ASIA / Bangladesh: dallo sfruttamento alla strage

La strage di Dacca, nella quale oltre 1.200 lavoratori sono morti per il crollo doloso del Rana Plaza, un edificio che ospitava svariate fabbriche tessili, è stata solo l’ultima in una serie di “incidenti” che hanno colpito il settore, l’ultimo dei quali era stato l’incendio verificatosi in una fabbrica a Tazreen, che il 24 novembre scorso ha causato 112 vittime. Non si tratta di eventi casuali, bensì di una costante dello sfruttamento del lavoro in un paese, il Bangladesh, che è la “fabbrica tessile del mondo”.

Il Bangladesh è il secondo produttore tessile del mondo e produce indumenti per marchi noti come Benetton, Carrefour, Zara, H&M, WalMart, Auchan e altri. Come scrive Marzia Casolari in Asia Maior 2012: “L’attuale produzione del Bangladesh consiste in lavorazioni manifatturiere in cui tessuti, modelli e componenti sono prodotti all’estero e confezionati in Bangladesh da manodopera a basso costo”. I lavoratori del settore sono 3-4 milioni, suddivisi in circa 5.000 fabbriche concentrate nella massima parte nell’area della capitale Dacca. Si tratta nella quasi totalità di donne (circa il 90%) e molto alta è anche la quota del lavoro infantile (il 13% ha un’età compresa tra 7 e 14 anni, secondo le stime dell’Unicef). Le condizioni di lavoro sono il più delle volte terribili e contrassegnate da sporcizia e mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza. L’orario giornaliero arriva alle 12-15 ore per almeno sei giorni alla settimana nei periodi di massima concentrazione degli ordini. Da un’inchiesta svolta dalla ong britannica War on Want risulta che il 70% dei lavoratori ha subito minacce verbali e il 40% ha subito percosse dai padroni. Un terzo delle lavoratrici, inoltre, è stato oggetto di molestie sessuali. Un terzo degli intervistati ha subito punizioni umilianti (stare in piedi per ore su un tavolo, denudarsi di fronte ai colleghi, per citare solo due esempi). A più della metà delle lavoratrici è stato impedito di prendere il permesso di maternità di 100 giorni al quale avevano diritto. Il lavoro è così logorante che la maggior parte dei lavoratori “crolla” intorno ai 35 anni fuoriuscendo dal settore verso lavori ancora meno redditizi e il lavoratore tipico è una donna che comincia a lavorare a 18 anni e termina intorno alla trentina. Tutto questo a fronte di uno stipendio medio che a Dacca è di 47 dollari al mese, mentre quello minimo fissato per legge, pari a 38 dollari (un quarto di quello minimo in Cina), in molti casi non viene rispettato, senza contare poi che frequentemente lo stipendio non viene corrisposto o viene versato in ritardo. Per un raffronto, a Shenzhen, in Cina, lo stipendio medio nel settore tessile è di 235 dollari, mentre ad Hanoi, in Vietnam, è di 100 dollari. Il salario medio nel paese arriva a coprire solo il 15% di quello che sarebbe un reddito in grado di consentire una vita dignitosa. In Bangladesh, inoltre, negli ultimi dieci anni gli stipendi reali sono calati a un ritmo del 2,7% all’anno.

La fetta da spartirsi, per i padroni, è molto alta. Ogni anno infatti il business cresce di circa 2-3 miliardi di dollari. Tra il 2005 e il 2010 le esportazioni (nella quasi totalità verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti) sono triplicate e attualmente il tessile è responsabile dell’85% dell’export del paese. Per gli anni a venire è previsto un forte incremento, soprattutto dopo che nel 2011 l’Ue ha ulteriormente aperto il proprio mercato alle esportazioni dal Bangladesh. Con il contenimento dei costi della manodopera, sia in termini di salari sia in termini di sicurezza e di igiene del lavoro, il Bangladesh è riuscito a salire ai vertici della produzione nel settore, grazie anche al fatto che il numero uno, la Cina, si sta progressivamente disimpegnando dal tessile per concentrarsi su produzioni con un valore aggiunto più alto. In assenza di cambiamenti radicali l’economia del paese, con ogni probabilità, rimarrà a lungo dipendente dalla produzione tessile, poiché non vi è la prospettiva che altri paesi, a parte forse la Birmania, possano offrire salari più bassi, scrive il New York Times – nemmeno i paesi africani, dove il costo della vita è più alto. Tale rischio di dipendenza dal settore è reso più forte dagli stretti legami esistenti tra il sistema politico e gli imprenditori del tessile, molti dei quali sono deputati in parlamento per il partito di governo, la Lega Awami.

