FOCUS UCRAINA / L’Eni, la Crimea e gli interessi italiani in Russia e in Ucraina

Gli interessi del capitale italiano in Russia sono sicuramente una delle spiegazioni della linea più che morbida adottata dal governo di Matteo Renzi riguardo all’annessione della Crimea da parte della Russia, una linea che è in diretta continuità con quella del governo Berlusconi e degli esecutivi che lo hanno seguito.

Da anni il capitale italiano persegue una strategia di espansione verso l’Est europeo, dove i rischi sono più alti, ma più alti sono anche i rendimenti ottenibili, spesso grazie al pacifico convivere con governi locali autoritari e corrotti. L’Est europeo è una delle principali mete delle esportazioni e delle delocalizzazioni italiane. L’Europa orientale consente sia alle grandi che alle piccole e medie imprese italiane di sfuggire alla depressione economica del proprio paese penetrando in mercati ampiamente deregolamentati, privi di tutele e sufficientemente corrotti da consentire lauti guadagni a chi sa trovare gli agganci giusti. In questo contesto, grazie anche alla lunga “love story” politica tra Roma e Mosca, la Russia svolge un ruolo di primissimo piano, mentre l’Ucraina per il capitale italiano è sempre stata un capitolo minore.

L’Eni e la Crimea

Tra le aziende i cui affari si intrecciano maggiormente con quelli della Russia di Putin vi è l’Eni che, lo ricordiamo, è a maggioranza statale. L’azienda energetica italiana è fortemente presente anche in un altro paese dell’Unione Doganale “eurasiatica”, il Kazakistan, dove da anni è al potere un regime semidittatoriale che non esita a uccidere gli operai che manifestano pacificamente. Gli enormi interessi di Eni in Kazakistan sono inoltre stati messi in relazione da alcune fonti con il caso Shalabayeva, che l’anno scorso ha scosso il sistema politico italiano.

Scaroni Putin Rosneft

In Ucraina l’Eni è presente dal 2011 (cioè da appena dopo l’insediamento di Yanukovich nella carica di presidente).  Oltre a puntare alle risorse di gas non convenzionale nell’interno del paese, l’azienda italiana ha importanti interessi anche in Crimea. Nell’ottobre scorso il CEO di Eni, Paolo Scaroni, ha avuto un incontro con l’ex presidente Viktor Yanukovich e a novembre la sua azienda ha firmato, alla presenza dello stesso Yanukovich, un accordo con la Chornomornaftogaz, una delle maggiori aziende ucraine, per l’esplorazione di giacimenti di gas e petrolio lungo la costa meridionale della penisola, in acque che fino a ieri erano ucraine. L’accordo prevede l’esplorazione di 1.4000 chilometri quadri. L’Eni partecipa all’operazione con una quota del 50%, la Chornomornaftogaz ha il 35% e un’altra azienda ucraina, la Vody Ukrainy il 10%, mentre la francese Electricite de France ha il 5%. La prima fase del progetto prevede investimenti per 350 milioni di dollari. Paolo Scaroni ha dichiarato alla CNN il 4 marzo: “Attendiamo di vedere se la situazione diventerà normale e allora certamente contatterò le nuove autorità locali. Abbiamo vissuto cambi di governo in molti paesi nel corso della nostra vita, e di norma i contratti vengono rispettati dai nuovi governi”. Inoltre, il 18 marzo Scaroni ha dichiarato alla BBC che l’Eni non si attende che eventuali sanzioni contro la Russia faranno cessare le importazioni di gas e petrolio da parte del suo gruppo. “L’Europa ha bisogno del gas russo”, ha detto Scaroni. La nuova leadership russa della Crimea ha già annunciato che ora la gestione delle risorse energetiche della penisola passerà alla Gazprom, anche se il passaggio di proprietà riguarderà solo i beni delle aziende statali ucraine, non quelli privati. Con ogni probabilità quindi l’Eni si troverà a dovere scegliere se continuare i progetti in Crimea con la Gazprom invece che con le aziende statali ucraine con cui ha firmato l’accordo: visti gli stretti legami già in atto con la Gazprom è facile pensare che la tentazione sarà grossa.

