MEDIO ORIENTE-AFRICA / Sudafrica: il 2014 sarà l’anno di una svolta radicale?

di Andrea Ferrario

A un anno e mezzo dal massacro di Marikana dell’agosto 2012, in cui 34 lavoratori vennero uccisi a sangue freddo dalla polizia, la situazione in Sudafrica torna a radicalizzarsi, il potere assoluto dell’ANC vacilla e si aprono nuove prospettive per una lotta popolare di massa e radicale organizzata intorno ai sindacati più a sinistra.

Il 2012 appare oggi chiaramente come un anno di svolta per il Sudafrica. Nell’agosto di quell’anno, i lunghi mesi di scioperi di massa organizzati nel settore minerario per ottenere aumenti salariali erano culminati nel terribile massacro di Marikana, ripreso dai media di tutto il mondo (si veda in merito l’ottimo studio di Crispen Chinguno, “Marikana and the post-apartheid workplace order”). La commissione d’inchiesta, pur nei limiti ai quali è stata sottoposta, ha ben presto portato alla luce fatti che confermano come le uccisioni dell’agosto 2012 non siano state l’esito di scontri tra lavoratori e forze dell’ordine, bensì un’azione pianificata a sangue freddo dalla polizia con l’intento di intimidire il movimento dei lavoratori. Ciò viene confermato tra l’altro dal fatto che le indagini hanno portato alla luce evidenti collusioni tra le multinazionali e il governo dell’African National Congress (ANC) nel cercare di dare un giro di vite agli scioperi. In un paese come il Sudafrica, dove i neri sono stati più volte oggetto di massacri simili a opera dei bianchi nei lunghi decenni della lotta contro l’apartheid, il massacro di Marikana è stato l’evento che ha definitivamente confermato come l’ANC, con le sue politiche a favore del capitale, abbia fatto un salto di qualità, includendo nel proprio arsenale anche l’uso di una violenza spietata contro la propria gente. Ma come si è arrivati al massacro e quali sono le prospettive per il paese a un anno e mezzo di distanza?

Dalla vittoria contro l’apartheid al neoliberismo

Come è noto, i lunghi decenni di lotta contro l’apartheid e il loro slancio rivoluzionario hanno avuto come esito una grande vittoria contro l’oppressione del regime razzista, che però allo stesso tempo è stata snaturata dalla scelta di Nelson Mandela di giungere a un compromesso con i bianchi e il grande capitale nazionale e internazionale. A partire dal 1990 l’ANC, sotto la guida prima di Mandela e successivamente di Thabo Mbeki e Jacob Zuma, ha messo in atto politiche conformi al dettato neoliberale, e le poche misure di carattere sociale messe in atto si sono rivelate con il tempo del tutto inadeguate. Allo stesso tempo, il programma per il “black empowerment”, a parole mirato a dare ai neri le stesse opportunità dei bianchi, ha portato alla creazione di una classe capitalista nera (tra l’altro largamente minoritaria) strettamente legata all’ANC, che ha ulteriormente consolidato il controllo di quest’ultima sul sistema economico e politico nazionale.

Dall’inizio del nuovo millennio e fino allo scoppio della crisi mondiale nel 2008 il Sudafrica ha registrato una forte crescita degli indici economici. Il paese è diventato una delle più importanti piazze finanziarie al di fuori dei paesi sviluppati e ha attirato molti investimenti esteri. Ma ciò non ha consentito al Sudafrica di raggiungere una maggiore autonomia economica e non ha cambiato pressoché nulla nelle condizioni di miseria in cui vive la stragrande maggior parte della popolazione nera, largamente maggioritaria. Oggi il Sudafrica è il paese con le più forti disparità sociali del mondo. La disoccupazione ufficiale è enorme, al 25% (quella reale viene stimata al 35%), e milioni di persone vivono ancora in slum senza elettricità e fognature. I ghetti creati dall’apartheid continuano a esistere come ghetti sia etnici che economici. Il “Piano per lo Sviluppo Nazionale fino al 2030”, adottato nel 2011 dall’ANC come base per la definizione delle proprie politiche economiche e sociali, fa propri tutti i dogmi fondamentali del neoliberalismo, indorandoli con progetti che prevedono miglioramenti del tutto superficiali per la popolazione nera.

