FOCUS UCRAINA / Grandi manovre nell’Ucraina orientale: Parte 2 – Il contesto interno e internazionale, la federalizzazione

di Andrea Ferrario

La seconda puntata del nostro speciale sugli eventi nell’Ucraina orientale: alcune ipotesi sulle vere intenzioni degli oligarchi e perché possono trovare punti di coincidenza con le strategie dell’Occidente e della Russia. Il regime di Putin, da parte sua, sta tentando di risolvere gli enormi problemi della sua economia basata sulla rendita generata dalle materie prime con una politica nazionalista e guerrafondaia estremamente pericolosa. La federalizzazione non solo non è una soluzione, ma porterebbe l’Ucraina a diventare un protettorato feudale.

[Leggi la prima puntata]

A cosa puntano gli oligarchi

Lo scenario in atto nelle ultime settimane nell’Ucraina sud-orientale è molto diverso da quello della Crimea. Nella penisola l’occupazione russa è cominciata nella notte tra il 26-27 febbraio, in assenza di qualsiasi mobilitazione di piazza. Va notato tra l’altro che in Crimea tutto si è svolto a soli 4-5 giorni dai rivolgimenti a Kiev che hanno portato alla caduta di Yanukovich. Visto che si è trattato di un’operazione molto bene organizzata e curata in tutti i suoi aspetti, sia militari, che politici e internazionali, è evidente che si è trattato di un’opzione messa a punto ben prima della caduta di Yanukovich, un particolare che andrà tenuto presente per una ricostruzione storica degli eventi. Nell’Ucraina orientale le dinamiche sono state invece differenti. Come abbiamo già osservato, a inizio marzo ci sono state mobilitazioni di piazza rilevanti – anche se le manifestazioni sono state di sicuro manipolate, c’era una certa partecipazione popolare, mirata essenzialmente contro il nuovo governo di Kiev (e non a favore della Russia o di un’indipendenza). Con il tempo la partecipazione popolare è andata esaurendosi e le mobilitazioni si sono ridotte alla partecipazione pressoché esclusiva di piccoli gruppi organizzati “filorussi”, con una folta presenza di elementi criminali, neostalinisti e neofascisti. E’ in questa fase che si è cominciato a parlare di unione alla Russia, o di indipendenza e referendum, e che si sono svolte le occupazioni attentamente organizzate a Donetsk, Lugansk e Kharkov il 6 aprile. Nel fine settimana successivo si è registrata un’altra evoluzione: le azioni di occupazione di edifici amministrativi o della polizia sono state di carattere esclusivamente militare (o meglio, paramilitare), senza alcuna finzione di partecipazione popolare. A Donetsk e Lugansk, dove proseguono le occupazioni, nessuno è sceso in piazza in contemporanea alle azioni paramilitari nei centri urbani vicini. E’ chiaro che le richieste di annessione alla Russia, indipendenza e referendum non sono assolutamente frutto di mobilitazioni popolari, anche se evidentemente non incontrano un’opposizione attiva. Il grande punto di domanda è quali siano allora le forze che spingono in una tale direzione e quali siano gli obiettivi che si prefiggono. Su questo all’atto delle cose si possono solo formulare ipotesi.

