CINA / La bolla che non demorde

La situazione del sistema finanziario cinese continua a rimanere altamente instabile, come dimostrano il credit crunch di fine anno e i dati sull’esplosione del debito. La transizione a un nuovo modello che la nuova dirigenza di Pechino dice di volere avviare trova di fronte a sé un terreno economico minato, mentre allo stesso tempo crescono le tensioni globali e si complica, anche a livello militare, il contesto asiatico.

La fine dell’anno ha portato un brutto regalo ai dirigenti cinesi. Il 19 e il 20 dicembre si è verificato un inatteso credit crunch (stretta creditizia) che ha provocato un’impennata dei tassi di prestito a breve sul mercato interbancario, raddoppiati nel giro di una sola settimana da 4,37% a 8,84%. In pratica, sul mercato c’è stata un’improvvisa massiccia mancanza di liquidità, dovuta evidentemente a un aumento della domanda di denaro, da una parte, e alla scarsa disponibilità delle banche a prestarlo, dall’altra. La Banca Centrale cinese si è affrettata a intervenire iniettando nel sistema una grande quantità di liquidità in due riprese nel giro di pochi giorni, la prima volta senza effetti e la seconda volta con effetti conseguiti solo a fatica. Un segno dell’altissimo nervosismo è l’ordine impartito dalle autorità di Pechino ai media di non dare risonanza alla notizia. Alla fine la Banca Centrale, per cercare di placare i mercati, ha comunicato di avere iniettato in tutto 300 miliardi di yuan (pari a 36 miliardi di euro), un dato che inizialmente era stato tenuto segreto. La borsa di Shanghai da parte sua ha reagito con nove giorni di seguito di ribassi, come non accadeva da nove anni. Si tratta del ripetersi di uno scenario già verificatosi nel giugno scorso e che aveva suscitato grande preoccupazione a livello globale, perché al di là dei tecnicismi è il sintomo di numerosi gravi problemi in una delle più importanti economie del mondo (per ulteriori informazioni sulla situazione dell’economia cinese si veda il nostro recente articolo Danzando sull’orlo dell’abisso).

Gli osservatori hanno identificato alcuni possibili fattori alle radici di questa nuova crisi del credito. In primo luogo, il brusco credit crunch di fine 2013 si è verificato in un periodo in cui le autorità monetarie cinesi avevano messo in atto da qualche tempo una politica di moderata stretta creditizia per cercare di fare fronte al problema di un’economia drogata dal debito, nel tentativo di limitare la possibilità per le banche di utilizzare soldi a buon mercato per concedere prestiti ad alto rischio, il più delle volte a società immobiliari e a governi locali. Evidentemente, anche solo questa politica moderata è stata sufficiente per creare forti squilibri nel sistema. Inoltre, il verificarsi della crisi a fine anno è probabilmente legato al fatto che proprio tale periodo è quello in cui molte aziende procedono a un “roll over” dei loro debiti, cioè a rifinanziare con nuovi crediti i debiti passati non ancora rimborsati, un processo che sul lungo periodo è a forte rischio bolla per il sistema finanziario del paese. Come scriveva il South China Morning Post giusto il giorno prima dell’improvviso credit crunch, “il numero di aziende che ottiene nuovi crediti si è contratto per il settimo mese consecutivo, mentre la quota dei prestiti attribuibili a roll over del debito ha registrato un balzo” – è il segno di un’economia sempre più dipendente dal debito e che sta rallentando. L’improvvisa domanda di denaro può essere attribuita, secondo il quotidiano Les Echos, anche al fatto che molte banche, per aggirare le nuove norme contro lo “shadow banking” (finanza informale), hanno mascherato con complesse transazioni di prestito interbancario delle operazioni che rientrano di fatto nella categoria del summenzionato shadow banking. Il tutto avviene in uno scenario  di crescita economica in rallentamento nel quale i crediti inesigibili delle banche stanno aumentando – a tale proposito è stato emblematico il caso della Everbright, undicesima banca del paese, che a giugno per ventiquattrore aveva mandato nel panico i mercati quando per 24 ore non era stata in grado di fare fronte ai suoi debiti in scadenza. Non è quindi casuale che successivamente alle due iniezioni di liquidità la Banca Centrale cinese abbia annunciato che le stesse continueranno “per alcuni istituti selezionati” dopo che si erano diffuse voci secondo cui alcune banche nella settimana critica di dicembre sarebbero state insolventi sul mercato interbancario. E nei primi giorni di gennaio le autorità di Pechino hanno infine annunciato che ai governi locali sarà consentito, al fine di evitare default, di rifinanziare i propri debiti mediante l’emissione di obbligazioni, cioè di altro debito, rinunciando così, di fronte all’emergenza, alla politica di un maggiore rigore finanziario.

