EUROPA / La Bulgaria scende in piazza

di Andrea Ferrario

Durante l’anno in corso la Bulgaria è stata travolta da due ondate di proteste di massa, la prima delle quali ha portato alla caduta del governo e la seconda delle quali è ancora in corso. Le mobilitazioni del 2013, così come le loro contraddizioni, trovano le loro radici nel risveglio dell’attivismo politico ed ecologico degli ultimi cinque anni, dopo quasi un decennio di passività popolare, nonché nella difficile situazione economica e sociale del paese. Ma il “risveglio” della Bulgaria va situato anche nel contesto più ampio delle mobilitazioni popolari a livello mondiale, a cominciare dagli altri paesi balcanici, fino alla Primavera araba e Occupy, alla Turchia al Brasile.

La Bulgaria e la “transizione”: una breve panoramica

La Bulgaria è il paese più povero dell’Unione Europea e ha una popolazione di poco più di 7 milioni di abitanti, dopo avere subito un tracollo demografico rispetto alla fine degli anni ottanta, quando la popolazione era di oltre 9 milioni. Le ricchezze del paese sono concentrate nella capitale, Sofia (1,3 milioni di abitanti), e nelle altre città maggiori (Varna, Plovdiv e Burgas, che hanno una popolazione tra i 200.000 e i 400.000 abitanti). Dopo la caduta del regime comunista nel dicembre 1989 in seguito a manovre di palazzo, seguite tuttavia da grandi mobilitazioni popolari, il paese ha avviato quella che il gergo accademico e giornalistico definisce la “transizione” da un’economia socialista al regime capitalista. Dal 1990 al 1996 è stato implementato un lento processo di privatizzazione dell’economia mediante il ricorso a diversi metodi (dalle vendite mediante asta o dirette, ai voucher distribuiti alla popolazione, alla privatizzazione tramite società di “manager e lavoratori”) e le riforme economiche di tale periodo hanno portato a un disastroso calo verticale del Prodotto interno lordo, passato da 21,7 mld di dollari nel 1989 a 8,9 mld di dollari nel 1997. Le privatizzazioni e le altre riforme economiche sono state messe in atto in quegli anni principalmente da governi guidati dal Partito Socialista (BSP), gli ex comunisti, ma hanno svolto un ruolo notevole anche i governi guidati dalla destra anticomunista (SDS). Nel 1996 il governo guidato dal socialista Zhan Videnov ha portato la Bulgaria al collasso economico e a una disastrosa iperinflazione. Nel gennaio dell’anno successivo, sull’ondata di grandi manifestazioni, il governo ha dato le dimissioni e la SDS è  salita al potere, intensificando negli anni successivi il processo di privatizzazione dell’economia e coinvolgendo massicciamente anche il capitale estero, in precedenza scarsamente presente. Si è conclusa così una lunga fase di accumulazione primitiva sui generis, comunque analoga a quella della maggior parte dei paesi dell’ex blocco sovietico, che ha visto il patrimonio industriale e finanziario del paese passare con una politica di rapina nelle mani di una ristretta oligarchia nazionale. Si tratta di una classe di capitalisti legati direttamente o indirettamente alle gerarchie burocratico-manageriali, ai servizi segreti del regime comunista e alla la criminalità organizzata, nonché al grande capitale internazionale (esemplare a tale proposito il caso del settore bancario che per il 75% è nelle mani di banche estere, con l’italiana Unicredit al primo posto).

