FOCUS UCRAINA / Riportare in gioco la classe, ma come? Una risposta a Florin Poenaru

di James Robertson, da LeftEast (http://www.criticatac.ro/lefteast/bringing-class-response-to-poenaru/)

Nella sua recente analisi degli eventi in Ucraina, Florin Poenaru solleva alcuni punti la cui importanza va molto più in là della situazione specifica in tale paese. Affrontano problemi importanti che riguardano più ampiamente la (ri)costruzione della sinistra rivoluzionaria nell’Europa Orientale post-socialista. Il mio testo risponde ad alcuni di tali punti nel tentativo di contribuire a una discussione politica più ampia sulle strategie e le analisi della sinistra oggi.

L’argomento centrale in gioco riguarda l’invito di Florin ai militanti di sinistra che lavorano nell’Europa Orientale o su di essa a “riportare in gioco la classe” nel valutare le politiche dei movimenti di massa. Florin pronuncia il suo appello alla luce del supporto dato da militanti di sinistra al movimento di Euromaidan, un supporto, sostiene, che è stato “teoricamente debole e politicamente reazionario”. Florin ritiene che mettendo in primo piano le politiche di classe la sinistra possa evitare in futuro tali errori.

Tuttavia, prima di passare alla mia risposta riguardo a questo argomento, voglio affrontare in primo luogo alcuni punti rilevanti della sua rappresentazione e della sua analisi dei recenti sconvolgimenti in Ucraina. 

Il testo di Florin rifiuta esplicitamente la descrizione dei recenti eventi in Ucraina come “rivoluzione”, preferendo, così come fa Stephen Cohen, il termine di “colpo di stato”:

“[Yanukovich] è stato deposto non in conseguenza di un sollevamento popolare, ma in seguito a macchinazioni dietro alle quinte e a giochi politici occulti. Il popolo ucraino in generale, così come coloro che hanno protestato in piazza Maidan per settimane, sono stati esclusi dalle manovre, nonostante siano stati i primi a prendersi le pallottole con il quale il Presidente ha affrontato in modo criminale le proteste. Pertanto gli eventi in Ucraina assomigliano in larga misura a un colpo di stato e non a una rivoluzione democratica o socialista”.

Per quanto possiamo essere critici delle qualità “democratiche” dei sommovimenti degli ultimi mesi – e c’è molto di cui diffidare – appare semplicistico ridurre il risultato finale a “macchinazioni dietro le quinte e giochi politici occulti”.

Il resoconto di Florin cancella l’impatto reale che Maidan ha avuto sullo status quo politico in Ucraina. Le masse di persone che hanno sfidato le temperature polari e la violenza della polizia per mesi sembrano nel suo resoconto essere solamente delle vittime: prima della repressione “criminale” di Yanukovich e poi delle macchinazioni di astuti politici. Cioè o dei corpi sanguinanti nelle strade, oppure delle marionette di oligarchi conniventi. Mai come soggetti autonomi e responsabili. Si tratta di un resoconto che si scontra con tutto quello a cui abbiamo assistito a partire dal novembre 2013.

E’ incontestabile che sia stata la forte pressione esercitata sul governo di Yanukovich da decine di migliaia di cittadini ucraini attivi che hanno occupato Kiev a costringere il regime a commettere svariati errori strategici. In primo luogo, gli svariati tentativi brutali del governo di disperdere le folle che occupavano Maidan utilizzando le forze antisommossa si sono rivelati un fallimento e sono riusciti unicamente a galvanizzare e dare ulteriormente coraggio alle proteste. In secondo luogo, l’introduzione di leggi draconiane contro le proteste (vergognosamente passate con i voti del Partito Comunista Ucraino) è servita ad ampliare le fila delle proteste, politicizzando ulteriori strati della popolazione dell’Ucraina. Infine, i tentativi di pacificare le proteste mediante le dimissioni del primo ministro Azarov e il ripudio delle leggi antiprotesta hanno messo a nudo di fronte a tutto il mondo le crepe esistenti nella volontà politica del governo.

