FOCUS UCRAINA / Il caso della telefonata tra Paet ed Ashton

di Andrea Ferrario

La telefonata tra Paet ed Ashton a cui fa riferimento Snyak nel suo articolo sui cecchini a Maidan da noi pubblicato ieri ha avuto una larghissima circolazione ed è servita ad alimentare a livello globale le teorie cospirazioniste sugli eventi di Maidan, in generale nel senso di una delegittimazione della rivolta di piazza come manovrata da forze oscure (legate all’opposizione e/o a servizi segreti occidentali). Vale la pena pertanto completare quanto scrive Snyak con alcune osservazioni aggiuntive.

Paet Ashton

Innanzitutto, la “forza di convincimento” della conversazione risiede evidentemente soprattutto nella presunta autorevolezza delle due fonti, cioè due ministri degli esteri. A questo proposito va subito notato che, come conferma tra l’altro l’esperienza degli ultimi decenni (per esempio nelle guerre balcaniche), i ministri in genere (e nel caso specifico questo vale in particolare per Ashton) sono direttamente coinvolti nei bracci di ferro internazionali e hanno tutto l’interesse a generare situazioni confuse o ambigue che permettono loro di rimanere in gioco e manovrare leve di ricatto. Non sono cioè né neutrali né autorevoli. Inoltre, la telefonata intercettata è stata resa pubblica per la prima volta dal sito “ufficioso” della propaganda putiniana, Russia Today. Si presume che le telefonate di un personaggio di altissimo livello come Catherine Ashton, “ministro degli esteri” dell’Ue, cioè di una delle più grandi potenze mondiali, siano adeguatamente protette e che per intercettarle sia necessaria una struttura di alto livello. Tutto lascerebbe pensare quindi ai servizi segreti russi. Detto questo, bisogna secondo me porsi due domande che nessuno si è posto. Né Paet né Ashton hanno formulato la minima protesta o preoccupazione per il fatto gravissimo di un’intercettazione di tale livello – nemmeno una parola è stata pronunciata in merito dai due ministri, e questo è molto strano. Ma quello che lascia addirittura sbalorditi, e che è totalmente irrituale in quegli ambiti e a quei livelli, è la conferma a tempo record dell’autenticità della conversazione da parte dei due interessati. La norma in queste situazioni è negare l’evidenza (si può sempre affermare che la conversazione è stata alterata), nascondersi dietro a un “no comment” (è la prassi più diffusa) o, come minimo, prendere tempo aspettando che il chiasso riguardo all’evento passi o studiando risposte sfumate. La conferma categorica è giunta invece a tempi non stretti, ma addirittura immediati. Questi fatti secondo noi portano a pensare che i due avessero tutto l’interesse a dare l’imprimatur dell’autenticità ai contenuti della loro conversazione. Perché? Non lo si può dire con certezza, ma la storia ci insegna che le “acque torbide” consentono ai potenti di avere più spazio di manovra, di esercitare ricatti e, come abbiamo già detto, di disporre di leve per avere un ruolo e rimanere in gioco, per esempio tramite commissioni di inchiesta, missioni di osservatori ecc. In più queste situazioni hanno l’utile (per i potenti) risultato secondario di spingere la gente all’agnosticismo rispetto agli eventi, smorzando l’indignazione e demobilitando l’opinione pubblica: l’effetto è quello di diminuire le pressioni dell’opinione pubblica e quindi di godere di uno spazio di manovra ancora più ampio. La conversazione andava pertanto interpretata fin dal principio come un elemento di nessuna rilevanza fattuale, come invece purtroppo non è avvenuto.

Riguardo al contenuto della conversazione, va detto poi che gli elementi concreti sono pressoché nulli. Paet fa riferimento alla presunta opinione, non sostenuta da alcun elemento fattuale, formulatagli da Olga Bogomolets, medico che a Maidan assisteva le vittime delle violenze della polizia. La stessa Bogomolets ha smentito a chiare lettere di avere detto a Paet quello che quest’ultimo ha riferito ad Ashton. Inoltre è non solo accertato, ma anche logicamente deducibile dal fatto che operava a sostegno dei dimostranti, che Bogomolets, come lei stessa conferma, ha visto solo i cadaveri di manifestanti e pertanto non avrebbe potuto in alcun modo esprimere giudizi sul fatto che le lesioni subite dai manifestanti siano dello stesso tipo di quelle subite dai poliziotti. Chi poi ha un minimo di esperienza di fatti simili e situazioni analoghe sa benissimo che dall’esame delle ferite subite (perfino dopo un’eventuale accurata autopsia, alla quale Bogomolets comunque non ha mai preso parte) non è possibile giungere ad alcuna ipotesi fondata, che può essere formulata solo dopo un lavoro di equipe molto più ampio, che comprenda complessi rilevamenti sul posto e un attento raffronto fra tutti gli elementi raccolti.

Inoltre, la stessa Bogomolets (la quale oltre a essere medico è impegnata nel business dell’assistenza medica privata) è una figura non estranea al mondo delle manovre politiche. Subito dopo i fatti di Maidan le è stato proposto un posto di vice primo ministro, che lei ha rifiutato. E’ di ieri la notizia che si è candidata ufficilamente come indipendente alle presidenziali del 25 maggio versando il relativo deposito di circa 165.000 euro. Negli ultimi giorni è poi emerso che evidentemente è vicina a un partito inquietante e torbido come il neofascista Pravy Sektor (Settore di Destra), visto che ha partecipato come ospite al suo congresso di fondazione pronunciando un discorso dal palco e cantando poi l’inno nazionale insieme ai delegati, come si può leggere e vedere in questo reportage: http://bilozerska.livejournal.com/824068.html (dove ci sono anche alcune foto di uno dei leader del partito, Oleksandr Muzichko, ucciso dalla polizia subito dopo il congresso in circostanze oscure). E su Pravy Sektor, le sue dinamiche interne, i sospetti di un suo doppiogiochismo e l’omicidio di Muzichko torneremo in tempi molto brevi con un approfondimento.

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