FOCUS UCRAINA / Grandi manovre nell’Ucraina orientale: Parte 1 – La cronaca degli eventi e il ruolo degli oligarchi

di Andrea Ferrario

La situazione nell’Ucraina sud-orientale ha fatto un nuovo salto di qualità, con occupazioni e azioni di gruppi paramilitari bene organizzate. Nella prima parte di questo speciale ricostruiamo le dinamiche degli eventi e passiamo in rassegna le figure degli oligarchi locali, analizzandone il ruolo nell’ambito della crisi in atto. Nella prossima puntata ci occuperemo delle proposte di federalizzazione e del contesto internazionale.

6 aprile: la domenica degli assalti organizzati
La nuova catena di eventi che ha fatto salire la tensione nell’Ucraina Orientale è iniziata domenica 6 aprile. La sera di quel giorno, nel giro di un solo paio di ore attivisti “filorussi” hanno occupato la sede della SBU (servizi di sicurezza) e quella dell’Amministrazione regionale a Donetsk, la sede della SBU a Lugansk e quella dell’Amministrazione regionale a Kharkov. Le azioni sono state evidentemente bene organizzate e concertate in anticipo, vista la rapidità e la perfetta sincronizzazione. Inoltre, a differenza che in passato, non sono avvenute nell’ambito di mobilitazioni di piazza partecipate: in quel fine settimana a Kharkov le manifestazioni non hanno superato il numero di alcune centinaia di partecipanti, a Lugansk in piazza sono scese non più di un migliaio di persone e a Donetsk si è arrivati nel punto culminante a un paio di migliaia. Si tratta di cifre molto basse se si tiene conto che si tratta di città piuttosto grandi (Donetsk ha 1,1 milioni di abitanti, Kharkov 1,4 milioni e Lugansk quasi mezzo milione). Le mobilitazioni di protesta nell’Ucraina sud-orientale erano già andate progressivamente diminuendo dopo quelle più consistenti di inizio marzo (allora si era arrivati a 5.000-10.000 persone), acquisendo sempre più il carattere di proteste rigidamente organizzate dalle numerose piccole, ma ben strutturate, formazioni favorevoli all’annessione della regione alla Russia. Anche gli slogan e la scenografia apparivano sempre più “calati dall’alto”: per esempio il fine settimana precedente all’improvviso lo slogan in tutte le città della regione era stato quello del ritorno di Yanukovich, una richiesta che mai prima era stata avanzata, tanto più che l’ex presidente è ormai totalmente discreditato anche tra gli abitanti locali di etnia russa. Va inoltre rilevato che il giorno precedente le occupazioni del 6 aprile la polizia ucraina aveva arrestato a Lugansk quindici persone e sequestrato armi, affermando che il gruppo stava preparando azioni “separatiste” nell’Ucraina sud-orientale per i giorni immediatamente successivi.

