EUROPA / Ex Jugoslavia: comparazioni e ipotesi a partire dal caso bulgaro

di Ilario Salucci

Nelle note che seguono considero i paesi balcanici che si trovano nello spazio che fino al 1990 delimitava la Federazione Jugoslava, facendo riferimento anche alla situazione della Bulgaria. In una successiva nota prenderò in considerazione il caso rumeno. I paesi presi in considerazione sono otto: la Serbia, con una popolazione approssimativamente simile a quella bulgara, un insieme di cinque paesi che hanno una popolazione compresa tra un milione e mezzo e due milioni e mezzo di abitanti (in ordine crescente: Republika Srpska, Kosova, Macedonia, Slovenia e Federazione di Bosnia-Hercegovina), la Croazia, che con più di quattro milioni di abitanti si trova tra i due estremi precedenti, e il Montenegro, il più piccolo paese balcanico, con soli 600mila abitanti.

1) tutti o quasi tutti i paesi presi in considerazione hanno conosciuto fino al 2007-2008 una importante bolla immobiliare, sia pur non ai livelli bulgari: Montenegro (probabilmente il paese tra quelli qui considerati con la maggiore bolla), Slovenia e Serbia (attorno al 10% annuo in media dal 2002), Croazia (attorno al 8% annuo in media dal 2002), Federazione di  Bosnia-Hercegovina. Non sono disponibili i dati di  Republika Srpska, Kosova e Macedonia. Tutti i paesi qui considerati hanno importanti deficit nella bilancia dei pagamenti, dell’ordine di miliardi di dollari (ad eccezione della Macedonia), che li rende estremamente dipendenti dall’afflusso (e dal conseguente deflusso) di capitali esteri.  Tutti i paesi qui considerati hanno esportazioni largamente dirette all’Unione Europea.

2) come la Bulgaria tutti questi paesi hanno sofferto pesantemente per la crisi esplosa dall’autunno 2008. Nel prospetto seguente indico il calo del PIL e della produzione industriale nel 2009, la percentuale di disoccupati registrata nel 2011, e il PIL procapite a “parità di potere d’acquisto” (PPP) del 2009, espresso in dollari Usa. Republika Srpska e Federazione di Bosnia-Hercegovina sono considerate insieme. I dati sono ufficiali: secondo fonti giornalistiche i dati sulla disoccupazione reale sono molto più alti (per es. per il Montenegro è comune rifersi a un tasso del 30%).

PIL pro cap. 2009

PIL 2009

Calo ind. 2009

Disoccupaz. 2011

Slovenia

27,600

-7,9%

-15,7%

11,8%

Croazia

17,500

-6,9%

-9,5%

17,7%

Serbia

10,600

-3,5%

-12,6%

23,4%

Montenegro

9,800

-5,7%

non disp.

11,5%

Macedonia

9,100

-0,9%

-7,7%

31,4%

Bosnia-Hercegov.

6,500

-3,2%

-3,3%

43,3%

Kosova

5,000*

+2,9%

non disp.

45,3%

* stima

La crescita kosovara è stata trainata dalle rimesse degli emigrati, dall’aumento dell’indebitamento e dall’aumento delle spese statali (in particolare nel progetto e nella costruzione dell’autostrada verso l’Albania).

3) i gruppi di potere in tutti questi paesi si possono configurare come delle oligarchie caratterizzate da un’assolutà mediocrità (da cui il termine “mediocritazia”), che spesso sconfina in una pura incapacità amministrativa con conseguente caos nei paesi da loro governati, da una corruzione assoluta e generalizzata, da stretti intrecci con la criminalità organizzata (con l’eccezione, possibile ma non certa, della Slovenia), e da una servilistica dipendenza dal capitale e dalle cancellerie estere. Per quanto riguarda la criminalità organizzata i balcani conoscono una potente mafia che ha realizzato nei propri interessi una vera “Federazione Balcanica”, mettendo al bando nazionalismi e interessi di parrocchia. Per quanto riguarda le cancellerie estere, a titolo d’esempio, quelle statunitensi intervengono direttamente nella vita politica slovena e kosovara, mentre un asse italo-tedesco è il referente della politica interna macedone; Belgrado invece ben accetta un’ingombrante tutela russa.