Il governo della SDS, di concerto con le organizzazioni finanziarie internazionali, ha introdotto nel 1997 in Bulgaria un regime di “currency board”, in virtù del quale la moneta nazionale, il lev, è vincolata a un cambio fisso con un’altra moneta (allora il marco tedesco, oggi l’euro), garantito dal deposito di un fondo di garanzia presso la Banca Nazionale, che rinuncia così a ogni politica monetaria. L’effetto del currency board, adottato anche da Argentina ed Estonia, che non a caso sono poi state colpite da crisi devastanti, è quello di portare a una sopravvalutazione della moneta locale che favorisce le importazioni a scapito delle esportazioni, stimolando inoltre un afflusso di capitali esteri speculativi alla ricerca di rapidi profitti che ha come riflesso un aumento dell’indebitamento interno. Inoltre, il vincolo del blocco di una notevole quota delle finanze statali nel fondo di garanzia del cambio fisso limita le disponibilità finanziarie a cui lo stato può liberamente attingere, costringendo di conseguenza i governi all’austerità fiscale e sociale. L’introduzione del currency board ha portato su questa base neoliberale a una temporanea stabilizzazione politica ed economica del paese. Dal 2001 al 2009 il paese è stato governato prima da un esecutivo guidato dall’ex zar Simeon Sakskoburggotski e dal suo partito (NDSV) e poi da una “coalizione a tre” tra socialisti, NDSV e DPS (il partito della minoranza turca). Sono stati gli anni della grande bolla: i tassi di crescita annuale del Pil sono oscillati tra il 5% e il 6%, mentre gli investimenti esteri diretti, che negli anni novanta erano stati irrisori (nel 1996, per esempio, erano pari a 0,1 miliardi di dollari), sono passati da 0,9 miliardi di dollari nel 2002 alla punta massima di 13,8 miliardi di dollari nel 2007 (per poi crollare a 2,0 miliardi nel 2012, mentre nel primo semestre del 2013 hanno registrato un ulteriore calo del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Si è trattato di investimenti che hanno riguardato in misura schiacciante il settore finanziario e quello immobiliare, tanto che negli anni della punta massima della bolla (2006-2007) il 40% circa di essi riguardava il settore immobiliare e il 25% circa quello finanziario, mentre solo poco più del 10% andava all’industria. Una delle conseguenze è che la Bulgaria per alcuni anni di seguito è stata il paese con il più alto tasso di incremento dei prezzi degli immobili a livello europeo, grazie anche ai mutui distribuiti a piene mani dalle banche. Anche l’indebitamento ha fatto balzi enormi: tra il 2003 e il 2007 quello delle aziende private è cresciuto mediamente ogni anno del 43,3% e quello dei nuclei familiari del 59,4%. Nel 2007 la Bulgaria è entrata a fare parte dell’Ue e la crisi mondiale ha colpito subito il paese in modo particolarmente duro nel 2009 (il Pil è sceso quell’anno del 5,5% per poi proseguire con incrementi molto ridotti negli anni successivi, la disoccupazione ufficiale è passata dal livello minimo del 5% toccato nel 2008 al 13% circa di oggi, mentre i prezzi degli immobili sono crollati di oltre il 50%). Le elezioni del 2009 hanno portato al potere il GERB, un partito di destra guidato da Boyko Borisov, ex guardia del corpo con forti legami con l’ex regime comunista e personaggi della criminalità organizzata. Dopo le dimissioni di Borisov in seguito alle proteste dell’inverno di quest’anno, le elezioni anticipate di maggio hanno portato in giugno alla creazione di una risicata coalizione di governo tra socialisti e DPS con il sostegno esterno degli ultranazionalisti di Ataka. Il nuovo premier è Plamen Oresharski, un esperto di finanza e neoliberista che ha cominciato la propria carriera con gli anticomunisti della SDS e da alcuni anni è diventato uomo del BSP, pur non essendo membro del partito.

Le radici delle attuali mobilitazioni

Dopo il periodo altamente instabile tra il 1990 e il 1997, anno durante il quale le ultime proteste di massa prima del “grande sonno” hanno però avuto come obiettivo essenzialmente quello di ristabilire l’ordine dopo l’iperinflazione portando al potere la destra anticomunista, nel decennio che va dal 1998 al 2007 in Bulgaria vi è stata un’assenza pressoché totale di mobilitazioni. Le cause di questo lungo periodo di passività sociale sono sicuramente numerose, e possiamo qui citare come probabili fattori la forte emarginazione sociale di settori rilevanti della popolazione (dai pensionati, alle minoranze rom e turca, ai lavoratori delle aree economicamente più depresse), la bolla economico-finanziaria che, soprattutto nei grandi centri urbani, ha consentito un illusorio e temporaneo aumento dei redditi di alcuni strati della popolazione, l’assenza di strutture sindacali autentiche (i due grandi sindacati, Knsb e Podkrepa, sono semplici cinghie di trasmissione del potere politico ed economico, i cui leader sono spesso al contempo affaristi), la propaganda mediatica e, non ultima, la paura diffusa tra la popolazione dai metodi violenti delle strutture della criminalità organizzata strettamente legate al grande capitale e agli apparati di potere.

