NORD AMERICA / USA: Si intensificano le lotte sociali – Salari bassi, lavoro precario

Negli Stati Uniti è in atto un forte risveglio dell’attivismo sociale, dagli scioperi nei fast food fino alle mobilitazioni contro l’austerità in molte città americane, prima fra tutte Chicago. Intanto, dopo decenni di compressione dei salari, il lavoro precario aumenta e calano gli occupati.

Si intensificano le lotte sociali

Il 29 agosto si è svolto con successo il primo sciopero nazionale dei lavoratori dei fast food. La mobilitazione fa seguito al precedente sciopero del novembre scorso, che aveva coinvolto circa 200 lavoratori del settore a New York e successivamente era stato seguito da altri scioperi. Questa volta secondo gli organizzatori i punti di vendita coinvolti sono stati 1.000 in un totale di 58 città, molte delle quali di piccole dimensioni. Si tratta di un successo per un settore in cui non opera alcuna organizzazione sindacale e in cui i lavoratori che scioperano rischiano il licenziamento. Le due richieste principali avanzate sono la libertà di organizzarsi sindacalmente e l’aumento della paga oraria a 15 dollari, cioè il doppio dello stipendio minimo federale (7,25 dollari) e molto di più della proposta dei democratici di aumentarlo a 9 dollari. E’ significativo che lo sciopero sia avvenuto in un momento in cui la moderata ripresa economica si basa proprio in larga parte sui settori con manodopera a bassa retribuzione. La SEIU, il sindacato che rappresenta 2 milioni di lavoratori della sanità, dell’educazione e di altri settori dei servizi, ha dato il suo supporto, principalmente mediante campagne pubblicitarie costate due milioni di dollari.

Il settore dei fast food ha un giro d’affari annuo di 200 miliardi di dollari, mentre quello più generale della vendita al dettaglio addirittura di 4,7 trilioni. Ma chi lavora in questi campi, e in particolare i 200.000 dipendenti del settore dei fast food, il più delle volte viene retribuito con il salario orario minimo o poco di più. L’età media dei lavoratori non è più così giovane come un tempo – attualmente è di 28 anni e più di un quarto dei lavoratori ha figli a carico – mentre il turnover rimane altissimo, a circa il 75%. Gli adolescenti sono ormai solo il 16% degli occupati del settore dei fast food, mentre dieci anni fa erano il 25%.  La situazione in cui si trovano i lavoratori delle catene di fast food è complessa, perché la maggior parte di queste ultime è organizzata in base a un sistema di franchising, nel quale i punti di vendita sono formalmente di proprietà di un piccolo padrone locale, ma i prezzi di vendita, e le royalty che vanno pagate ai detentori del marchio, vengono decisi centralmente. McDonald’s per esempio, scrive Le Monde, grazie a questo sistema di franchising riesce a fare convivere il fatto di essere un’azienda che a Wall Street pesa 95 miliardi di dollari con condizioni di lavoro nei punti di vendita che sono simili a quelle di una microimpresa. Da un punto di vista legale le rivendicazioni di chi sciopera riguardano i piccoli concessionari del franchising, scrive il quotidiano francese, ma in realtà la soluzione è nelle mani di McDonald’s e delle altre grandi catene.

Secondo il SEIU ci sarebbe una strategia per aggirare l’ostacolo: spingere da una parte le grandi aziende del settore, in particolare McDonald’s, Burger King e Wendy, a giungere a un accordo con il quale le stesse si dovrebbero assumere i costi di un miglioramento delle condizioni di lavoro nei propri fast food, dall’altra cercare di fare approvare a livello locale leggi per un salario minimo nel settore privato, in particolare mediante lo svolgimento di referendum. Come riferisce il sito “In These Times”, alcuni attivisti hanno però criticato il SEIU per essere in genere troppo accomodante nelle sue trattative, come è accaduto per esempio nel 2007 quando il sindacato è giunta ad accordi segreti che proteggevano solo i lavoratori di alcune strutture sanitarie di Seattle, lasciandone fuori altre, e accettando inoltre di non cercare di organizzare sindacalmente più della metà dei dipendenti delle strutture non ancora sindacalizzate. Inoltre vengono criticati anche i metodi principalmente mediatici adottati per lo sciopero nei fast food, secondo alcuni mirati principalmente a ottenere nuovi iscritti. Secondo altri attivisti però la campagna, nonostante alcuni metodi da pubbliche relazioni, può ottenere risultati concreti migliorando i salari dei lavoratori dei fast food, e più in generale le condizioni in cui gli stessi lavorano, aprendo così la strada a una maggiore autorganizzazione dal basso. I riflessi che ciò potrebbe avere più in generale sono testimoniati dalla grande eco avuta dallo scioperò del 29 agosto tra i lavoratori a basso salario di altri settori dei servizi. E non va dimenticato che lo sciopero nei fast food fa seguito alle prime vaste mobilitazioni nella più grande catena di supermercati degli Usa, Walmart, dove le rivendicazioni sono analoghe. Walmart tra l’altro ha licenziato in giugno venti lavoratori che avevano scioperato nei mesi precedenti, comminando inoltre sanzioni disciplinari a decine di altri dipendenti. Altri nove lavoratori di Walmart sono stati arrestati ad agosto per avere organizzato un sit in di fronte alla sede centrale dell’azienda chiedendo il reintegro dei loro colleghi e ora il gruppo sindacale OUR Walmart minaccia altre azioni di sciopero.