Nessuna di queste vittorie decisive nella lotta può essere liquidata come accordi dietro le quinte tra politici. Sono state invece l’esito di una lotta reale avviata e perseguita da decine di migliaia di normali ucraini.

Le vittorie del movimento hanno causato la crisi politica del regime di Yanukovich che ha portato a defezioni all’interno del Partito delle Regioni, in particolare del sindaco di Kiev Volodymyr Makeyenko, fattore che a sua volta ha aperto spazio all’opposizione per rinegoziare un accordo di condivisione del potere. E’ importante notare che di questo accordo hanno dovuto prendersi carico i rappresentanti di Maidan, proprio perché l’opposizione ha riconosciuto la propria mancanza di un controllo completo sul movimento. Un attivista e incaricato della sicurezza ha messo in guardia a quanto pare una trionfante Tymoshenko con le seguenti parole: “Yulia Vladimirovna, non dimenticare chi l’ha fatta questa rivoluzione”.

Nel corso di questa insurrezione, organizzazioni politiche affermate hanno cercato, e per il momento più o meno ci sono riuscite, di presentarsi come la voce del movimento, incanalandolo in quelle che erano le loro priorità. Tuttavia sono state capaci di conquistare il potere solo cavalcando l’ondata di opposizione di massa e sfruttando la crisi politica generata da Maidan. La loro autorità non si basava sulla forza dei militari, come quella di Sisi in Egitto, ma piuttosto nelle loro relazioni instabili e politicamente dubbie, ma comunque reali, con il movimento nelle strade. Descrivere tutto questo come un “colpo di stato” è errato e allo stesso tempo pone la sinistra in compagnie ben poco piacevoli, compagnie che non fanno altro che dare sostegno alla retorica anti-sinistra della destra estrema.

Ben lontani dall’essere un “colpo di stato”, gli eventi in Ucraina assomigliano a una replica della Rivoluzione Arancione del 2004, con la differenza cruciale che i principali partiti dell’opposizione oggi hanno un’influenza di gran lunga minore su popolo nelle strade rispetto a dieci anni fa. La debolezza dell’influenza che esercitano aprirà nuovi spazi reali nei quali la sinistra ucraina avrà la possibilità di crescere, ma solo se la sinistra stessa si colloca a fianco delle masse degli ucraini politicamente attivi che scendono in strada lottando per una vita migliore.

Ma è la tesi centrale del testo di Florin che mi sembra più importante per la sinistra nell’Europa Orientale post-socialista di oggi, e più precisamente il suo invito a “riportare in gioco la classe” nelle nostre analisi e nella nostra valutazione dei movimenti di oggi. Florin ci chiede di rompere con le “mistificazioni ideologiche” che hanno portato molti a sinistra a “feticizzare la mera presenza di gente nelle strade”. Al posto di questo entusiasmo ingenuo e disorientato dovremmo invece prioritizzare la messa a punto di una cornice intellettuale basata sulla politica di classe che ci possa aiutare a valutare “l’effettiva base sociale e gli scopi politici delle manifestazioni di massa”.

La classe qui funziona come una specie di strumento di orientamento per un’analisi del significato “reale” di una protesta, come un barometro per misurare la traiettoria politica di un evento. L’invito che Florin rivolge ai militanti di sinistra dell’Europa Orientale a “riportare in gioco la classe” è importante, ma questo uso del termine porta a sbandare pericolosamente vicino alla ripetizione degli errori dell’economicismo e rischia di ridurre il termine a una categoria di analisi sociologica che appiattisce e restringe le opportunità di condurre una discussione più ampia sulla strategia politica.