Il primo segno di risveglio è stato il grande e lungo sciopero nazionale autorganizzato degli insegnanti durato dal 15 settembre al 26 ottobre 2007, con una richiesta di aumenti salariali del 100% e all’insegna dello slogan “Per un lavoro dignitoso e stipendi dignitosi”. In Bulgaria gli stipendi degli insegnanti sono da fame e il sistema scolastico è stato messo in ginocchio dalle riforme neoliberiste. Lo sciopero si è concluso con un insuccesso, cioè con aumenti salariali pressoché irrilevanti e senza alcuna misura per migliorare le condizioni disastrose della scuola, ma si è trattato di una mobilitazione che ha rotto il ghiaccio e, portando decine di migliaia di lavoratori e altre persone solidali nelle strade, ha dimostrato che ribellarsi e organizzarsi in autonomia è possibile. E’ significativo che l’esponente politico che in quell’occasione più duramente si è battuto contro lo sciopero, l’allora ministro delle finanze del governo a guida socialista Plamen Oresharski, sia oggi il primo ministro di cui le manifestazioni attualmente in corso chiedono le dimissioni. Nel 2008 sono state numerose le piccole mobilitazioni ecologiste, mentre nel gennaio 2009 per alcuni giorni alcune migliaia di persone (studenti, ecologisti, agricoltori) hanno manifestato contro il governo, la sua corruzione e i suoi metodi mafiosi assediando il parlamento a Sofia. Nei mesi di febbraio e marzo 2011 centinaia di persone hanno manifestato in tutto il paese contro gli aumenti del prezzo della benzina e i monopoli energetici: i numeri erano piccoli, ma la portata era nazionale. Nell’autunno 2011 e fino al gennaio 2012 migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro i progetti di estrazione del gas di scisto. Nel febbraio 2012 nelle maggiori città del paese si sono svolte proteste contro la prevista adesione della Bulgaria al trattato internazionale ACTA: a Sofia, in particolare, sono scese in piazza circa 10.000 persone. Tra il maggio e il luglio del 2012 a Varna migliaia di persone hanno manifestato per difendere un parco cittadino minacciato dalla speculazione immobiliare, con un’azione di “Occupy” del municipio e un parziale successo finale. La mobilitazione più clamorosa, anche perché terminata con un pieno successo, è stata però quella del giugno 2012 contro l’approvazione da parte del governo di destra di Boyko Borisov di una legge sulle aree forestali confezionata su misura per un affarista vicino all’esecutivo e che avrebbe consentito la cementificazione di parte del Vitosha, la montagna parco nazionale che sovrasta la capitale Sofia. Le manifestazioni, partite con alcune centinaia di partecipanti, sono aumentate fino a coinvolgere migliaia di persone sfociando nel blocco di Orlov Most, il principale incrocio nevralgico della città (nelle manifestazioni degli ultimi mesi Orlov Most è stato occupato praticamente ogni giorno). Il governo, spaventato, ha rinunciato alla ratifica della legge già approvata. Il successo di questa mobilitazione popolare dell’estate 2012 ha sicuramente contribuito a diffondere la “cultura della protesta” esplosa poi l’anno successivo.

