TEMI GLOBALI / Danzando sull’orlo dell’abisso: 3) I paesi emergenti nella tempesta – Cina: eccesso di debito – Conclusioni

I paesi emergenti nella tempesta

Con il terremoto provocato a livello mondiale dall’annuncio della Fed di una possibile riduzione del Quantitative Easing è emerso con piena chiarezza il rischio di una pesante crisi nei cosiddetti paesi emergenti, che negli ultimi anni erano stati considerati da molti come il futuro motore della crescita mondiale. La loro crescita, come osserva il già citato Satyajit Das su Economonitor, “era stata trainata dal basso livello di sviluppo economico iniziale, dalla forza lavoro inutilizzata, dalla manodopera a basso costo, da una struttura dei costi molto contenuta (grazie ai livelli minimi di regolamentazione e alla mancanza di controlli ambientali) e, in alcuni casi, dalla grande disponibilità di materie prime, da un alto livello dei risparmi a livello nazionale e da trend demografici favorevoli”.

La loro ascesa negli ultimi due decenni è stata in larga parte alimentata dal debito, grazie all’afflusso di una valanga di denaro di provenienza Usa ed Ue, da una forte domanda per le loro esportazioni, nonché dalle delocalizzazioni alla ricerca di una produzione a basso costo. Molti paesi emergenti hanno poi tratto vantaggio dalla forte domanda di materie prime da parte della Cina, la “fabbrica del mondo”, e si sono integrati nella catena di fornitura incentrata su di essa. La crisi globale scoppiata nel 2008 ha gravemente intaccato questo modello e i paesi emergenti hanno cercato di risolvere il forte rallentamento delle loro economie ricorrendo al credito, cresciuto in una fascia dal 10% al 30% dal 2008 a oggi, a seconda dei singoli paesi, e all’afflusso di investimenti esteri spinti alla ricerca di rendimenti più alti dalle politiche di quantitative easing adottate nei paesi sviluppati nonché dall’enorme liquidità di cui disponevano le banche, i fondi pensionistici e i fondi sovrani. In una situazione in cui circa 20 trilioni di dollari di titoli statali di vari paesi del mondo (pari al 48% del totale) rendono l’1% o meno, gli investitori in obbligazioni hanno riversato enormi flussi di denaro in prestito sui paesi emergenti, sottovalutando i rischi. Dall’inizio del 2012 fino all’aprile 2013 oltre 150 miliardi di dollari sono stati investiti nei paesi emergenti, per due terzi in azioni e per il resto in obbligazioni e investimenti di portafoglio. Gli afflussi massicci di capitale hanno consentito ai paesi emergenti di prendere denaro in prestito a costo sempre più basso. Per esempio, scrive Das, i rendimenti sulle obbligazioni brasiliane denominate in dollari sono scesi dal 25% nel 2002 fino a una punta minima del 2,5% nel 2012, mentre gli analoghi titoli turchi, dopo avere registrato un rendimento medio del 7% nel periodo 2003-2011, sono passati a una punta minima di poco più del 3% nel 2012. Gli effetti sono stati amplificati anche da fattori di scala: un aumento dell’1% delle allocazioni di portafoglio dei fondi pensionistici e degli assicuratori USA equivale a 500 miliardi di dollari, molto di più di quanto i mercati emergenti possano assorbire. L’annuncio di maggio della Fed dell’intenzione di ridurre il QE ha provocato un vero terremoto nei mercati emergenti, con un deflusso massiccio di capitali esteri e un calo delle rispettive valute compreso tra l’8% del rublo russo e il 18% del rand sudafricano, accompagnato da un aumento dei tassi delle obbligazioni (e quindi del costo di finanziamento). Le banche centrali dei rispettivi paesi hanno speso nel giro di alcune settimane parte delle proprie riserve in valuta (per es. il 13-14% nel caso dell’Indonesia e della Turchia) per sostenere le rispettive monete. Inoltre, il debito totale in rapporto al Pil nei paesi emergenti asiatici ha ormai toccato livelli del 150-200% e oggi per generare un dollaro in più di Pil i paesi emergenti hanno bisogno di 4-8 dollari, rispetto a livelli di gran lunga inferiori della metà