Gli anni di crescita degli indici economici sono stati seguiti dal brusco rallentamento che ha fatto seguito allo scoppio della crisi del 2008. La crescita del Prodotto Interno Lordo (Pil) del Sudafrica, che prima della crisi si attestava sul 5-6%, oggi è di poco superiore al 2% e viene data in ulteriore rallentamento per il prossimo futuro. Il paese ha altri due problemi che, come avviene per altri paesi emergenti, lo rendono particolarmente vulnerabile agli effetti destabilizzanti delle oscillazioni dell’economia globale: un deficit delle partite correnti alto (intorno al 6%) e in crescita, e una moneta il cui valore è in forte calo. Un altro problema è quello della dipendenza della sua economia dal settore minerario, che è in larga parte in declino e le cui risorse di materie prime, in lento corso di esaurimento, sono sempre più costose da estrarre. Il Sudafrica viene considerato dagli economisti un paese estremamente fragile e particolarmente esposto agli effetti di un eventuale consistente ridimensionamento del Quantitative Easing della Fed americana (si veda il nostro articolo sui paesi emergenti).

Marikana e il suo contesto

Nel corso dell’ondata di scioperi del 2012 culminata nel massacro di Marikana era cresciuta enormemente la disaffezione dei minatori sudafricani per il NUM, il grande sindacato dei minatori che fa parte della confederazione COSATU, legata a doppio filo con l’ANC. La COSATU ha un ruolo politico importante, visto che fa parte dell’alleanza trilaterale che oltre all’ANC comprende anche il SACP, il Partito Comunista Sudafricano, e controlla di fatto la vita politica del paese. Il NUM, così come la COSATU, si è trasformato nel corso del tempo in una cinghia di trasmissione delle politiche neoliberiste dell’ANC. In questo contesto, nella primavera-estate 2012 i lavoratori, per difendere i loro diritti, hanno cominciato ad aderire in massa a un nuovo sindacato indipendente di settore, l’AMCU. Questo processo di emancipazione dal NUM è stato accompagnato durante le mobilitazione da numerosi episodi di violenza, che hanno visto in alcuni casi il NUM schierarsi con i servizi di sicurezza interni della Lonmin, la multinazionale mineraria proprietaria, tra le altre, anche delle miniere di Marikana. A ciò va aggiunto che Cyril Ramaphosa, potente ex sindacalista e attualmente numero due dell’ANC, è azionista della Lonmin e proprietario di una grande holding con interessi in svariati settori dell’economia. Il massacro è stato un tentativo di terrorizzare i lavoratori e di fermare così l’emorragia di adesioni verso l’AMCU (da alcune intercettazioni è tra l’altro poi emerso che lo stesso Ramaphosa, con parole molto crude, ha sollecitato l’azione della polizia contro i minatori).

Dopo il massacro tuttavia le lotte sindacali sono andate allargandosi ancora per un paio di mesi, grazie anche al fatto che di fronte all’orrore suscitato nel paese e nel mondo dall’eccidio le multinazionali hanno dovuto fare concessioni salariali ai minatori di Marikana, rivendicate subito anche dai loro colleghi di altre miniere. L’ondata di lotte nelle miniere è stata seguita, tra il dicembre 2012 e il gennaio 2013, da una grande e a tratti disperata rivolta spontanea dei lavoratori agricoli (molti dei quali immigrati da paesi confinanti), che dopo lotte molto aspre per un aumento dei salari, che hanno contato anche diversi morti, non sono riusciti a ottenere gli aumenti a cui puntavano. Anche qui, i lavoratori del settore erano sfuggiti al controllo della COSATU, che alla fine è riuscita in qualche modo a rimediare alla situazione aprendo trattative a nome di lavoratori che di fatto non rappresentava e portando le lotte in un pantano che non ha dato esiti. La prima parte del 2013 è stata tranquilla in termini di lotte sindacali (naturalmente secondo gli standard di un paese come il Sudafrica, dove comunque scioperi e mobilitazioni sono un fenomeno quasi quotidiano), anche perché l’ANC a fine 2012 era riuscita in modo indolore a riconfermare saldamente al potere la coppia Zuma-Ramaphosa in un delicato congresso. Ma a tutti era chiaro che il massacro di Marikana era stato uno spartiacque che aveva fortemente minato la presa dell’ANC e della COSATU sulla classe lavoratrice e le masse popolari in generale.