Le due ondate di manifestazioni del 2013

La prima ondata

Nel gennaio scorso i bulgari si sono visti inaspettatamente recapitare bollette dell’elettricità e del riscaldamento con aumenti netti delle tariffe, gonfiate giocando abilmente sul complesso sistema per la loro determinazione. Il settore della distribuzione dell’energia, privatizzato negli anni 2000, è gestito da tre monopoli esteri che si spartiscono tre macroregioni: la tedesca E.on (alla quale poi è subentrata la ceca Energo Pro), la ceca Cez e l’austriaca Evn, ai quali lo stato garantisce un profitto minimo. In un paese in cui lo stipendio medio è di circa 300 euro al mese gli aumenti hanno precipitato la maggioranza della popolazione in una situazione drammatica. Si sono formati così comitati spontanei in tutto il paese, con presidi nelle piazze e roghi di bollette. Le mobilitazioni sono partite prima dalle città di provincia per poi allargarsi progressivamente anche ai maggiori centri urbani. A inizio febbraio le manifestazioni acquisiscono un carattere di massa e coprono l’intera Bulgaria con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. Sono state formulate le prime richieste concrete, come l’eliminazione dei monopoli energetici privati (alcuni ne richiedono la nazionalizzazione, altri invece vogliono la liberalizzazione del settore), l’abolizione del segreto sui contratti energetici e l’approvazione di modifiche costituzionali che aprano maggiore spazio, anche in parlamento, alle organizzazioni di base (ma c’è stata anche una minoranza che ha chiesto l’introduzione di un sistema maggioritario puro). Le manifestazioni di Varna, e poi anche quelle di Sofia, hanno preso di mira tra gli altri il gruppo industriale-finanziario TIM, il cui volume d’affari è pari a circa il 10% del Pil nazionale, mentre sono molti i cartelli e gli striscioni contro Tsvetan Vasilev, padrone della Korporativna Targovska Banka, il nucleo di un impero finanziario da sempre amico dei governi indipendentemente dal loro colore. Si tratta di una svolta di grande portata, perché fino ad allora nessuno in Bulgaria aveva osato protestare apertamente e nominandoli esplicitamente contro i grandi capitalisti, legati tra l’altro spesso a una criminalità organizzata particolarmente violenta. Il 18 febbraio nel corso della manifestazione che si svolge a Sofia ci sono duri scontri tra la polizia e i manifestanti e la sera dello stesso giorno si dimette il ministro delle finanze Simeon Dyankov. A febbraio cominciano anche i primi tragici casi di persone che si bruciano vive per protesta o per disperazione. Il primo è un disoccupato di 26 anni, Trayan Marechkov, e i roghi umani proseguiranno fino a marzo, per un totale di cinque casi, ma il caso che più scuote la Bulgaria è quello di Plamen Goranov, 36 anni, un attivista che aveva partecipato alle manifestazioni di Varna e aveva denunciato pubblicamente la TIM e il sindaco Kiril Yordanov. Varna è stata anche la città dove le mobilitazioni sono state più radicali e più partecipate in rapporto alla popolazione. Il 20 febbraio sera, dopo che Plamen si era bruciato vivo (morirà poi il 3 marzo), il premier Borisov dà le dimissioni. Si tratta di una mossa calcolata, perché incombevano ormai le elezioni parlamentari, previste per luglio, e il governo non poteva permettersi di arrivare al voto con  mezza Bulgaria che protestava nelle piazze e con il moltiplicarsi dei roghi umani. Il movimento di protesta chiede però che il parlamento non si sciolga e rimanga invece temporaneamente in carica per approvare misure contro i monopoli energetici e per la democratizzazione del sistema elettorale. Il 24 febbraio a Sofia si svolge una manifestazione enorme, almeno 100.000 persone, e lo stesso vale per Varna e altre città. La successiva domenica di protesta, il 3 marzo, coincide con la festa nazionale e a Sofia, a differenza di Varna, il corteo è meno partecipato e riescono a penetrarvi organizzazioni di estrema destra, fino ad allora tenute fuori dalle manifestazioni. Il presidente della repubblica Rosen Plevneliev, ignorando le richieste della piazza, riesce a fare approvare un governo tecnico di transizione che porterà il paese a elezioni anticipate (di poco) al 12 maggio. Le mobilitazioni si riducono in breve al lumicino e terminano.

La seconda ondata

Le elezioni di maggio vedono innanzitutto un’astensione senza precedenti (vota il 51% degli aventi diritto al voto, e un quarto di chi è andato alle urne ha votato per partiti che non hanno superato lo sbarramento del 4% – in pratica il parlamento ha una rappresentatività inferiore al 40%). GERB inaspettatamente è primo con circa il 30% dei voti, i socialisti seguono con il 26%, il partito della minoranza turca DPS con l’11%, gli ultranazionalisti di Ataka con il 7%. A inizio giugno si forma un governo di coalizione Socialisti-DPS che conta su 120 deputati su 240 ed è in grado di sopravvivere solo grazie al sostegno esterno di Ataka. Premier è il già menzionato Plamen Oresharski. Il nuovo esecutivo commette subito un clamoroso passo falso: il 13 giugno, a meno di due settimane dall’entrata in carica, unifica i servizi segreti con l’agenzia per la lotta alla criminalità organizzata e nomina a capo della nuova “super-agenzia” Delian Peevski, un personaggio impresentabile legato direttamente a imperi bancari e a holding mediatiche in odore di mafia. Una manifestazione spontanea indetta su Facebook raccoglie inaspettatamente a Sofia la sera stessa 15.000 persone, il giorno dopo il doppio e due giorni dopo si arriva a 50.000 – il governo, nel panico, ritira in breve la nomina. Ma le manifestazioni proseguono con un’incredibile cadenza quotidiana, ogni sera dopo la fine dell’orario di lavoro, e sono partecipate da decine di migliaia di persone che scandiscono slogan contro l’oligarchia e il governo Oresharski (soprannominato per l’occasione “Oligarski”), chiedendone le dimissioni. Gli slogan più scanditi sono “Dimissioni” e “Rossi immondizia”. Con il passare delle settimane si moltiplicano gli slogan e i cartelli anticomunisti e contemporaneamente diminuisce la partecipazione, che ad agosto scende fino ad alcune centinaia di persone. La speranza di un riaccendersi delle proteste a partire da settembre non si concretizza e fino a oggi continuano a tenersi quotidianamente, ma con una partecipazione di 100-500 persone. A differenza che in inverno durante le proteste estive non viene avanzata nessuna rivendicazione in campo economico o di maggiore democraticità concreta delle istituzioni, né vengono denunciate esplicitamente le malefatte di concreti gruppi finanziari o industriali. E sempre a differenza che in inverno, le manifestazioni estive si svolgono esclusivamente nella capitale Sofia, mentre il resto del paese rimane fermo.