In seguito alla strage del Rana Plaza il governo guidato da Sheikh Hasina ha annunciato un aumento dello stipendio minimo e l’abolizione del divieto per i lavoratori di creare sindacati senza il permesso dei proprietari delle aziende, in atto dal 2006 dopo una serie di scioperi che avevano bloccato il paese. Ma come ha affermato Phil Robertson, vicedirettore per l’Asia di Human Rights Watch, la questione fondamentale in questo caso è cosa verrà fatto per proteggere effettivamente il diritto di formare sindacati, visto che, nell’attuale situazione del Bangladesh, i proprietari delle aziende potranno tranquillamente licenziare i lavoratori che svolgono attività sindacali. Per quanto riguarda invece i controlli sulla sicurezza del lavoro che svariate multinazionali fanno effettuare da apposite agenzie “indipendenti”, un attivista sindacale del Bangladesh, intervistato da “Socialist Worker”, osserva che “il settore degli audit internazionali è esso stesso un business che vale miliardi di dollari. Se si potessero utilizzare i soldi che girano in questo settore per migliorare le condizioni di lavoro non avremmo bisogno di audit!”. Inoltre nella maggior parte dei casi le aziende creano appositamente degli spazi nelle loro fabbriche che vengono mantenuti in buon aspetto e sicuri, ma vengono utilizzati esclusivamente per essere mostrati alle ispezioni di controllo. Che gli audit non costituiscano alcuna garanzia di sicurezza lo dimostra il caso dell’incendio in una fabbrica tessile a Karachi, in Pakistan, che nell’ottobre 2012 ha causato la morte di 300 lavoratori a causa della mancanza di adeguate misure antincendio e di uscite di sicurezza: la fabbrica aveva appena ricevuto da una società di audit la certificazione internazionale SA8000 per la sicurezza del lavoro.

Nel settore tessile del Bangladesh operano 68 federazioni sindacali, ma si tratta nella maggior parte dei casi di organizzazioni burocratiche, spesso legate ai partiti, che sfruttano le mobilitazioni dei lavoratori per manovre politiche. I sindacalisti che si attivano per organizzare le lotte dal basso rischiano la vita, come è accaduto ad Aminul Islam, ucciso nel 2011 dopo essere stato torturato e i cui assassini non sono mai stati trovati. Dopo l’incendio di Tazreen per la prima volta però si è notata una mobilitazione più vasta all’interno della società, che ha visto attivarsi accanto agli operai anche studenti e ricercatori. Secondo il sindacalista intervistato da “Socialist Worker” per uscire dalla situazione è necessario intensificare questo tipo di collaborazioni. Inoltre, visto che il capitale si muove senza barriere sia nei paesi sviluppati che in quelli del sud del mondo, è necessaria una rete tra organizzatori sindacali e militanti di base di diversi paesi che condividano le loro esperienze e le loro lotte per giungere a un’effettiva solidarietà internazionale.

(fonti: Socialist Worker, 6 maggio 2013; Business Week, 9 maggio 2013; Wall Street Journal, 13 maggio 2013; Le Monde, 14 maggio 2013; Culture et Revolution, maggio 2013; Asia Maior (Osservatorio italiano sull’Asia) 2012, Rallentamento dell’economia e debolezza della politica in Asia – capitolo sul Bangladesh)

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