Dietro a tutto questo, come dicevamo, c’è una crescita economica che, nonostante le lodi di tutti i sostenitori del modello capitalistico cinese, si rivela sempre più drogata da una quantità enorme di debito. Basta citare a tale proposito il dato secondo cui il debito totale cinese (pubblico e privato) è passato dal 131% del Pil nel 2008 allo stratosferico 218% di oggi – il solo debito aziendale è pari al 111% del Pil, mentre rimane relativamente basso quello statale (53,3%). Secondo i calcoli di Fitch Ratings, se non vi sarà una correzione il debito totale toccherà il 271% del Pil entro il 2017. A fine anno poi è arrivato il dato ufficiale, atteso da lungo tempo, secondo cui il debito totale dei governi locali della Cina ha quasi toccato il tetto di 3 trilioni di dollari. L’aumento rispetto a fine 2010 (ultimo dato disponibile) è enorme, pari a circa il 70%. Allora il debito delle amministrazioni locali era pari al 26% del Pil, oggi ha toccato quota 31% (per un raffronto, l’attuale dato USA è del 18%). Un altro dato estremamente preoccupante è che circa il 40% di tale debito ha come scadenza quest’anno e il 60% in totale dovrà essere rimborsato entro il 2015. I governi locali sono stati uno dei motori della crescita del Pil cinese negli ultimi anni, con i loro investimenti in immobili e infrastrutture che sono rimasti poi spesso inutilizzati. Nel gonfiarsi della bolla sembra svolgere un ruolo sempre maggiore il già citato shadow banking mirato ad aggirare le regolamentazioni attraverso società che operano sotto le mentite spoglie di trust o, addirittura, di banchi dei pegni. Un settore che è “esploso”, come dimostra il dato secondo cui la percentuale del debito dei governi locali attribuibile a prestiti bancari era del 92% nel 2002, del 72% nel 2010, e oggi si è ridotta al 57%, mentre allo stesso tempo secondo altri dati i trust nel 2013 sono stati responsabili dell’11% dei nuovi prestiti totali, contro il 2% di due anni fa. Si tratta di prestiti con interessi più alti, che spesso superano il 10%.

Le autorità centrali cinesi si trovano in una situazione apparentemente senza via di uscita: se non danno una stretta al sistema finanziario, c’è il rischio che la bolla si gonfi fino a proporzioni insostenibili, se invece intervengono per ridurla, l’economia di cui tale bolla è stata il principale motore negli ultimi anni rischia di passare dall’attuale rallentamento pronunciato a un brusco calo dalle conseguenze sociali e politiche imprevedibili. Gli ultimi dati segnalano un ulteriore rallentamento dell’economia e in particolare un calo delle esportazioni. Per il 2014 i dati ufficiali prevedono una crescita del 7,6%, che sarebbe la più bassa dal 1999, ma, come osserva il Financial Times, se dovesse calare anche solo di poco al di sotto di tale soglia il dato sarebbe addirittura il più basso “dal 1990, quando la Cina era stata sottoposta a sanzioni internazionali dopo il massacro di Tienanmen”.

Le difficoltà della Cina vanno lette anche nel contesto internazionale, con le incognite sui possibili effetti in termini di investimenti globali di un’eventuale ulteriore riduzione del Quantitative Easing (QE) della Fed americana, ma anche in quello continentale. Non bisogna dimenticare infatti che il vicino Giappone sta conducendo una spericolata politica monetaria con un allentamento di enormi dimensioni, i cui esiti non sono ancora chiari, ma che potrebbe generare altre bolle e squilibri globali, mentre l’India ha un’economia in deciso rallentamento e particolarmente esposta agli effetti di una riduzione del QE della Fed, oltre a un sistema politico sempre più instabile. A ciò vanno aggiunti altri punti di instabilità, come per esempio la profonda crisi politica in Thailandia, le lotte di massa in Cambogia, Bangladesh e Indonesia per l’aumento dei salari minimi (si veda il nostro recente articolo) e la reazione militare del governo coreano, già in difficoltà per gli effetti negativi sull’economia del suo paese della politica dello yen debole adottata da Tokyo, al recente grande sciopero dei ferrovieri. Alla luce di queste dinamiche, risultano particolarmente preoccupanti sviluppi come l’ingente aumento delle spese militari annunciato da Tokyo e i pericolosi giochi di guerra tra Cina, Giappone, Usa e Corea intorno alle isole Senkaku. Come purtroppo ci ha insegnato la storia, l’escalation bellica è un atout che i paesi capitalisti spesso giocano per risolvere i loro problemi economici interni.

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