Il contesto mondiale e le differenze tra le due ondate di mobilitazioni del 2013

Il contesto mondiale

Fin qui abbiamo affrontato esclusivamente gli aspetti interni delle mobilitazioni bulgare di quest’anno e del loro contesto. Ma vale la pena di rilevare che le stesse si situano evidentemente nel più ampio contesto mondiale di mobilitazioni di massa che si è creato a partire dal 2011 con la primavera araba e il reintensificarsi della crisi economica mondiale. Le caratteristiche che rendono le manifestazioni in Bulgaria simili alle altre svoltesi in tutto il mondo durante tale periodo sono svariate. Innanzitutto, come altrove, si tratta di manifestazioni spontanee e inattese per la loro portata e combattività. E come per altre mobilitazioni analoghe a livello mondiale si tratta di manifestazioni che non hanno nessun soggetto politico egemone al loro interno o nel ruolo di organizzatore e nel caso della Bulgaria si può addirittura affermare che non vi è stato, né in inverno, né in estate, alcun soggetto visibile. Come nella quasi totalità delle altre mobilitazioni a livello mondiale è sfuggente anche il loro profilo di classe, visto che hanno coinvolto proletari, colletti bianchi e piccola borghesia in proporzioni difficilmente definibili, anche se in Bulgaria nella seconda ondata estiva la partecipazione si è quasi subito limitata agli ultimi due gruppi. Infine, le proteste estive si sono svolte in Bulgaria in contemporanea con quelle nella non lontana Istanbul e con quelle in Brasile.

Le differenze tra le due ondate di manifestazioni in Bulgaria

Le mobilitazioni invernali e quelle estive hanno sicuramente in comune la caratteristica di essere spontanee e autorganizzate. Inoltre, le due ondate di manifestazioni sono chiaramente legate l’una all’altra sia per la vicinanza temporale sia per la comune espressione di una forte insofferenza nei confronti del ceto politico. A livello soprattutto giornalistico, ma anche politico, in Bulgaria viene sempre più di frequente ripetuta la tesi secondo cui le mobilitazioni, e in particolare quelle estive, avrebbero come attore principale (se non addirittura esclusivo, secondo molti) la cosiddetta “classe media”, una tesi che viene diffusa a piene mani anche in relazione alle altre mobilitazioni degli ultimi tre anni a livello mondiale. Il concetto di classe media è fuorviante in un contesto come questo, tuttavia, perché le analisi che cercano di definirla in qualche modo (tra l’altro rare) si basano su puri elementi statistici legati a fasce di reddito, nella maggior parte dei casi molto ampie, che non sono in grado di spiegare quali fattori esattamente spingano masse molto composite a scendere in piazza. Si tratta inoltre di un concetto altamente ideologico, spesso utilizzato per cercare di occultare le differenze tra proletariato, piccola borghesia e borghesia allo scopo di preservare l’egemonia di quest’ultima. Questo articolo non è certo la sede giusta per trattare un tema così vasto e complesso, e pertanto al fine di orientarci ci limiteremo a un tentativo di individuare le principali differenze tra le due ondate di mobilitazioni, differenze notevoli a parere di chi scrive. Si tratta di un esercizio che può essere utile anche alla luce del fatto che in termini di durata temporale le proteste in Bulgaria detengono attualmente il record nell’ondata mondiale di mobilitazioni, fatta eccezione naturalmente per le rivoluzioni arabe.