4) il “grande sonno” popolare bulgaro a partire dal 1997 non ha paralleli nei paesi qui considerati. A differenza della Bulgaria, in Slovenia, Croazia, Bosnia-Hercegovina, Serbia e Montenegro esistono sindacati che pur non essendo particolarmente combattivi, e per lo più inclini ad accordi al ribasso con le controparti, hanno mantenuto un certo rapporto con i lavoratori e hanno organizzato proteste e manifestazioni nel corso di questi anni, in una logica di pressione da giocare sul tavolo delle trattative. In Serbia nel 2000 vi è stata una eccezionale mobilitazione dei lavoratori serbi che ha portato alla caduta del regime di Milosevic. In Kosova e in Macedonia la situazione sindacale è identica a quella bulgara, ma in Kosova fino al 1999 vi è stata una grande mobilitazione popolare a favore dell’indipendenza, mobilitazione che si è avuta anche da parte della popolazione albanese della Macedonia tra il 1999 e il 2001.

5) di conseguenza non si è avuto nei paesi qui considerati un “grande sonno” politico: iniziative e formazioni politiche o parapolitiche radicali e anticapitaliste hanno visto la luce prima della grande crisi iniziata nel 2008. In Slovenia la “Università dei lavoratori e dei punk” nasce nel 1998; in Bosnia-Hercegovina il movimento “Dosta” (“Basta”) nasce nel 2005, lo stesso anno in cui nasce il movimento “Vetëvendosje!” (Autodeterminazione!) in Kosova e si inaugura la Fiera anarchica del libro a Zagabria. Sempre a Zagabria il primo Festival sovversivo si tiene nella primavera 2008, mentre quell’estate nasce in Macedonia il “Movimento per la Giustizia Sociale – Lenka”. In Serbia (dove una piccola, ma attiva presenza anarco sindacalista data da prima del 2000) iniziative culturali alternative e nascita di nuove formazioni politiche anticapitaliste datano dal 2007-2008. Comunque in tutti questi paesi si ha una moltiplicazione, negli anni successivi e fino ad oggi, di gruppi e iniziative anticapitaliste, senza paragone rispetto al periodo precedente. Il caso montenegrino è particolare: nelle enormi proteste dell’inverno 2011-primavera 2012 un ruolo determinante lo ebbe un’organizzazione non governativa, “MANS” (con posizioni democratico-radicali, ma di certo non anticapitalista), già attiva nella prima metà degli anni 2000; l’anno 2005 in questa fetta di balcani ricorre più volte, e anche nel caso montenegrino risalgono a quell’anno le prime importanti iniziative di questa ong.

6) Vi è una sostanziale uniformità nelle rivendicazioni espresse dalle manifestazioni e dagli scioperi che si sono succeduti nei paesi qui presi in considerazione tra l’autunno 2008 e l’estate 2013. L’aumento vertiginoso delle bollette elettriche come in Bulgaria ha scatenato proteste in Montenegro (inverno 2011 – primavera 2012), Macedonia (giugno-agosto 2012) e Kosova (primavera 2013). I tre grandi gruppi di temi che hanno mobilitato in modo massiccio, spesse volte in modo intrecciato nelle maggiori ondate di proteste, sono stati: contro l’austerità, contro i tagli spesa pubblica (servizi sociali, stipendi, pensioni) e per misure di welfare; contro il malgoverno, la corruzione e la criminalità delle élite dirigenti; e contro gli effetti della deindustrializzazione, le privatizzazioni, il non pagamento dei salari, la disoccupazione e in difesa dei diritti dei lavoratori. L’elenco delle mobilitazioni è impressionante:

a) contro l’austerità: Federaz. BH, primavera 2009; Croazia, primavera 2009; Slovenia, novembre 2009; Federaz. BH, gennaio-febbraio 2010; Croazia, primavera 2010; Rep. Srpska, febbraio-marzo 2011; Montenegro, inverno 2011 – primavera 2012; Federaz. BH, primavera 2012; Slovenia, aprile 2012; Croazia, ottobre 2012; Rep. Srpska, autunno 2012; Slovenia, novembre 2012-febbraio 2013; Croazia, maggio 2013; Federaz. BH, primavera 2013; Serbia, estate 2013

