EUROPA / Le fiamme della rivolta bosniaca

di Andrea Ferrario

La rivolta scoppiata in Bosnia il 7 febbraio non ha precedenti per le sue dimensioni. Le proteste dei lavoratori di Tuzla si sono trasformate in un’esplosione di rabbia a livello dell’intero paese e hanno dimostrato la volontà della gente di conquistare un controllo diretto sulle proprie vite. In decine di città i manifestanti hanno attaccato i simboli dell’amministrazione locale, del governo federale e dei partiti politici. Ma la rivolta bosniaca non va considerata un’ennesima protesta “contro i politici”. Le sue radici sono molto più profonde e materiali.

Le proteste di massa sono cominciate il 5 febbraio nella città di Tuzla, che fino a prima della guerra degli anni novanta era il maggiore centro industriale della Bosnia. In tale data circa 10.000 lavoratori delle imprese locali e giovani disoccupati sono scesi in piazza per protestare contro le privatizzazioni delle loro fabbriche, contro il mancato pagamento dei loro stipendi e, in generale, contro la miseria nella quale gli abitanti del cantone sono costretti a vivere da lunghi anni. Tra le richieste che hanno avanzato c’erano la revisione dei contratti di privatizzazione e il ritorno delle imprese privatizzate sotto il controllo pubblico. Hanno ricevuto come risposta la reazione brutale della polizia e il rifiuto delle autorità locali di aprire un dialogo. La protesta non è stata improvvisata: da lungo tempo i lavoratori locali e i loro concittadini si erano mobilitati per difendere i propri diritti. La maggior parte di loro sono dipendenti delle aziende Polichem, Dita e Rezod-Guming, che dopo la guerra sono state privatizzate da “tajkuni” (così in Bosnia vengono definiti gli oligarchi). Tramite schemi applicati in tutti i paesi ex socialisti durante il periodo della “transizione”, questi capitalisti, grazie ai crediti facili concessi loro dalle banche, sono riusciti ad acquistare a prezzi irrisori grandi imprese, spogliandole poi delle loro proprietà e riciclando allo stesso tempo capitali accumulati durante il periodo della guerra, per lasciarle infine fallire. Alcuni dei lavoratori sono stati costretti a sorvegliare giorno e notte le loro fabbriche per evitare che i padroni asportassero i macchinari per venderli all’estero o come rottami, proprio come è avvenuto in alcune fabbriche italiane e in particolare nell’epica lotta della Innse di Milano nel 2009. I lavoratori di alcune delle aziende locali non ricevono i loro stipendi addirittura da 55 mesi e i padroni non versano i loro contributi da anni. Questa situazione deve essere messa poi nel contesto più ampio del cantone di Tuzla, dove tra la popolazione in età attiva i disoccupati sono 100.000 e gli occupati solo 80.000. Negli ultimi anni i lavoratori di Tuzla si sono mobilitati a più riprese in modo pacifico, ma nessuno ha voluto ascoltare le loro richieste. Considerati questi fatti, non vi è da meravigliarsi che a un certo punto la loro rabbia sia esplosa. La risposta che hanno ottenuto, cioè repressione violenta da parte della polizia e arresti, non ha fatto altro che aumentare la loro decisione nel lottare per i propri diritti.

