FOCUS UCRAINA / Chi sono i tatari di Crimea e cosa vogliono oggi

di Petr Bologov, Lenta.ru, 10 marzo 2014

In Crimea oggi sono in gioco anche i destini dei tatari. Questo articolo ne descrive brevemente la tragica storia e ci informa sulle loro posizioni nel contesto dell’attuale crisi nella penisola.[Proprio ieri è uscita la notizia che la caporedattrice del sito da cui è tratto questo articolo, Lenta.ru, è stata licenziata. Le autorità russe di supervisione dei media hanno infatti emesso al sito una diffida dopo che uno dei suoi corrispondenti in Ucraina aveva fatto un’intervista a un leader del gruppo di estrema destra Pravy Sektor (la potete trovare qui, in russo: http://lenta.ru/articles/2014/03/10/pravysektor/). La normativa russa prevede che alla seconda diffida le autorità possono chiudere forzatamente la testata, la proprietà del sito ha quindi deciso di non rischiare e ha licenziato la caporedattrice. Quella dell’intervista ci sembra una scusa, non solo perché è assurdo punire una testata per un’intervista, ma anche perché il giornalista ha cercato in ogni modo di mettere in difficoltà l’intervistato. Il vero motivo ci sembra essere il fatto che Lenta.ru in queste settimane ha fatto un’ottima opera di informazione sulla Crimea e l’Ucraina Orientale con i suoi due inviati sul posto, rispettivamente Petr Bologov e Ilya Azar, i quali hanno intervistato rappresentanti di tutte le parti in causa e di tutte le tendenze, scrivendo inoltre reportage molto puntuali e precisi. Evidentemente al Cremlino ha dato molto fastidio che una fonte russa avesse fonti sul posto che smentivano con il loro lavoro l’immagine di una Crimea in preda alla “violenza fascista” o di una Ucraina Orientale dove i russofoni sono minacciati e vogliono all’unanimità l’unione con la Russia – N.d.T.]

In Crimea, indipendentemente dal suo profilo etnico molto variegato – nella penisola vivono rappresentanti di oltre 80 nazionalità – c’è sempre stato un solo popolo “endemico”, i tatari locali (a meno che non si prendano in considerazioni gruppi etnici e nazionalità minuscole come i krimchaki e i karaimi). Attualmente i tatari sono circa il 15% della popolazione della penisola (circa 300.000 persone) e vengono considerati parte inscindibile della stessa Crimea. I tatari sono per la maggior parte attivi a livello sociale e assumono il più delle volte una posizione esplicitamente filoucraina. Di conseguenza, il “fattore tataro” potrebbe avere in futuro un ruolo decisivo, ma comunque non prevedibile, per i destini della penisola.

I tatari

L’etnia dei tatari di Crimea si è formata a cavallo tra il XIV e il XV secolo in conseguenza della fusione di tribù turche con la popolazione sedentaria delle regioni montagnose e costiere della Crimea. La stessa parola “Crimea” è di origine turca e probabilmente viene da “kirim”, che significa “fossato”, “fortificazione”. All’inizio del XV secolo l’Orda d’Oro, della quale è entrata a fare parte la Crimea, si è indebolita in seguito a lotte interne e la penisola è diventata di fatto indipendente. […] I tatari di Crimea sono nella loro grande maggioranza musulmani sunniti, sui quali la cultura turca esercita una grande influenza. Già nella seconda metà del XV secolo il khanato della Crimea è diventato dipendente dall’impero ottomano e la maggior parte della penisola era a quell’epoca sotto il controllo diretto del sultano. Il khanato è esistito come vassallo turco fino al 1774, anno in cui in seguito a un trattato di pace tra la Russia e la Turchia ha ottenuto nuovamente l’indipendenza, che però ha avuto breve durata: nel 1783 l’imperatrice russa Caterina II ha pubblicato un editto con il quale ha annesso le terre del khanato al territorio della Russia. Ai tempi, secondo gli storici, la penisola della Crimea aveva circa mezzo milione di abitanti, per il 92% di etnia tatara. L’espansione russa ha provocato un’emigrazione di massa dei tatari nei territori dell’Impero Ottomano e alla fine del XVIII secolo in Crimea rimanevano poco più di 100.000 tatari. La seconda ondata di migrazioni è venuta dopo la fine della Guerra di Crimea intorno alla metà del XIX secolo. Attualmente in Turchia vivono più di 5,5 milioni di discendenti dei tatari di Crimea.

