FOCUS UCRAINA / Per capire l’Ucraina dobbiamo riportare in gioco la classe

di Florin Poenaru, da LeftEast (http://www.criticatac.ro/lefteast/ukraine-bring-class-back-in/)

[Pubblichiamo un botta e risposta a nostro parere molto interessante tra due militanti di sinistra impegnati da anni sulle lotte nell’Europa Orientale. Il tema in questione è quello dell’Ucraina, del significato dei recenti rivolgimenti e delle loro prospettive. Precisiamo subito che riteniamo l’interpretazione di Poenaru fuorviante e molto preconcetta, mentre ci sembra che la risposta di Robertson risponda in modo efficace alle sue tesi.

Poenaru, dietro al gran parlare di “riportare in gioco la classe” [abbiamo tradotto così, approssimativamente, l’inglese “bring the class back in”], aderisce a una visione autoritaria che vede le masse esclusivamente come soggetti passivi, a meno che non siano guidate da una non meglio definita “sinistra”. Sintomatica ci sembra poi la sua approvazione dell’accordo che, se fosse stato approvato con la conseguente formazione di una grande coalizione, avrebbe fatto riprecipitare l’Ucraina in balia del binomio Yanukovich-Opposizione che la tiene in ostaggio da oltre un decennio. Poenaru dimostra poi una notevole ignoranza della realtà ucraina, quando asserisce del tutto inopinatamente che “la presidenza di Yanukovich rappresentava, almeno in minima misura, interessi concreti di un’ampia sezione della classe lavoratrice dell’Ucraina post-comunista”, oppure quando afferma sbrigativamente che “i lavoratori dell’Ucraina hanno continuato a essere divisi lungo linee etniche e culturali create artificialmente da imprenditori politici”. In questo piccolo speciale sull’Ucraina pubblichiamo infine una guida ragionata, completa di link, ai materiali secondo noi più interessanti apparsi in inglese sugli eventi più recenti e sul ruolo dell’estrema destra  – Crisi Globale]

Viktor Yanukovich ha cominciato la sua carriera come un criminale ed è rimasto un criminale anche come leader politico. Il suo regime era corrotto, patriarcale, autoritario, inefficiente e caratterizzato da un pregiudizio di classe. Doveva sicuramente andarsene.

Ma chi saluta con favore il suo abbandono dopo il voto della Rada ucraina di sabato scorso fa un chiaro errore. E’ stato deposto non in conseguenza di un sollevamento popolare, ma in seguito a macchinazioni dietro alle quinte e a giochi politici occulti. Il popolo ucraino in generale, così come coloro che hanno protestato in piazza Maidan per settimane, sono stati esclusi dalle manovre, nonostante siano stati i primi a prendersi le pallottole con il quale il Presidente ha affrontato in modo criminale le proteste. Pertanto gli eventi in Ucraina assomigliano in larga misura a un colpo di stato e non a una rivoluzione democratica o socialista.

Anche se nessuno dovrebbe preoccuparsi più di tanto per l’ormai deposto Yanukovich, ci sono molto aspetti con i quali bisogna confrontarsi in modo critico. Nasconderli sotto il tappeto e celebrare la vittoria del popolo contro una marionetta corrotta degli oligarchi è teoricamente debole e politicamente reazionario.

Sembra che due aspetti siano stati improvvisamente dimenticati. In primo luogo, Yanukovich era un presidente eletto democraticamente. Come osservatore delle elezioni a Kiev durante il voto del 2010 ricordo il consenso tra tutti gli osservatori internazionali di ogni genere sul fatto che le elezioni erano state libere e corrette, nonché condotte con un ampio grado di legittimità. Yanukovich ha sconfitto nettamente Tymoshenko e il suo stile politico. Anche se nessuno ne è stato contento, pochi hanno contestato i risultati. Dopo i negoziati di venerdì, Yanukovich ha accettato di rispettare un percorso elettorale e ha accolto la richiesta dei manifestanti di indire elezioni anticipate in novembre. Anche se di norma non ho una grande opinione del concetto liberaldemocratico dei cicli elettorali e della democrazia rappresentativa, rimane pur sempre preferibile a una conquista forzata del governo messa in atto con manovre politiche non trasparenti da sezioni delle élite politiche prive di ogni mandato popolare. La situazione in Ucraina è molto simile a quella in Egitto, dove l’esercito ha dato il suo sostegno a un colpo di stato contro un presidente eletto democraticamente. Quello che è seguito, naturalmente, è stato altro autoritarismo e un abuso discrezionale del potere dello stato, e non un maggiore grado di democrazia popolare e di controllo da parte del popolo. Pertanto quello a cui stiamo assistendo è il seguente paradosso, attentamente tenuto nascosto dal cinismo: anche se retoricamente nelle strade si saluta con favore il potere del popolo, in pratica quest’ultimo è escluso da ogni decisione politica. E’ ridotto a masse passive, chiamate a opporsi al vecchio governo o a salutare con favore quello nuovo. Tutto ciò è peggio che esprimere un voto e giocare il vecchio gioco della democrazia.

