scava un fossato con la maggior parte di loro?

Infine un particolare secondario, ma eloquente e che è un sintomo della superficialità nelle modalità organizzative della manifestazione di sabato 17 maggio. La pagina facebook ufficiale dell’iniziativa (https://www.facebook.com/ucrainaantifascista) ha come proprio simbolo il “nastro di San Giorgio”. Si tratta del simbolo nazionalista russo utilizzato in queste ultime settimane dagli sciovinisti stalinisti o fascisti filorussi in Ucraina (ma anche in Russia). E’ stato adottato come simbolo della pagina probabilmente in modo irriflesso perché lo usano anche “i nostri” in Ucraina, come se si trattasse di sventolare la bandiera della squadra del cuore allo stadio. Ma non c’è bisogno di essere esperti di cose russe, basta dare un’occhiata in Wikipedia, per rendersi conto che si tratta di un simbolo militare dell’impero russo, che subito dopo la rivoluzione i bolscevichi si erano giustamente affrettati ad abolire. E’ stato ripristinato in sordina da Stalin negli anni ’50, nell’ambito della sua politica di riabilitazione dello sciovinismo panrusso, come nastro per le medaglie di onoreficienza conferite agli ex combattenti della Seconda guerra mondiale. Poi è caduto in disuso e ha avuto nuova fortuna negli anni novanta con una campagna organizzata degli ultranazionalisti sciovinisti prima sotto Eltsin, poi sotto Putin, per cercare di coprire con il patriottismo le criminali malefatte economiche, politiche e militari del nuovo capitalismo russo. Chi ha scelto questo simbolo senza le dovute cautele porta onesti compagni del tutto ignari sotto una bandiera che è l’esatto contrario dei loro valori e delle loro idee.

Si tratta di sintomi a mio parere gravi e che parlano del rischio di una pericolosa deriva di settori del movimento, sotto la guida di compagni che per cultura, mezzi, esperienza e tempo di cui dispongono hanno più di altri il dovere di salvaguardare la sinistra da tali scivoloni. Il problema non è quello che su determinati sviluppi vi siano posizioni diverse, che sono senz’altro salutari nell’ambito di un dibattito informato e basato su analisi concrete. Il problema invece è che non si deve transingere su valori e posizioni politiche imprescindibili, come per esempio un autentico e attento antifascismo a tutto campo, una solidarietà con le popolazioni e i lavoratori, e non con gli stati o i poteri che li sfruttano, un antimperialismo attivo che non si limita a fare il tifo per una parte contro l’altra, un pacifismo che rifiuta categoricamente di farsi canale di campagne che seminano odio e terrore.

Per evitare di cadere nelle trappole che ho cercato di descrivere sopra è necessario secondo me aprire un dibattito a tutto campo e su basi concrete. Un tema sicuramente importante da affrontare è quello della pesante eredità che lo stalinismo ha lasciato dietro di sé e che riemerge purtroppo in nuove forme sia nell’ambito delle modalità di azione e di analisi della sinistra, sia nelle dinamiche in atto nei paesi dell’ex “socialismo reale” come l’Ucraina e la Russia. Altrettanto importante è avere il coraggio di rendersi conto che dopo l’inizio della crisi economica globale e la “primavera araba” del 2011 si è aperta una fase di mobilitazioni di massa e di conflitti interimperialisti dalle coordinate spesso contraddittorie o che sfuggono ad alcune delle categorie interpretative alle quali ci eravamo (forse troppo comodamente) abituati. Adagiarsi nel ripetere meccanicamente schemi del passato, lasciarsi andare a interpretazioni cospirative che spiegano tutto ma in realtà non spiegano niente, vuole dire esporsi al rischio di staccarsi sempre più dalla realtà e quindi di risultare sempre meno efficaci nell’agire.

 

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