Tatari 2014

La terza ondata di emigrazione dei tatari, i cui tentativi di dare vita a un proprio stato ai tempi della rivoluzione e della Guerra civile sono stati impediti sia dai bianchi sia dai rossi, ha avuto una forma violenta: nel 1944 circa 200.000 tatari sono stati deportati nell’Asia Centrale [la cifra corrisponde pressoché alla totalità dei tatari che vivevano in Crimea allora, si vedano le cifre esatte più sotto – N.d.T.]. Il pretesto per la deportazione è stato che, secondo le autorità sovietiche, i tatari avrebbero collaborato attivamente con gli occupanti tedeschi. E’ difficile contestare i fatti: gli uomini di Hitler hanno effettivamente sfruttato i tatari per la lotta contro le brigate partigiane, e il numero complessivo dei collaborazionisti armati tra i tatari ha raggiunto 20.000 persone. Allo stesso tempo, però, con gli occupanti hanno collaborato anche membri di altre nazionalità e migliaia di tatari hanno combattuto nelle fila dell’Armata rossa, il più famoso tra di loro è l’eroe dell’Unione Sovietica Akhmet-Khan Sultan. Inoltre a Mosca non ne hanno mai voluto sapere delle intenzioni dei tatari di costruire in Crimea uno stato indipendente e proprio per questo alcuni leader della comunità tatara sono passati alla collaborazione con i tedeschi. Le autorità della Germania prevedevano di includere direttamente la penisola nel Terzo Reich. [Poiché il tema del “collaborazionismo” del popolo tataro è estremamente delicato, vale la pena citare qui in più qualche brano dal libro maggiormente informato sull’argomento, Gwendolyn Sasse, “The Crimea Question”, Harvard University Press, 2007, pagg. 5-6 e relative note: “Stalin ha ordinato la deportazione dell’intera popolazione dei tatari dalla Crimea nell’Asia Centrale nel 1944 sulla base della falsa affermazione che gli stessi, intesi come gruppo, avevano cooperato con i tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. A causa delle repressioni sovietiche, parte della popolazione tatara ha accolto con sollievo la nuova occupazione tedesca della Crimea cominciata nell’ottobre 1941. La speranza che il regime nazista concedesse ai tatari di Crimea un’autonomia territoriale nazionale si è rivelata irrealistica. […] Materiali di archivio dimostrano che alcune organizzazioni di Tatari della Crimea hanno in effetti cooperato con le autorità tedesche durante la Seconda guerra mondiale. Evidentemente, l’esercito tedesco sperava di sfruttare il nazionalismo dei tatari a fini militari e per scopi strategici. Molti tatari di Crimea, tuttavia, hanno appoggiato le azioni dei sovietici; almeno 20.000 tatari hanno combattuto nell’esercito sovietico. […] [Nel 1944] tra il 18 maggio e il 4 giugno, secondo documenti d’archivio sovietici, sono state deportate in tutto 225.009 persone, di cui 183.155 tatari, 15.040 greci, 12.422 bulgari, 9.621 armeni, 1.119 tedeschi e 3.652 “altri” “]

I tatari hanno cominciato a tornare nella loro patria alla fine degli anni ’80. Ma prima hanno dovuto lottare molto a lungo, fino alla disgregazione dell’Urss, per il diritto di tornare in Crimea. Uno dei più attivi promotori del diritto al rimpatrio dei suoi connazionali che allora vivevano nel territorio dell’Uzbekistan è stato Mustafa Dzhemilev, futuro presidente del Medzhlis (parlamento etnico) dei tatari di Crimea.

Già nel 1956 era stato emesso un decreto del Presidium del Consiglio Supremo dell’Urss sull’annullamento del regime speciale di residenza dei deportati. Ma questo documento non riguardava i tatari della Crimea, perché non li sollevava dall’accusa di tradimento della patria. Tuttavia tra i deportati hanno cominciato a formarsi gruppi di iniziativa per la raccolta di firme a favore di petizioni da presentare alle autorità. In queste petizioni gli autori cercavano di convincere la dirigenza del paese della fedeltà dei tatari di Crimea e chiedevano di consentire alla comunità tatara di tornare nella propria patria. Solo che le autorità in risposta hanno cominciato a perseguitare gli attivisti. A cominciare dagli anni ’60 la comunità dei tatari di Crimea ha organizzato proteste di massa nelle città dell’Uzbekistan dove viveva il maggiore numero di deportati, avanzando le stesse richieste riportate nelle petizioni.

All’inizio degli anni 70 la maggior parte degli attivisti tatari è stata arrestata e il movimento di protesta è andato esaurendosi. Alcuni tatari sono comunque riusciti in quegli anni a tornare in Crimea, ma solo per breve tempo – il regime dei passaporti nella penisola era stato rafforzato e chi tra loro vi ci si era trasferito è stato semplicemente espulso. Solo nel 1987, sotto la presidenza di Andrej Gromyko, ha cominciato a funzionare la Commissione statale per il ritorno dei tatari di Crimea. A quell’epoca i tatari rappresentavano circa l’1% della popolazione della penisola (e l’1% della popolazione Uzbekistan, che quantitativamente equivale a poco più di 180.000 persone), ma negli anni immediatamente successivi il rimpatrio ha acquisito un carattere di massa.

