AMERICA LATINA / Jeffery R. Webber e Barry Carr (a cura di), The New Latin American Left. Cracks in the Empire, Rowman & Littlefield Publ., 2012, 395 pp. Rassegna (I)

a cura di Ilario Salucci

Dopo una lunga attesa è finalmente uscito nell’autunno 2012 questo volume curato da Barry Carr, un decano degli studi latinoamericani, con all’attivo molteplici studi di riferimento sul Messico, e da Jeffery Webber, un giovane ricercatore che si è già imposto all’attenzione internazionale per due importanti volumi sulla Bolivia.

L’indice del volume è rintracciabile sul sito della casa editrice: https://rowman.com/ISBN/9780742557581.

Nell’introduzione al volume, Carr e Webber ricordano come all’inizio degli anni ‘990 la sinistra latinoamericana avesse raggiunto il punto più basso di tutto il ventesimo secolo, e che chiunque avesse, allora, predetto che un decennio più tardi la regione avrebbe conosciuto una rinascita del radicalismo extra-parlamentare, un’ondata di vittorie elettorali dei partiti di sinistra e centro-sinistra, e una ripresa dei dibattiti sul socialismo e il futuro dell’anticapitalismo, chiunque l’avesse fatto sarebbe stato sommerso dal ridicolo. I due curatori elencano le domande a cui rispondono i vari studiosi che contribuiscono al volume: qual’è il ruolo del potere statale negli attuali progetti politici della sinistra? Quale aspetto può avere una rivoluzione nel XXI secolo? Quali forme assumono, nel contesto odierno, le lotte di classe? Quali sono le dinamiche dei governi di centro sinistra? Che relazioni vi sono tra lotte indigene e sinistra politica? Quali sono i ruoli di genere nei movimenti rivoluzionari e popolari? Come ha reagito l’impero americano alla rinascita della sinistra latinoamericana? Quali sono state le realizzazioni e quali ostacoli sussistono nella costruzione di un blocco regionale contro-egemonico, di stati e di popoli antimperialisti, in America Latina?

Secondo Barr e Webber classificare e descrivere le forze di sinistra in America Latina è diventato sempre più difficile, inglobando movimenti sociali, partiti e regimi. I criteri adottati in questo volume sono molto ampi: l’importante è che tutti questi soggetti sfidino, con modalità e con gradi diversi, il capitalismo neoliberale, l’imperialismo e lo sfruttamento di classe, come anche le oppressioni sessuali, di genere, di classe, etniche e razziali. La sinistra latinoamericana sarebbe classificabile in uno spettro politico con due estremi: da un lato la izquierda permitida (la sinistra autorizzata) e dall’altro la sinistra radicale: “il nostro uso del termine izquierda permitida si basa sulla teorizzazione di Charles Hale relativa alla nozione di indio permitido nell’America Latina nell’era del multiculturalismo neoliberale. Hale usa questo termine per descrivere il modo in cui gli stati neoliberali degli anni ‘990 adottarono un linguaggio di riconoscimento culturale dei popoli indigeni e vararono anche modeste riforme nel campo dei diritti indigeni; allo stesso tempo, questi stati fissarono stretti limiti predeterminati all’estensione delle riforme. Il multiculturalismo neoliberale in questo modo divise e addomesticò i movimenti indigeni attraverso una co-optazione selettiva. In particolare, l’era dell’indio permitido ha significato che i diritti culturali possano essere goduti a condizione implicita che i movimenti indigeni non sfidino le politiche economiche neoliberali fondamentali. I movimenti indigeni che si sono più o meno sottomessi a questo quadro di multiculturalismo culturale ricadono nella categoria di Hale di indio permitido, di ‘indio autorizzato’… La izquierda permitida mantiene profonde continuità con il capitalismo neoliberale e si adatta facilmente alle strategie imperiali statunitensi. Quando diventa regime, cerca di dividere e co-optare i movimenti sociali e i partiti della sinistra radicale”. La izquierda permitida si basa su un modello di politica economica delineato nel giugno 1999 in una convention dell’Internazionale socialista, modello definito come “Buenos Aires Consensus”. Il Brasile di Lula, l’Argentina di Kirchner, l’Uruguay di Vazquez e i governi formati dai partiti un tempo guerriglieristi in Nicaragua, El Salvador e Guatemala seguono tutti questo modello: competitività sistemica, progresso tecnico, stabilità politica, adattabilità, coerenza e coordinamento dei mercati; inducendo la classe capitalista a cedere una piccola quota di surplus in cambio di legittimità, pace sociale e politica, e alta produttività – nella sicurezza che le classi subordinate non minacceranno la proprietà privata. La izquierda permitida “si sforza pragmaticamente di riconciliare libertà, equità e comunità con le domande di una economia di mercato”.