Il problema maggiore dell’invito di Florin consiste nel semplice fatto che oggi la classe non porta più con sé la stessa legittimità politica che aveva mezzo secolo fa, in particolare nell’Europa Orientale. Il crollo del socialismo di stato e il successivo attacco furioso delle riforme della “transizione” non solo hanno avuto l’effetto di decimare le grandi industrie in tutta l’Europa Orientale, ma hanno anche portato alla decomposizione della classe lavoratrice sia come comunità di individui reali sia come soggetto politico. Si potrebbe addirittura sostenere che quest’ultimo era già in crisi dopo il fallimento dei movimenti di riforma degli anni ’60 (forse con l’eccezione della Polonia e della Jugoslavia, dove i movimenti della classe lavoratrice hanno continuato a svolgere un ruolo chiave nel guidare l’opposizione di massa nei confronti dello stato fino agli anni ’80 avanzati).

La disgregazione di questo soggetto politico ha portato alla fioritura di nuovi poli di influenza, di nuovi discorsi di legittimazione politica: la nazione, l’”Europa”, i “cittadini”, oppure gli appelli alle normative europee o ai diritti umani. I lavoratori hanno continuato a essere attivi come individui, ma la loro soggettività alla fine viene determinata in via primaria da questi nuovi campi discorsivi, con la conseguenza che il loro potere strutturale rimane irrealizzato. Parlando della composizione sociale di Euromaidan uno dei sindacalisti rivoluzionari ucraini ha sostenuto che “è indubbio che la protesta è diventata più ‘proletaria’ – anche se la quota di lavoratori è ancora bassa, e quando sono presenti, lo sono come ‘ucraini’ e ‘cittadini’, non come ‘lavoratori’.”

La decomposizione della classe operaia, sia come soggetto politico che come classe sociale reale, mette la sinistra dell’Europa Orientale di fronte a un compito colossale: il risorgere di questo soggetto rivoluzionario centrale. Ma in un periodo in cui la disoccupazione ha raggiunto proporzioni vertiginose, gli stipendi e le pensioni non vengono pagati e la probabilità che i lavoratori chiedano la privatizzazione dei propri posti di lavoro è pari a quella che vi si oppongano, come può avvenire una rinascita? Dove  è la classe che “dobbiamo riportare in gioco”? E in che ambito la dobbiamo riportare in gioco?

Attualmente sembra chiaro che le mobilitazioni politiche più importanti nella regione stanno emergendo intorno a questioni che riguardano la scarsa capacità di governare: corruzione, privatizzazioni illegali o ‘incorrette’, nepotismo, legami con la criminalità organizzata ecc. E’ particolarmente eloquente il fatto che i maggiori movimenti di protesta nati dopo l’inizio della crisi economica nel 2008/2009 siano stati incentrati sulle politiche di governi specifici, piuttosto che in relazione a forze politiche ed economiche più globali (l’UE, il FMI, gli USA o la Russia), oppure su attori economici locali (uomini d’affari, magnati, oligarchi). L’ampio serbatoio di disprezzo antipolitico nei confronti della classe politica dominante è stato uno dei fattori dietro le proteste che hanno abbattuto il governo Jansa in Slovenia e il governo Borisov in Bulgaria, nonostante il fatto che entrambe le proteste inizialmente siano nate da temi sociali più profondi. In Ucraina, Euromaidan si è trasformata rapidamente da una protesta contro il rifiuto di Yanukovich di firmare l’Accordo di Associazione con l’UE nella richiesta generale delle sue dimissioni, una richiesta che ha trovato un’eco presso strati più ampi di persone che ne avevano abbastanza del suo dominio autoritario. Perfino in Bosnia, dove abbiamo assistito alla forma più articolata di politica della classe lavoratrice nella regione, le proteste hanno preso di mira il ceto politico locale.

A causa in parte della disorientante dissoluzione del discorso politico durante il periodo della ‘transizione’, queste proteste sono state eterogenee e addirittura contraddittorie nelle loro ideologie, strategie e rivendicazioni. Nelle loro fila si sono visti sindacalisti indipendenti che scendevano in piazza fianco a fianco ad accesi nazionalisti che richiedevano la repressione di minorità etniche o religiose, a proselitisti dell’integrazione europea che invitavano il loro popolo “europeo” a protestare per “riforme europee”, a ONG che si richiamano a discorsi sui diritti umani. Élite delle classi medie, giovani della classe lavoratrice, pensionati arrabbiati, studenti radicali e nazionalisti piccolo-borghesi: tutti prendono parte a questi variegati movimenti. Lontano dal rappresentare un chiaro equilibrio di forze di classe, quello a cui stiamo sempre più spesso assistendo oggi nell’Europa Orientale è una serie di confronti tra un ceto politico corrotto e ripiegato sui propri interessi, da una parte, e una società civile rudimentale e contraddittoria.

