ASIA / Sud-Est Asiatico: lotte per i salari e instabilità politica

In alcuni paesi del Sud-Est Asiatico sono riprese con energia le lotte dei lavoratori per l’aumento dei salari. Le mobilitazioni avvengono in un contesto particolarmente difficile e instabile per i paesi emergenti, la cui crescita è in rallentamento e che sono fortemente esposti al rischio finanziario di una riduzione del quantitative easing della Fed americana. Inoltre, anche la Cina, alla quale questi paesi sono strettamente legati nell’ambito delle catene di fornitura asiatiche e mondiali, sta rallentando la propria crescita e registrando anch’essa aumenti dei salari dei lavoratori, nel momento in cui il paese sta attraversando una delicata fase politica. Le lotte per i salari nei paesi asiatici vanno quindi ben al di là della dimensione nazionale o regionale e non mancheranno di avere riflessi sull’economia mondiale, tenendo tra l’altro presente che si tratta di paesi fortemente orientati alle esportazioni e sulla cui manodopera a basso costo le multinazionali dei paesi sviluppati, così come le aziende cinesi, contano per un mantenimento dei propri livelli di profitto.

In Indonesia il 31 ottobre e il 1 novembre si è tenuto un grande sciopero nazionale, a un anno di distanza dal precedente sciopero generale. E’ difficile stimare esattamente la partecipazione in un paese i cui 250 milioni di abitanti sono distribuiti su migliaia di isole, ma il livello di adesione è stato intenso, dell’ordine di centinaia di migliaia di persone, con punte particolarmente alte nell’industria metalmeccanica e tra le lavoratrici del settore tessile. La richiesta principale era quella di un aumento del 40% del salario minimo, che in Indonesia viene fissato annualmente e varia da regione a regione – nella capitale Jakarta, dove il costo della vita è molto alto, è attualmente di 334 dollari al mese. Le altre due richieste erano quella della creazione di un sistema di assistenza sanitaria universale e l’eliminazione delle pratiche di outsourcing. L’iniziativa dello sciopero è stata presa dal KSPI, uno dei sindacati più attivi nel mobilitare i lavoratori, e il processo di organizzazione dello sciopero ha portato alla creazione di una nuova coalizione sindacale, la Conferenza Nazionale del Movimento dei Lavoratori (KNGB), che ha rafforzato l’unità tra le organizzazioni dei lavoratori, un fattore molto importante visto che padroni e governo negli ultimi tempi stanno reagendo da una parte molto duramente contro gli scioperi, spesso anche con azioni violente di vigilantes, mentre dall’altra fanno massicce campagne di propaganda per definire irragionevoli le richieste dei lavoratori che secondo loro renderebbero l’economia nazionale „meno competitiva” rispetto a quella degli altri paesi dell’area, un argomento che viene utilizzato naturalmente anche negli stessi paesi „concorrenti” come la Cambogia e il Bangladesh. Adducendo questo motivo, il governo di Jakarta propone un aumento del salario minimo di appena il 10%, a fronte di un forte calo del potere di acquisto degli indonesiani. Le lotte dei lavoratori nel paese si stanno progressivamente intensificando e le organizzazioni sindacali sono sempre più attive e agguerrite. Si tratta di una ripresa importante, dopo che, sotto il regime di Suharto, fino al 1998, i sindacati indipendenti erano vietati, e dopo che la crisi asiatica del 1997-1998 aveva provocato un tracollo dell’economia (nel 1998 il Pil dell’Indonesia era calato del 13,1%).