Doneck2

In tutte tre le località l’assalto è stato condotto da gruppi ben coordinati di alcune decine o al massimo un centinaio di persone. Il centro dell’azione è risultato subito essere Donetsk. Qui gli occupanti, armati e incappucciati, hanno dichiarato una “Repubblica di Donetsk” e hanno annunciato l’organizzazione di un referendum per l’annessione alla Russia “al più tardi entro l’11 maggio”. Il progetto di referendum e, in particolare, la scadenza brevissima per il referendum ricordano lo scenario della Crimea, anche se in quest’area dell’Ucraina le coordinate sono ben diverse. Una repubblica “autonoma” è stata proclamata anche a Kharkov, senza tuttavia ottenere alcuna eco o partecipazione da parte dei cittadini, osservazione quest’ultima che vale anche per il caso di Donetsk. Nel corso della settimana c’è stato un tentativo di occupazione dell’Amministrazione regionale anche a Nikolaev, terminato tuttavia senza successo. Le autorità di Kiev si sono astenute dall’intervenire (fatta eccezione per il caso di Kharkov di cui più sotto), nonostante la gravità dei fatti. Ciò è dovuto probabilmente a due fattori: da una parte le polizia locale, legata al Partito delle Regioni di Yanukovich, è troppo poco affidabile per poterla utilizzare in azioni di sgombero degli edifici occupati. Dall’altra uno dei possibili motivi delle occupazioni è quello di cercare di provocare scontri che potrebbero costituire una giustificazione per un intervento diretto o indiretto della Russia. Delle tre città, la più vulnerabile a un’azione delle autorità di Kiev era Kharkov, sia perché la componente etnica russa è molto più bassa e negli stessi giorni ci sono state anche partecipate manifestazioni filo-Maidan, sia perché il controllo degli oligarchi locali qui è molto più frammentato. Inoltre, a differenza che a Donetsk e Lugansk, a Kharkov gli occupanti non erano pesantemente armati. E infatti è stato qui che il governo di Kiev ha agito in tempi se non rapidissimi, almeno brevi, inviando l’8 aprile dalla capitale truppe speciali che hanno sgomberato il palazzo dell’amministrazione regionale. Va riconosciuto che l’operazione è stata condotta bene, perché non si registra nessun ferito, nonostante gli occupanti abbiano reagito e dato alle fiamme una parte dell’edificio. Le forze speciali hanno poi arrestato una settantina di occupanti. A Donetsk invece è intervenuto di propria iniziativa come “mediatore” l’oligarca Rinat Akhmetov (su di lui ritorniamo più sotto), che ha convinto gli occupanti della sede della SBU ad abbandonarla, cosa che è avvenuta pacificamente, mentre rimane occupato da uomini armati l’edificio dell’Amministrazione regionale. A Lugansk, dove a quanto pare vi è il gruppo separatista più armato e pericoloso, secondo le autorità di Kiev gli occupati tenevano in ostaggio una sessantina di persone. Il 9 aprile il ministero degli interni ucraino ha annunciato di avere ottenuto con una trattativa il loro rilascio. Si tratta però di una notizia probabilmente falsa, perché non confermata da altre fonti e perché non è stata pubblicato nemmeno un particolare in merito, o qualche immagine degli ostaggi liberati. Il 10 aprile il presidente ucraino Turchinov si è detto disponibile a emettere un decreto di amnistia per coloro che hanno organizzato le occupazioni nel sud-est del paese, se si impegneranno a sgomberare gli edifici. L’11 aprile il premier Arseny Yatsenyuk, in visita a Donetsk, ha promesso che verrà approvata una legge per organizzare referendum a livello regionale e/o statale e che verrà approvata una riforma costituzionale che darà maggiori poteri e più autonomia alle regioni. Lo stesso giorno è scaduto l’ultimatum del governo contro gli occupanti, senza tuttavia che si sia svolto alcun intervento per sgombrarli.

A livello internazionale le reazioni non sono state particolarmente tese. Stati Uniti ed Europa si sono detti come di routine “preoccupati” e Washington dopo alcuni giorni ha chiesto a Mosca di smettere di fomentare la tensione nell’Ucraina sud-orientale. Di peso maggiore è stato invece l’invio di due navi nel Mar Nero da parte rispettivamente di Usa e Francia. E’ interessante notare però che la Russia ha a più riprese affermato, con dichiarazioni di Lavrov e di Putin, di non essere interessata a un’annessione dell’Est ucraino, o anche solo a una sua indipendenza, e che invece l’Ucraina deve introdurre una federalizzazione del paese, obiettivo che sembra essere prioritario per Mosca. Alla fine, e in assenza nel frattempo di un’escalation, sembra prevalere la voglia di dialogo. Per giovedì 17 aprile è stato infatti convocato un summit a Ginevra tra Usa, Russia, Ue e Ucraina.