prima della crisi. E’ stata vertiginosa anche la crescita del credito al consumo: in un paese come la Thailandia, per esempio, in media il pagamento degli interessi è pari al 33% del reddito, un livello quasi doppio rispetto a quello degli Usa alla vigilia della crisi. Non vanno meglio le cose per le aziende, che in buona parte non hanno flussi di cassa sufficienti per fare fronte al pagamento degli interessi e al rimborso dei prestiti e spesso si trovano a dovere fare fronte a un debito in dollari con un reddito in valuta locale ormai pesantemente svalutata. In generale, i paesi emergenti devono fare fronte a prestiti in valuta di grande entità, la Turchia per esempio in misura del 22% del proprio Pil, l’India del 20% e il Brasile del 12%. Nel complesso i paesi emergenti hanno bisogno di circa 1,5 trilioni di dollari all’anno di fondi esteri per fare fronte al fabbisogno di finanziamenti. A complicare ulteriormente la situazione c’è il forte calo del surplus delle partite correnti, passato da circa il 5% del Pil nel 2006 all’1% di oggi. Alcune economie di primo piano, come quelle dell’India, del Brasile, della Turchia e del Sudafrica, hanno dei deficit delle partite correnti che devono essere finanziati con afflussi di fondi esteri. Sui paesi di questo gruppo pesano poi scelte sbagliate, come quelle delle enormi spese per eventi sportivi (le Olimpiadi di Pechino, i giochi olimpici invernali di Sochi, in Russia, i mondiali di calcio e le Olimpiadi in Brasile, ma si possono fare rientrare in questa categoria anche i folli progetti edilizi e infrastrutturali voluti da Erdogan in Turchia), che assorbono risorse scarse. Ci sono forti somiglianze con il periodo degli anni novanta che ha preceduto le devastanti crisi in Asia e in Russia del 1997-1998, osserva Das. Anche allora le politiche monetarie perseguite dalla Fed e dalla Bank of Japan avevano portato a enormi afflussi di denaro verso i mercati emergenti, ritirati poi all’improvviso con la stretta della Fed del 1994. Il Fondo Monetario Internazionale aveva dovuto allora ricorrere a operazioni di salvataggio dell’Indonesia, della Corea del Sud e della Thailandia e l’Asia si è ripresa dalla crisi solo dopo un decennio. Se oggi la Fed, e un domani altre banche centrali, dovessero limitare o addirittura arrestare le politiche di QE, le conseguenze per i mercati emergenti sarebbero estremamente pesanti, con possibili crolli dei prezzi dei titoli e degli immobili, il fallimento di banche e le relative conseguenze a livello dell’economia reale, con una spirale che potrebbe rivelarsi inarrestabile. Per fare fronte alla situazione i governi infatti dovrebbero appesantire i loro bilanci e ricorrere a nuovi, più costosi crediti, mentre il calo del valore delle loro valute comporta già ora un aumento dei prezzi dei generi di prima necessità importati, aggravando la situazione della popolazione e aumentando l’instabilità politica. E tutto questo non mancherebbe di avere pesanti riflessi sull’economia mondiale. Dopo il 2008 i paesi emergenti sono stati responsabili di circa il 60% della crescita economica globale, ma già dal 2010 la loro crescita ha subito un rallentamento – quella media dei BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), per esempio, è più che dimezzata passando dal +7,2% di quell’anno al +3,2% attuale. Un loro ulteriore rallentamento complicherebbe ulteriormente una situazione di bassa crescita globale (quest’anno la crescita globale sarà di circa il 2,9%, la più bassa dall’inizio della crisi, mentre alla vigilia della crisi si attestava su oltre il 4%). “In realtà”, conclude Das, “le economie sviluppate hanno cercato di esportare qualcosa di più dei propri prodotti e servizi, spostando l’onere degli aggiustamenti resi necessari dalla crisi del 2008 sulle economie emergenti. Come nel caso di un uomo che sta annegando e si aggrappa disperatamente a un altro a stento capace di tenersi a galla, le politiche seguite potrebbero portare entrambi ad affogare”.