D’altro lato, la sinistra radicale lavora per rovesciare il dominio della classe capitalista e degli stati capitalisti con l’attività e le lotte delle classi popolari e dei popoli oppressi, nella prospettiva di un coordinamento sociale e democratico dell’economia con la costruzione di un modello di sviluppo in cui primeggino i bisogni umani su quelli del capitale. “La sinistra radicale si batte per la proprietà comune delle risorse economiche e naturali. E’ a favore del controllo dei lavoratori e della comunità nei posti di lavoro e nei quartieri. La sinistra radicale vede la democrazia capitalista liberale come una limitata espressione della sovranità popolare e cerca invece di espandere il dominio democratico in tutte le sfere di vita politiche, sociali, economiche e private… In questo si differenzia dalle precedenti versioni di capitalismo di stato o di populismo nazionalista dell’America latina del ventesimo secolo, che avevano come obiettivo la sola proprietà statale dei mezzi di produzione nei settori economici strategici e l’allocazione statale delle risorse”.

Susan Spronk contribuisce al volume con uno studio delle “formazioni di classe neoliberali”, analizzando il proletariato informale e le cosiddette “nuove” organizzazioni dei lavoratori in America latina. La tesi centrale della Sponk è che il declino dei sindacati non significa che la “classe operaia” sia sia dissolta in una informe “moltitudine” o nella “società civile”.

Nel periodo neoliberale vi sono stati mutamenti drammatici: c’è stato un passaggio da impieghi regolari a tempo pieno (la base tradizionale del sindacalismo) a forme atipiche di lavoro, come contratti a part-time, e forme di lavoro non protette, informali – la forza lavoro è diventata sempre più sparpagliata e frammentata. Dopo le grandi ondate di licenziamenti si è avuta una esplosione del lavoro informale, che ora è diventato una parte “normale” dello sviluppo capitalista in America latina. A livello continentale tra il 1990 e il 2005 il 55% della creazione di posti di lavoro è stata nel settore informale. Secondo uno studio del 2003 la metà della forza lavoro continentale riceve salari non regolati, profitti irregolari o compensazioni non monetarie per il proprio lavoro.

Susan Sponk riassume così la dinamica secolare del sindacalismo in America latina: “alla svolta del secolo [all’inizio del ‘900] i primi sindacati in America latina furono influenzati dalle idee anarco-sindacaliste importate dagli immigrati provenienti dall’Europa. Gli organizzatori anarco-sindacalisti avevano come obiettivo la costruzione di sindacati generali – one big union – organizzati sulla base dell’affiliazione territoriale, piuttosto che per posto di lavoro o per occupazione, e controllati dai militanti di base. Siccome questa forma radicale di sindacalismo era una minaccia per lo statu quo, i sindacalisti anarchici dovettero affrontare una dura repressione statale. Dopo molti episodi esplosivi di rivolte operaie all’inizio del ‘900, molti dirigenti sindacali furono imprigionati o uccisi, e quelli che erano nati all’estero vennero rispediti nei paesi d’origine. Nella misura in cui dal radicalismo operaio si passò al riformismo, si fece strada l’idea che lo stato potesse legalizzare i sindacati per poter controllare le loro potenzialità esplosive. Dal 1930 al 1970 l’America latina conobbe una profonda trasformazione, e da maggioritariamente rurale divenne maggioritariamente urbana. La vecchia élite – il triangolo di ferro costituito da latifondisti, capi militari e chiesa – lasciò il posto a nuove forze sociali: industriali, classi medie urbane, e classe operaia. Nel corso di questo periodo, lo stato prese il controllo dei più importanti settori dell’attività economica, secondo un progetto di sviluppo economico conosciuto come ‘industrializzazione a sostituzione delle importazioni’. Per contenere il radicalismo della classe operaia e garantire un supporto popolare per questo progetto di industrializzazione sotto guida statale, leaders populisti come Getulio Vargas in Brasile, Lazaro Cardenas in Messico e Juan Peron in Argentina fecero proprio il discorso dell’importanza della classe operaia nella costruzione della nuova società. […] Il sistema di controllo del lavoro faceva sì che i sindacati fossero concepiti come organismi pubblici e politici, che avevano una corresponsabilità nella continuità del sistema socioeconomico. […] Il consolidamento del corporativismo statale ostacolò in modo decisivo l’emergere di sindacati militanti, democratici, di sinistra, che furono puniti con la marginalizzazione dal sistema. Nel frattempo, i dirigenti ufficiali del lavoro ottennero posti governativi e i lavoratori di base beneficiarono di più alti salari, vacanze pagate, cure sanitarie, pensioni e anche alloggi. Nel sistema corporativista di controllo del lavoro, solo alla izquierda permitida, pronta a sacrificare le forme democratiche di sindacalismo in cambio di privilegi, venne dato un posto ai tavoli di negoziazione con lo stato e gli imprenditori. […] Le politiche di aggiustamento strutturale imposte nella regione tra i decenni ‘980 e ‘990 rovesciarono i destini del lavoro. Per facilitare la crescita basata sul mercato e l’integrazione economica nell’economia mondiale, queste politiche liberalizzarono il commercio, deregolarizzarono i mercati di capitali, privatizzarono le imprese statali, e smantellarono le regole sul lavoro. Il progetto neoliberale fu venduto con la promessa che riforme del lavoro e maggior flessibilità del lavoro potevano ridurre disoccupazione, povertà, diseguaglianza e conflitto sociale. Queste promesse non sono state mantenute [in Bolivia tra il 1983 e il 1996 i salari reali scesero del 50%; in Perù nel 1998 i salari reali erano il 40% di quelli del 1980; più o meno nello stesso periodo i salari reali scesero dell’80% in Nicaragua e del 40% in El Salvador] Il doppio processo di privatizzazione e di ristrutturazione economica tolse al sindacalismo ufficiale il suo principale elemento di forza. […] Molti sindacati ufficiali negoziarono la propria sopravvivenza organizzativa invece di impegnarsi in azioni militanti contro le politiche statali [nella maggior parte dei paesi latinoamericani i programmi di aggiustamento strutturale neoliberali furono implementati dai tradizionali partiti nazional-populisti, strettamente legati ai sindacati]. […] In Argentina i sindacati peronisti affiliati alla CGT non solo accettarono le privatizzazioni condotte da Menem, ma divennero anche privati imprenditori come proprietari di servizi pubblici, ferrovie, trasporti marittimi e fondi pensione”.