Le due differenze più evidenti sono le seguenti: 1) le manifestazioni invernali hanno avuto origine da un problema materiale, il caro bollette, mentre quelle estive da un problema politico, la nomina ai vertici della sicurezza di un personaggio inqualificabile; 2) le manifestazioni invernali hanno coinvolto in maniera massiccia tutto il paese, e in alcuni momenti Varna ha addirittura superato Sofia sia per numeri sia per radicalità, mentre le manifestazioni estive riguardano esclusivamente la capitale.

Vi sono poi altre differenze, meno nette o sulle quali è più difficile esprimere valutazioni precise. Le affrontiamo qui di seguito.

Il profilo delle mobilitazioni invernali

Le manifestazioni invernali hanno avuto una partecipazione molto composita. Ai cortei partecipavano giovani, persone di media età e anziani. Era evidente anche la compresenza di persone “integrate” ed altre “emarginate”. Giudicando da cartelli, striscioni e slogan, erano presenti persone di destra, di sinistra e indefinibili (questi ultimi in schiacciante maggioranza), ed era difficile stabilire se la maggior parte della gente fosse preoccupata maggiormente da aspetti politici o economici, entrambi fortemente presenti. Le forze di estrema destra organizzate, come Ataka e Vmro, sono state tenute fuori dai cortei (la Vmro però è riuscita a penetrare nell’ultimo disordinato corteo di Sofia nel giorno della festa nazionale del 3 marzo), tuttavia all’interno c’era una presenza nettamente minoritaria, ma visibile, di ambienti loro contigui, principalmente ultras del calcio. Per quanto poco seguito dai manifestanti, c’era un furgone con altoparlanti dal quale sono stati tenuti discorsi (anche di destra e razzisti) da parte di autoproclamati leader, che tuttavia non hanno avuto alcun ruolo rilevante. Va però anche notato che in inverno alcuni gruppi di rom avevano formulato la loro intenzione di prendere parte alle proteste – un fatto di per se stesso “rivoluzionario” in un paese in cui questa ampia fetta della popolazione bulgara (circa il 10%) è totalmente emarginata e oggetto di un razzismo di massa. L’idea di prendere parte alle manifestazioni non si è poi concretizzata, ma i rom nel momento più alto delle proteste hanno comunque partecipato “parallelamente” alle proteste con alcuni piccoli cortei separati e blocchi stradali. Con il progredire delle proteste, poi, sono state avanzate richieste concrete, come la cancellazione dei monopoli energetici o la loro nazionalizzazione e l’approvazione di norme che aprissero spazi alle organizzazioni civiche di base. Ci sono state anche mobilitazioni contigue, come le proteste degli studenti universitari contro l’aumento delle rette, conclusesi con un successo. Le proteste invernali hanno preso esplicitamente di mira, chiamandoli per nome, gli oligarchi del capitalismo nazionale come la TIM e il banchiere Tsvetan Vasilev (le proteste quindi hanno attaccato esplicitamente allo stesso tempo i monopoli energetici esteri e il grande capitale locale). Alla fine le mobilitazioni invernali qualche risultato lo hanno ottenuto (revisione delle tariffe energetiche, dimissioni del governo e apertura di una nuova fase politica, per quanto contradditoria). In inverno infine i media si sono divisi riguardo alle proteste: molti hanno accolto con favore che si scendesse in piazza contro le autorità politiche, ma quasi tutti hanno liquidato il movimento per la sua confusione, per la sua supposta ingenuità e, indirettamente, per essere troppo “straccione”. Le masse scese in piazza comunque sono riuscite a non farsi imporre una linea dai media.