Cina: eccesso di credito e di investimenti

In Cina continua a destare preoccupazione l’alto livello dell’indebitamento dell’economia, di cui è un indice per esempio il dato secondo cui le banche cinesi hanno aumentato il loro portafogli di prestiti del 100% negli ultimi cinque anni. Secondo le proiezioni dell’agenzia di rating Fitch il rapporto tra credito e Pil è ormai indirizzato al raggiungimento di un livello del 270% entro il 2017, cioè più del doppio rispetto a prima della crisi. L’utilizzo delle capacità industriali è sceso al 78,6%, cioè esattamente lo stesso livello del momento peggiore della crisi, e continua a registrare una tendenza alla diminuzione, visto che gli investimenti in attività fisse stanno aumentando a un tasso annuale del 23%, mentre la produzione cresce solo del 13%, osserva l’economia Francis Cheung citato dal Wall Street Journal, secondo il quale la Cina, se non ci sarà un’inversione di tendenza, sta andando verso la deflazione. Se la Cina continuerà a investire più di un terzo del suo Pil, come sta facendo, in nuove capacità produttive, si arriverà al punto in cui il mondo non sarà in grado di assorbire le sue merci. E mentre da lungo tempo cresce la preoccupazione per l’altissimo indebitamento dei governi locali cinesi, così come per la crescita nel paese della finanza ombra (lo “shadow banking”), pochi hanno finora preso in considerazione l’aspetto della forte crescita del debito delle imprese rispetto ai loro flussi di cassa, dovuto tra l’altro al fatto che il loro tasso di profitto è in calo nonostante l’enorme volume di crediti. La situazione dell’economia cinese di oggi assomiglia sempre più a quella del Giappone della fine degli anni ottanta, prima della lunga stagnazione ancora oggi in atto. Mentre all’inizio degli anni duemila Pechino, forte di un’economia ancora in rapida ascesa e di un partito comunista molto coeso, aveva risolto il problema della capacità in eccesso chiudendo migliaia di imprese statali e licenziando decine di milioni di lavoratori, oggi sembra puntare, come altrove nel mondo, sugli strumenti della politica monetaria. Come per esempio nel caso della progressiva deregolamentazione dei tassi di interesse, avviata a settembre in vista anche di un allentamento dei controlli sui flussi dei capitali finanziari, attualmente strettamente limitati, con la speranza di favorire le attività di credito “alla luce del sole” e di limitare lo shadow banking che continua a inondare il mercato di liquidità, soprattutto tramite i governi locali che continuano a varare progetti infrastrutturali, il più delle volte privi di razionalità economica. Difficilmente la deregolamentazione riuscirà a risolvere il problema, ma quello che è sicuro è che comporterà inevitabilmente un aumento dei costi del capitale e un ulteriore freno all’espansione dell’economia, che negli ultimi anni è stata in buona parte drogata dagli investimenti. Inutile dirlo, un freno degli investimenti e un ulteriore calo della crescita economica della Cina avrebbero pesantissime ripercussioni a livello globale, a partire dai paesi emergenti e in particolare tra quelli che esportano materie prime, come il Brasile e il Cile. Il quotidiano Le Monde da parte sua richiama l’attenzione su tutta un’altra serie di problemi che complicano il quadro di una uscita dall’impasse di un’economia cinese trainata dal debito e dagli investimenti. Innanzitutto vi è l’aspetto demografico: la popolazione in età da lavoro è aumentata enormemente, di 359 milioni di unità, tra il 1980 e il 2010, ma la crescita si fermerà nel 2015 e la sua entità andrà calando dopo tale anno. Le riserve di manodopera nelle zone rurali sono ancora molto ampie, ma già si sentono i primi effetti, in particolare nelle regioni costiere più industrializzate, dove dalla metà degli anni duemila i salari sono aumentati in media del 15% all’anno rispetto a una crescita della produttività industriale di poco meno del 10% annuo. Gli investimenti continuano a rappresentare una quota spropositata del Pil, e sono cresciuti dal 45% a circa il 50% negli ultimi cinque anni, mentre la quota delle esportazioni è in calo rispetto a prima della crisi (dal 36% del 2007 a meno del 30% oggi).

Conclusioni

A partire dal suo inizio nel 2007, la crisi economica mondiale ha rischiato almeno tre volte di sfociare in un crollo totale: nell’autunno del 2008, dopo il fallimento di Lehman Brothers e il panico sui mercati finanziari, nei primi mesi del 2009, appena prima del varo del primo quantitative easing e, di nuovo, a cavallo tra il 2011 e il 2012, all’apice della crisi del debito in Europa. Le politiche “tappabuchi” avviate in ciascuna di tali occasioni hanno evitato il blocco totale dei mercati finanziari, e quindi anche del sistema economico mondiale, che avrebbero portato a scenari da terza guerra mondiale. Ma nonostante le iniezioni senza precedenti di liquidità, e un periodo mai così protratto di interessi reali a zero, l’economia, dopo più di cinque anni di crisi, continua a essere moribonda in Europa, stagnante in termini reali nella maggior parte del resto del mondo e in forte rallentamento nei paesi emergenti. I responsabili delle politiche economiche mondiali non si sono finora distaccati dagli strumenti politici che sono un dogma del neoliberismo: la politica monetaria intesa come toccasana per ogni problema, l’austerità fiscale mirata in primo luogo a diminuire l’incidenza del costo della manodopera su quello complessivo di produzione. Il quadro che abbiamo tracciato qui sopra, pur limitandosi agli sviluppi degli ultimi mesi, parla chiaramente di una situazione globale costantemente esposta al rischio di un crollo e che nel migliore dei casi porterà solo al vicolo chiuso di una lunga stagnazione. L’incapacità del potere politico ed economico di andare al di là della ripetizione automatica dei vecchi modelli, così come l’inefficienza delle sue azioni, sono ormai evidenti da lungo tempo e la sfiducia che generano in tutto il mondo è senz’altro uno dei fattori che hanno portato negli ultimi due anni milioni di persone a protestare a livello globale nelle forme più varie e nei paesi più disparati. Quella che sta gestendo la crisi non è più semplicemente una burocrazia, ma è diventata una vera e propria “bancarottocrazia”, come la ha definita giustamente l’economista greco Yanis Varoufakis.

(fonti: materiali pubblicati nel periodo settembre-ottobre 2013 da Bloomberg, Economist, Economonitor, Financial Times, Le Monde, Wall Street Journal)

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