La nuova ondata di scioperi del 2013

Nell’estate del 2013 è iniziata una nuova ondata di scioperi. Questa volta però non si trattava di mobilitazioni “selvagge” di base, come nella primavera-estate del 2012, bensì di massicci scioperi indetti da settori sindacali il cui perno è il Numsa, il potente sindacato dei metalmeccanici che conta 350.000 aderenti (il settore automobilistico, che lavora soprattutto per le esportazioni, è particolarmente sviluppato in Sudafrica) e fa parte della COSATU, di cui è una delle colonne portanti insieme al NUM, che a sua volta ha cercato di rincorrere il Numsa indicendo scioperi, ma con scarso esito. In contemporanea a questa nuova ondata di scioperi nella COSATU si è aperta una grossa frattura che covava da tempo. Il suo segretario generale, Zwelinzima Vavi, è stato accusato di molestie sessuali da parte di una collega. Vavi ha reagito denunciando la collega per ricatto e tentata estorsione. La COSATU ha immediatamente deciso di sospenderlo dalla carica di segretario, che attualmente è ricoperta ad interim da Sdumo Dlamini, un ligio esecutore della linea politica di Zuma e dell’ANC. Se a livello fattuale la vicenda rimane per il momento piuttosto oscura, a livello politico è chiaro che in tale modo è stato emarginato un leader di primissimo piano nella vita del paese e che da un paio di anni criticava pesantemente Zuma da sinistra. Il Numsa, guidato a Irvin Jim, si è schierato contro la sospensione di Vavi e ha adottato posizioni sempre più ostili nei confronti della linea neoliberista di Zuma, fino alla rottura apertasi nello scorso dicembre che analizziamo nei dettagli qui sotto. Sullo sfondo di tutti questi sviluppi incombono poi le elezioni parlamentari che si svolgeranno nel periodo da aprile e luglio di quest’anno e potrebbero portare a un forte arretramento dell’ANC o addirittura alla perdita da parte della stessa della maggioranza assoluta in parlamento.

Il documento del congresso del Numsa: una bomba politica

Il 20 dicembre scorso il Numsa, riunitosi in un congresso straordinario, ha approvato un documento che non solo costituisce nei fatti una rottura con la COSATU (con la conseguente quasi sicura fuoriuscita dallo stesso), ma dichiara anche l’intenzione del sindacato metalmeccanico di diventare il nucleo di un nuovo movimento popolare che combatta le politiche neoliberiste contro lo strapotere dell’ANC e per il socialismo. Si tratta a nostro parere di uno dei documenti più maturi emersi a livello globale nell’ambito delle lotte sviluppatesi in tutto il mondo dopo l’inizio della crisi mondiale.