L’intera Bosnia in fiamme

Le immagini del brutale intervento della polizia in occasione della grande manifestazione a Tuzla del 5 febbraio hanno ferito profondamente la coscienza dei bosniaci delle altre aree del paese, spingendoli a identificarsi con i loro concittadini di questa città della Bosnia orientale. Nonostante vi siano differenze nei livelli dei redditi tra le diverse città e i vari cantoni del paese, e nonostante inoltre le divisioni etniche, la situazione sociale in Bosnia è nella sua sostanza uniforme. Come scrive il giornale francese Liberation, “il paese, con i suoi 3,8 milioni di abitanti, ha la più alta percentuale di disoccupati in Europa, pari al 44% della popolazione attiva. Lo stipendio medio è di 420 euro e secondo le statistiche ufficiali il 20% della popolazione vive sotto la soglia della povertà”. A livello politico la situazione è caotica. La struttura istituzionale del paese è estremamente complessa e poco funzionale. Dopo le elezioni politiche del 2010 i vari partiti sono sempre più in conflitto tra di loro e lacerati da lotte intestine, che sono andate sempre più intensificandosi in vista delle elezioni parlamentari previste per l’ottobre di quest’anno. Adducendo come motivo la situazione sempre meno governabile, l’UE ha sospeso l’erogazione dei propri fondi e sussidi, mentre la Bosnia rimane fortemente indebitata nei confronti del Fondo Monetario Internazionale. A questo va aggiunto che la Bosnia nel mese di giugno del 2013 è stata parte attiva dell’ondata di proteste che sono scoppiate in varie zone del mondo, dalla vicina Bulgaria fino alla Turchia e al Brasile. In quel mese, l’assoluta incompetenza dimostrata dai politici locali nell’organizzare la riforma dei documenti di identità, con tutti i problemi kafkiani che ne sono derivati, ha spinto per alcune settimane migliaia di bosniaci a scendere in piazza per protestare, e nella capitale Sarajevo il parlamento è stato a lungo assediato nell’ambito della cosiddetta “beborevolucija”.

Il 6 febbraio scorso, dopo la grande manifestazione del giorno precedente, alcuni militanti delle proteste di Tuzla hanno deciso di invitare attraverso internet i loro concittadini dell’intera Bosnia a scendere nelle strade delle rispettive città il giorno successivo per protestare contro le privatizzazioni e le politiche di rapina. In modo assolutamente inatteso, in tutti i centri urbani più grandi del paese la gente è scesa massicciamente in piazza, senza divisioni etniche (va tuttavia rilevato che purtroppo nella Republika Srpska hanno manifestato solo alcune centinaia di persone ed esclusivamente nella capitale Banja Luka). Il 7 febbraio verso l’ora di pranzo, fissata come appuntamento per le mobilitazioni in tutte le città, la manifestazione più grande era di nuovo quella di Tuzla, ma quando i media hanno cominciato a trasmettere dalla città le immagini dell’edificio del governo cantonale dato alle fiamme dai manifestanti, la massa delle proteste è andata improvvisamente lievitando anche nelle altre città. Nella maggior parte dei centri abitati la gente ha manifestato pacificamente, ma dopo Tuzla, anche a Zenica è stata data alle fiamme la sede del governo cantonale. Nella capitale Sarajevo, durante il pomeriggio, la sede del governo cantonale non solo è stata data alle fiamme, ma è stata completamente distrutta dal fuoco perché i manifestanti hanno impedito ai pompieri di intervenire. Alla fine si è aggiunta anche Mostar, la maggiore città dell’entità croata della Federazione, dove sono stati bruciati nell’ordine gli edifici del governo cantonale, del comune e delle sedi dei partiti nazionalisti HDZ e SDA. Nel tardo pomeriggio a Sarajevo era in fiamme ormai anche l’edificio della presidenza federale e a Tuzla i manifestanti avevano di fatto il controllo della città, dopo che il governo del cantone aveva dato le dimissioni e i poliziotti si erano tolti il casco, abbracciando i manifestanti e solidarizzando con loro. Per alcune ore è sembrato che nell’intera Bosnia, cioè sia nella capitale che nelle altre città, non ci fossero più istituzioni che funzionassero e che i manifestanti ormai prevalessero. La sera dello stesso giorno, però, sono intervenute le forze speciali, a Sarajevo addirittura le unità per la lotta contro il terrorismo, che hanno proceduto ad arresti di massa. In piena notte è stato poi arrestato il presidente dell’Unione dei sindacati indipendenti della Federazione Bosnia-Erzegovina, prof. Josip Milic – è chiaro che si tratta di un tentativo di spaventare i sindacalisti e di impedire un collegamento tra di loro e le manifestazioni. Va infine sottolineato che nonostante gli enormi danni provocati, i manifestanti hanno preso di mira esclusivamente edifici che erano stati in precedenza evacuati e che da parte loro non ci sono state violenze contro persone, cosa che sicuramente va a loro onore. Nel corso del fine settimana le proteste si sono ripetute in maniera pacifica e con una partecipazione minore. Evidentemente c’è stata una reazione di shock alla portata e alle conseguenze impreviste delle mobilitazioni. A Sarajevo comunque domenica 9 febbraio i manifestanti hanno ottenuto un importante successo, riuscendo a costringere le autorità a liberare tutti gli arrestati dopo un teso e lungo assedio del tribunale locale. Tra sabato e domenica altri governi cantonali hanno dato le dimissioni, mentre allo stesso tempo, in particolare a Tuzla e a Sarajevo, si sono formati dei Plenum (assemblee aperte) dei cittadini e dei lavoratori che hanno avanzato richieste in parte differenti, ma un comune denominatore sembra quello della volontà di imporre l’autorità delle assemblee pubbliche come organi decisionali accanto a governi tecnici dalle funzioni esclusivamente temporanee e mirati alla gestione dei problemi immediati. Destano infine particolare preoccupazione le dichiarazioni rilasciate dall’alto rappresentante della Bosnia-Erzegovina (cioè l’autorità ultima nominata dalla “comunità internazionale”), l’austriaco Valentin Inzko, che non ha escluso l’ipotesi di un intervento militare dell’UE per riportare l’ordine. Dichiarazioni tanto più preoccupanti se lette alla luce delle dimissioni del Direttore dell’ufficio di coordinazione delle varie polizie cantonali, il quale rinunciando all’incarico ha affermato di non essere più in grado di garantire il controllo del paese, chiedendo alla “comunità internazionale” di intervenire.

