FOCUS UCRAINA / La Russia in un pantano economico, l’Ucraina tra l’Ue e gli oligarchi

Già prima della crisi ucraina l’economia della Russia era in pesante frenata e molti osservatori hanno interpretato questo fattore come uno dei motivi che potrebbe essere alla base della linea dura e aggressiva scelta da Mosca dopo la caduta di Yanukovich. La prospettiva per Mosca infatti è quella di un sistema economico in condizioni di stagflazione (Pil stagnante o addirittura in calo più inflazione) che non sarebbe più in grado di dare sostegno al potere di Putin. Il ricorso alle politiche militari e di innalzamento delle tensioni con stati vicini per ricompattare internamente il sistema è frequente in queste situazioni. In questo testo passiamo in rassegna alcun materiali pubblicati in questi giorni sul tema da parte di fonti russe, completandoli con una breve panoramica sulla possibile firma di un accordo di associazione tra Ucraina e Ue, nonché del ruolo sempre maggiore degli oligarchi nel sistema economico-politico ucraino.

La crisi dell’economia russa

Cominciamo dal quotidiano “Kommersant”, che il 12 marzo rileva che “la situazione sta peggiorando per il quarto mese di seguito. L’economia della Russia va incontro alla primavera con preoccupanti segnali di calo della produzione industriale, di svalutazione del rublo, di accelerazione dell’inflazione e di aumento della fuga dei capitali”. Secondo uno studio dell’Alta Scuola di Economia uno dei “principali fattori negativi è la stagnazione dei consumi interni. […] L’instabilità dell’Ucraina, che sarà probabilmente di lunga durata, e il coinvolgimento della Russia nei relativi sviluppi, causeranno un deflusso di capitali che a sua volta causerà un ulteriore peggioramento degli indici economici. L’obiettivo di un’inflazione al 5%, fissato dalla Banca Nazionale Russa, con ogni probabilità non verrà rispettato”. Uno dei dati più preoccupanti è quello del calo degli ordinativi dell’industria, in corso ormai per il terzo mese in presenza di un parallelo calo della produzione, e che ha raggiunto i ritmi più rapidi dopo la disastrosa flessione del 2008-2009. Secondo lo studio citato destano poi particolare preoccupazione le condizioni di molte regioni russe, la cui situazione finanziaria è sempre più fragile e che sono sempre più dipendenti dalle erogazioni del governo centrale, che a sua volta deve già affrontare il problema di un calo delle entrate e un aumento delle spese. Sarebbero necessari interventi urgenti, afferma lo studio, ma attualmente l’attenzione del governo è completamente spostata sulla Crimea.

Banca nazionale russa

Sul sito “Gazeta.ru”, Igor Nikolaev, direttore dell’Istituto di analisi strategica FBK, ragiona sulle possibili conseguenze degli sviluppi in Crimea per l’economia russa. “Il comportamento del rublo non aderisce all’ondata di entusiastico patriottismo” che ha colpito la Russia ed è in calo tendenziale, scrive Nikolaev. “Il mercato borsistico russo non si sta comportando certo meglio: sta crollando. […] L’economia russa è di fatto entrata in recessione. Se a questo si aggiungono gli attuali rischi geopolitici la fuga del rublo non farà che aumentare. Gli investimenti in capitale di esercizio che hanno cominciato l’anno all’insegna del crollo (a gennaio – 7% su base annuale), continuano a diminuire”. Nikolaev richiama poi l’attenzione sul fatto che le aziende stanno congelando gli investimenti, aumentando allo stesso tempo i depositi in valuta estera: nel solo mese di gennaio 2014, quando ancora la crisi Ucraina non era degenerata, questi ultimi hanno registrato un aumento di 12 miliardi di dollari, mentre nell’intero 2013 l’aumento era stato di 23 miliardi di dollari. Alle aziende mancano fondi non solo per sviluppare le proprie attività, ma anche semplicemente per mandare avanti le operazioni correnti. La Banca Nazionale ha aumentato il tasso di interesse di 1,5 punti percentuali fino al 7%, mossa che ha come effetto un credit crunch a livello interno. Questa situazione verrà peggiorata dalle spese ingenti che il bilancio statale si dovrà assumere per la “campagna di Crimea”. Anche la situazione delle riserve interne non è così rosea come potrebbe sembrare. Da inizio gennaio fino a fine febbraio sono calate da 510 miliardi di dollari a 493, diminuendo di 17 miliardi in soli due mesi. Vale la pena di ricordare che il 3 marzo 2014 la Banca nazionale russa ha dovuto spendere in un solo giorno 11,3 miliardi di dollari per cercare di sostenere il corso del rublo. Tra l’altro, spiega Nikolaev, dai circa 500 miliardi di dollari delle riserve valutarie vanno detratti in totale i circa 175 miliardi dei due fondi (“di riserva” e “per il benessere nazionale”) che non possono essere utilizzati al fine di sostenere il rublo. Inoltre, parte delle riserve in valuta deve essere tenuta anche come garanzia del pagamento del debito estero, pertanto lo spazio di manovra della Banca nazionale non è poi così ampio, secondo Nikolaev, il quale ricorda che nel corso della seconda metà del 2008, all’apice della crisi mondiale, la Banca nazionale ha dovuto spendere in pochi mesi quasi 200 miliardi di dollari. Le speranze di un’intensificazione degli scambi con la Cina, che alcuni economisti russi citano come possibile valvola di sfogo, sono infondate. Attualmente le esportazioni cinesi vanno per il 17,2% negli Usa, per il 17,9% nell’Ue e solo per un misero 1,9% alla Russia, che non è certo un partner strategico per Pechino. Perché gli scambi con la Cina possano dare impulso all’economia russa ci vorrebbero lunghi anni di politiche mirate, e non va dimenticato che tra l’altro la Cina sta rallentando la propria crescita. Nella situazione attuale poi Mosca è esposta anche al rischio di sanzioni economiche e, soprattutto, a una diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas da parte dei paesi occidentali, che potrebbe arrecare nel tempo un ulteriore duro colpo all’economia russa.