Secondo la Sponk la ristrutturazione neoliberale ha rotto in una certa misura i legami corporativi che tradizionalmente univano il movimento operaio ai partiti politici populisti. Nuove confederazioni sindacali di opposizione sono sorte, anche se non hanno cambiato i rapporti di forza globali nelle relazioni industriali. Ma il fenomeno principale è che dopo la devastazione causata dalla ristrutturazione neoliberale, al centro della lotta di classe non ci sono più salari più alti e migliori condizioni di lavoro, ma richieste che assicurino la sussistenza di base. “Nuove” forme di organizzazione sono sorte: movimento piquetero (dei disoccupati) in Argentina, coalizioni di residenti in Bolivia, cooperative di produzione in Argentina e in Venezuela. Ma il vecchio, intrattabile dilemma di una politica di sinistra continua a riemergere: come affrontare le cause anziché i sintomi della diseguaglianza? Analizzando il movimento piquetero Sponk analizza il riutilizzo di vecchi meccanismi di patronato dal parte del potere statale, che sono riusciti a far smobilitare il movimento – e conclude che le linee che separano “vecchie” e “nuove” forme di politica dei sindacati e dei movimenti sociali non sono così nette. Così in Bolivia il governo del MAS ha creato divisioni nel movimento popolare. Sponk analizza in dettaglio il caso venezuelano (dove il “socialismo del ventunesimo secolo” si sarebbe ridotto alla costruzione di un welfare statale capitalistico con piccoli angoli di cooperazione ai margini dell’economia), e quello argentino (dove le fabbriche autogestite si scontrano pesantemente con i limiti loro posti dal mercato capitalistico neoliberale, portando a forme di autosfruttamento dei lavoratori).

In conclusione la Sponk sostiene che il proletariato informale è impegnato in America latina in una forma di lotta di classe (“una lotta di classe senza classe”), anche se non è espressa come tale, e si confronta con i classici dilemmi della sinistra. Secondo la Sponk, che cita un rapporto dell’ILO che prevede una globale perdita di 51 milioni di posti di lavoro in questa crisi, il settore informale, già ora gonfio, si moltiplicherà ulteriormente con i nuovi milioni di disoccupati che si riverseranno nelle strade, e che competeranno in modo durissimo in un mercato del lavoro che si riduce. L’impatto di tutto ciò non sarà determinato dall’economia, ma dalla politica – dal livello di organizzazione e di coscienza dei più poveri, piuttosto che dall’azione dei governi o degli stati.

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