Queste congiunture politiche contengono potenziali aperture per le politiche rivoluzionarie di sinistra, ma la nostra capacità di sfruttare queste aperture dipenderà dal fatto che riusciamo a sviluppare una visione più sfumata di strategia politica, rompendo con la speranza che un giorno emergerà una lotta di classe “pura”. Le argomentazioni di Lenin riguardo all’impossibilità di una tale rivoluzione sociale ‘pura’ sono particolarmente pertinenti per il momento che stiamo vivendo:

“La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti.  Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione  – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benchè per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo”.

Cito questo passaggio pienamente consapevole della sua dissonanza per le orecchie di oggi, soprattutto in riferimento agli eventi in Ucraina. Non solo questo linguaggio di “obiettività” storica suona anacronistico, ma l’ottimismo, la visione rivoluzionaria e perfino l’arroganza sicura di sé dell’oratore sembrano un lusso irresponsabile, una fantasia che difficilmente possiamo permetterci, nella posizione in cui ci troviamo, cioè come in un bunker assediato dai nemici.

Tuttavia quello che voglio sottolineare con questa citazione è la visione di Lenin della pluralità di ogni autentico movimento rivoluzionario di massa; il fatto che non si presterà a una semplice valutazione e alla riduzione a qualche “base sociale” essenziale, ma sarà invece un luogo di contestazione e contraddizione. La maledizione dell’attuale generazione di militanti di sinistra dell’Europa Orientale (ma non solo la loro) è proprio la mancanza della “avanguardia in possesso di una coscienza di classe”; il personaggio principale di questo dramma storico non è entrato in scena. In sua assenza, molti dei confronti politici nella regione hanno portato a galla una vasta gamma dei “pregiudizi”, delle “fantasie reazionarie”, delle “debolezze” e degli “errori” della società post-socialista, in Ucraina più che altrove.

E’ però precisamente all’interno di questi movimenti che vengono realizzati i nuovi antagonismi sociali, vengono articolate nuove rivendicazioni e nuovi discorsi, e vengono forgiate nuove soggettività politiche. La verità è che questi fenomeni non si fermano alla porta della fabbrica o nell’atrio degli uffici, ma contribuiscono alla formazione, alla rinascita o a un’ulteriore decomposizione della politica di classe.

Chi solo cinque anni fa avrebbe potuto prevedere che una controversia riguardo all’attribuzione dei codici fiscali ai neonati avrebbe costituito una preoccupazione rilevante per la classe lavoratrice? [Il riferimento è alla “bebolucija” bosniaca del giugno 2013, che ha spinto migliaia di persone a scendere in piazza contro le inefficienze amministrative del ceto politico – N.d.T.] Certo, ha fatto poco per consentire di affrontare le dinamiche fondamentali della transizione post-socialista e i loro effetti sui lavoratori – privatizzazioni, smantellamento del welfare, austerità. Eppure, nel mezzo dell’ondata di proteste dei lavoratori che attualmente sta sommergendo la Bosnia, possiamo chiaramente vedere come la “bebolucija” del giugno 2013 sia stata un momento fondamentale nel tracciare  un nuovo antagonismo socio-politico che inibisce il linguaggio nazionalista iscritto nello stato di Dayton, aprendo la strada al tipo di cooperazione politica esistente oggi tra i lavoratori croati, serbi e bosgnacchi. Quello che sembrava un conflitto “liberale” riguardante l’adeguato funzionamento di uno stato democratico, nei fatti ha avuto importanti ripercussioni nel dare forma all’orizzonte politico dell’attuale rivolta dei lavoratori.