Le esplorazioni al largo della costa della Crimea fanno parte di una campagna più ampia di esplorazione delle risorse di gas e petrolio del Mar Nero. L’ENI inoltre, scrive la BBC, è tra i sostenitori del progetto per la realizzazione del megagasdotto South Stream, studiato per aggirare l’Ucraina e trasportare il gas russo sotto il Mar Nero fino in Bulgaria e da lì all’Italia. Il progetto ha come suo principale promotore la russa Gazprom (50%) delle quote, insieme all’Eni (20%) alla francese EDF (15%) e alla tedesca Wintershall (15%). E proprio alla vigilia del referendum in Crimea, il 14 marzo, la Gazprom ha assegnato all’italiana Saipem, controllata dell’Eni, un contratto del valore di 2,7 miliardi di dollari per la costruzione della prima linea di questo gasdotto, che dovrebbe essere avviata a fine 2014. Riguardo ai rapporti tra Eni e Russia sotto la gestione di Scaroni aggiungiamo un particolare, citando quanto scritto oggi da Milena Gabanelli sul Corriere della Sera: “fu l’Eni guidata da Scaroni a rinnovare, nel 2007, quegli onerosi contratti take or pay con la Russia, celebrati come una grande opportunità di business. A causa di quei contratti l’Eni è costretta a pagare alla Russia gas senza poterlo ritirare, per mancanza di domanda. E questo fatto proietterà perdite vicino ai 2 miliardi nel 2014” – miliardi che se per l’Italia sono una perdita, per la Russia di Putin sono un guadagno. Ricordiamo che l’Italia importa circa il 90% del proprio fabbisogno di gas e attualmente il 50% di tale fabbisogno è coperto dalla Russia. Il 16% di quest’ultima quota passa attraverso l’Ucraina. Il gas russo nel 2013 è stato pari al 27% dei consumi dell’Europa a 28, con un aumento rispetto al 23% del 2012. Ma allo stesso tempo il volume totale di gas è calato per il terzo anno consecutivo.

Gli interessi delle banche e degli esportatori italiani

Anche le banche italiane hanno un’importante presenza in Russia e in Ucraina, anche se il peso del loro legame con la prima è di gran lunga maggiore rispetto a quello con la seconda. Unicredit in Russia possiede la UniCredit Bank, l’ottava banca del paese e la prima a controllo estero, che ha attivi per oltre 24 miliardi di euro, circa 105 filiali e poco meno di 4.000 dipendenti. In Russia è in generale notevole la presenza delle banche europee, tra cui vanno citate in particolare la francese Societe Generale (22 miliardi di attivi) e l’austriaca Raiffaisen (20 miliardi) (si veda: http://www.bruegel.org/nc/blog/detail/article/1275-russian-roulette/). Anche Intesa ha una banca in Russia, sebbene di dimensioni di gran lunga più piccole. In compenso partecipa attivamente al finanziamento di grandi progetti. E’ per esempio in prima fila tra i finanziatori del progetto per il gasdotto Blue Stream, e partecipa anche al finanziamento del progetto di gasdotto North Stream (http://www.bancaintesa.ru/en/about/intesa/1/). Di gran lunga minori sono gli interessi delle due banche in Ucraina. Unicredit è esposta all’Ucraina, dove controlla la Ukrsotsbank, per circa 2,3 miliardi di euro e da tempo circolano voci sulla sua intenzione di disimpegnarsi dal paese, mentre Intesa San Paolo a fine gennaio, cioè quando il potere di Yanukovich dava i primi segni di un ormai imminente crollo, ha annunciato l’intenzione di uscire dall’Ucraina vendendo la sua controllata Pravex Bank.

In pieno boom è invece l’export italiano verso la Russia, nonostante la crisi che stanno vivendo entrambi i paesi. Secondo i dati Istat, nel primo semestre del 2013 l’interscambio tra Italia e Russia è aumentato del 15,9%. L’export italiano verso la Russia supera addirittura quello verso la più frequentemente menzionata Cina (nel 2012, 10 miliardi rispetto ai 9 miliardi con la Cina) (fonte: http://www.agi.it/dalla-redazione/notizie/201311201112-cro-rt10059-italia_russia_e_anno_record_per_interscambio).

(le informazioni relative alla presenza di Eni in Ucraina e più specificamente in Crimea hanno come fonte le news pubblicate nelle ultime settimane da varie agenzie e siti, tra cui Bloomberg, Reuters, BBC, Upstreamonline.com, Itar-Tass, Wordoil.com)

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