12-13 aprile: il fine settimana dei gruppi paramilitari
Nel fine settimana del 12-13 aprile le dinamiche sono nuovamente cambiate. Le mobilitazioni sono totalmente cessate (con l’eccezione di due casi particolari, quelli di Kharkov e Mariupol, di cui più sotto). Ad agire in quasi una decina di città, con una popolazione ciascuna di circa 100.000 abitanti, sono stati questa volta esclusivamente gruppi paramilitari formati da uomini mascherati, armati di kalashnikov ed evidentemente bene addestrati, che hanno conquistato militarmente stazioni di polizia e amministrazioni locali. In alcuni casi, come a Krasny Limansk e Kramatorsk, i gruppi paramilitari hanno dovuto fare fronte a una resistenza pacifica. Queste azioni sono cominciate il 12 aprile con la città di Slavyansk, che è stata completamente occupata e chiusa da posti di blocco sulle vie di comunicazione con l’esterno. Il 13 il ministero degli interni di Kiev ha inviato in elicottero delle truppe speciali per tentare di “liberare” la città, ma l’operazione non ha avuto successo e, a quanto pare, ci sono anche state due vittime. Fatta eccezione per questo caso le autorità centrali si sono ancora una volta astenute dall’intervenire, anche se nel momento in cui scriviamo si parla di un’operazione che potrebbe coinvolgere l’esercito. C’è un altro particolare che va citato: la maggior parte delle città oggetto di azioni paramilitari durante quest’ultimo fine settimana sono disposte lungo la strada principale E-40 che collega il confine con la Russia (dove sono ammassate truppe di Mosca) a Kharkov passando in mezzo a Donetsk e Lugansk. Slavyansk è più o meno al centro di questa tratta stradale. A Mariupol, decisamente più a sud, vi è stata invece un’occupazione dell’amministrazione locale sul modello della settimana precedente, con la partecipazione di alcune centinaia di persone. A Kharkov invece si sono svolte in contemporanea una manifestazione filorussa di un paio di migliaia di persone e una meno partecipata manifestazione pro-Maidan. I filorussi hanno aggredito la manifestazione pro-Maidan e alcuni attivisti di quest’ultima, che cercavano di fuggire in una stazione della metropolitana, sono stati brutalmente picchiati. A livello internazionale, Washington e Mosca si sono scambiati l’accusa reciproca di destabilizzare intenzionalmente la situazione nella regione e Mosca ha minacciato di fare saltare il summit previsto per giovedì 17 aprile.

Kramatorsk1

Al di là di questi fatti ci sono molte altre dinamiche che vale la pena di andare ad analizzare maggiormente nei dettagli. Innanzitutto il ruolo importante che hanno gli oligarchi nella regione e le ipotesi sul loro ruolo attuale e futuro. Si possono spendere poi alcune parole in più anche sulle grandi manovre politiche internazionali intorno all’Ucraina e sulle ipotesi di federalizzazione.

Il sistema oligarchico nell’Ucraina sud-orientale: le forze in campo

Molte fonti, sia ucraine che russe, hanno sottolineato come gli eventi di questi giorni nell’Ucraina sud-orientale si intreccino con le lotte di potere tra i vari oligarchi. Come è noto, la maggior parte degli oligarchi ucraini proviene proprio da questa regione del paese, dove ha anche i propri feudi. L’opinione prevalente tra gli osservatori è che, dopo Maidan, sia in atto una riconfigurazione degli equlibri di potere tra gli oligarchi e tra questi ultimi e le autorità di Kiev alla quale gli ultimi eventi non sarebbero estranei. A ciò si aggiunge la presenza in loco di molti deputati e funzionari di una forza politica strettamente connessa agli oligarchi come il Partito delle Regioni di Yanukovich, che attualmente è in fase di disgregazione, ma conserva ancora forti leve di potere all’est.

Quel che resta del Partito delle Regioni
Cominciamo da questi ultimi, citando alcuni brani da un’articolo del sito ucraino Argument, che parte dalla constatazione che le ultime mobilitazioni nelle regioni sud-orientali del paese sono numericamente molto più limitate di quelle che hanno fatto immediatamente seguito a Maidan: “La regione di Donetsk non è mai stata politicamente filorussa. Per esempio, alle elezioni parlamentari del 2012 nemmeno uno dei partiti che è apertamente filorusso ha ottenuto più dell’1% dei voti. Nonostante questo, a marzo nella città si è riuscito a raccogliere un numero non trascurabile di gente sotto le bandiere della Russia. […] Le manifestazioni sono state relativamente di massa e nei loro punti più alti hanno superato i 5.000 partecipanti. […] Molte persone della regione di Donetsk erano da lungo insoddisfatte della situazione nella loro regione. Le proteste di Maidan a Kiev hanno fatto da catalizzatore per la loro mobilitazione. Anche se queste persone pubblicamente criticano Maidan, molti elementi delle loro rivendicazioni sono in armonia con quelle avanzate a Kiev. La gente non ne può più del basso livello di vita, della corruzione e delle bugiarderie dei burocrati. Grazie alla propaganda politica della televisione russa molta gente vede un’uscita da questa situazione in un avvicinamento alla Russia. Va rilevato che a Donetsk sia i manifestanti filorussi che quelli filoucraini, nonostante le reciproche differenze, convengono su una cosa: nessuno di loro sopporta più il vecchio potere e tutti concordano che i suoi rappresentanti non sono più degni di ricoprire i loro posti. Ad alimentare il numero dei partecipanti si sono aggiunti cittadini provenienti dalla Federazione Russa, la cui presenza alle manifestazioni di Donetsk è stata documentata a più riprese. […] Nella regione di Donetsk molti dirigenti degli organi dell’amministrazione locale continuano a essere sotto la forte influenza di Yanukovich e ne desiderano il ritorno. Per esempio, la città di Enakievo non ha mai ricevuto sussidi così alti come quelli che ha ricevuto sotto Yanukovich. Ad Artemovsk continua ad avere una forte posizione l’ex capo dell’amministrazione del presidente Andrey Klyuev. Per le azioni violente nella città di Donetsk vengono trasportati sul posto elementi semicriminali provenienti dalle zone depresse della cosiddetta “fascia mineraria”. Qui, durante il periodo di Yanukovich, si è sviluppata l’estrazione illegale di carbone. Il controllo su questo “settore” illegale dell’economia sommersa ucraina veniva esercitato dal figlio maggiore dell’ex presidente, Aleksandr Yanukovich”.