Sempre “In These Times” richiama l’attenzione sull’intensificarsi degli scioperi, il più delle volte conclusisi con successo, al porto di Los Angeles. Gli ultimi a scioperare sono stati i camionisti di una delle aziende che operano nel porto, che sono riusciti a ottenere un miglioramento delle condizioni di lavoro e il pagamento da parte dei padroni dei contributi sociali dopo uno sciopero non preannunciato. Il loro successo ha poi spinto i lavoratori di un’altra azienda di trasporto del porto a scioperare con modalità analoghe con rivendicazioni simili. Da anni la tattica delle aziende è quella di subappaltare questo genere di lavoro a piccole società che pagano ai loro lavoratori salari da fame senza alcuna garanzia sociale. Come osserva “In These Times”, si stanno moltiplicando i casi in cui lavoratori non sindacalizzati capovolgono la tradizionale forma di lotta secondo cui prima si svolgono trattative con il supporto di organizzazioni sindacali e poi, se i negoziati si arenano, si ricorre allo sciopero, sostituendola con una tattica del “prima di tutto lo sciopero” e poi eventualmente la sindacalizzazione.

Ma il rinnovo dell’attivismo sociale e politico sta coinvolgendo tutto il paese. A Chicago, Philadelphia e Seattle ci sono state proteste di massa contro i programmi di austerità, le privatizzazioni e le pratiche antisindacali. Come scrive la rivista “The Nation”, si tratta di “movimenti che costituiscono qualcosa di più di atti di resistenza isolata. Nelle loro rivendicazioni si possono leggere i tratti di un programma politico coerente. […] La nuova ondata di proteste di strada mette in evidenza un tipo di alleanza tra lavoratori e comunità locali che sta diventando sempre meno una reazione di emergenza e sempre più una consuetudine”. Se a Seattle gli insegnanti si sono mobilitati contro l’introduzione di test di valutazione (così come più di recente i loro colleghi messicani) e a Philadelphia la gente che ha protestato è riuscita per ora a fare diminuire drasticamente i tagli al bilancio per l’educazione previsti dalle autorità locali, mentre nel North Carolina si è sviluppato un vasto movimento di disobbedienza civile contro le misure di austerità introdotte dai repubblicani, la città dove l’attivismo sociale e politico si è fatto più intenso è Chicago, dove l’anno scorso il sindaco democratico Rahm Emanuel, che tra l’altro aspira a diventar un giorno Presidente degli Stati Uniti, ha puntato sui tagli alla scuola pubblica, e in particolare sulla chiusura di cinquanta istituti, per cercare di coprire un buco di bilancio di 1 miliardo di dollari. La CTU (Chicago Teacher Union) nel settembre 2012 è riuscita a battere il sindaco con un formidabile sciopero accompagnato da una mobilitazione popolare, e da allora non ha smesso di combattere contro l’austerità e le privatizzazioni. Ma la CTU è solo la punta dell’iceberg di un movimento che ha radici più vaste. Uno dei gruppi più attivi è Arise Chicago, che combatte a favore dei lavoratori e degli immigrati e che nell’autunno 2011 ha organizzato con successo una Settimana di Azione con proteste partecipate e fantasiose contro una riunione nazionale di banchieri, ispirandosi alla tattica delle “squadre volanti”  degli scioperi alla General Motors nel 1936-1937 con la creazione di piccoli gruppi d’azione di 25 persone ciascuno. Successivamente si sono tenute riunioni per organizzare la lotta mirata a ottenere un salario minimo di 15 dollari all’ora (che ha anticipato quindi il recente sciopero nei fast food), ci sono stati scioperi nei supermercati Walmart locali, sono state organizzate altre marce contro i progetti di chiusure di scuole e, infine, si è svolto lo sciopero nei fast food. Si tratta di un processo cominciato con il movimento Occupy, che a Chicago continua a vivere in altre forme. E i successi ottenuti, oltre a quello più noto degli insegnanti, sono stati notevoli: dal ritiro della candidatura di Chicago a sede delle Olimpiadi, allo spostamento di un previsto summit del G-8, alla restituzione alla città di 15 milioni di dollari di sussidi ottenuti ingiustamente dalla Borsa delle Merci di Chicago. I motivi alla base di questi successi, secondo “The Nation”, sono “i legami di fiducia instauratisi tra una variegata comunità di attivisti, una crescente cultura della militanza che arriva a coinvolgere anche settori della ‘classe media’, insieme a capacità strategica ed entusiasmo”, fino a concludere che accanto “al Brasile, alla Bulgaria e a piazza Taksim… c’è anche Chicago”.