b) contro malgoverno e corruzione: Montenegro, gennaio-marzo 2010; Rep. Srpska, febbraio-marzo 2011; Croazia, primavera 2011; Serbia, primavera 2011; Croazia, primavera 2011; Montenegro, inverno 2011 – primavera 2012; Kosova, aprile 2012; Rep. Srpska, estate 2012; Slovenia, novembre 2012-febbraio 2013; Kosova, primavera 2013; Rep. Srpska, primavera 2013; Federaz. BH, primavera 2013

c) contro le privatizzazioni, il non pagamento dei salari, ecc.: Montenegro, febbraio-marzo 2009; Serbia, estate 2009; Federaz. BH, gennaio-febbraio 2010; Montenegro, gennaio-marzo 2010; Croazia, primavera 2010; Macedonia, ottobre 2010-gennaio 2011; Rep. Srpska, febbraio-marzo 2011; Serbia, primavera 2011; Croazia, primavera 2011; Kosova, marzo 2011-gennaio 2012; Croazia, ottobre 2011 – giugno 2012; Montenegro, inverno 2011 – primavera 2012; Kosova, ottobre 2012; Serbia, autunno 2012; Croazia, maggio 2013; Kosova, primavera 2013; Serbia, estate 2013.

Non sono mancate mobilitazioni degli studenti per il diritto allo studio (Croazia, Montenegro, Federazione di BH e Republika Srpska), degli agricoltori e allevatori (Croazia e Macedonia), e contro le speculazioni edilizie (Macedonia, Croazia e Republika Srpska). Manifestazioni antifasciste si sono avute in Slovenia, Croazia e Serbia. Importanti movimenti di massa con al proprio centro la richiesta delle dimissioni del governo in carica si sono avuti in Croazia, Macedonia e Slovenia. Invece il movimento degli “indignati” dell’autunno 2011 ha avuto un’eco significativa nella sola Croazia.

7) Molte cose accomunano quindi l’insieme dei paesi qui presi in considerazione. I paralleli con la Bulgaria escludono una regione “ex jugoslava” interconnessa – semmai una regione “balcanica” o una ben più vasta di “periferia” (interna o esterna) dell’Unione Europea. In un’area socio-politica con caratteristiche e problemi simili, uno sviluppo in uno specifico paese di importanti mobilitazioni popolari, se non addirittura di un processo rivoluzionario, avrà probabilmente effetti immediati (di “contagio”) in tutta la regione. A un livello ancora limitato lo si è potuto vedere nella prima metà del 2013, che ha visto i livelli di mobilitazione maggiori di questi ultimi cinque anni in quattro paesi degli otto considerati: Slovenia, Federazione di BH, Republika Srpska e Kosova. Tuttavia in questa area socio-politica due paesi si distaccano per caratteristiche e dinamiche in parte uniche. Sono Macedonia e Kosova. In questi due paesi vi sono problemi di libertà di stampa (in parte esistenti anche in Montenegro), di libertà di manifestare, di violenze poliziesche gravi, di pesante autoritarismo statale, di dignità nazionali negate. Su questi temi si sono avute tra la primavera del 2009 e l’estate del 2013 ben quattro ondate di mobilitazioni in Kosova e tre in Macedonia. Già ho ricordato che in questi due paesi non vi sono sindacati minimamente degni di questo nome. Probabilmente connesso a questo insieme di fattori la maggior parte delle mobilitazioni in Kosova e in Macedonia sono sotto l’egida di partiti o movimenti/partiti: in Kosova grazie a “Vetëvendosje”, un movimento/partito nazionalista di sinistra (secondo gli standard dell’Europa occidentale potrebbe essere considerato di estrema sinistra), l’unica vera opposizione esistente in Kosova, promotore di iniziative radicali e di tattiche di piazza “muscolose”, che ha avuto più del 12% dei suffragi alle elezioni del dicembre 2010, nonostante numerose irregolarità e brogli; in Macedonia grazie al Partito social-democratico, entusiasticamente filocapitalista e interno alle logiche delle oligarchie che governano gli altri paesi, ma che si trova contrapposto al governo del VMRO, una forza politica di destra estremamente autoritaria. La società macedone (dove i diritti dell’importante minoranza albanese vengono costantemente messi in discussione o negati) è, tra quelle qui prese in considerazione, quella con livelli di violenza maggiori, sia nella vita sociale quotidiana, sia nelle manifestazioni politiche.