Il profilo delle proteste estive

Le manifestazioni estive, a differenza di quelle invernali, hanno avuto, e continuano ad avere, un’incredibile cadenza quotidiana fin dal loro primo giorno. Se nel mese di giugno e fino a inizio luglio la partecipazione è stata di massa (dell’ordine delle decine di migliaia di persone), successivamente le proteste si sono notevolmente ridotte, passando prima a qualche migliaia di partecipanti e poi ad alcune centinaia. Rispetto all’inverno, c’è una scarsissima partecipazione di persone anziane o dall’aspetto esteriore chiaramente povero o “emarginato”. L’unica richiesta che viene avanzata in modo visibile è quella delle dimissioni del governo, parallelamente a slogan contro un’oligarchia i cui esponenti non vengono però mai nominati a chiare lettere, se non in una delle sue tante impersonificazioni, quella del governo socialista (che è oligarchico a tutti gli effetti, ma è solo una delle varie lobby che fanno gli interessi dell’oligarchia, cioè del grande capitale responsabile del disastro economico e sociale del paese). Predominano nettamente gli slogan anticomunisti (da “Rossi immondizia” a “Chi non salta un comunista è” e alla patetica canzone inizio anni novanta “Io non sono un comunista”). Naturalmente in un paese come la Bulgaria in cui la “transizione”, con le sue politiche di rapina economica, è avvenuta principalmente sotto la guida dei socialisti (ex comunisti), questi slogan hanno un significato ben diverso da quello che potrebbero avere in Italia, ma vista l’assenza di ogni altro discorso o rivendicazione rispetto a quelli citati sopra, sono un chiaro indice di una posizione genericamente di destra o come minimo reticente. Un aspetto reso ancora più marcato dal progressivo incremento degli slogan e delle azioni che riprendono pari passo le proteste del 1997 o addirittura dell’inizio degli anni novanta, riguardo alle quali si dimentica che, pure con il loro slancio positivo, hanno aperto la strada alle attuali politiche neoliberali e al consolidamento del sistema oligarchico. Inoltre in estate, a differenza che in inverno, non solo le manifestazioni non hanno mai preso di mira il capitale estero, ma a inizio luglio i cortei hanno addirittura accolto con entusiasmo il sostegno formulato a chiare lettere dall’ambasciatore francese e da quello tedesco, deviando il loro percorso per rendere omaggio alle rispettive ambasciate e oggi la Bulgaria è l’unico paese d’Europa in cui si scende in piazza sventolando bandiere dell’Ue, un’organizzazione non certo estranea ai modelli oligarchici e oggetto di aspre proteste in tutto il resto del continente. In realtà, come si è reso chiaro poco dopo, la mossa degli ambasciatori rientrava nelle manovre politiche sotterranee messe in atto da Bruxelles nei confronti dei socialisti e di GERB per spingerli verso una grande coalizione che calmasse le acque: l’Ue non ha mai avuto problemi a convivere con le oligarchie e quello che teme veramente sono invece l’instabilità e le proteste di massa. Già a giugno comunque molti media bulgari, e in particolare quelli del gruppo dell’oligarca “liberal” Ivo Prokopiev (emigrato a Singapore lasciando in Bulgaria 100 milioni di euro di debiti), avevano cercato di manipolare le mobilitazioni lodando i manifestanti dei cortei estivi come i “belli, intelligenti che hanno i soldi per pagare le bollette, ma non ne possono più della corruzione” e mettendoli in contrapposizione con le persone scese in piazza in inverno. In buona parte hanno avuto successo e le proteste, per debolezza politica o per compiacenza, si sono lasciate imporre un’immagine e un profilo politico dall’esterno. Infine, la cadenza quotidiana delle proteste poteva avere un senso all’inizio, per creare una forza d’urto che spingesse il governo a dimissioni immediate, ma ora, mancato l’obiettivo sul breve termine, rischia di tenere fuori chi ha ben altre gatte da pelare che andare ogni sera in centro per quella che assomiglia sempre più a una passeggiata. Anche il carattere “creativo” sempre più presente in forme che ne testimoniano la natura puramente intellettuale, per quanto fantasioso e a volte divertente, rischia di avere lo stesso effetto e di portare all’isolamento sociale delle manifestazioni. A questo proposito è stata una clamorosa gaffe l’idea di organizzare a fine luglio una finta spiaggia con ombrelloni e manifestanti in costume da bagno sulle sdraio di fronte al parlamento, negli stessi giorni in cui il paese era rimasto profondamente colpito dalla strage verificatasi in una miniera (tra l’altro legata al gruppo di un’oligarca) in cui erano morti per assoluto disprezzo delle norme di sicurezza da parte dei padroni quattro minatori che ricevevano uno stipendio di appena 250 euro al mese, ai quali i cortei estivi non hanno dedicato né uno slogan né uno striscione.