Nella sua parte iniziale il documento afferma senza reticenze che il congresso straordinario è stato convocato per esaminare la situazione di conflitto all’interno della Alleanza Trilaterale e accusando ANC e SACP di avere presieduto a una drammatica deindustrializzazione del paese. Questa politica dell’ANC e del SACP, scrive il documento, non è dovuta a incompetenza, bensì al fatto che i due partiti “proteggono gli interessi del capitale monopolistico bianco e degli imperialisti contro gli interessi della classe lavoratrice. […] E’ per questo motivo che il Sudafrica è stato rapidamente deindustrializzato. Il capitale minerario e finanziario non è interessato a investire nell’industria. […] Ed è per questo che i nostri compagni sono morti a Marikana e a de Doorns. Non si è trattato di incompetenza da parte della polizia. E’ stato il supporto conscio e deliberato dato dalle forze armate dello stato agli interessi dei capitalisti e contro gli interessi dei lavoratori”, un’accusa diretta e durissima al sistema politico guidato dall’ANC. Il documento del Numsa passa poi a esaminare il Piano di Sviluppo Nazionale voluto dall’ANC che viene definito senza mezzi termini: “il programma del nostro nemico di classe, un programma per continuare ad alimentare i profitti a spese della classe lavoratrice e dei poveri”, e accusa l’ANC di avere trasformato la chiara maggioranza a favore delle nazionalizzazioni emersa al suo interno nel 2010 in un Piano neoliberale che vuole ridurre il ruolo dello stato invece di aumentarlo. Il documento passa poi a esaminare la posizione della COSATU, “logorata da battaglie interne tra le forze che continuano a dare sostegno all’ANC e al SACP con il loro programma” invece di difendere gli interessi della classe lavoratrice. “L’ANC è stata conquistata da rappresentanti di una classe nemica. Ha adottato il piano strategico di tale classe. […] E’ chiaro che la classe lavoratrice non può più in alcun modo guardare all’ANC e al SACP come propri alleati di classe”, prosegue il documento, constatando che per 20 anni il Numsa ha sempre invitato i propri aderenti a iscriversi all’ANC e al SACP, nella convinzione che tali forze politiche potessero ancora essere portate a scegliere una linea di sostegno alla classe lavoratrice, ma fa un’autocritica constatando che questa linea del sindacato metalmeccanico ha avuto come conseguenza solo quella di “offrire lavoratori come carne da macello per la leadership borghese dell’ANC”. Secondo il Numsa, il massacro di Marikana è frutto di “una strategia ben pianificata e orchestrata dello stato per difendere i profitti dei padroni delle miniere”.

Il documento congressuale chiede poi un’indagine sul massacro di Marikana che, oltre a individuare diretti esecutori e mandanti (anche tra i politici e le multinazionali), studi le ragioni alle radici del massacro, come gli abusi nei confronti della manodopera migrante e il supersfruttamento della manodopera. Se tale richiesta non verrà soddisfatta, scrive il documento, il Numsa si impegna a organizzare una Giornata Internazionale di sostegno. Il sindacato dei metalmeccanici afferma poi che l’Alleanza Trilaterale è dilaniata da lotte interne tra diverse fazioni, non è più funzionale ed è ormai in mano a forze di destra, tanto che chi è contro le politiche neoliberali e a favore di politiche a sostegno della classe lavoratrice viene isolato o espulso. Le proteste e le lotte che emergono ogni giorno ormai non trovano più nell’Alleanza un loro strumento e rimangono senza una guida, e l’Alleanza stessa da parte sua è irriformabile. Seguono quindi le delibere approvate, particolarmente dure ed esplicite: il Numsa “chiede al COSATU di rompere l’Alleanza” e si impegna a creare “un nuovo Fronte Unito che coordinerà le lotte nei luoghi di lavoro e nelle comunità, con modalità analoghe a quelle utilizzate dall’UDF negli anni 80. […] Il Numsa inoltre studierà la possibilità di dare vita a un Movimento per il Socialismo, perché la classe lavoratrice ha bisogno di un’organizzazione politica che si impegni per la creazione di un Sudafrica socialista”, avviando a tale fine una discussione approfondita sui tentativi passati di costruire il socialismo e sulle esperienze attuali, che esplori anche “le diverse forme di partito politico, da quello di massa a quello d’avanguardia”. Al termine di questo processo, “il sindacato convocherà una Conferenza sul Socialismo” e adotterà le relative decisioni nel 2015. Nel frattempo, il sindacato valuterà ogni opportunità che elezioni future [un evidente accenno a quelle parlamentari di quest’anno – a.f.] offriranno al Fronte Unito o a qualsiasi altra coalizione o partito progressista impegnato per il socialismo”, un chiaro riferimento ai partiti di estrema sinistra come il WASP, il DLF e l’EFF (si veda più sotto). Il documento chiede poi le dimissioni immediate del presidente Jacob Zuma per le sue politiche neoliberiste e per la sua corruzione e il suo nepotismo.