8) Le ondate di mobilitazioni più ampie e radicali per quattro paesi si sono succedute dall’estate del 2009 alla primavera del 2012, mentre per gli altri quattro si sono concentrate nella prima metà del 2013.

Nell’estate 2009 la Serbia è letteralmente sconvolta da un’ondata di lotte operaie molto radicali, con un ruolo marginale dei sindacati, che si oppongono alle privatizzazioni, alle chiusure delle fabbriche, per ottenere i salari non pagati da mesi. Circa 30mila lavoratori si mobilitano e vengono create embrionali strutture autorganizzate. Il movimento si conclude con una sostanziale sconfitta: il fragile governo uscito dalle elezioni dell’anno prima (“europeisti” alleati al partito che era di Milosevic) riesce a reggere la tempesta sociale. Nell’autunno 2010 – inverno 2010-2011 è la Macedonia a conoscere un’eccezionale ondata di mobilitazioni antigovernative organizzate dal Partito social-democratico: più di 70mila persone si mobilitano in tutto il paese, ma il governo del VMRO non cede. Questa mobilitazione si incrocia con quella molto radicale dei coltivatori di tabacco: 10mila persone in una dimostrazione di forza bloccano per molte ore tutte le strade di accesso a Skopje, e il giorno dopo bersagliano la sede del parlamento con sassi e petardi, con successivi pesanti scontri con le forze di polizia. Dal febbraio 2011 si ha la grande ondata croata: si succedono innumerevoli manifestazioni, spontanee e inattese, in tutto il paese fino a maggio. Si chiedono le dimissioni del governo, e le denunce della corruzione si incrociano con le mobilitazioni dei lavoratori a difesa dei posti di lavoro (minacciati dalle privatizzazioni preannunciate) e per il pagamento dei salari non pagati da mesi, e con quelle degli agricoltori. A Zagabria le manifestazioni più partecipate arrivano a 15mila persone. Le manifestazioni si protraggono fino a maggio, ma il governo di destra non si dimette; tuttavia alle elezioni del dicembre successivo il partito di destra viene pesantemente sconfitto, perdendo più del 35% del suo elettorato. Infine nell’inverno 2011-2012 inizia il terremoto montenegrino, l’unico tra quelli dei paesi che consideriamo che possa essere paragonato per ampiezza a quello bulgaro (probabilmente è stato anche maggiore). Da novembre 2011 iniziano una serie di manifestazioni studentesche e di protesta contro gli aumenti delle bollette elettriche: nel corso delle settimane diventano manifestazioni che contestano il governo, la sua corruzione, le privatizzazioni fatte e in programma, reclamano i salari non pagati e  l’arresto del “padre padrone” del Montenegro, Milo Djukanovic, e così via. Le manifestazioni hanno, in alcuni periodi, cadenza settimanale, proseguono fino a giugno, e sono indette dalle organizzazioni studentesche, dal sindacato e dall’ong MANS (la cui responsabile, Vanja Ćalović, diventa l’immagine-simbolo della protesta): si arriva fino a 15mila persone che è una cifra oceanica considerando che il Montenegro ha solo 600mila abitanti, e la sua capitale Podgorica ne ha meno di 140mila. A giugno il governo si dimette: ma alle successive elezioni a ottobre Djukanovic vince ancora: da dicembre 2012 è di nuovo primo ministro.