Conclusioni

Il governo Oresharski finora non ha avuto particolari difficoltà a rifiutare le dimissioni richieste dalle manifestazioni estive. Quelle invernali hanno portato alle dimissioni di Borisov, quindi a un risultato minimo, ma la mossa dell’ormai ex premier si è rivelata un bluff dopo la nomina del governo tecnico e l’anticipo delle elezioni a maggio. C’è quindi una dismisura tra l’entità delle mobilitazioni e la loro durata, da una parte, e gli effetti pratici ottenuti, dall’altra. A nostro parere le mobilitazioni estive rappresentano una forte involuzione rispetto a quelle invernali, per i motivi citati sopra. A giugno le cose avrebbero ancora potuto evolversi in altro modo, ma nel giro di qualche settimana le manifestazioni sono sprofondate sempre più in una sterile autocompiacenza, nell’incapacità di prendere atto che i problemi della Bulgaria non si limitano al suo governo, nonché in un’imbarazzante timidezza nel nominare tutti i responsabili del disastro del paese, ivi compresi i grandi capitalisti. Insomma, per parafrasare uno scritto satirico dell’autore ceco Jaroslav Hasek, oggi appaiono sempre più come “proteste per il progresso moderato nei limiti della legge”, laddove la legge è quella della stessa oligarchia contro la quale si protesta. Il ruolo di primo piano che la piccola borghesia e i colletti bianchi hanno avuto nelle due ondate di proteste può in parte spiegare l’involuzione delle mobilitazioni e la paura nell’avanzare in estate rivendicazioni più vaste e concrete. Si tratta di strati sociali che in buona parte durante gli anni duemila hanno tratto notevoli vantaggi materiali dalla bolla economica e ora, dopo il brusco risveglio, sono impauriti e vivono nel sogno di una “normalità europea” che non esiste da nessuna parte, e tanto meno può esistere in un paese della periferia capitalista come la Bulgaria. L’impossibilità di riconoscerlo porta all’autocensura sui reali problemi economici e sociali e ad aggrapparsi a un’ormai inesistente dicotomia comunisti/anticomunisti, con la conseguente unica richiesta delle dimissioni del governo “comunista” (la cui politica in realtà, se si giudica sulla base del concreto, è univocamente neoliberista e di destra). Quanto all’attuale “silenzio estivo” della classe lavoratrice e degli strati più poveri, presenti in maniera evidente in inverno, i motivi vanno cercati probabilmente nella loro forte frammentazione sociale e geografica, nella già citata assenza di strutture sindacali reali, nella situazione economica spesso fatta di pura disperazione (ne sono testimonianza i casi delle persone bruciatesi vive, che hanno riguardato esclusivamente le mobilitazioni invernali), e nella mancanza di proprie tradizioni di lotta recenti alle quali richiamarsi – in Bulgaria assenti dal regime monarco-fascista della metà degli anni trenta fino all’inizio degli anni novanta, mentre nel ventennio che ha preceduto l’attuale risveglio le mobilitazioni hanno riguardato principalmente le lotte tra fazioni politiche. Su questo sfondo, il fatto che dopo lo scoppio per ora ci sia di nuovo silenzio non suona poi così strano. Quello che è sicuro è però che con il 2013 si è chiusa un’epoca. La gestazione di quella nuova sarà forse lunga (o forse no), ma nessun governo od oligarca bulgaro potrà più contare sulla passività della popolazione e sull’impunità garantita, così come non potrà contare su un contesto di economia gonfiata dalla bolla mondiale.

Fonti: oltre ai principali media bulgari (24 chasa, Sega, Dnevnik, Offnews, Kapital, Banker, Btv, Bnt e altri), ho attinto anche alle discussioni in Facebook e in vari blog, alla partecipazione in prima persona alle mobilitazioni e alle discussioni con numerose persone che hanno partecipato alle stesse. Particolarmente utili sono stati gli articoli pubblicati dal sito LeftEast (http://www.criticatac.ro/lefteast/). Per il contesto storico ed economico ho utilizzato anche: E. Kalinova, I. Baeva, “Bulgarskite prehodi 1939-2010” [“Le transizioni bulgare 1939-2010”], Sofia, 2010; Autori Vari, “Mrezhite na prehoda – Kakvo vsashtnost se sluchi v Bulgaria sled 1989 g.” [“Le reti della transizione – Cosa è effettivamente successo in Bulgaria dopo il 1989”], Sofia, 2008; M. N. Ivanova, “Growing through Debt and Inflation: An Inquiry into the Esoteric and Exoteric Aspects of Bulgaria’s Currency Board”, Debatte, agosto 2009. I dati relativi al Pil e agli investimenti esteri diretti hanno come fonte la Banca Mondiale.

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