“La classe” non si forma in un vuoto politico.

Nell’Europa Orientale di oggi un movimento rivoluzionario della classe lavoratrice non può nascere all’improvviso al di fuori delle lotte politiche in corso. E se ci poniamo al di fuori delle lotte che si stanno svolgendo, attendendo inattivi che le stesse si condensino in forme “pure” di conflitto di classe così come le conosciamo dal nostro ABC del marxismo, non faremo che condannarci a un’irrilevanza ancora maggiore.

Nelle attuali lotte tra un ceto politico corrotto e discreditato, da una parte, e una società civile ancora in fase di formazione e inarticolata, dall’altra, ci sono importanti semi per il germogliare di una rivolta di classe (perfino a Maidan!). Il compito della sinistra è quello di organizzare e di buttarsi in queste lotte, di identificare i momenti di conflitto di classe, i punti nei quali le strutture del sistema vengono messe in questione e amplificare le loro contraddizioni, rendere più netti i loro antagonismi.

I semi della rivolta di classe sono dispersi lungo un’ampia gamma di potenzialità politiche che questi movimenti contengono. E queste potenzialità non possono essere rivelate in anticipo. Il suggerimento di Florin di “riportare in gioco la classe” per facilitarci il compito di valutare “la base sociale effettiva e gli obiettivi politici delle manifestazioni di massa” è di scarsa utilità nell’orientarci in questi tempi caotici. L’unica via in avanti consiste in un intervento organizzato e strategico all’interno di questi movimenti, lottando per la realizzazione delle loro potenzialità più radicali ed emancipatrici.

Naturalmente queste potenzialità verranno contestate e la sinistra dovrà lottare per fare sentire il proprio messaggio in mezzo a nazionalisti, eurofili e liberali di ogni genere. E ci troviamo in una posizione di enorme svantaggio. Ma la nostra capacità di dare forma a questi movimenti, di “riportare in gioco” un linguaggio di classe rivoluzionario, renderà effettiva la nostra capacità di intervenire strategicamente in modo organizzato e di cercare di spingere questi movimenti in una direzione più progressista.

E’ stato chiaro fin dall’inizio che il movimento di Euromaidan avrebbe posto un’enorme sfida alla sinistra ucraina. L’Accordo di Associazione con l’UE è stato un tentativo sfacciato e cinico di portare l’UE nella periferia politica ed economica dell’Europa, senza garantire allo stesso tempo nulla ai lavoratori ucraini; l’idealismo sull’Europa che è echeggiato nelle strade di Kiev aveva tutto il gusto dell’umor nero alla luce di quanto avviene oggi in Grecia; e la presenza vociante di gruppi di destra bene organizzati come Svoboda ha reso il movimento ripugnante per molti (e non solo a sinistra).

Con il progredire del movimento le cose si sono fatte più complicate. Con lo spostarsi dell’attenzione dei manifestanti sui problemi più ampi dell’autoritarismo e della repressione statale, la questione dell’”Europa” è passata in secondo piano e le fila del movimento si sono allargate fino a includere aree più ampie della società civile ucraina. Allo stesso tempo ciò ha aperto spazi per una crescita dell’estrema destra. Le sue vittorie, tuttavia, sono legate al ruolo centrale svolto dal gruppo negli sconti con la polizia, nell’ambito dei quali hanno fornito infrastrutture di difesa per l’accampamento e un punto di leadership, soprattutto dopo gli eventi del 19 gennaio. Una volta che il loro potere è stato affermato, sono stati facilmente in grado di proteggere la loro egemonia da ogni possibile intervento degli attivisti di sinistra, picchiando sindacalisti, aggredendo riunioni anarchiche e distruggendo materiali della propaganda di sinistra.

E’ importante però prendere atto del fatto che le vittorie dell’estrema destra non sono state predeterminate da qualche tipo di base sociale del movimento. La loro egemonia trova origine in due fattori chiave, sui quali la sinistra deve impegnarsi se vuole affrontare le radici della crescita dei fascisti.