In assenza di una partecipazione popolare, bisogna concentrarsi sugli altri attori. Partiamo quindi dagli oligarchi, il cui ruolo fondamentale sul campo è chiaramente visibile. La maggior parte di loro oltre ad avere la propria base politica ed economica in queste regioni era, come abbiamo già rilevato, strettamente legata al Partito delle Regioni di Yanukovich. Con il dissolversi di quest’ultimo si è creato un grande vuoto politico. Secondo stime del politologo russo Fedor Lukjanov, se oggi si votasse in Ucraina il partito prenderebbe solo il 6% dei voti. Visto il controllo che gli oligarchi esercitano a tutti i livelli nella regione, è impensabile che gli ultimi eventi avrebbero potuto svolgersi senza il loro avallo. La maggior parte degli osservatori ritiene che gli ultimi eventi siano stati organizzati dagli oligarchi come arma di ricatto per ottenere da Kiev una conferma del loro controllo sulla regione. La probabile elezione di un loro collega, Poroshenko, a presidente dell’Ucraina rafforzerebbe le loro speranze di potere conseguire un tale obiettivo e in questo sarebbero aiutati anche dalla posizione assunta dalla Russia, in particolare dalla sua insistente richiesta di una federalizzazione dell’Ucraina. Come scrive il sito Gazeta.ru: “Akhmetov, Efremov e Kernes sfruttano la Russia per restare in gioco, per avere la possibilità di continuare a rapinare le proprie regioni. Hanno bisogno della federalizzazione non meno di quanto ne ha bisogno la Russia. Solo così potranno andare avanti come prima, rubando soldi al territorio e trasferendoli in banche estere”. Da venti anni il sistema oligarchico locale si nutre dei sussidi di Kiev alle industrie della regione, lucrando inoltre sugli appalti statali, senza mai avere investito per lo sviluppo economico, con il risultato che l’industria locale cade a pezzi e ha sempre più bisogno di sussidi, generando così un circolo vizioso. Si tratta di un modello di oligarchi-rentier che a suo modo assomiglia a quello degli oligarchi-rentier russi che lucrano sulle risorse del loro paese.

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Se di sicuro è in atto una lotta per la costruzione di nuovi equilibri nell’oligarcato locale, non appare convincente l’ipotesi di un braccio di ferro tra gli oligarchi dell’est e il governo centrale. A Kiev non siede certo un governo rivoluzionario che ha intenzione di cambiare radicalmente il paese. Piuttosto è il contrario. Le più importanti leve del potere sono in mano a Batkivshtina, l’affidabilissimo partito dell’oligarca Tymoshenko, dimostratasi negli anni in sintonia con gli interessi dei suoi colleghi e disponibile a questo fine a gettarsi ora tra le braccia dell’Occidente ora tra quelle della Russia. Anche se il Partito delle Regioni è in dissoluzione, i deputati eletti nelle sue liste conservano ancora i loro posti in parlamento, insieme agli altri affidabilissimi partiti “tradizionali”. E all’orizzonte c’è il nuovo presidente-oligarca Poroshenko, chiaramente una figura disponibile ai compromessi con tutte le parti in gioco, a livello sia interno che internazionale. Come ha osservato sempre il politologo Lukjanov in un’intervista al sito Slon, “se Poroshenko vincerà le elezioni, il modello di Taruta e Kolomoyskiy potrebbe estendersi ad altre regioni, creando uno stato feudale-oligarchico. Attualmente, con la federalizzazione, si sta pensando a istituzionalizzare questo modello”. Fatta quindi eccezione per i chiari giochi di riequilibrio interno tra i vari oligarchi e annessi, l’ipotesi di un vero e proprio braccio di ferro secondo noi non quadra. Gli oligarchi, è la nostra opinione, puntano invece a tagliare le gambe alla rivolta popolare che ha abbattuto uno dei loro uomini più importanti, Viktor Yanukovich. Vogliono frammentare il paese ed evitare l’ulteriore sviluppo di un movimento che già li ha colpiti. Le false “rivolte” nell’Ucraina sud-orientale, le occupazioni impunite e impunibili se non al prezzo di grandi spargimenti di sangue, così come lo spudorato flirtare dei separatisti con Mosca, sono tutti elementi che, soprattutto dopo il già umiliante caso della Crimea, sono mirati a ingenerare un senso di impotenza nella popolazione mettendo un’ipoteca sull’eventuale prosecuzione del processo rivoluzionario. In questo sono senz’altro aiutati dalle grandi manovre delle potenze imperialiste, e in primo luogo della Russia, che offrono loro l’occasione di svolgere un ruolo di mediatori e quindi la possibilità di consolidare il proprio potere facendo un’ulteriore salto di qualità.