Se secondo il censimento del 1989 in Crimea vivevano 38.000 tatari, dieci anni dopo erano già 250.000. Il ritorno degli abitanti autoctoni ha ovviamente causato una serie di conflitti con gli abitanti locali – il principale motivo di conflitto sono state le cosiddette “auto-occupazioni”. Secondo il Comitato fondiario della repubblica, dal 1991 al 2007 nella penisola sono stati occupati oltre 40.000 ettari di terra, sui quali si sono insediati circa 300 centri abitati popolati compattamente da tatari di Crimea. In alcuni casi, per placare i tatari e chi si opponeva loro, le autorità hanno dovuto chiamare le forze speciali che hanno sparato lacrimogeni e granate assordanti. I tatari, ai quali in via di principio è stato impedito di insediarsi sulla costa meridionale e a Sebastopoli, si sono “appropriati” di terreni principalmente nell’area di Simferopoli e in altre zone interne.

Alla fine degli anni duemila le dimensioni delle auto-occupazioni sono andate notevolmente diminuendo, ma le relazioni tra i tatari e gli abitanti russofoni continuano a rimanere fredde. Le prospettive di questa “pace fredda”, evidentemente, devono essere lette alla luce delle dichiarazioni pronunciate da Dzhemilev l’anno scorso. Secondo lui in Crimea dovrebbero tornare ancora altri 100-120.000 tatari di Crimea che attualmente risiedono ancora in altri paesi dell’ex Urss. Naturalmente, adesso che la situazione nella penisola assomiglia a quella di un fronte di guerra e il suo status viene messo n questione, non è chiaro se vorranno abbandonare i luoghi in cui attualmente risiedono.

Subito dopo che i primi rimpatrianti sono arrivati in Crimea gli stessi hanno cominciato a rivendicare i propri diritti politici. Il 26 giugno 1991 a Simferopoli è stato convocato un congresso nazionale dei delegati degli organi del popolo tataro di Crimea, il Secondo Kurultaj (il primo si era svolto nel 1917). E già il 6 luglio dello stesso anno si è svolta la prima seduta del Medzhlis del popolo tataro di Crimea. Il Kurultaj ha approvato la dichiarazione sulla sovranità nazionale dei tatari. Nel documento si affermava tra le altre cose che la Crimea era un “territorio nazionale” del popolo tataro di Crimea, sul quale solo quest’ultimo “ha il diritto di autodeterminazione così come definito negli atti giuridici internazionali riconosciuti dalla comunità mondiale”. Nel documento si affermava inoltre che “la terra e le risorse naturali della Crimea, ivi compreso il suo potenziale sanitario e ricreativo, sono il principale bene nazionale del popolo tataro di Crimea e la principale fonte di benessere di tutti gli abitanti della Crimea”, pertanto “non possono essere utilizzati senza tenere conto della volontà e dell’accordo del popolo tataro di Crimea”. Il “fattore tataro” ha fatto sentire per la prima volta il suo peso quando l’1 dicembre 1991, grazie tra l’altro anche ai voti degli 80.000 elettori tatari, il 54% degli abitanti della Crimea ha approvato l’indipendenza dell’Ucraina nel relativo referendum.

Nel 1994 ai tatari sono stati assegnati 16 posti nel parlamento della Crimea sulla base delle quote nazionali per i “popoli deportati”. I rappresentanti del Medzhlis non sono entrati direttamente a fare parte del successivo parlamento, ma in seguito a politiche di di collaborazione politica sono entrati a fare parte dell’assemblea legislativa attraverso altri partiti, per esempio l’ucraino Rukh. A tale proposito va osservato che fin dall’inizio i tatari hanno avviato collaborazioni con i partiti filoucraini, perché avevano in comune un opponente politico, le forze orientate verso la Russia. In Crimea le posizioni dei nazionalisti ucraini sono sempre state molto deboli, per questo a difendere la statualità ucraina qui sono stati principalmente i tatari.

Ciò tuttavia non ha impedito loro di accusare regolarmente sia le autorità della Crimea che quelle ucraine di ignorare gli interessi dei tatari e quindi di spingerli a ricorrere ad attività contrarie alla legge, vale a dire le già menzionate auto-occupazioni. Secondo le parole di Dzhemilev, dal 1991 al 2012 i programmi di aiuto ai rimpatrianti per i quali non erano stati erogati i finanziamenti previsti ammontavano a 438 milioni di grivne (oltre 50 milioni di dollari). “Posso quindi senz’altro affermare che lo stato ha in pratica rinunciato a risolvere i problemi dei deportati”, ha confermato il leader tataro l’anno scorso.

