EUROPA / Germania: lavoro precario, sindacati e alcune ipotesi sul capitale transnazionale

In Germania è in costante crescita il numero delle persone che, pure avendo un’occupazione, guadagnano troppo poco e devono ricorrere ai sussidi statali. Lo afferma una ricerca svolta di recente dall’Agenzia Federale per il Lavoro (BA), secondo cui il numero dei nuclei familiari con un reddito lordo superiore agli 800 euro che fa ricorso ai sussidi previsti dal sistema di protezione sociale Hartz IV è passato dai circa 300.000 del 2009 ai 323.000 del 2012. Il fenomeno riguarda in misura particolare i settori del commercio, del catering e dell’assistenza sanitaria e la metà delle persone che riceve sussidi Hartz IV ha un “minijob”, cioè un lavoro precario.

Ma un recente reportage del canale televisivo tedesco ARD rivela come i sussidi Hartz IV vengano utilizzati anche dalle grandi aziende del settore industriale come strumento per diminuire i propri costi di produzione. Un giornalista della ARD, Jurgen Rose, ha cominciato a lavorare sotto mentite spoglie alla catena di montaggio della Daimler effettuando riprese nascoste, dopo essere stato assunto da un’agenzia interinale che a sua volta lo ha affittato a una società di logistica che lavora per l’azienda automobilistica tedesca. Per il suo lavoro (nell’ambito di un contratto a progetto) Rose riceveva 8,19 euro lordi dall’agenzia interinale, meno della metà di quello che guadagnano i dipendenti a tempo indeterminato della Daimler (17,98 euro all’ora, più le indennità per i turni), pur svolgendo le medesime mansioni e lavorando al loro fianco. A fine mese il “giornalista-lavoratore”, presentatosi come fittizio padre di famiglia con 4 figli, ha ricevuto un salario di 991 euro netti, maturando così il diritto a ottenere 1.550 euro di sussidi statali mensili. In pratica, scrive il quotidiano Handelsblatt, le aziende tedesche riescono così ad abbattere i propri costi di produzione a scapito dello stato, che ogni anno paga 8,7 miliardi di euro per portare attraverso i sussidi i salari troppo bassi a livelli di sussistenza.

E’ dal 2003, quando la coalizione socialdemocratici-verdi guidata da Gerhard Schroder ha lanciato il programma economico Agenda 2010, che in Germania si è avuta una crescita esponenziale del lavoro precario. Se nel 2000 il lavoro temporaneo coinvolgeva 338.000 lavoratori, il loro numero a metà del 2012 era quasi triplicato, a 908.000, mentre il numero dei tedeschi che vive sotto il livello di povertà è passato dall’11% del 2000 al 15,5% del 2010 (ultimo dato disponibile). Quasi la metà dei contratti di lavoro temporanei termina dopo tre mesi e nel 2010 la loro retribuzione media era di poco superiore alla metà di quella dei dipendenti a tempo indeterminato. Il programma Agenda 2010 ha coperto i costi della diminuzione delle aliquote fiscali con ampi tagli ai programmi sociali per i disoccupati e al sistema pensionistico, rendendo allo stesso tempo più facili i licenziamenti da parte delle aziende. Tutto questo è stato accompagnato, come è naturale, da un drastico calo delle adesioni alle organizzazioni sindacali. Nel 2000 i sindacati rappresentavano il 25% della forza lavoro tedesca, percentuale che nel 2011 era calata al 18%. Il numero complessivo delle adesioni ai sindacati è calato nello stesso periodo del 21%. Che ciò sia dovuto in buona parte anche alla precarizzazione del lavoro lo dimostra il dato secondo cui nel settore metalmeccanico, tradizionalmente uno dei più sindacalizzati del paese, il 20% degli addetti totali (a tempo indeterminato e precari) aderisce al sindacato, mentre tra i soli dipendenti a tempo identerminato la percentuale balza al 50%. La IG Metall, il principale sindacato dei metalmeccanici, ha visto il numero dei propri membri aumentare leggermente negli ultimi due anni, fino a 2,26 milioni, ma tale cifra rimane di 500.000 unità inferiore rispetto al 2000. Il sindacato Ver.di, che rappresenta i lavoratori del settore servizi, ha registrato da parte sua un calo di oltre un quarto degli aderenti. Naturalmente il motivo del calo delle adesioni va cercato anche altrove, e più in particolare nelle “politiche di concertazione” accettate dalle burocrazie sindacali che con il patto trilaterale del 1999 hanno “accettato di abbandonare la formula tradizionale che basava l’aumento degli stipendi su un’equa partecipazione dei lavoratori agli incrementi di produttività, per passare a una strategia in cui gli incrementi di produttività vengono destinati all’aumento della competitività della Germania”, come riassume efficacemente Andrew Brady per Union Solidarity International. Questa maggiore debolezza dei sindacati, unitamente alle politiche del governo, si è tradotta infine in un crollo verticale dei contratti di lavoro collettivi, passati dal 63% nel 2001 al 47% nel 2006.