Salari bassi, lavoro precario

Tutto questo accade in un momento in cui negli Usa è in corso una ripresa economica incerta e dai ritmi asfittici, mentre rimane ancora ignoto quali saranno gli effetti delle future mosse della Fed riguardo a un eventuale rientro dal “quantitative easing” e sul futuro economico del paese pesa la spada di Damocle dell’introduzione di eventuali ulteriori tagli alla spesa pubblica questo autunno con la ripresa dei relativi negoziati tra repubblicani e democratici. Intanto l’economista Jack Rasmus spiega che la notizia della creazione di 900.000 nuovi posti di lavoro nei primi sette mesi di quest’anno non è un dato poi così positivo come lo si vuole spacciare. Visto che negli USA ogni anno in media circa 150.000 persone si affacciano ogni mese sul mercato del lavoro, tale numero non riesce nemmeno ad assorbire i nuovi candidati. Come se non bastasse, circa due terzi di questi 900.000 posti di lavoro riguardano contratti part time in cui i lavoratori ricevono mezzo stipendio, senza contributi sociali, mentre il numero di posti di lavoro a tempo indeterminato, con una paga più alta e con contributi sociali, è calato di 250.000 unità a partire da gennaio. Su “Economix”, blog del New York Times, un altro economista, Jared Bernstein, spiega poi che “tra il 2002 e il 2012 negli USA i salari sono stati stagnanti o sono diminuiti per tutto il 70% più basso della distribuzione della massa salariale. […] Un decennio perduto che fa seguito ad altri decenni di inadeguata crescita dei salari”. Tra il 1979 e il 2012 il lavoratore medio ha visto un aumento di salario di appena il 5% e non solo i salari, ma anche la compensazione media (salari più contributi), sono rimasti fortemente indietro rispetto all’aumento della produttività, con una conseguente redistribuzione dei redditi dagli stipendi dei lavoratori a favore dei profitti delle aziende. Bernstein ritiene che da una tale situazione non si possa uscire con la sola lotta per la redistribuzione per la “distribuzione secondaria”. L’economista spiega che la “distribuzione primaria” consiste nei redditi e nei salari dei nuclei familiari generati dal mercato, prima delle imposte e dei sussidi statali. La “distribuzione secondaria” è invece la distribuzione del reddito dopo le tasse i vari sussidi. I progressisti americani di solito si battono per la seconda, ciè proponendo di diminuire le imposte sui redditi più bassi e aumentare i sussidi sociali, mentre non vogliono toccare la prima, lasciandola al mercato, e la destra da parte sua vuole che sia il mercato a regolare tutto. La posizione dei progressisti è anch’essa sbagliata, secondo Bernstein, perché solo una politica che punti a rendere più equa anche la “distribuzione primaria” può avere effetti duraturi per i lavoratori. In un altro articolo pubblicato su Economix, Jack Leonhard spiega che il calo del tasso di disoccupazione negli USA è dovuto esclusivamente al calo del numero di persone che fa parte della forza lavoro, cioè che stanno lavorando o stanno cercando attivamente un lavoro. Il calo inoltre non è dovuto al fatto che la forza lavoro sta invecchiando, visto che riguarda in misura quasi uguale anche la fascia delle persone tra i 25 e i 54 anni, ed è quindi da attribuirsi alla debole crescita economica registrata negli ultimi anni, dalla bolla del “dot-com” nel 2000-2001 fino alla crisi degli ultimi anni.

Fonti: Solidarity, maggio-giugno; The Nation, 22 luglio, 5 e 21 agosto; New York Times, 31 luglio; Jackrasmus.com, 13 agosto; Economix, 26 e 27 agosto; BeyondChron, 29 agosto; Associated Press, 29 agosto; Le Monde, 30 agosto; In These Times, 28 e 30 agosto

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