La COSATU, continua il documento, è divisa in due fazioni, una che “vuole continuare a lottare per il socialismo e contro il neoliberalismo” e un’altra che agisce come semplice cinghia di trasmissione dell’ANC. “L’unità dei lavoratori è di importanza critica, ma deve basarsi su un’unità di azione”, per questo motivo il Numsa deve lottare ancora per l’unità, ma chiede allo stesso tempo la convocazione di un Congresso straordinario di chiarimento, puntando a ottenerlo con ogni metodo, ivi compresa una marcia popolare nel febbraio 2014 e altre mobilitazioni della base. Se il Congresso straordinario non verrà convocato in breve tempo (ed è pressoché scontato che l’attuale dirigenza non lo convocherà, visto che con ogni probabilità la base darebbe la maggioranza alla linea di sinistra di Vavi e di Jim) il Numsa sospenderà i propri contributi finanziari alla confederazione e, una volta constatata l’impossibilità di preservare l’unità, “dovrà avviare un processo per la formazione di una nuova federazione”. Si tratta dell’unica parte del documento in cui il Numsa non si pronuncia a chiare lettere, ma gli esiti concreti di questa posizione sono facilmente prevedibili: il Numsa non solo con ogni probabilità uscirà dalla COSATU, una decisione storica, ma darà anche vita a un’altra federazione che coprirà altri settori dell’industria o dei servizi (un processo, quest’ultimo, che verrà comunque avviato fin da ora), come si specifica più avanti nel documento, nel quale il sindacato si rivolge esplicitamente anche ai lavoratori precari di tutto il paese. In questa ottica il Numsa organizzerà per il 26 febbraio uno sciopero contro il progetto di legge relativo all’Incentivo Fiscale per l’Occupazione, un dispositivo destinato ad aumentare notevolmente la precarizzazione del lavoro e al quale la COSATU rifiuta di opporsi. Il Numsa cercherà di coinvolgere altri sindacati della COSATU in questo sciopero generale. Un’altra decisione che avrà conseguenze politiche rilevanti è quella di ritirare fin da subito il sostegno del Numsa all’ANC in vista delle elezioni del 2014, mentre in passato il sindacato metalmeccanico aveva sia dato indicazione di voto a favore del partito sia finanziato la sua campagna elettorale.

Una frattura che ha radici storiche

La frattura apertasi all’interno della COSATU è profonda anche perché ha radici storiche di lunga data. Lo spiega in modo efficace Stef Terblanche nella sua ottima recente serie di articoli intitolata “The Battle for COSATU”. Tali radici vanno individuate nella frattura politica interna al movimento dei lavoratori sudafricani tra gli “operaisti”, da una parte, e i “marxisti ortodossi” e i “nazionalisti del Congresso”, dall’altra. Gli ultimi due sono rappresentati oggi rispettivamente dal SACP  e dall’ANC, mentre il Numsa è erede dei primi. L’operaismo, emerso dal trockismo, ha le proprie radici nella sinistra sindacale rivoluzionaria degli anni ’30, periodo a partire dal quale il SACP si è spostato verso posizioni sempre più prossime allo stalinismo. L’operaismo, spiega Terblanche, è riemerso con forza all’inizio degli anni ’70 organizzando scioperi illegali dei lavoratori neri fino a riuscire a ottenere una legislazione che rendesse legali i loro sindacati. In seguito a tali lotte nel 1979 era stata creata la federazione sindacale FOSATU, a opera soprattutto dei lavoratori del settore metalmeccanico, che è diventata il nucleo attorno al quale si sono raccolti gli operaisti sudafricani. La divisione, in termini politici, era tra chi, come gli operaisti, poneva la lotta di classe come centrale a fianco di quella nazionale, mentre i “populisti” dell’ANC predicavano l’unità di tutte le classi nella lotta nazionale dei neri contro l’apartheid, rimandando a una fase successiva l’obiettivo del socialismo. Nel 1985, con la creazione su iniziativa di SACP e ANC della confederazione COSATU mirata a rinsaldare l’unità tra i lavoratori, la FOSATU si è sciolta e i suoi sindacati sono confluiti nella nuova confederazione. Il Numsa ha tuttavia sempre conservato la sua tendenza operaista. Molti degli attivisti operaisti della disciolta FOSATU hanno dato vita negli anni successivi alla fine dell’apartheid a svariate organizzazioni di base e/o di comunità, un settore di attivismo politico al quale non a caso il Numsa si rivolge nel proprio documento congressuale per il progetto di Fronte Unito. Un altro erede della tradizione operaista è il DSM (Movimento Democratico Socialista), che nell’agosto del 2012 ha aiutato gli operai di Marikana e l’AMCU nelle loro lotte e che recentemente, in vista delle elezioni, ha dato vita al Partito dei Lavoratori e Socialista (WASP). Per completare il quadro dell’estrema sinistra sudafricana vanno inoltre ricordati il DLF (Fronte Democratico di Sinistra) che, come il WASP, ha immediatamente accolto con favore la svolta congressuale del Numsa, e l’EFF (Combattenti per la Libertà Economica) di Julius Malema. Quest’ultimo è un personaggio a dir poco molto ambiguo: ex leader dell’organizzazione giovanile dell’ANC, dalla quale è stato espulso, ha legami con l’AMCU e gli operai di Marikana, ma è fondatamente accusato di corruzione, vive nel lusso e ha interessi imprenditoriali. L’EFF più che di sinistra, è un partito populista dai messaggi confusi, che si appoggia nelle proprie campagne a star del mondo dello spettacolo e che spesso predica la violenza e il razzismo nei confronti dei bianchi. Tuttavia potrebbe in questo momento svolgere un ruolo rilevante sottraendo all’ANC una parte non indifferente del consenso di cui finora ha goduto.

