TEMI GLOBALI / Danzando sull’orlo dell’abisso: 2) L’Unione Europea: LTRO, unione bancaria, debito, euro forte

L’Unione Europea: LTRO, unione bancaria, debito, euro forte

Nell’eurozona si torna a parlare della LTRO (acronimo di Long Term Refinancing Operation), l’operazione con la quale a fine 2011 e inizio 2012 la Banca Centrale Europea (BCE) ha emesso un prestito triennale a centinaia di banche europee per un totale di circa 1 trilione di euro, evitando così un crollo del sistema bancario europeo. Le somme date in prestito alle banche dovranno essere restituite a inizio 2015, ma dal gennaio di quest’anno sono già molte le banche che hanno restituito i soldi presi in prestito, per un totale di circa 334 milioni di euro, pari a circa un terzo del totale.

Sono però forti i timori che molte banche, in particolare quelle di medie e piccole dimensioni e quelle italiane e spagnole, non saranno in grado di reggersi in piedi da sole dopo tale termine. Inoltre l’effetto dell’enorme immissione di liquidità si sta esaurendo, con un conseguente aumento dei tassi sul mercato che mette a rischio la stabilità finanziaria. Ci sono già alcuni segni preoccupanti – per esempio l’Euribor a tre mesi, il tasso di riferimento per i prestiti che le banche si effettuano l’una all’altra, è passato dallo 0,128 del dicembre 2012 fino alla recente punta di 0,225. Non è un caso quindi che a inizio settembre Mario Draghi, presidente della BCE, abbia paventato il lancio di un’altra operazione LTRO nel 2014, secondo molti con una scadenza ancora più lunga per i prestiti. Il problema è che le banche che eventualmente ricorreranno a questa nuova ondata di prestiti rischierebbero di vedersi bollare sul mercato come “banche in crisi”, tanto più che probabilmente solo una parte delle banche vi aderirebbero, con la conseguenza di aggravare la propria posizione e di destabilizzare i mercati.

Sta inoltre per essere avviato il processo che dovrebbe portare al concretizzarsi dell’unione bancaria a livello europeo, un progetto abbozzato per la prima volta nel maggio 2012 e che prevede il passaggio della supervisione delle banche sistemiche (che nell’Eurozona sono responsabili di circa l’85% degli attivi del sistema) a un Consiglio di Sorveglianza centralizzato presso la BCE. La prima fase di questo progetto consisterà in una verifica della solidità delle maggiori banche europee e nella definizione delle modalità del sostegno che verrà loro prestato nel caso in cui la procedura dovesse portare alla luce aspetti critici per alcune di esse. In realtà l’intero processo costituisce per le burocrazie europee una nuova occasione per ridefinire gli assetti interni all’Ue e fino a oggi continua a rimanere poco chiaro quale sarà il profilo finale della (eventuale) unione bancaria. Per avere un’idea del garbuglio burocratico nel quale si muove il processo di creazione dell’unione bancaria si può citare il Wall Street Journal: “Tutte le decisioni del consiglio di sorveglianza [responsabile della supervisione centralizzata delle banche europee], che secondo alcuni potrebbero arrivare a 10.000 all’anno, dovranno essere ratificate dal Consiglio di Governo della BCE, aprendo largo spazio alle lotte per fare prevalere gli interessi nazionali, visto che ogni membro dell’eurozona ha un seggio nel consiglio. […] Angela Merkel nel frattempo ha nei fatti ritirato l’impegno formulato nel giugno 2012 a consentire che il Meccanismo di Stabilità Europea (ESM) possa investire direttamente nelle banche. La Germania inoltre teme la creazione di un meccanismo di risoluzione unica perché probabilmente sospetta che lo stesso potrebbe essere utilizzato per chiudere banche tedesche [che continuano ad avere una leva finanziaria spropositata]. Tra l’altro la creazione di una base più solida per l’unione bancaria richiederebbe una modifica dei trattati per l’Eurozona, e ciò farebbe scattare le richieste della Gran Bretagna di una rinegoziazione dei meccanismi su cui si basa l’Unione Europea che potrebbe paralizzare per anni l’adozione di decisioni politiche a livello Ue. La BCE rischia di finire nel peggiore degli incubi: l’assunzione di responsabilità senza avere i poteri necessari, l’obbligo di presiedere a un sistema bancario incapace di uscire dalle magagne del passato. Come per la creazione dell’Euro, per una soluzione forse bisognerà aspettare la prossima crisi”. Le banche considerate più a rischio sono quelle spagnole e quelle italiane. Queste ultime, che sono state tra tutte quelle che più hanno attinto alla LTRO (225 miliardi di euro) hanno finora restituito solo 3,5 miliardi, la minore quota in Europa. Secondo il FMI le banche italiane rischiano di non disporre di fondi sufficienti per coprire una quota di almeno il 12% delle loro passività quando l’anno prossimo scadrà la LTRO e a partire dal marzo 2015 la Banca Centrale Europea comincerà progressivamente a non accettare più i titoli governativi come garanzia a fronte dei prestiti concessi. In seguito alla LTRO le banche italiane si sono messe in pancia sempre più titoli di stato italiani, tanto che se nel 2010 il rapporto tra i titoli di stato italiani detenuti da soggetti nazionali e quelli detenuti da soggetti esteri era di circa 55/45, oggi tale rapporto è di circa 70/30. Per le banche c’è poi il grande problema dei prestiti in sofferenza, che sono raddoppiati negli ultimi quattro anni, passando dai circa 514 miliardi di euro nel 2008 a quasi 1,2 trilioni e vengono dati in ulteriore crescita. Il tutto sullo sfondo di un’economia debolissima e sempre in recessione se considerata sul lungo termine: il Pil pro capite dell’Eurozona e il reddito dei suoi nuclei familiari sono entrambi inferiori del 4% rispetto al 2007.