Un secondo punto che viene anch’esso dimenticato è che queste proteste non sono cominciate come una reazione diretta al governo di Yanukovich e non avevano radici od obiettivi sociali diretti. Il loro pretesto è stato il rifiuto dell’amministrazione di Yanukovich di firmare l’Accordo di Associazione UE-Ucraina. Senza ombra di dubbio l’Accordo sarebbe andato a detrimento dell’Ucraina e offriva scarsi vantaggi ai comuni cittadini ucraini. Ma al di là di questa osservazione teorica, rimane il fatto che Yanukovich ha agito in armonia con la maggioranza di chi lo ha votato – l’elettorato industriale e agricolo dell’Ucraina orientale – che avrebbero semplicemente subito le conseguenze negative dell’eventuale firma dell’Accordo. Per quanto il suo regime fosse corrotto e inefficiente, la presidenza di Yanukovich rappresentava, almeno in minima misura, interessi concreti di un’ampia sezione della classe lavoratrice dell’Ucraina post-comunista. Non vedo nessuno preoccuparsi della rappresentanza politica di queste persone che ora sono costrette ad accettare una decisione politica presa a Kiev con la forza. A sinistra, accettando in modo superficiale la deposizione di Yanukovich perché era corrotto, non facciamo altro che accettare il linguaggio e la politica delle forze liberal-conservatrici locali e internazionali e rinunciare al linguaggio di classe e a una politica di classe. Yanukovich non era sicuramente un eroe della classe lavoratrice, ma la sua deposizione ci dovrebbe spingere a portare con urgenza ancora maggiore una prospettiva di classe che è stata del tutto assente. Il discorso culturale che identifica una spaccatura fondamentale tra due Ucraine e il discorso conservatore che parla solo di leader e oligarchi (ugualmente) corrotti, accompagnato da toni razzisti che oppongono l’UE civilizzata alla Russia autoritaria e dittatoriale, hanno avuto successo nell’obliterare le categorie di classe e con esse persone concrete che hanno interessi particolari.

Sfortunatamente, molti osservatori, ivi inclusi alcuni con tendenze di sinistra, si sono fatti sviare da queste mistificazioni ideologiche. Si sono schierati istintivamente con la gente in piazza Maidan, ma hanno dimenticato di osservare che non si trattava di un movimento con basi di classe che ha obiettivi sociali concreti. La composizione della protesta era più eterogenea, il suo messaggio torbido o decisamente conservatore, prima di scadere infine in un’isteria reazionaria, religiosa ed estremista. Quello che è peggio, è che la forza delle fazioni neofasciste e di estrema destra è stata sottovalutata o solo registrata di passaggio, senza rilevare che in realtà questi gruppi erano la forza che esercitava il comando su Maidan e perfino i leader dell’opposizione avevano un controllo scarso, o addirittura nullo, su di essi. Nonostante i chiari messaggi pervenuti da voci della sinistra o anarchica sulle loro tattiche violente e sui loro raccapriccianti obiettivi politici, il loro ruolo continua a essere trascurato. Dopo il crollo del potere centrale a Kiev circolano voci che parte di queste milizie verrà integrata nelle strutture ufficiali della polizia. I collegamenti tra l’estrema destra e la polizia in Ucraina saranno altrettanto forti di quelli in Grecia, dove Alba Dorata ha agito con impunità per molti anni grazie alla protezione della polizia.

Immediatamente dopo gli eventi di sabato ci sono state due forme di reazione prevalenti. In primo luogo c’è stata la celebrazione conservatrice della cosiddetta vittoria, che ha salutato con favore questi eventi come un compimento adeguato della Rivoluzione Arancione del 2004. Tuttavia, quando Victoria Neuland, Yulia Tymoshenko o Manuel Barroso salutano con favore la mobilitazione della gente è necessario essere consci che c’è qualcosa di profondamente sospetto. Inoltre, c’è stata la reazione dei liberali, che sebbene ampiamente d’accordo con la rimozione di Yanukovich, hanno comunque sollevato alcune preoccupazioni riguardo al modo in cui è stata compiuta, soprattutto nei termini del buon vecchio principio liberale della separazione dei poteri statali. Altri invece sono rimasti intrappolati nelle speculazioni geopolitiche.

Come al solito, quella che è mancata è la terza posizione che ho suggerito sopra, vale a dire una prospettiva di classe. Rimane il fatto che con o senza Yanukovich, i lavoratori dell’Ucraina hanno continuato a essere divisi lungo linee etniche e culturali, create artificialmente da imprenditori politici, che sono state successivamente mobilitate per gli interessi della classe dominante. La rimozione di Yanukovich fa poco per cambiare questa situazione riportando in gioco categorie di classe o consentendo l’emergere di partiti politici di sinistra in grado di condurre una politica dal basso verso l’alto. La nuova situazione invece dà forza ai banditi neofascisti e ai loro sponsor politici, locali e internazionali, che ora scorrazzano per le strade cercando una vendetta politica e lo sradicamento di ogni possibile opposizione di sinistra.

Pertanto un approccio veramente critico da parte di chi sta a sinistra non consiste né nel prendere parte in questo conflitto, né nel distanziarsi semplicemente da esso proclamando che le due parti sono simili. Bisogna invece criticare con veemenza Maidan e in particolare i suoi risultati effettivi, pratici e politici. Invece di limitarsi a feticizzare la mera presenza di gente nelle strade, come piace fare ai conservatori, una prospettiva critica dovrebbe porre domande sull’effettiva base sociale e sugli scopi politici dei raduni di massa. Come ha scritto una volta Lenin, non bisogna mai fare concessioni teoriche per amore della popolarità. Si tratta di un compito che oggi è ancora più urgente.

(traduzione di Andrea Ferrario)

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