Perché in Sudafrica è possibile una svolta radicale e di massa

Il panorama tracciato qui sopra è quello di un Sudafrica in cui si sta chiudendo un’era, quella dell’indiscusso controllo della vita politica e sociale da parte di un’ANC che vive sempre più di rendita sulle lotte degli anni dell’apartheid. Se quello a cui stiamo assistendo fosse solo questo sarebbe già un passo avanti di grande importanza. I cambiamenti in atto però non si limitano alla sfera politica e alla lotta tra diverse fazioni e sono invece una conseguenza diretta delle grandi e durissime lotte dei lavoratori sudafricani, che nel periodo tra l’estate del 2012 e l’inizio del 2013 sono state in alcuni momenti prossime all’assumere un profilo rivoluzionario. Certo, vi è il rischio che la svolta del Numsa e la probabile spaccatura definitiva della COSATU rientrino poi alla fine nella dinamica delle lotte ai vertici sindacali e politici, con la conseguente “normalizzazione” del loro slancio. Non bisogna poi dimenticare che l’ANC è ancora una macchina di potere fenomenale e che conserva pur sempre un’ampia base popolare. Ma svariati fattori fanno pensare che in Sudafrica vi sia un forte potenziale di radicalizzazione di massa che non abbia carattere solo effimero. Innanzitutto, vi è una classe lavoratrice molto matura, con una lunga e intensa tradizione di lotte radicali, e che negli ultimi due anni si è rivelata sempre più capace di organizzarsi in modo democratico ed efficace. A fianco di questa classe lavoratrice ci sono vaste masse popolari che hanno proprie organizzazioni e sono anch’esse molto attive da tempo. In secondo luogo, con la crisi economica globale il potere dell’ANC e della classe capitalista bianca e nera non trova più sostegno nella bolla economica mondiale che ha consentito al paese di andare avanti negli ultimi venti anni. Inoltre, le multinazionali presenti nel paese sono concentrate in un settore in declino come quello minerario, sempre meno interessato a un controllo del paese, visto il progressivo esaurirsi delle risorse di minerali e diamanti, o come quello della produzione automobilistica per l’esportazione, che in caso di necessità è delocalizzabile e difficilmente si spenderebbe per chiedere una repressione violenta. In terzo luogo, il Sudafrica, a differenza per esempio di un altro paese dalle dinamiche rivoluzionarie come l’Egitto, si trova in un’area geografica di secondaria importanza per i paesi imperialisti e vi è la speranza che questi ultimi, nel caso di una radicalizzazione della situazione sudafricana, sarebbero poco motivati a svolgere il ruolo di poliziotti internazionali, in un momento in cui tra crisi economica, groviglio mediorientale e tensioni nell’Estremo Oriente hanno ben altre gatte da pelare. Sono tutti fattori che rendono poi non così irreale pensare che in Sudafrica ci si possa attendere in tempi non troppo lunghi una svolta radicale e di grande portata.

 

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