Non a caso il sito Liga.net ha osservato: “Da due decenni [gli oligarchi] spremono quel che è rimasto dell’industria dell’era sovietica, convertendo tutto il succo che hanno così spremuto dal Donbass in valuta estera e sontuose residenze a Montecarlo o a Londra. Uno dei principali risultati di Maidan potrebbe essere proprio una revisione dello stato delle cose che impera da due decenni, nel quale i profitti vanno ai padroni del Donbass e tutti i sussidi sociali sono a carico dello stato.” E, aggiunge sempre Liga.net: “Le autorità di Kiev che conducono un dialogo con gli oligarchi dell’Ucraina orientale, e gli stessi oligarchi, perdono di vista un particolare: l’Ucraina del dopo Maidan potrebbe non accettare un tale corso degli eventi e non perdonarlo”. Una federalizzazione dell’Ucraina darebbe mano più libera agli oligarchi e consentirebbe loro con ricatti e allettamenti di tenere in gioco, a loro protezione, attori enormemente più potenti come la Russia, gli Stati Uniti e la Ue. Allo stesso tempo, come osserva Lukjanov, “per la Russia la federalizzazione è una delle soluzioni migliori perché l’Ucraina diventerebbe una struttura amorfa, che a causa della sua complessa struttura non sarebbe più in grado di adottare decisioni effettive”. Una federalizzazione effettuata nelle condizioni reali dell’Ucraina di oggi porterebbe a una paralisi politica che frammenterebbe e indebolirebbe il paese, sottoponendolo a un’umiliante sottomissione agli interessi degli oligarchi, a livello locale, e della Russia (in primo luogo, ma non solo della Russia) a livello internazionale, con il risultato di demoralizzare le masse popolari. Naturalmente non sono da escludersi, in questo gioco “antirivoluzionario”, le altre due ipotesi alternative alla federalizzazione. Meno probabile secondo noi è quella di un’indipendenza delle regioni sud-orientali – a tale proposito ci sembra che l’opinione di Lukjanov colga bene la situazione: “l’Ucraina orientale è una regione con una grande popolazione, un’industria e un’economia seria. Non può rimanere nel limbo di una ‘indipendenza’. O rimarrà nell’Ucraina o verrà annessa dalla Russia”. L’ultima opzione, quella di un’annessione alla Russia, viene esclusa da molti osservatori secondo i quali gli oligarchi ucraini non la vogliono, perché in Russia diventerebbero dei nani, a livello politico ed economico, rispetto ai loro colleghi russi. Anche se c’è una logica in questa tesi, secondo noi non coglie del tutto nel segno, poiché in caso di annessione gli oligarchi diventerebbero indispensabili a Putin per il controllo della regione, da una parte, e, dall’altra, potrebbero godere del regime economico preferenziale che Mosca sicuramente dovrebbe mettere in atto nella regione. In più per alcuni di loro si aprirebbe la possibilità di tentare, forti dei servizi resi al Cremlino, la scalata alle ben più appettibili risorse russe. Si tratta però di una strategia che in effetti comporterebbe grandi incognite per loro.

La volontà degli oligarchi di mettere una pietra tombale sulla rivolta ucraina è a nostra opinione in sintonia con una pari volontà a livello internazionale. Non solo la Russia, ma anche gli Stati Uniti e l’Europa, sebbene più indirettamente, hanno un interesse a “chiudere” il processo rivoluzionario in Ucraina e a indebolire il paese.