Rimane preoccupante poi in tutta la Ue la situazione del debito. Quello pubblico continua a crescere e al secondo trimestre 2013, secondo dati Eurostat, era pari nell’Eurozona al 93,4% del Pil – il dato è in crescita in tutti i paesi dell’area dell’Euro, fatta eccezione per la Germania e il Lussemburgo. L’inflazione a settembre era dell’1,1%, più che dimezzata rispetto al 2,6% di un anno prima e ciò rende più caro il costo al quale i paesi si finanziano. Secondo calcoli di Natixis, per fermare la crescita del rispettivo debito i paesi dovrebbero avere surplus di bilancio pari al 4% del Pil in Spagna, al 7% in Italia, all’11% in Portogallo e al 24% in Grecia, obiettivi chiaramente impossibili da raggiungere. E la ristrutturazione del debito dei paesi più in difficoltà, come è avvenuto per la Grecia, non farebbe che spostare il problema sui portafogli delle banche, molte delle quali dovrebbero poi essere salvate dai rispettivi stati, che a loro volta per poterlo fare dovrebbero indebitarsi… Un caso esemplare è quello del Portogallo, dove il debito statale è balzato in due anni dal 107% del Pil al 131%, mentre l’inflazione è crollata allo 0,3% e i tassi sul debito hanno toccato la punta del 6,5%. Non meno preoccupante è la situazione del debito privato, che rimane altissimo: da oltre il 300% rispetto al Pil in Irlanda, al 220% in Olanda e al 215% in Spagna. Si tratta di debiti per la maggior parte attribuibili al settore aziendale. L’Italia da parte sua ha un alto debito statale, ma un debito privato molto basso rispetto agli altri paesi europei. La sua fragilità non è per questo minore, a giudicare da altri indicatori, come per esempio l’alto livello del debito rispetto al capitale netto delle sue imprese, in particolare quelle di piccole e medie dimensioni, e il fatto che il 30% del debito aziendale è dovuto da imprese i cui utili sono inferiori agli interessi che devono pagare sui crediti (rispetto al 10% della Francia e della Germania).

Per completare l’estremamente complesso quadro europeo bisogna infine citare il problema dell’euro forte, che va a inserirsi nel quadro più grande dei disequilibri tra le singole valute a livello globale, dalla forte svalutazione di quelle dei paesi emergenti, al renminbi cinese tenuto artificiosamente basso, alle incognite sul futuro dello yen dopo le politiche mirate a una svalutazione di fatto da parte della Bank of Japan, fino ai punti interrogativi sulla capacità del dollaro di continuare a svolgere il ruolo di valuta di riferimento. L’eventuale persistere di un euro forte comporterebbe due problemi che destabilizzerebbero ulteriormente l’Eurozona: 1) una diminuzione delle esportazioni, che colpirebbe maggiormente i paesi del Sud Europa, meno capaci di aumentare l’export rispetto alla Germania, che esporta beni a tecnologia più alta, provocando così un incremento del divario nord-sud; 2) un’ulteriore compressione della già bassa spesa dei consumatori, che spingerebbe ulteriormente verso la deflazione, temuta dalle imprese perché comprime i loro profitti. Con il recente taglio dei tassi da parte della Bce la quotazione dell’Euro ha registrato una correzione al ribasso, ma va tenuto presente che essendo i tassi ormai pressoché a zero la banca europea non dispone più di una tale arma per indebolire l’Euro e l’unica altra opzione che le rimane, se la moneta unica dovesse di nuovo diventare più cara, è quella di ricorrere ad altre operazioni analoghe alla LTRO, con tutti i relativi problemi già descritti sopra.

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