La rivolta in Bosnia non è un fenomeno isolato

Il rapidissimo diffondersi della rivolta spontanea di Tuzla a tutto il paese è un segno del livello raggiunto dalla rabbia del popolo nei confronti del sistema esistente. Ma si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la Bosnia. Nelle stesse ore in cui le città bosniache bruciavano, in Kosovo gli studenti universitari che protestavano in piazza si scontravano con la polizia, mentre in Croazia gli insegnanti manifestavano nelle strade contro i livelli miseri dei propri stipendi. In questi giorni poi alcuni gruppi di militanti croati e serbi stanno invitando a organizzare manifestazioni per il 15 febbraio sul modello bosniaco. Gli ultimi avvenimenti in Bosnia devono essere letti sullo sfondo di una profonda irrequietezza sociale che riguarda gli interi Balcani da alcuni anni. Nell’estate del 2009, per esempio, in Serbia decine di migliaia di lavoratori hanno protestato contro le privatizzazioni e il mancato pagamento degli stipendi. Dal febbraio 2011 e per alcuni mesi in Croazia decine di migliaia di studenti, lavoratori e agricoltori hanno protestato in piazza contro la corruzione, le privatizzazioni e il mancato versamento degli stipendi. Nell’inverno 2011-2012 è arrivato il turno del Montenegro, dove sono scesi in piazza in massa studenti e cittadini per protestare contro le bollette dell’elettricità troppo care – le proteste sono proseguite fino a giugno, quando il governo ha dato le dimissioni. Alla fine del 2012 è scoppiata la grande e lunga rivolta degli sloveni contro le politiche di austerità, che ha portato anch’essa alla caduta del governo. Nel 2013 la Bulgaria è stata travolta da tre lunghe ondate di mobilitazioni di massa, cominciate anche in questo caso con proteste per il caro bollette e proseguite tutto l’anno fino alle occupazioni delle università in autunno. Nel mese di settembre 2013 in Romania sono scoppiate proteste di massa contro un progetto di miniera d’oro devastante per l’ambiente, che hanno presto assunto una più vasta valenza politica (per un’analisi approfondita delle mobilitazioni nell’ex Jugoslavia durante gli ultimi anni rimandiamo all’articolo di Ilario Salucci, “Ex Jugoslavia: comparazioni e ipotesi a partire dal caso bulgaro”, https://crisiglobale.wordpress.com/2013/10/07/ex-jugoslavia-comparazioni-e-ipotesi-a-partire-dal-caso-bulgaro/). Oggi è la volta della Bosnia. Ci sembra chiaro che in tutti i Balcani (come d’altronde in numerose altre aree del mondo) il contesto sociale sta maturando e si sta accumulando un’energia sempre maggiore per le lotte dal basso.

(la presente è una versione leggermente rivista e aggiornata dell’articolo uscito l’8 febbraio sul sito bulgaro “Novi Levi Perspektivi”)

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