Le grandi manovre: l’Occidente

La rivolta ucraina ha subito una forte evoluzione nel corso del tempo, e a febbraio, trasformandosi in un’aperta insurrezione contro il sistema politico di Yanukovich, si è inserita a pieno titolo nella corrente dei processi rivoluzionari che hanno sconvolto il mondo a partire dal 2011, come in Egitto e in Siria, o delle grandi mobilitazioni popolari di protesta, come nei Balcani o in Turchia. L’Ucraina si inserisce in queste dinamiche anche da un punto di vista puramente geografico: è vicina agli instabili Balcani e a un paese in profonda crisi come la Turchia, e attraverso quest’ultima è collegata a una vasta area di instabilità che attraverso la Siria arriva fino all’Egitto. In presenza di una crisi economica di portata epocale alla quale non si riesce a mattere fine e che pone in radicale difficoltà le potenze imperialiste, ogni processo rivoluzionario o di mobilitazione di massa viene considerato come una minaccia che va soffocata, o alla quale va messo il prima possibile un “tappo”. In Egitto gli Stati Uniti lo hanno fatto barcamenandosi tra i Fratelli Musulmani e la giunta militare, in Siria aprendo “negoziati di pace” con la collaborazione della Russia, in Turchia per ora ci pensa un Erdogan ancora sufficientemente forte, in Bosnia gli oligarchi locali stanno riprendendo in mano la situazione dopo che l’Ue è arrivata a minacciare un intervento militare. Né gli Stati Uniti, né l’Ue, vogliono di principio l’aprirsi di un nuovo fronte di mobilitazioni o di disordine incontrollabile in questa situazione. Non è un caso che di fronte alla strage messa in atto da Yanukovich il 20 febbraio il loro primo obiettivo sia stato quello di forzare un compromesso tra l’opposizione (ben lontana dal rappresentare a pieno titolo le mobilitazioni di Maidan) e il regime di Yanukovich, compromesso che, una volta raggiunto il 21 febbraio con la mediazione dei ministri Ue, è stato mandato a monte dalla piazza. Dopo questo insuccesso, e l’abilissima dimostrazione di forza della Russia in Crimea, si creano ora le condizioni perché Mosca, Washington e Bruxelles trovino un compromesso sulla federalizzazione che rappresenterebbe una scorciatoia per giungere a obiettivi analoghi. Mentre però Bruxelles a livello diplomatico ha ormai ben poche altre leve da muovere, soprattutto perché totalmente screditata dopo la penosa e maldestra gestione, insieme a Yanukovich, del processo per la firma dell’accordo di associazione, per Washington le cose stanno un po’ diversamente. Il comportamento degli Usa dipenderà essenzialmente da come si muoverà la Russia. Se quest’ultima si asterrà dall’intervenire direttamente nell’Ucraina sud-orientale, Washington avrà tutto l’interesse a promuovere anch’essa la federalizzazione dell’Ucraina, per i motivi citati sopra. Se invece la Russia dovesse scegliere la strada del confronto, gli Usa si troverebbero di fronte a un enorme dilemma: andare allo scontro con Mosca in un momento così difficile, mandando in tale modo all’aria la collaborazione con la Russia negli infinitamente più importanti casi della Siria e dell’Iran e trovandosi di conseguenza in un garbuglio politico da incubo, salvando però la faccia dal punto di vista dell’autorità internazionale, oppure mantenere un basso profilo come ha già fatto con la Crimea (e ancora prima in Siria), magari questa volta alzando un po’ più la voce per motivi di immagine, ma mettendo definitivamente a nudo la propria incapacità di svolgere come in passato il ruolo di “poliziotto mondiale”?

Putin Crimea

Le grandi manovre: la Russia

Con l’operazione in Crimea la Russia è riuscita a ottenere un grande successo su più fronti. Innanzitutto è riuscita a mettere a nudo la debolezza della nuova Ucraina, più precisamente del suo apparato militare e politico, dimostratosi totalmente non in grado di reagire, e l’incapacità da parte di Kiev di un sostegno effettivo delle potenze internazionali (eloquente a tale proposito il rifiuto categorico di Washington di inviare aiuti militari all’Ucraina, accompagnato dall’irrisorio invio di “razioni per i soldati”). Si tratta anche in questo caso di un’umiliazione che va nella direzione di demoralizzare il paese e tagliare le gambe a ogni ulteriore processo rivoluzionario. A livello internazionale Putin è riuscito finora con questa operazione a porre in evidenza come, al di là della retorica di routine, nessuno si arrischia a mettere in atto misure concrete per ostacolarlo. A livello interno, i due fattori dell’umiliazione del paese vicino e dell’esibizione di muscoli a livello internazionale, si sono tradotti in un enorme rilancio della popolarità di Putin tra la popolazione russa. E’ difficile trovare negli anni recenti un’operazione di annessione che, come quella in Crimea, si sia svolta con tale rapidità e tale sfacciato successo. Per trovare qualcosa di simile bisogna tornare davvero, come fanno molti, all’annessione dei Sudeti o all’anschluss dell’Austria da parte della Germania di Hitler. La Crimea però è sotto ogni punto di vista molto più irrilevante come “bottino” rispetto a quelli ottenuti dai nazisti all’epoca, e Putin non è certo Hitler. A differenza di quest’ultimo, non è alla guida di una grande potenza industriale e di una macchina statale di micidiale efficienza, al contrario. E’ invece a capo di una versione oligarchica e corrotta del neoliberalismo imperante, che trova la sua base economica pressoché esclusiva nella rendita generata dal gas, dal petrolio e da altre materie prime.