Tra il novembre 2012 e il febbraio 2013 si sviluppa il movimento sloveno. Nasce con mobilitazioni a Maribor, per le dimissioni del sindaco corrotto, e si sviluppa spontaneamente nel resto del paese via social networks: vengono richieste le dimissioni del governo di destra e la fine delle politiche di austerità. Il sindacato si inserisce nelle proteste, e indice uno sciopero generale del pubblico impiego. Attraverso la Slovenia si arriva a più di 25mila persone in piazza contemporaneamente. Il governo si ritrova in minoranza, e il primo ministro è costretto alle dimissioni a marzo. In primavera è il turno, più o meno in contemporanea, della Federazione di Bosnia-Hercegovina, Republika Srpksa e Kosova: nel primo la scintilla che fa scoppiare le proteste è il malgoverno, la abissale inefficenza della casta politica al potere – si arriva fino a 10mila persone che manifestano a Sarajevo; nel secondo sono gli studenti che formano l’asse delle mobilitazioni, e Banja Luka vede manifestare fino a 1.500 persone; nel terzo la scintilla sono gli aumenti delle bollette elettriche, e le tematiche via via si allargano – a protestare a Pristina sono “alcune migliaia” di persone. Nella Federazione di BH le manifestazioni sono convocate via social networks, nella Republika Srpska sono attive organizzazioni studentesche, in Kosova le manifestazioni sono state promosse da un cartello di ong.

9) I paesi qui considerati sono stati tutti pesantemente colpiti dalla crisi economica internazionale iniziata nel 2008: deindustrializzazione, diretta o per il tramite di privatizzazioni finalizzate solo alla chiusura degli impianti, tagli drastici nei bilanci statali, dipendenza accresciuta dall’estero. Le oligarchie al potere proseguono come nel passato, nell’unico modo in cui sanno “governare”: per il tramite di speculazioni, corruzione, legami con la criminalità, e sempre servili nei confronti dei potenti stranieri.

Le popolazioni colpite hanno reagito, cercando di difendersi da continui attacchi. La novità di questi ultimi cinque anni è che vengono ingaggiate vere e proprie lotte a livello nazionale, vengono ingaggiati dei “bracci di ferro” con le controparti. Settori di massa si riappropriano della politica in prima persona per la prima volta. E’ passato il tempo di manifestazioni di una sola giornata, dal valore solo simbolico, come dimostrazione di una forza che non verrà mai usata. Ora si manifesta per settimane, per mesi; ora si usano metodi di lotta più o meno radicali, nelle strade e nelle piazze. Emergono una dedizione e un coraggio prima insospettati. I vari soggetti sociali scoprono cosa signica lottare sull’arena nazionale: e che qualsiasi lotta può terminare con una sconfitta, o che una vittoria si può rivelare solo apparente o momentanea, o che si può anche, davvero, vincere. L’unica cosa certa è che non si potrà tornare a casa come se nulla fosse successo.

Le oligarchie al potere sono tutte totalmente discreditate. Gli slogan contro la casta politica sono quelli più diffusi e violenti. Contro di loro si unifica tutta la popolazione, tutti i settori sociali sono coinvolti. Ma ciascuna classe, o segmento di classe, porta nella lotta la propria spontanea “visione del mondo” – e queste visioni divergono, portando a ricette divergenti. Il problema è che le varie classi, o segmenti di classe, utilizzano gli strumenti a propria disposizione, e questi ultimi sono pochi e inadatti, sindacati burocratizzati, ong, partiti, comitati e raggruppamenti estemporanei. In questo modo sia l’elaborazione delle esperienze che vengono fatte, sia l’elaborazione delle “ricette” necessarie nella situazione data, vengono ostacolate, rese difficoltose e confuse, con ingenuità, interruzioni e arretramenti. Da qui l’aspetto magmatico, talvolta politicamente confuso di queste mobilitazioni.

E’ possibile che questo sia solo l’inizio. Che un processo di lunga durata sia iniziato, in modo differenziato da paese a paese. Le mobilitazioni montenegrine sono state enormi, pur saldandosi con il ritorno dell’eterno Djukanovic; quelle slovene sono state molto importanti, Janša se ne andato, ma le politiche del nuovo governo ricalcano quelle del governo precedente; mentre negli altri paesi le potenzialità di ingresso nella vita politica delle grandi masse popolari si sono espresse ancora molto parzialmente. Gli ostacoli saranno enormi: così ad es. le forze fasciste in molti di questi paesi hanno importanti basi di massa. Modificare le organizzazioni esistenti o costruirne delle nuove sarà un processo lungo e complesso. Ma per i lavoratori e i settori popolari la posta in gioco è non soccombere nella guerra di classe oggi in corso: per questo non vi sono scorciatoie possibili.

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