Chi c’è dietro i fatti di Donetsk
Argument prosegue poi analizzando la situazione a Donetsk: “La ‘Donetskaya Pravda’ ha descritto la struttura della ‘rivolta russa’ di Donetsk. Questa rivolta viene alimentata da una serie di influenti politici della regione, che per svariati motivi non possono porsi direttamente alla sua guida. […] Tra di essi c’è il deputato parlamentare del Partito delle Regioni Valentin Landika, che controlla lo stabilimento per la produzione di frigoriferi ‘Nord’. Nell’autunno del 2013 è stato uno dei maggiori oppositori dell’idea di Yanukovich di firmare l’accordo di associazione all’Ue. […] Alle manifestazioni filorusse si incontrano molti dei lavoratori della sua fabbrica. Un altro deputato del Partito delle Regioni, Aleksandr Bobkov, non nasconde le sue simpatie per le proteste filorusse e qualche giorno fa ha tenuto una conferenza stampa insieme ad alcuni esponenti del movimento di protesta [dichiarandosi a favore della federalizzazione e dello svolgimento di un referendum]. L’impressione è che Bobkov punti a guidare il movimento filorusso di Donetsk. Un altro deputato di Donetsk del Partito delle Regioni, Nikolaj Levchenko, si è pubblicamente pronunciato a favore di Pavel Gubarev, l’ex membro del partito russo neofascista “Unità Nazionale Russa” che è stato alla testa dell’ala più radicale dei manifestanti. Ora Gubarev è agli arresti per separatismo e organizzazione di disordini”. Gubarev è leader delle “Milize Popolari del Donbass” ma, essendo in carcere, le sue funzioni vengono svolte da altri due membri di Unità Nazionale Russa, Sergej Tsyplakov e Robert Donya. C’è un altro leader delle proteste che si è dichiarato vice di Gubarev, si tratta di Denis Pushilin, ex funzionario della filiale ucraina della piramide finanziaria russa MMM. E’ stato lui, come racconta Zerkalo Nedeli, a guidare la prima manifestazione in cui è stata avanzata la richiesta del referendum.

Gli oligarchi
Come scrive il settimanale, Tyzhden, la maggior parte degli oligarchi ucraini era schierata con Yanukovich e, fino allo scorso inverno, molti di loro erano favorevoli all’accordo di associazione con l’Ue. Il dietrofront dell’ex presidente e la rivolta di Maidan hanno sconvolto gli equlibri interni dell’oligarcato ucraino. Un profilo utile e agile dei quattro più noti oligarchi ucraini è stato tracciato in italiano da Stefano Grazioli per il sito Linkiesta, al quale rimandiamo: http://www.linkiesta.it/potere-oligarchia-ucraina. Qui passiamo in rassegna più nello specifico il ruolo degli oligarchi coinvolti in un modo o nell’altro nei più recenti eventi, laddove per oligarchi intendiamo non solo i miliardari, ma anche i politici che controllano feudi locali.