Come la Crimea, anche l’Ucraina orientale non rappresenta una preda molto interessante dal punto di vista economico. La sua industria è tecnicamente arretrata rispetto agli standard internazionali, il settore dell’estrazione mineraria è estramente inefficace e la regione per andare avanti senza tumulti sociali vive in gran parte di sussidi statali. La sua inglobazione nella Russia costituirebbe per anni solo un onere finanziario per Mosca e potrebbe diventare redditizia solo sul lungo periodo, ma con un livello di investimenti che difficilmente il capitale statale e privato russo potrebbe permettersi. L’Ucraina per la Russia in questo momento è semplicemente uno strumento esterno per cercare di portare avanti (o forse sarebbe meglio dire: salvare) il proprio peculiare sistema capitalista interno, sia a livello politico che a livello economico. Per farlo, Mosca punta anche a mantenere un proprio “spazio eurasiatico”, per motivi probabilmente più politici che economici.

Il modello su cui per un quindicennio si è basato il potere di Putin si sta infatti esaurendo. Dopo il caos dell’era Eltsin e il crollo finanziario del 1998 il presidente russo è riuscito a ripagare i colossali debiti del paese, a consolidare il ceto dirigente e quello burocratico con un sistema autoritario e a guadagnarsi i favori di ampie fette della popolazione ridistribuendo un po’ di briciole degli enormi introiti ricavati con l’esportazione di materie prime. Tutto questo è stato possibile solo e unicamente grazie al fatto che la sua ascesa al potere è coincisa con un aumento vertiginoso dei prezzi mondiali delle materie prime, che ha raggiunto il suo culmine nel 2008 e ora, in presenza della crisi mondiale, difficilmente potrà proseguire la sua corsa. Come è tipico di questi modelli economici, per potere tenere in vita un sistema basato sulla rendita generata dalle materie prime sono necessarie iniezioni di fondi sempre più alte. Se i prezzi delle materie prime arrestano la loro ascesa, il sistema cade nella stagnazione (è quanto sta succedendo ora in Russia) e scivola progressivamente verso la recessione, se poi i prezzi calano sensibilmente il rischio è quello di un crollo verticale dell’economia e del sistema sociale. Questo è tra l’altro uno dei motivi per cui questi tipi di sistemi economici sono di norma tra i più autoritari. In questi quindici anni i fondi generati dalle esportazioni di materie prime sono stati utilizzati in Russia interamente per mantenere in vita in modo improduttivo questo modello di capitalismo. Non è stato effettuato, né poteva essere effettuato senza mettere a rischio il sistema, alcun investimento nell’industria o nella diversificazione dell’economia. Sono stati sì accumulati centinaia di miliardi in due “fondi di stabilità”, ma per dare un’idea di che garanzia costituiscano per l’economia del paese è sufficiente dire che nel 2008-2009 (in presenza, non a caso, di un enorme calo del prezzo del petrolio) la Russia ne ha buttato via quasi la metà nel giro di pochi mesi per sostenere il rublo il cui valore rischiava di sprofondare in caduta libera. E’ evidente che la Russia deve fare un salto di qualità, ma che non è in alcun modo in grado di riformare il proprio modello economico rendendolo inerentemente più stabile. Può solo cercare di tenerlo in vita cambiandone i connotati con l’aiuto di fattori “esterni” al modello stesso.