In Germania però nell’ultimo anno e mezzo si sta registrando un netto aumento dell’attività sindacale. Dal 2011 al 2012 il numero di lavoratori che hanno scioperato è aumentato di due volte e mezzo, mentre il numero di ore di lavoro perse è cresciuto di un terzo. Negli ultimi mesi le agitazioni sindacali hanno registrato un’ulteriore escalation. I lavoratori del servizio postale statale Deutsche Post hanno scioperato ottenendo un aumento di stipendio del 5,7%, mentre a fine aprile i lavoratori della Lufthansa hanno bloccato il traffico aereo chiedendo aumenti di pari entità. I lavoratori di Amazon, il distributore di libri, sono entrati in sciopero due volte durante il mese di maggio per chiedere l’applicazione del contratto collettivo del settore logistica, che prevede il pagamento di indennità per il lavoro notturno e festivo, nonché un aumento della retribuzione oraria da 9,30 a 10,66 euro. Il 15 maggio hanno scioperato anche i metalmeccanici, con una partecipazione molto forte alla BMW e alla Siemens: la loro richiesta di aumenti salariali è del 5,5%. Si tratta di richieste che vanno evidentemente nella direzione di un restringimento della forbice tra la crescita della produttività e quella dei salari. Dal 2005 al 2012, secondo i dati dell’ufficio statistico tedesco, la produttività è aumentata del 13% a fronte di un incremento dei salari di appena il 4,8%. Le associazioni dei datori di lavoro si oppongono però alle richieste di aumenti salariali, con l’argomentazione che questi ultimi rischierebbero di frenare la competitività delle esportazioni tedesche in un momento in cui l’economia del paese è in forte rallentamento, affermando allo stesso tempo che un eventuale aumento dei consumi interni non sarebbe comunque particolarmente utile per le altre economie europee, la cui politica di svalutazione interna riguarda solo in misura limitata i prodotti di consumo. Il capitale tedesco continua a ottenere grandi vantaggi dall’adozione dell’euro, rispetto a quella che sarebbe una situazione in cui la sua moneta fosse ancora il marco, che nel contesto europeo attuale sarebbe necessariamente “forte”. Secondo uno studio della Fondazione Bertelsmann la Germania nei prossimi dodici anni potrebbe arrivare ad avere un Pil superiore di 170 miliardi rispetto a quello che potrebbe conseguire se avesse mantenuto il marco. Ma al di là di queste ipotesi troppo lontane nel tempo, è evidente che il “modello tedesco” basato su flessibilità, larga forbice tra aumento della produttività e aumenti salariali, stabilità della moneta e crescita economica trainata dalle esportazioni non può essere trasferito agli altri paesi dell’Eurozona, per il semplice fatto che sui mercati mondiali non ci sono sufficienti acquirenti.

Le continue pressioni che Berlino esercita in ambito europeo per il mantenimento di politiche di austerità, così come i vantaggi che il capitale tedesco indubbiamente ne trae, fanno però spesso dimenticare, anche a sinistra, che non è a livello della competizione tra nazioni che va individuato il vero problema. In uno stimolante, anche se non del tutto condivisibile, recente studio che riguarda proprio il capitale tedesco nell’ambito globale, Kees van der Pijl, Otto Holman e Or Raviv scrivono che “nell’era moderna le forze dominanti nell’ambito dell’economia politica globale sono di natura transnazionale” e le posizioni predominanti di alcuni stati (come per esempio la Germania) vanno lette in questo contesto. Nel loro saggio (“The Resurgence of German Capital in Europe: EU Integration and the Restructuring of Atlantic Networks of Interlocking Directorates after 1991”) gli autori affermano che dal 1991, l’anno del Trattato di Maastricht, la Germania è riuscita a liberarsi dall’ipoteca europea impostale dagli esiti della Seconda guerra mondiale, ipoteca grazie alla quale la Francia ha imbrigliato il riaffermarsi del paese in una rete di vincoli europei. La creazione dell’EMU e del patto di stabilità prima e dell’Euro poi è sembrata in un primo tempo essere un nuovo vincolo posto dalla Francia al ruolo dominante del marco tedesco, ma in realtà ha “costituzionalizzato la politica basata su una valuta forte voluta dalle imprese tedesche per l’intera Eurozona. Lo spazio di manovra degli stati membri dell’Eurozona più deboli è stato contemporaneamente limitato dalla politica monetaria della Banca Centrale Europea e dalla rimozione della valvola di sfogo rappresentata dalla svalutazione mediante la quale prima dell’EMU avrebbero potuto proteggersi dalla concorrenza tedesca”. La Germania, grazie alla propria economia avanzata e orientata alle esportazioni, è immune dai rialzi del valore dell’euro, riuscendo ad accumulare così capitali che vengono poi investiti in buona parte negli Usa e in altri paesi esteri. La riunificazione tedesca, con i suoi enormi costi, ha comportato da parte sua un ridimensionamento del sistema di previdenza sociale con la contemporanea accelerazione verso un sistema neoliberale in cui, per esempio, i salari reali dal 2007 sono cresciuti in media solo dello 0,5% all’anno, uno dei tassi più bassi del mondo. Questa transnazionalizzazione del capitale che ha nella Germania una delle sue teste di ponte in Europa, proseguono Van der Pijl, Holman e Raviv, “sta lentamente minando i principali compromessi [raggiunti a livello Ue] che la hanno resa possibile, ivi inclusa la stessa integrazione europea”. E’ l’integrazione europea modellata in modo tale da diventare uno strumento per l’imposizione di un modello neoliberale in Europa che è in ultimo responsabile degli effetti distruttivi che le attuali politiche economiche hanno nei paesi del sud del continente.

(fonti: Suddeutsche Zeitung, traduzione di Voci dalla Germania del 13 maggio 2013; Handelsblatt, traduzione di Voci dalla Germania del 14 maggio 2013; Delaware Online, 8 maggio 2013; Indexmundi.com; Union Solidarity International, 30 aprile 2013; Reuters, 14 maggio 2013; Associated Press, 27 maggio 2013; La Tribune, 17 maggio 2013; Kees van der Pijl, Otto Holman, Or Raviv, “The Resurgence of German Capital in Europe: EU Integration and the Restructuring of Atlantic Networks of Interlocking Directorates after 1991”, Review of International Political Economy, agosto 2011)

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