Akhmetov e Kirill

Cominciamo dal più potente di tutti, Rinat Akhmetov, di Donetsk, che è l’uomo più ricco del paese (il suo patrimonio è di 15,4 miliardi di dollari) e ha sostenuto Yanukovich fino all’ultimo momento. Di lui si dice che sia stato il finanziatore dei “titushki” le bande che aggredivano gli oppositori durante le mobilitazioni a Kiev dell’inverno scoro. Dopo gli eventi di Maidan l’oligarca ha tenuto un profilo basso e solo negli ultimissimi giorni è diventato più attivo. Akhmetov è ben conscio del fatto che ha potuto accumulare le sue ricchezze negli ultimi anni grazie all’ala protettrice di Yanukovich e ora teme di subire perdite finanziarie o addirittura di finire come un altro oligarca, Dmitri Firtash, arrestato il mese scorso a Vienna. Akhmetov è stato per lungo tempo in concorrenza con Firtash. Fino al 2013 hanno lottato per spartirsi il settore energetico della regione messo in vendita dallo stato. Secondo alcune stime, Akhmetov controlla 60 deputati nella Rada e Firtash 20. Voci raccolte da Gazeta.ru affermano che dopo Maidan ad Akhmetov era stata offerta la carica di governatore della regione di Donetsk, ma lo stesso Akhmetov avrebbe rifiutato e il posto è stato assegnato all’oligarca numero due della regione, Sergej Taruta. Quest’ultimo ha dichiarato che a proporgli l’incarico è stato tra gli altri anche Akhmetov. Secondo molte fonti, il gioco a cui sta giocando ora Akhmetov sarebbe quello di mandare avanti i “cattivi”, cioè gli occupanti, per poi potere svolgere il ruolo del “buono”, cioè del mediatore, rafforzando così le sue posizioni. Il suo intervento come intermediatore che ha portato allo sgombero della sede della SBU a Donetsk avrebbe fatto seguito a un colloquio con Yulia Tymoshenko, presente anche lei quel giorno nella città. Akhmetov punterebbe a ottenere garanzie sulla sua posizione di monopolista e a ricevere da Kiev sussidi per il settore del carbone, che controlla, nonché una diminuzione delle tariffe per il trasporto delle materie prime e altre agevolazioni. Ma le sue mire sarebbero più ampie, come scrive Gazeta.ru: “Akhmetov ha bisogno di un potere reale, e non di slogan. E il suo business è ormai l’intera Ucraina, mentre le regioni sud-orientali ne sono solo una parte. Per questo vuole ottenere un potere reale a livello statale. In passato è stato lui a portare Yanukovich al potere. Ora punta sulle elezioni parlamentari e sulla lotta per mantenere in carica il ‘suo’ premier Yatsenyuk, di cui ha sostenuto la candidatura a capo del governo, nonostante lo stesso Akhmetov si sia opposto a Maidan. Intanto, è riuscito a prendere il controllo di quanto è rimasto del partito delle Regioni. […] E’ evidente che se Kiev giungerà a un compromesso con Akhmetov i disordini separatisti a Donetsk potranno tranquillamente cessare, visto che le forze filorusse oggi non hanno un leader capace di trascinare masse favorevoli al separatismo”.

Un altro oligarca locale dal ruolo importante è Igor Kolomoyskiy, nato a Dnepropetrovsk, di cui nel marzo di quest’anno è diventato governatore. E’ il secondo oligarca del paese, con un patrimonio di 3,6 miliardi di dollari. Si è pronunciato pubblicamente contro Putin e a favore di Maidan. La sua holding ha interessi nel campo energetico, delle materie prime, della chimica e dei media (l’agenzia di informazione UNIAN e il canale televisivo 1+1). Kolomoyskiy è molto abile nell’utilizzare il suo potere finanziario e amministrativo e collabora con il potere di Kiev al fine di rafforzare la propria posizione.

Dmitri Firtash, originario dell’Ucraina occidentale, è il quarto oligarca dell’Ucraina, con un patrimonio di 3,3 miliardi di dollari. La sua holding è attiva soprattutto nel campo dell’energetica e della chimica, e quindi ha una forte presenza nell’Est del paese. Il suo business dipende dall’import di gas dalla Russia e uno dei suoi maggiori attivi, la produzione di titano, è in Crimea – per questi motivi viene tradizionalmente ritenuto vicino a Mosca. Il 12 marzo è stato arrestato a Vienna su un mandato Usa riguardante attività criminali, ed è stato rilasciato a fronte del pagamento di una cauzione dall’importo astronomico di 127 milioni di dollari. Firtash, che controllava buona parte del Partito delle Regioni, acquistava in particolare gas a prezzi convenienti dalla Gazprom e lo rivendeva con un forte sovrapprezzo all’ucraina Naftogas. I suoi contatti con l’austriaca Raiffeisen Investment AG, che ha molti legami con il capitale russo, sono stati oggetto di una commissione di indagine parlamentare nel 2007, scrive il quotidiano austriaco Die Presse. Firtash ha apertamente sostenuto la candidatura dell’oligarca Poroshenko a presidente della repubblica.

