FOCUS UCRAINA / Aspettando il referendum

di Andrea Ferrario

Gli Usa riconoscono gli interessi della Russia e assumono nei fatti una linea morbida riguardo agli sviluppi in Crimea. Intanto domani nella penisola si svolgerà in condizioni di occupazione militare un referendum che nessuno aveva richiesto e sul quale non c’è stato alcun dibattito.

Le oltre cinque ore di colloquio a Londra tra il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e il suo collega americano John Kerry si sono chiuse, almeno ufficialmente, con un nulla di fatto e i due alla fine dell’incontro hanno tenuto conferenze stampa separate, dando l’immagine di una frattura tra i due paesi riguardo agli eventi in Crimea. Ma per cercare di capire qual è il significato effettivo di questo incontro diplomatico bisogna leggere tra le righe del linguaggio diplomatico, che lasciano intendere qualcosa di ben diverso.

Kerry Lavrov

Per gli Usa gli interessi russi sono “legittimi”

Come riferisce il Financial Times, Lavrov ribadendo che il Cremlino riconoscerà i risultati del referendum (cioè la scontata richiesta di unione alla Russia) ha affermato che la Crimea “è di importanza incommensurabile” per Mosca. “Per la Russia è più importante di quanto non lo siano le Falkland per la Gran Bretagna”, ha specificato il ministro russo. Kerry, dopo avere definito il colloquio con il collega “approfondito e costruttivo”, gli ha replicato che se la Russia andrà avanti con la Crimea ne sopporterà i “costi”, cioè presumibilmente le sanzioni che Ue e Usa stanno preparando e che prevedono il blocco dei visti, nonché il congelamento dei conti all’estero, di personalità russe ancora da definirsi. Kerry ha poi aggiunto che se la Russia interverrà anche nell’Ucraina orientale, ci sarà “una reazione ancora maggiore” e, in un altro momento del suo discorso, che “ci saranno conseguenze se la sovranità [dell’Ucraina] continuerà a essere violata”. Ma Kerry ha pronunciato anche altre frasi, che ci sembrano particolarmente rilevanti: il segretario di stato americano ha riconosciuto che la Russia ha “interessi legittimi” in Ucraina, riguardanti sia la storia e la cultura dei due paesi sia aspetti “vitali della sicurezza strategica”. Come ha detto lo stesso Kerry, gli Usa e l’Ue “comprendono questi interessi e sono pronti a rispettarli, ma ciò presuppone che la Russia a sua volta rispetti il sistema multilaterale al quale ci siamo attenuti a partire dalla Seconda guerra mondiale”. La nostra opinione è che, tradotte dal linguaggio diplomatico nel linguaggio di tutti i giorni, queste parole significhino un via libera di fatto da parte di Washington a Mosca per quanto riguarda la Crimea (rimane da vedere se sarà un via libera che arriva fino all’immediata annessione, oppure solo a una soluzione più diluita nel tempo – riguardo alle eventuali tempistiche va rilevata la dichiarazione rilasciata ieri da Sergej Aksenov, premier della Crimea: “avremo bisogno di una settimana per dare forma giuridica al risultato del referendum e di circa un anno per l’unione definitiva con la Russia”). Gli Usa sembrano però allo stesso tempo porre paletti a un allargamento dell’intervento russo anche all’Ucraina orientale e richiede per ogni futuro sviluppo soluzioni concertate. Ma anche qui, le soluzioni concertate potrebbero includere un coinvolgimento diretto di Mosca anche nell’Ucraina orientale.  Non è un caso che la Russia proprio il 13 marzo abbia aperto all’invio in Ucraina di una missione OSCE, premendo però affinché non sia concentrata sulla Crimea, quanto piuttosto sul resto del territorio ucraino. Naturalmente, l’eventuale invio di osservatori OSCE richiederà lungo tempo e, se mai avverrà, la Crimea sarà già russa o perlomeno fuori dall’Ucraina.