Rosneft

La sontuosità kitsch dell’Olimpiade di Sochi è stata l’ultima celebrazione del vecchio sistema politico putiniano, mentre la crisi Ucraina costituisce con ogni probabilità l’inaugurazione di una nuova fase. Uno degli assi portanti della fase che si apre sarà quello della mobilitazione delle masse a favore di una politica nazionalista e guerrafondaia. E’ una fase che è già stata avviata: mai negli ultimi decenni si è vista in Europa un’attività di propaganda interna dalle dimensioni e dall’ossessività, nonché dall’aggressività, pari a quella in atto negli ultimi due mesi in Russia. La cerimonia solenne con la quale Putin al Cremlino ha dichiarato l’annessione della Crimea, per chi la ha vista, è stato uno spettacolo la cui scenografia ricorda i tempi più bui della storia europea. La propaganda del Cremlino è estramente pericolosa, perché non si basa solo su una disinformazione massiccia, ma anche su un desiderio di revanscismo nei confronti di altri popoli e su una dimostrazione di potenza militare e imperiale. A questa propaganda si affiancano altri fattori estremamente pericolosi. Innanzitutto la Russia che, non dimentichiamolo, ha un arsenale atomico micidiale, negli ultimi anni ha fortemente aumentato la quota delle proprie ricchezze destinate alle spese militari, cresciute esponenzialmente non solo rispetto ai paesi europei, che le stanno diminunedo, ma anche rispetto agli Usa, il “poliziotto del mondo”. Mosca, tra le altre cose, ha varato un programma di riarmo e di ammodernamento dei propri armamenti del valore di 750 miliardi di dollari, che potrebbe tra l’altro essere un tentativo, il cui successo appare tuttavia assai improbabile, di risolvere i problemi della struttura economica del paese attraverso il modello del sistema militare-industriale. Su un altro piano, va osservato che se la Russia fino a oggi ha avuto un regime “solamente” autoritario, è perché ha aderito a un modello neoliberale, per quanto sui generis, che sarebbe stato in contraddizione con un modello parafascista. Per evitare una deriva del genere il regime di Putin ha dovuto assumere in sé molti degli elementi della destra estrema: dalla retorica imperiale, ai valori della famiglia, all’omofobia, alla religione nazionale. Allo stesso tempo, ha cooptato alcuni esponenti dell’estrema destra “intellettuale” (per esempio Aleksandr Dugin, diventato consigliere della Duma), relegando a una posizione marginale, ma tollerando ampiamente, il razzismo e il neofascismo di strada. Non va però dimenticato che la Russia di oggi è un paese in cui le aggressioni neofasciste (che arrivano spesso fino all’omicidio) e i pogrom razzisti sono all’ordine del giorno come in nessun altro paese europeo e rimangono quasi sempre impuniti. Il salto da una dimensione di autoritarismo “soft” (usiamo qui un eufemismo, naturalmente) a uno molto più “hard” è nel contesto attuale non solo molto facile, ma anche in armonia con la logica degli eventi in corso, purtroppo. A tale proposito appare molto inquietante, sul piano internazionale, che l’estrema destra europea in forte crescita elettorale trovi esplicitamente in Putin un alleato. Il Front National francese, lo Jobbik in Ungheria, la FPO in Austria, tra gli altri, vedono nella Russia di Putin un modello e hanno tutti partecipato come osservatori, invitati dal governo russo, al referendum in Crimea. Marine Le Pen e i neofascisti di Jobbik sono di casa a Mosca. A loro volta, politologi vicini al Cremlino parlano di un risveglio europeo che, con la “primavera russa” in corso dalla Crimea all’Ucraina sud-orientale, pone Mosca al fianco di forze nazionaliste come i già citati partiti di estrema destra e addirittura la greca Alba Dorata (si veda per esempio un commento delle Izvestia: http://izvestia.ru/news/569094). Come scrive Anton Shekhovtsov, per il mese di ottobre è previsto un grande convegno al quale sono invitate molte forze dell’estrema destra russe ed europee, tra le quali l’italiana Forza Nuova, insieme addirittura al vice-primo ministro russo Dmitri Rogozin (http://postskriptum.org/2014/04/13/jobbik/2/). Si tratta di legami ormai consolidati, che all’occasione il regime russo potrà utilizzare per le sue manovre di politica internazionale, sfruttando l’ondata di crescita dell’estrema destra europea.