Firtash e Yanukovich

Sergej Taruta è originario di Donetsk, della cui regione è diventato governatore dopo Maidan. E’ un ex miliardario che sotto Yanukovich non ha aumentato i propri capitali, anzi, ha person buona parte del proprio patrimonio. Nel 2008 aveva 2,5 mld dollari e nel 2013 gli erano rimasti “solo” 600 milioni. E’ sempre stato considerato un “arancione” di Donetsk, vale a dire vicino all’attuale governo di Kiev. Ha affermato che a proporre la sua candidatura sono state non solo le autorità di Kiev, ma anche le élite del business e in particolare Rinat Akhmetov. Gli uomini che controlla in loco e i suoi soldi sono un buon trampolino di lancio per le nuove autorità, che non godono di popolarità in loco.

Aleksandr Efremov non è proprietario diretto di aziende, ma a livello politico è padrone assoluto di Lugansk dagli inizi degli anni novanta. E’ in pratica il numero due del Partito delle Regioni di Yanukovich, dal quale tuttavia ha preso le distanze dopo la fuga in Russia. A cavallo tra gli anni novanta e duemila, sotto Leonid Kuchma, è stato governatore della regione di Lugansk, dove si è creato una verticale del potere locale. E’ stato inoltre a capo di alcune aziende e la sua famiglia ha interessi nel settore locale del carbone, nell’ambito del quale vince la maggior parte degli appalti statali. Secondo le maggiore parte dei media, senza il suo avallo nulla di quanto è accaduto a Lugansk, cioè l’occupazione della sede della SBU e le mobilitazioni dei filorussi, sarebbe potuto succedere. Non a caso ha avuto parole di giustificazione per l’assalto alla sede della SBU di Lugansk. Come osserva il settimanale Tyzhden: “Ora [per Efremov] l’obiettivo più importante è destabilizzare la situazione nella regione, affinché le nuove autorità debbano trovare in lui un partner ‘pacificatore’ e lui possa così conservare i suoi ingenti redditi e la sua influenza”.

A Kharkov non c’è un oligarcato compatto come nelle altre regioni. Attualmente l’uomo più forte a livello locale sembra essere Gennadiy Kernes, sindaco della città dal 2010 per il Partito delle Regioni e acerrimo nemico del ministro degli interni Arsen Avakov. Kernes ha gestito tutte le nomine nella regione, anche quelle dei vertici della polizia. Il sindaco vuole dimostrare di essere il garante della pace nella città e che tutti i tentativi di indire elezioni anticipate per il sindaco o di portarlo dietro le sbarre porteranno la situazione fuori controllo. Come ha osservato un dimostrante intervistato da Kommersant: “A mantenere tesa la situazione a Kharkov è interessato soprattuto Kernes. Ogni volta che il potere cambia, lui ne esce indenne e ha tutto l’interesse ad agitare la situazione nella città, per dimostrare di essere indispensabile per mantenere la calma”.
Ma Kernes deve fare i conti con il nuovo capo dell’amministrazione regionale di Kharkov, Igor Baluta, che è un uomo di Avakov (è membro del partito Batkivshtina di Yulia Timoshenko). Un altro uomo potente di Kharkov è Mikhail Dobkin, candidato dal Partito delle Regioni alle prossime presidenziali, che è stato prima sindaco della città fino al 2010 e poi fino a Maidan presidente della regione, fedele a Yanukovich. Va infine tenuto conto anche del ruolo di Aleksandr Yaroslavskiy, del quale molti pensavano che sarebbe diventato governatore della sua regione, come altrove Taruta e Kolomoiskiy, e che è un personaggio riservato e incline al compromesso. Yaroslavskiy non ha preso posizioni sulla fuga di Yanukovich o sull’integrità dell’Ucraina.

(LEGGI LA SECONDA PARTE)

(le fonti utilizzate verranno riportate alla fine della seconda parte di questo speciale)

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