Anche in Bangladesh, dopo la tragedia delle 1.129 vittime del Rana Plaza, si registra un nuovo aumento delle lotte per l’aumento dei salari e un incremento della violenza della polizia. Il 13 novembre il governo di Dacca ha deciso di aumentare del 76% il salario minimo degli operai del tessile, portandolo a 68 dollari (50 euro). Ma il 18 novembre migliaia di lavoratori sono scesi in piazza perché anche con tale aumento lo stipendio mensile è ancora troppo basso per potere vivere decentemente, anche perché molti padroni hanno deciso per ritorsione l’abolizione dei buoni pasto e delle indennità di trasporto – la richiesta è quella di portarlo a 103 dollari, tenendo conto tra l’altro del fatto che nel paese l’inflazione è a due cifre. Oltre 140 fabbriche si sono fermate e nel nord del paese la polizia ha aperto il fuoco su un corteo, uccidendo due operai. La situazione in questo paese, che assomiglia per molti versi a un Gulag in versione capitalista, è talmente disperata che nei giorni scorsi i lavoratori di un’azienda tessile hanno incendiato la loro fabbrica per protesta. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel tessile (che è la colonna portante dell’economia del Bangladesh) i salari medi più bassi sono quelli del Myanmar (53 dollari), seguito dal Bangladesh, dall’India e dallo Sri Lanka (73 dollari), dal Vietnam (78 dollari), dal Pakistan (79 dollari).

 

Anche in Cambogia le repressioni contro le lotte dei lavoratori hanno causato vittime. Il 12 novembre a Phnom Penh una donna è stata uccisa dalla polizia durante una manifestazione degli operai del tessile che chiedeva aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. I sindacati si sono mobilitati con la richiesta di un aumento dello stipendio minimo (che in Cambogia esiste solo per il settore del tessile e delle calzature) da 60 euro al mese a 150 euro, il livello minimo per potere sopravvivere. In Camboglia gli stipendi sono „da fame” in maniera concreta, e non solo figurativa: come abbiamo già raccontato in un nostro articolo, nel paese sono frequentissimi i casi di lavoratori che svengono durante il lavoro perché sono costretti a turni massacranti (fino a quindici ore al giorno e a volte sette giorni su sette) senza avere potuto sfamarsi in misura sufficiente. Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è il fatto che la Cambogia, non avendo una produzione sviluppata per il mercato interno, importa la maggior parte dei propri beni, anche di prima necessità, che negli ultimi mesi stanno registrando aumenti dei prezzi a due cifre. La maggior parte delle fabbriche è a proprietà cinese e i principali committenti sono i giganti della moda mondiale, da Levi’s a Zara e a H&M. Il costo della manodopera ammonta a solo l’1 – 3% del prezzo di vendita finale degli indumenti. Non meraviglia quindi che quest’anno si sia registrato un notevole aumento delle lotte per gli aumenti salariali, alle quali, in Cambogia come altrove, le autorità e i padroni reagiscono con la violenza e con la minaccia della perdita del lavoro a causa della concorrenza di altri paesi con salari ancora più bassi, come il Bangladesh o il Myanmar. Va infine citato un dato agghiacciante, pubblicato dall’Istituto nazionale di statistica in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro: oltre 400.000 bambini e ragazzini tra i 5 e i 17 anni lavorano illegalmente (si tratta di circa il 10% delle persone che rientrano in questa fascia di età) e più della metà di essi lo fa in condizioni pericolose per la loro salute.

Per completare il quadro va citato anche il caso della Thailandia, che sta attraversando una fase di grande instabilità. Nel paese sono in corso grandi manifestazioni, che sono giunte fino all’occupazione di alcuni ministeri. Queste mobilitazioni, a differenza che nei paesi vicini, non riguardano rivendicazioni salariali o sindacali, ma rientrano invece nel quadro della faida politica che dura ormai da anni tra sostenitori e opponenti dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra. Ma a livello economico la Thailandia sta registrando una forte contrazione degli investimenti e dei consumi, alla quale le autorità stanno rispondendo, come altrove nel mondo, con un taglio dei tassi d’interesse. Inoltre, in questo paese orientato alle esportazioni, desta particolare preoccupazione il drastico aumento del deficit commerciale conseguente al rallentamento dell’export. Il fatto che in Thailandia non si registrino per il momento lotte dei lavoratori è spiegabile in parte con la presenza di milioni di lavoratori immigrati dal Myanmar che vivono in condizioni di semischiavitù e di spietate repressioni poliziesche, ricevendo a fronte di ciò i più bassi salari del continente. Secondo una recente inchiesta, nonostante le regolamentazioni approvate a livello ufficiale, l’80% di tali lavoratori immigrati continua nei fatti a essere privo di ogni diritto civile.

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