Ma torniamo all’immediato. All’attuale stato delle cose la federalizzazione, imposta da una posizione di forza, sembrerebbe essere la soluzione migliore per Putin. Consoliderebbe la sua posizione interna grazie alla dimostrazione di forza a livello mondiale, gli consentirebbe di mantenere un ruolo internazionale sia ricattando l’Ucraina sia, indirettamente, tenendo in scacco altri paesi ex sovietici che hanno una popolazione russa, e diventerebbe un tutore dell’Ucraina insieme a Usa e Ue, ma da una posizione molto più forte, vista la vicinanza geografica e le moltissime leve di cui dispone nel paese. Tra l’altro, la federalizzazione non escluderebbe affatto una successiva annessione nel corso del tempo. L’ipotesi della federalizzazione consentirebbe poi agli Stati Uniti di “salvare la faccia” e di continuare ad avere Mosca come partner “concorrenziale”, ma pur sempre partner, in Medio Oriente, evitando un’ulteriore complicarsi della situazione nell’area. L’Ue da parte sua riuscirebbe così a rimanere in gioco e a mettere una pezza sulla sua inettitudine a livello diplomatico. Rimarrebbe la grande incognita della copertura delle enormi spese per il salvataggio economico dell’Ucraina, che è praticamente in stato di default. Anche in questo caso, però, a tutte le parti in gioco conviene una condivisione delle spese piuttosto che un’assunzione in toto dei costi. Tra l’altro, in tale modo la grande finanza internazionale continuerebbe ad avere voce in capitolo attraverso il FMI. A perdere sarebbero naturalmente gli ucraini, sottoposti a un triplice protettorato, anzi, addiritura quadruplo perché, come abbiamo già spiegato, accanto alle tre grandi potenze sarebbe pienamente in gioco anche una quarta parte, quella interna degli oligarchi. L’opzione di un’escalation militare russa però non è affatto da escludersi. Il momento è molto propizio per Mosca, dopo l’annessione della Crimea, e l’Occidente si troverebbe molto in difficoltà, per tutti i motivi elencati, a studiare una risposta efficace. Per Putin si tratterebbe di una mossa molto rischiosa, ma alla luce di quanto abbiamo visto se condotta con successo gli potrebbe garantire un trionfo a livello interno e un grande balzo in avanti a livello internazionale.

Alcune considerazioni aggiuntive sulla federalizzazione

L’ipotesi di una federalizzazione sembra guadagnare molti favori anche nell’opinione pubblica democratica. All’apparenza il modello federale sembra molto democratico e in grado di garantire un controllo dal basso. La storia e la pratica però ci insegnano che non è così. E come ogni modello, va letto nel concreto della situazione in atto, se non si vuole cadere nell’ideologismo. Da quanto abbiamo visto, risulta chiaro che una federalizzazione imposta dalle potenze imperialiste, sotto la minaccia militare della Russia e magari con l’accordo dei burocrati di Kiev, mentre milizie armate “anonime” occupano militarmente le amministrazioni pubbliche e senza avere nemmeno scalfito il potere economico e politico degli oligarchi, porterebbe solo ed esclusivamente a un protettorato di tipo feudale che metterebbe per lunghi anni un’ipoteca pesantissima sul processo rivoluzionario che, pur tra mille contraddizioni, si era avviato. Si tratterebbe di una soluzione che andrebbe a scapito degli ucraini, della loro possibilità di emanciparsi dal potere economico degli oligarchi e dal controllo delle grandi potenze per potere invece decidere in prima persona. Non costituirebbe quindi nemmeno un primo passo verso qualcosa di meglio, semmai il contrario. D’altronde, per avere un’idea di quale sia la validità di un tale modello federale (grandi potenze e oligarchi inclusi) basta riportare alla mente le immagini della recente rivolta bosniaca e dei palazzi delle amministrazioni locali in fiamme nel febbraio scorso: una rivolta popolare e furiosa che è stata in buona parte, se non principalmente, una rivolta contro la federazione e la sua sostanza oppressiva. L’obiettivo deve essere quindi quello di una nuova mobilitazione innanzitutto proprio contro questa (feudo)federalizzazione e attraverso di essa contro i poteri oligarchici nazionali e internazionali (in primo luogo la Russia) che la sostengono, cercando di aprire un dialogo popolare tra ovest ed est del paese proprio sul tema della lotta contro gli oligarchi, l’unico sul quale al momento è possibile, visto il disorientamento e il caos negli altri campi, trovare un linguaggio comune. Si tratta di un obiettivo assolutamente urgente, che potrebbe sgombrare il campo verso altri più alti obiettivi in campo sociale ed economico.