La prudenza dell’atteggiamento americano, che è già partner di fatto della Russia nelle manovre diplomatiche riguardo alla Siria e all’Iran, è testimoniata da un altro fatto. Il governo di Kiev, come riferisce il Wall Street Journal, ha chiesto ufficialmente a Washington aiuti militari, e più precisamente “armi, munizioni, dispositivi di comunicazione, supporto dell’intelligence, carburante per l’aviazione”. Il Pentagono non solo ha rifiutato, ma ha dichiarato che invierà all’Ucraina “razioni alimentari per i militari”, una scelta che in questo momento suona come una vera e propria beffa, dopo che il Consiglio della Federazione Russa ha approvato una legge che autorizza Putin a invadere l’Ucraina e in Crimea Mosca sta violando il memorandum di Budapest del 1994, con il quale Usa, Russia e Gran Bretagna si erano dichiarate garanti dell’integrità territoriale ucraina in cambio dell’eliminazione da parte di Kiev del suo arsenale nucleare. Tanto più che un funzionario Usa, a proposito della richiesta di aiuti militari, ha affermato che agli ucraini “è stato detto con chiarezza che devono concentrarsi sull’assistenza economica”. Un altro funzionario si è affrettato a dire al WSJ che “non è un no per sempre, è un no per adesso”, ma naturalmente il momento importante è adesso. In giornata poi è arrivata un’altra tegola in testa per Kiev. Come scrive il sito Gazeta, il senato americano ha rimandato il voto sul progetto di legge per la concessione di un finanziamento di 1 miliardo di dollari all’Ucraina, a causa dell’opposizione dei repubblicani. Il voto avverrà non prima di fine marzo, cioè a cose fatte in Crimea. Insieme al finanziamento viene rimandato anche il voto sulla proposta generica di sanzioni contro la Russia, che faceva parte di un unico pacchetto. L’Ucraina è sull’orlo del fallimento: le sue riserve auree sono di soli 15 miliardi di dollari, mentre nelle casse dello stato sono rimasti circa 450 milioni di dollari (o ancora meno, in base al cambio reale della hryvna, la moneta locale) a fronte di un debito estero di 75 miliardi di dollari.

Riguardo alle sanzioni previste, cioè il già menzionato blocco dei visti e dei conti esteri di personalità russe, l’esperienza delle guerre nei Balcani insegna che il loro effetto è nel breve termine nullo. Solo sul lungo termine, cioè a giochi fondamentali già fatti, possono forse riuscire ad aprire qualche crepa nel regime per l’avvio di compromessi. Va notato poi che Usa e Ue prevedono di adottare queste misure dopo il referendum, e non lo hanno fatto prima, nonostante un atto gravissimo come l’occupazione militare russa della Crimea, in corso da più di due settimane. Tra l’altro le misure sono state largamente preannunciate e le aziende russe, così come presumibilmente anche i vari politici e magnati del paese, stanno già provvedendo a spostare i loro fondi, come riferisce il Financial Times .

Come si è arrivati al referendum in Crimea?

Se il diritto all’autodeterminazione è a nostro parere inalienabile, sia per la Crimea che per chiunque altro, in questo momento nella penisola sul Mar nero ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso. I paralleli con il caso del Kosovo, fatti da molti, non calzano. In Kosovo lotte e movimenti per l’indipendenza sono cominciati fin dall’immediato primo dopoguerra, alimentati dalle brutali repressioni serbe. C’è stato un referendum organizzato negli anni novanta, non riconosciuto da Belgrado, e l’indipendenza è stata formalmente dichiarata nove anni dopo la guerra del 1999, con un referendum svoltosi in base a regole scritte e indetto con sufficiente anticipo per consentire un dibattito. L’unica analogia con la Crimea è che il referendum in Kosovo del 2008 si è svolto in presenza di un’occupazione militare, elemento che in ultimo è il motivo per cui oggi il Kosovo è indipendente solo sulla carta e in realtà è un protettorato internazionale.

Militari russi

In Crimea le cose stanno ben diversamente. Nel periodo che ha preceduto l’occupazione militare russa del 27 febbraio non ci sono state né petizioni né mobilitazioni per chiedere l’indipendenza o l’unione con la Russia. Le uniche manifestazioni di forze filorusse che ci sono state nei giorni immediatamente precedenti erano esclusivamente politiche, contro il nuovo governo di Kiev. Perfino i sondaggi effettuati a più riprese negli anni passati, fino all’ultimo del 2012, non hanno mai dato una maggioranza qualificata all’indipendenza, e tanto meno all’unione con la Russia. Il referendum è stato indetto alle prime ore del mattino del 28 febbraio dal governo di Sergej Aksenov, un politico del tutto minoritario in Crimea (il suo partito alle ultime elezioni locali aveva ottenuto il 4% dei voti), insediato come premier nella stessa notte del 27-28 febbraio sotto la minaccia dei kalashnikov russi. Fino al giorno prima, nessuno aveva accennato all’idea di un referendum. Nel giro di una decina di giorni, sempre senza alcun dibattito, la data del referendum è stata anticipata prima dal 25 maggio al 30 marzo, e poi infine al 16 marzo, mentre sono stati cambianti anche i quesiti, che in un primo tempo parlavano solo di ritorno allo status di repubblica indipendente all’interno dell’Ucraina come nel 1992. In Crimea inoltre non esisteva una legge sui referendum, che è stata approvata in tutta fretta, sempre in condizioni di occupazione militare e senza alcun dibattito nella società. Inutile poi aggiungere che vista la situazione non sarà possibile alcuna verifica obiettiva dei risultati. Pertanto non si può in alcun modo di parlare di autodeterminazione.

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