L’eventuale accordo tra Ucraina e Ue, il ruolo degli oligarchi ucraini

Sempre “Gazeta.ru” ci informa il 13 marzo che probabilmente Bruxelles e Kiev firmeranno un accordo di associazione in due parti, diversamente da quanto previsto a fine 2013, quando l’accordo avrebbe dovuto essere firmato per intero in un’unica data. La prima parte, quella politica, potrebbe essere firmata in breve tempo dopo il referendum in Crimea del 16 marzo, mentre quella economica verrà probabilmente rimandata a dopo le elezioni presidenziali in Ucraina di fine maggio. Tale scadenza cadrà però dopo le elezioni europee di maggio e pertanto vi è la forte possibilità che la parte economica, visto il periodo di interregno a livello europeo dopo l’elezione del nuovo parlamento, venga rimandata alla fine del 2014 o addirittura a inizio 2015. La parte economica dovrebbe prevedere la creazione di una zona di libero scambio, che comporterà una forte diminuzione dei dazi. Secondo “Gazeta”, vista la situazione di instabilità in Ucraina l’Ue per ora con ogni probabilità non prevede altre concessioni. E’ quasi sicuro che la Russia, in caso di firma della parte economica, adotterà misure protezionistiche nei confronti di Kiev. Attualmente (dati 2013) le esportazioni e le importazioni dell’Ucraina sono divise quasi alla pari tra Ue e Russia. La Russia è lo sbocco del 23,8% delle esportazioni ucraine (l’Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan arriva in tutto al 30,3%), mentre l’Ue lo è in misura del 27%. Per quanto riguarda le importazioni, le cifre sono: Russia 30,2%, Unione doganale 35,8% e Ue 37,1%. Attualmente l’Ucraina occupa il 24° posto tra i partner commerciali di Bruxelles. Secondo “Gazeta” un eventuale aumento degli scambi commerciali con l’Ue, dove gli standard di produzione sono più alti, potrebbe costringere l’Ucraina a ingenti sforzi di modernizzazione con la chiusura di molti impianti inefficaci e le relative conseguenze sociali. Nel complesso però, ritiene il sito russo, le misure approvate avranno una valenza principalmente politica, perché l’Ucraina non ha merci competitive da esportare che possano essere di particolare interesse per l’Ue. Inoltre, gli scambi commerciali tra Kiev e Bruxelles sono già ampiamente liberalizzati in seguito ai precedenti accordi del 1994 e del 2011, e le nuove misure non avranno effetti decisivi.

In Ucraina da sempre economia e politica sono fortemente intrecciate. Il britannico “Observer” rileva l’8 marzo come il governo di Kiev sembra avere deciso di rivolgersi agli oligarchi locali per cercare di rafforzare il proprio controllo sulle zone orientali dove sono più forti i filorussi, causando non poco scontento tra chi aveva manifestato a febbraio per la caduta di Yanukovich. Nella regione di Donetsk, dopo l’arresto dell’attivista “filo-Cremlino” Pavel Gubarev, è stato nominato governatore regionale Serhiy Taruta, 16° uomo più ricco del paese. Secondo l’esperto Adam Swain, “gli oligarchi sono gli unici attori in grado di stabilizzare la regione” e il governo cerca di porre rimedio in tale modo al vuoto politico creatosi dopo che il Partito delle Regioni, principale forza nell’area orientale del paese, è completamente allo sbando in seguito alle dimissioni di Yanukovich. La maggior parte degli oligarchi è originaria di queste zone, ricche di materie prime e di grandi imprese ereditate dall’era sovietica, di cui si sono impossessati nei turbolenti anni novanta. La regione è la più ricca del paese, le infrastrutture sono migliorate e in loco gli oligarchi godono del favore di ampie fette della popolazione, secondo Swain. Gli stessi oligarchi hanno poi tutto l’interesse a lavorare per la stabilità, non solo per continuare a condurre tranquillamente i loro affari, ma anche per evitare che la regione venga inglobata dalla Russia, dove dovrebbero lasciare il posto ai molto più potenti colleghi russi legati al Cremlino.

(a cura di Andrea Ferrario)

 

Annunci

I commenti sono chiusi.