Fonti: per la ricostruzione degli eventi abbiamo utilizzato le news e le agenzie pubblicate dai siti http://lb.ua/, http://censor.net.ua/, http://korrespondent.net/, http://www.pravda.com.ua, http://www.gazeta.ru/, http://kommersant.ru/ tra il 5 aprile e oggi. Per gli oligarchi, abbiamo utilizzato (oltre alle fonti indicate qui sotto) gli articoli sul tema pubblicati dal settimanale Tyzden il 27 marzo: http://tyzhden.ua/Magazine/333 . Per il modello economico-politico di Putin abbiamo utilizzato, tra gli altri, l’ottimo volume di Simon Pirani, “Change in Putin’s Russia: Power, Money and People”, 2010. Per il resto abbiamo utilizzato in ordine cronologico le seguenti fonti:

http://argumentua.com/stati/kto-mutit-russkii-bunt-v-donetske-lidery-i-provokatory

http://zn.ua/columnists/russkiy-mir-pytaetsya-vzyat-revansh-142705_.html

http://argumentua.com/stati/kto-shtormit-odessu

http://zn.ua/POLITICS/novyy-lider-doneckih-separatistov-okazalsya-funkcionerom-mmm-142706_.html

http://www.gazeta.ru/politics/2014/04/06_a_5982493.shtml

http://www.gazeta.ru/politics/2014/04/07_a_5982761.shtml

http://kommersant.ru/doc/2447042

http://blackstonebite.livejournal.com/234666.html

http://news.liga.net/articles/politics/1280464-novyy_pristup_separatizma_versii_i_svidetelstva_ochevidtsev.htm

http://www.unian.net/politics/902360-federalizatsiya-s-pistoletom-u-viska.html

http://www.gazeta.ru/politics/2014/04/08_a_5984813.shtml

http://slon.ru/russia/lukyanov_vsya_ukrainskaya_politika_eto_skopishche_mutnykh_i_neponyatnykh_intrig_zameshannykh_na_bolsh-1081310.xhtml

http://korrespondent.net/business/3346090-konflykt-s-zapadom-y-deshevaia-neft-obvaliat-r

http://www.gazeta.ru/politics/2014/04/08_a_5985597.shtml

http://www.colta.ru/articles/society/2843

http://korrespondent.net/ukraine/politics/3346641-kto-sehodnia-upravliaet-revoluitsyonnym-donetskom

http://www.liga.net/opinion/181205_oligarkhi-pod-kremlem-chto-delat-s-zakazchikami-separatizma.htm

http://kommersant.ru/doc/2448739

http://argumentua.com/stati/vostochnyi-front-bez-oshchutimykh-peremen

http://www.gazeta.ru/business/2014/04/10/5988337.shtml

http://www.gazeta.ru/politics/2014/04/10_a_5988073.shtml
http://www.gazeta.ru/politics/2014/04/10_a_5988497.shtml

http://www.gazeta.ru/politics/2014/04/12_a_5990457.shtml

http://www.gazeta.ru/politics/2014/04/13_a_5991033.shtml

http://slon.ru/world/donbass_itogi_pervoy_nedeli_bunta_vzglyad_s_vostoka_ukrainy-1083920.xhtml

http://argumentua.com/stati/dnepropetrovsk-reportazh

http://www.colta.ru/articles/society/2890

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