In primo luogo, l’influenza della destra risiede in larga misura nei suoi importanti interventi strategici all’interno del movimento, ivi incluso il ruolo di avanguardia che ha svolto negli scontri contro la polizia e nel proteggere Maidan dagli attacchi. Si tratta di una questione di strategia politica e la sinistra è stata sconfitta su questo campo in termini di capacità di manovra.

In secondo luogo, la legittimità del discorso nazionalista in Ucraina ha reso le politiche della destra ancora più ampiamente accolte che altrove. Commentando il ruolo dominante del nazionalismo in Ucraina, Ilya Budraitskis ha richiamato l’attenzione sul fatto che:

“[Il nazionalismo è] legato alle modalità della fondazione dell’Ucraina come paese indipendente – cioè attraverso il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. E’ per questo motivo che il nazionalismo è un elemento di persuasione ideologica così popolare. La mentalità è analoga a quella di un’ex colonia. La maggior parte degli ucraini ritiene che la cosa più importante sia non essere dominati da una potenza estera”.

In larga misura, quindi, il clima favorevole per il nazionalismo di estrema destra ha le sue radici nella storia dell’imperialismo russo e nel ruolo del nazionalismo ucraino come discorso di resistenza. Ogni lotta contro la destra estrema dovrà quindi necessariamente affrontare con serietà la questione nazionale ucraina.

Il focus di Florin sulla classe, tuttavia, in alcuni momenti sembra studiato proprio per allontanarci dall’affrontare tali questioni. Il suo argomento secondo cui la presidenza di Yanukovich “rappresentava, almeno in minima misura, interessi concreti di un’ampia sezione della classe lavoratrice dell’Ucraina post-comunista” manca di citare che questa base di supporto esisteva in massima misura tra la classe lavoratrice di lingua russa nelle regioni del sud e dell’est. In altre parole, la classe qui serve per mettere tra parentesi un’intera serie di questioni politiche che sono di importanza chiave per comprendere come la destra estrema è stata in grado di crescere.

Anche se dobbiamo “riportare in gioco la classe” dobbiamo farlo attraverso il prisma della questione nazionale e delle politiche del dominio imperiale russo. La sinistra rivoluzionaria ha una lunga eredità di resistenza antimperialista e ogni progetto di resuscitare il linguaggio del socialismo dovrà sicuramente attingere a questa ricca eredità. Ma allinearci (per quanto indirettamente) con un presidente che viene considerato da molti come uno che trascina l’Ucraina più vicina alla sfera di influenza russa non farà altro che discreditare la sinistra e rafforzare le posizioni dell’estrema destra.

In questi giorni immediatamente successivi agli eventi in Ucraina stanno emergendo questioni molto reali che riguardano l’urgenza di organizzare interventi comuni da parte della sinistra, la nostra capacità di sfidare la crescita della militanza a destra, di apprendere come organizzarci e di mettere a punto strategie in questi movimenti contraddittori, di sapere quando abbiamo perso la lotta e cosa fare dopo che ce ne siamo resi conto.

Sono questioni reali e complesse alle quali bisogna reagire con valutazioni ben calibrate che possono essere date nel migliore dei modi da militanti pienamente immersi nelle lotte sul terreno. Ma il nostro successo dipenderà dalla misura in cui sapremo prendere sul serio le potenzialità di queste nuove e ancora non mature forme di lotta che stanno scoppiando in tutta la regione. Nei nostri interventi saremo costretti a fare delle scommesse, a volte senza alcun risultato, altre volte verremo battuti e altre volte ancora potremmo ritrovarci nel covo dei nostri peggiori nemici.

Solo due cose sono sicure: In primo luogo, se manchiamo di intervenire, partecipare e cercare di dare forme a questi sollevamenti ancora informi, la sinistra si condannerà a un irrilevanza ancora maggiore. In secondo luogo, nessuna quantità di “riportare in gioco la classe” ci offrirà scorciatoie di fronte alle complessità e alle scommesse dalle quali nessuna lotta politica può esimersi.

(traduzione di Andrea Ferrario)

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