Il 26 febbraio scorso, comunque, sulla piazza di fronte all’edificio del Consiglio Supremo della Crimea a Simferopoli, dove era stata convocata una manifestazione sotto le bandiere russe, i tatari hanno dimostrato ancora una volta che nel conflitto tra Mosca e Kiev si schierano con la seconda. Oltre 15.000 tatari, insieme a patrioti ucraini, hanno allontanato i loro opponenti che assediavano l’edificio del parlamento e sono addirittura riusciti a penetrarvi. Non è stato loro di molto aiuto: la notte dello stesso giorno il parlamento è stato occupato da “persone armate non identificate” [le forze russe senza insegne che attualmente occupano la Crimea – N.d.T.] e da allora le autorità della Crimea hanno spinto forzatamente l’autonomia in direzione della Russia.

Tatari febbraio 2014

I tatari attualmente sono in posizione di attesa e non escono nelle strade. Refat Chubarov, che ha sostituito Dzhemilev nella carica di presidente del Medzhlis, ha rifiutato di riconoscere come legittimo il nuovo governo della Crimea guidato da Sergej Aksenov e ha invitato tutti gli abitanti della penisola, indipendentemente dalla loro nazionalità, a boicottare l’imminente referendum sull’unione della Crimea con la Russia (il plebiscito è previsto per il 16 marzo). Allo stesso tempo Chubarov ha riconosciuto che la nuova dirigenza promette ai tatari gli stessi vantaggi che questi ultimi si sono guadagnati durante gli anni dell’indipendenza dell’Ucraina, cioè aiuti finanziari e posti nel nuovo parlamento e nel governo. Secondo Aksenov, ai tatari di Crimea è stato proposto di ottenere uno dei due posti di vicepremier, due ministri e anche la carica di viceministro “praticamente in ogni ministero”, ivi compresi gli organi di sicurezza.

A sua volta, il vicepremier del nuovo governo della Crimea, Rustam Temirgaliev, ha promesso che la Russia garantirà il rispetto di tutti i diritti socio-economici dei tatari di Crimea. “Cosa ha dato l’Ucraina ai tatari di Crimea? 150 milioni di dollari in 22 anni di indipendenza per circa 300.000 persone? E’ sufficiente per difendere i diritti dei tatari di Crimea che sono tornati in patria dopo la deportazione?”, ha scritto Temirgaliev sulla sua pagina Facebook. Secondo le sue parole, la Russia in due anni risolverà tutte le problematiche infrastrutturali nelle zone in cui vi è una compatta presenza di tatari.

Il Medzhlis però non cambia la sua posizione rispetto a quello che sta accadendo. “In una situazione in cui per le strade ci sono truppe armate”, dice Chubarov, “e in cui è in corso la violazione sistematica anche delle più elementari regole giuridiche, organizzare un referendum, senza che nemmeno esistano regole giuridiche per il suo svolgimento, vuol dire solo destabilizzare ulteriormente la situazione in Crimea”.

Simferopoli

Parlando del futuro dei tatari di Crimea, Chubarov ritorna a eventi di 70 anni fa. “Nei confronti del popolo tataro di Crimea durante il ventesimo secolo è stato commesso un genocidio, in conseguenza del quale abbiamo perso metà della nostra comunità”, ha detto a Lenta.ru. “Le conseguenze di questa catastrofe, aggravate dal mantenimento dell’esilio forzato per quasi 50 anni, ancora oggi non sono state eliminate. Finora hanno potuto fare ritorno in patria solo circa 300.000 tatari di Crimea, oltre 150.000 rimangono ancora in esilio, e lo rimarranno fino a quando non avranno la possibilità di superare tutti gli ostacoli posti per il loro ritorno a casa”.

L’attuale status della Crimea non soddisfa il leader dei tatari (così come non soddisfa i cittadini russofoni), ma questo per lui non è un motivo sufficiente per un’uscita della regione autonoma dall’Ucraina. “E’ indubbio che l’attuale status della Crimea deve trovare nuove forme”, dice il presidente del Medzhlis. “Sono necessarie modifiche radicali della costituzione della Crimea che consentano ai tatari di essere sicuri del proprio sviluppo, nonché della tutela della propria identità linguistica, culturale e religiosa. Come lei ben sa, i tatari di Crimea non hanno alcun altro territorio storico o stato con il quale si possano identificare e possano realizzare il proprio diritto all’autodeterminazione. Solo che l’attuale status della Crimea non tiene assolutamente conto di questa particolarità. Ma noi siamo assolutamente a favore del fatto che la Crimea rimanga in una Ucraina indipendente che, a sua volta, entrerà organicamente a fare parte dell’Unione europea”. […]

Link all’articolo originale: http://lenta.ru/articles/2014/03/10/tatar/

(traduzione dal russo di Andrea Ferrario)

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